Buon senso e spirito anarcoide

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 18/07/1901

Buon senso e spirito anarcoide

«La Stampa», 18[1] e 26[2] luglio 1901

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 389-394

 

 

I

 

«La coerenza ai principii questo importa e in questo consiste: di mutare movenze dove mutino le concrete contingenze di fatto». Sono parole scritte da Filippo Turati in un opuscolo, dove si disamina il contegno del partito socialista di fronte all’attuale momento politico in Italia. E sono parole le quali dipingono l’uomo, una fra le menti più equilibrate che vanti il partito socialista italiano. Da un pezzo era evidente che il Turati si trovava un po’ a disagio in mezzo agli energumeni di cui il suo partito è copioso, adoratori sistematici delle formulette contenute nella misteriosa bibbia marxista od in altri libri sacri ancora più misteriosi. A più riprese egli non aveva celato la sua antipatia profonda per coloro che, avendo l’intelligenza corta od essendo accecati da acuto morbo socialistico, pretendono di risolvere ogni problema con le ricette fornite dalle farmacie dove si vendono le frasi sonore della «lotta di classe», della «borghesia sfruttatrice», del «governo capitalista», della «stampa forcaiola» e dell’«esercito strumento di reazione».

 

 

Oggi il frastuono volgare suscitato attorno al doloroso fatto di Berra, e le accuse di ibrido connubio col governo massacratore del proletariato rivolte ai socialisti parlamentari da un gruppo di nevrastenici napoletani sembrano avere esaurito la pazienza di Filippo Turati. Il breve opuscolo è il manifesto della parte più ragionevole ed intelligente del partito socialista e delle idee che si sono andate svolgendo attraverso ad una lunga serie di conati, di errori e di lotte? Se noi amassimo i paragoni, potremmo dire che il programma di Turati ha per l’Italia la stessa importanza che ebbe la politica moderata di Vollmar in Germania, la creazione della società fabiana in Inghilterra e l’ascesa di Millerand al governo di Francia.

 

 

L’atteggiamento odierno di Turati non è nuovo e non significa rottura col passato. Chi abbia seguito sulla «Critica sociale» lo svolgersi graduale del suo pensiero politico il suo linguaggio odierno appare l’espressione matura di convincimenti acquisiti dopo non lievi dubbi e sperimenti. Perciò il suo linguaggio è significativo. Non è il voltafaccia di un debole e di un impulsivo, ma l’espressione di chi ha coscienza del dovere di misura e di temperanza spettante ad un partito organizzato.

 

 

Egli è rimasto molto seccato, durante i comizi per i fatti di Berra, «dall’esagerazione dei racconti e dalla violenza delle parole degli energumeni sedicenti popolari, i quali sembravano col loro contegno tradire sovratutto il rammarico che quei poveri morti non fossero più numerosi e che il fatto di Berra non fosse stato più atroce». E si accinge a spiegare perché «il partito socialista non debba indugiarsi in cerca di pose eroiche per continuare in qualche modo, coreograficamente, l’atteggiamento ostruzionista, il cui fine era raggiunto».

 

 

Dei due opposti uffici che ogni partito d’avvenire deve a volta a volta esercitare, – di eccitatore dei torpidi e di moderatore degli impulsivi, – è chiaro, secondo l’on. Turati, che il secondo è quello che il momento più impone.

 

 

Noi non siamo socialisti, ma è certo che anche alla parte costituzionale non può piacere l’esistenza di un «partito socialista spinto da impazienze bambinesche ed ubbriacato dalla vittoria», e dobbiamo essere lieti che il Turati lo metta alla berlina insieme «ai bei gesti ed alle allegre volate degli irresponsabili bevitori di frasi».

 

 

I tribuni esaltati non fanno mai bene ad una nazione; e per quanto da un punto di vista meschinamente partigiano si potesse essere lieti di veder trionfare nei partiti avversari le teorie più stravaganti e matte, antesignane sicure della disfatta finale del partito, è doveroso riflettere che gli eccessi partigiani sono sempre causa di danno ai popoli in mezzo ai quali si producono; ed è doveroso preferire avere a che fare con un partito il quale si proponga, seguendo il programma di Turati, di «affrettare il consolidamento della libertà e del rispetto alla legge, di estendere l’organizzazione del proletariato; di agevolare le riforme tributarie e militari tanto attese dal paese; di preparare una seria ed efficace legislazione protettiva del lavoro industriale ed agricolo».

