Calunnie

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 15/05/1921

Calunnie

«Corriere della Sera», 15 maggio 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 174-176

 

 

 

Un giornale, assai tiepido amico dei blocchi liberali e nostalgico rievocatore di altri blocchi filosocialisti, ama far credere ai suoi lettori che purtroppo nei blocchi dominano od hanno eccessivo peso uomini conservatori, retrogradi, reazionari. Ed a prova di cotali tendenze reazionarie, afferma che taluni dei lodatori della libertà economica, invece di contentarsi di quel ritorno alla libertà che è scritto nei testi sacri dell’on. Giolitti, col commento autorizzato dell’on. Soleri, vogliono «il ritorno a quel regime politico-sociale in cui il datore di lavoro si trovava di fronte ai lavoratori – preferibilmente dissociati,cioè impotenti – sulla base strettamente e brutalmente economica della domanda e dell’offerta, essendo ridotto il lavoro ad una pura e semplice merce, priva di qualunque valore morale,cioè umano». Aggiungiamo che gli oppositori sistematici al principio del controllo operaio rientrano nettamente in questa categoria.

 

 

Poiché, pure usandoci la cortesia di collocarci in una sotto-categoria di reazionari dottrinari e perciò rispettabili, il giornale giolittiano vuole probabilmente noverare anche noi tra gli avversari del movimento operaio e della legislazione sociale, giova rintuzzare subito l’accusa, ed impedire che la calunnia abbia la vita anche soltanto di un giorno e possa avere una qualche influenza deprimente sul corpo elettorale.

 

 

È sempre stato calunnioso dipingere i liberali come nemici della legislazione sociale e delle organizzazioni liberali. Lo era già ottanta anni fa quando i liberali inglesi facevano approvare le prime leggi sulle fabbriche, e quando il conte di Cavour, da quegli esempi di provvida legislazione, traeva argomenti per le sue critiche al socialismo e per le sue future proposte nel parlamento subalpino. Nessuno tra i grandi economisti dell’epoca classica ritenne che fosse contradditorio invocare da un lato la libertà del commercio e l’abolizione dei dazi doganali e dall’altro l’introduzione di leggi di tutela del lavoro delle donne e dei fanciulli. Uno dei primi schizzi delle camere del lavoro come organi di difesa dei lavoratori e di creazione di un vero mercato del lavoro fu uno dei santi padri del liberalismo francese, il De Molinari. E ci vuole tutta una imperscrutabile inconsapevolezza del pensiero liberale per immaginare che gli economisti sul serio credano che la figura astratta dell’homo æconomicus, puro strumento logico, e come tale utilissimo, di ricerca scientifica debba essere senz’altro trasportata a guida dell’azione pratica. Se tali deformazioni grottesche del pensiero economico liberale si comprendono in bocca ai socialisti, il cui ufficio è di ignorare e di falsificare il pensiero nostro, non sono tollerabili in bocca di uomini appartenenti alla nostra stessa generale corrente di idee.

 

 

No. I liberali non sono «in principio» contrari alla legislazione sociale, alle organizzazioni operaie e neppure al controllo. Il punto di vista dei liberali è, rispetto a tutti questi problemi, sempre uguale, sempre dritto. Essi dicono: le leggi di tutela del lavoro delle donne e dei fanciulli, le leggi limitatrici delle ore di lavoro, gli istituti di assicurazione sociale sono una conquista infrangibile perché e finché esse sono utili alla collettività, perché e finché esse cooperano al raggiungimento di una maggiore produzione e di un maggiore accordo tra capitale e lavoro. Lo stato ha il dovere di limitare il lavoro delle donne e di proibire quello dei fanciulli, perché esso è il tutore delle nuove generazioni, perché esso non può consentire che imprenditori senza scrupoli, genitori avidi e mariti crudeli commettano quello che è un vero delitto contro esseri deboli e incapaci di difesa. Lo stato deve imporre l’assicurazione contro gli infortuni, perché il datore di lavoro ha l’obbligo di restituire il lavoratore nelle stesse condizioni in cui l’ha ricevuto. E qual maggiore trionfo dell’idea della libertà, del riconoscimento della libertà di associarsi e di organizzarsi per gli operai come per tutte le altre classi sociali? L’associazione degli operai e la sostituzione dei contratti collettivi a quelli individuali non sono in contraddizione; sono invece sulla linea del pensiero economico. E un metodo più perfetto che si sostituisce ad un altro. Lo stato deve solo curare che la libertà d’associazione sia garantita a tutti; che ognuno sia libero d’entrare o d’uscire dall’organizzazione; che nessuna organizzazione pretenda il monopolio sulle altre.

 

 

Per le stesse ragioni noi siamo contrari al controllo degli operai sulle fabbriche. Perché non lo riteniamo utile; ma anzi dannoso alla produzione, alla collettività ed agli operai. Perché se l’operaio ha diritto a contrattare liberamente, da solo o in unione con altri, se ha diritto ad indennità in caso di infortuni o ad un trattamento di vecchiaia, non ha nessun interesse a ficcare il naso in cose che non lo riguardano, a disorganizzare l’impresa ed a diminuire quindi quella produzione da cui soltanto si possono cavare salari, indennità per infortuni, pensioni di vecchiaia, sussidi di maternità, ecc. ecc.

 

 

Non è una ritorsione dire che i veri dottrinari, i veri teorici astratti sono coloro che pongono la questione del controllo come una questione di principio ed arbitrariamente dicono: chi non vuole il controllo è nemico degli operai, delle organizzazioni operaie e della legislazione sociale. Volete che noi ci inchiniamo al controllo? Dimostrateci che esso è utile, che esso instaura la concordia tra capitale e lavoro, favorisce la disciplina e la produzione. Ma dimostratecelo sul serio, sulla base di osservazioni pratiche e di esperienze fatte; non di chiacchiere elettorali e di apriorismi senza fondamento. Ci inchineremo; come si sono inchinati alla legislazione sociale ed al principio della libertà di associazione non i liberali, che non ne avevano bisogno, ma i socialisti catastrofici, i giacobini permalosi difensori della teoria dello stato onnipotente, i tardi seguaci di Jean Jacques Rousseau, i quali concepiscono il mondo sotto la specie degli uomini isolati e riuniti per contratto a forma di stato. Tutto ciò non è liberalismo; ne è il contrapposto più aperto. Noi vogliamo lo stato sovrano; ma auspichiamo anche la più ampia e libera espansione degli individui, della famiglia, delle associazioni, dei gruppi sociali e degli istituti locali e regionali.

 

 

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