 

 

Su molti punti di questo programma si può dissentire, se non sulla sostanza, sulla modalità e sulla misura. Sarà questo un contrasto fecondo di idee, non la lotta rabbiosa di partigiani che vomitano basse ingiurie l’uno contro l’altro.

 

 

Sul punto dell’educazione politica il Turati discorre assai chiaramente ed assennatamente. Lo irrita in special modo il fatto delle due faccie di taluni socialisti, i quali a Roma ed in parlamento appoggiano il governo, salvo a gridare come ossessi contro gli atti dei governanti nei pubblici comizi. Egli non vuole che il socialista sia, «come altri fa, uno in piazza ed altro a palazzo; e si faccia perdonare il buon senso colle parole sgangherate e colla cattiva predica il ben razzolare». Non gli piace che si imiti l’esempio dei deputati socialisti francesi «i quali, tutti quanti, sostengono il gabinetto Waldeck-Rousseau; soltanto, – scrive il Jaures, – gli uni lo sostengono senza ingiuriarlo, gli altri… caricandolo di

contumelie. Questione di buon gusto ed anche di rispetto verso se medesimo».

 

 

Parole assennate; ma è interessante leggere in uno scritto dell’autorevole deputato socialista i sarcasmi atroci, che noi quasi non avremmo osato scrivere, contro gli «alcoolisti della rettorica» che infestano le radunanze operaie.

 

 

I sarcasmi e le critiche vivaci dell’on. Turati avranno certo un sapore di forte agrume per molti fra i professionisti del socialismo, ai quali verrà guastato il mestiere quando saranno obbligati a parlare col linguaggio delle persone di garbo e ad esporre idee e programmi concreti, per cui non basta la facile loquela, ed occorre la scienza faticosamente acquistata e l’esperienza pratica della vita.

 

 

I vituperi degli energumeni non commovono l’on. Turati. Egli crede che la filosofia dell’uomo di parte sia facile e non consista se non in questo: «contentarsi di aver torto oggi… per aver ragione domani».

 

 

Novella prova del suo buon senso e della trasformazione profonda operatasi in seno al partito socialista italiano. Dieci anni fa tutti credevano – ed ancora oggi alcuni credono – che il proletariato potesse sperare salvezza soltanto da una catastrofe sociale. Oggi i più intelligenti credono che solo da una spassionata e cortese discussione cogli avversari e da una lenta evoluzione possa venire il trionfo della giustizia.

 

 

Il progresso compiuto è sostanziale. Auguriamoci che continui, perché quando gli uomini si insultano senza ascoltare l’uno le ragioni dell’altro, finiscono per odiarsi od ammazzarsi a vicenda; quando invece si adattano a discutere senza ira e senza preconcetti, quasi sempre trovano il modo di mettersi d’accordo senza sbranarsi. Fra i due metodi il secondo sembra preferibile.

 

 

II

 

L’opuscolo che poteva essere considerato un vero manifesto dell’on. Turati, manifesto da noi analizzato sopra segnava una vera e propria insurrezione contro gli elementi anarcoidi, i quali infestano il partito socialista, contro gli «alcoolisti della retorica», che predicano grosse parole alle masse per accattare applausi e popolarità; ed era tutta una spiritosa messa alla berlina dei «bei gesti e delle allegre volate degli irresponsabili bevitori di frasi».

 

 

Sembra che gli alcoolisti anarcoidi e bevitori di frasi siano riusciti a vendicarsi dei sarcasmi incisivi loro prodigati dall’onorevole deputato di Milano. Infatti, i resoconti della adunanza tenuta nella sede della federazione socialista, narrano come, dopo lunghe ed animate discussioni, sia stato respinto un ordine del giorno accettato dal Turati e dai suoi amici, in cui si lamentava appunto (quasi sunteggiando il manifesto turatiano), che l’azione del partito socialista fosse da troppo lungo tempo minacciata da fermenti malsani, da opposizioni sistematiche e da deplorevoli solidarietà con elementi estranei al partito.

 

 

La sconfitta dell’on. Turati fu accolta, dicono i cronisti, da vivi movimenti di gioia da parte degli elementi anarcoidi, rivelatisi maggioranza; onde la commissione esecutiva della federazione socialista, che aveva fatto suo l’ordine del giorno turatiano e vi aveva posto sopra la questione di fiducia, credette bene di dare le dimissioni.

 

 

La crisi è dunque scoppiata nel campo del socialismo milanese; ed è scoppiata non soltanto sotto forma di dissensi intestini, ma sotto quella, ben più grave, di una secessione dal partito. Malgrado che l’adunanza fosse finita col canto tradizionale dell’inno dei lavoratori, le speranze di componimento furono ben presto deluse. Quel centinaio di socialisti che avevano votato l’ordine del giorno turatiano, radunatisi il giorno dopo, deliberarono di inviare una lettera di dimissione motivata, secedendo dalla federazione, ed iniziando senz’altro le pratiche necessarie per costituire una nuova organizzazione socialista.

 

 

Tra i secessionisti sono i più bei nomi del socialismo milanese: gli onorevoli Turati e Majno, l’ing. Valsecchi, la signora Kuliscioff, l’avv. Beltrami, l’avv. Treves, l’avv. Caldara. Si leggono altresì alcuni nomi di operai, ma pare non costituiscano la maggioranza.

 

 

Così si è verificato quello che da lungo tempo era preveduto: la scissione tra intellettuali ed operai, che serpeggiava latente da anni, ha avuto una manifestazione esteriore. Gli operai, che sono la maggioranza, hanno voluto fare da soli, sottraendosi alla guida dei capi che li avevano addottrinati nelle teorie socialiste ed ora si spaventavano delle loro tendenze eccessivamente rivoluzionarie ed anarchiche; ed hanno agevolmente trovato chi, con facile parola, li ha persuasi che non avevano torto ad andare diritti per la via su cui si erano incamminati ed avevano invece torto i capi a spaventarsi ed a diventare timidi. Né mancò chi, volendo salire, accusò i capi già arrivati di voler arrestare il movimento operaio iniziato per poter comodamente rimanere nelle posizioni acquisite ed avere agevolezza di trescare col governo.

 

 

Vicende queste non nuove e che si manifestarono sempre quando i capi, più intelligenti e più larghi di vedute, videro la necessità di arrestarsi sulla via che conduceva al precipizio. Purtroppo però i capi si accorgono ognora del pericolo, quando è troppo vicino; e la loro opera è diventata inutile, sicché la loro voce risuona nel deserto. Così ora gli intellettuali milanesi costituiranno un nuovo partito; ma sarà un partito senza seguito. Gli operai se ne terranno lontani, sospettosi e diffidenti. I più ambiziosi tra gli intellettuali non vorranno dare il proprio nome ad una organizzazione, scarsa di numero e di votanti, la quale non potrà fornire cariche municipali, soddisfazioni di amor proprio e deputazioni al parlamento.

 

 

Se si vorrà trovar seguaci, converrà cercarli fra i più intelligenti degli operai e fra quelle classi che ora forniscono alimento ai partiti radicali. Il nuovo partito non sarà socialista, ma semplicemente radicale, con lontane aspirazioni collettiviste. Il che è un bene, poiché toglie forza al socialismo rivoluzionario; ma può essere pericoloso poiché le masse rimangono in balia dei più scapigliati agitatori. Tanto maggiore diventa perciò il dovere dei costituzionali di scendere fra le moltitudini, e cercare di ottenere quello che gli intellettuali del socialismo si confessano impotenti a fare: educarle al rispetto della legge ed al senso della lenta evoluzione della società umana.

 

 



[1] Con il titolo Una parola di buon senso [ndr]

[2] Con il titolo Una vittoria dello spirito anarcoide [ndr]

Torna su