Cambi e debiti interalleati

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 29/05/1925

Cambi e debiti interalleati

«Corriere della Sera», 29 maggio 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 297-301

 

 

 

I cambi, nuovamente inaspriti, richiedono nuovi commenti. Come già feci altre volte, riproduco, aggiungendo la quotazione di New York del 27 corrente, i numeri indici percentuali calcolati dal «Bollettino mensile di statistica» della società delle nazioni. Essi presentano il vantaggio di dare un’idea comparativa immediata, perché, fatto uguale a 100 la pari dei cambi, variabile da moneta a moneta, calcolano quale somma proporzionale si debba dare delle diverse monete per ottenere il dollaro americano. Per non moltiplicare troppo i confronti, li ho limitati alle tre monete, franco francese, franco belga e lira italiana, le quali subiscono i contraccolpi del problema dei debiti interalleati, alla lira sterlina inglese, che quel problema ha risoluto per conto suo ed è oramai ritornata alla pari, ed alla corona cecoslovacca, come tipica rappresentante delle monete, più deprezzate della nostra, le quali paiono essersi oramai stabilizzate ad un dato livello scelto dai dirigenti della finanza e della banca della rispettiva nazione. Il confronto potrebbe farsi, con frutto, più estesamente; a scapito, tuttavia, dello spazio e della brevità:

 

 

  Parigi Bruxelles Roma Londra Praga
Media 1920

275

262

390

133

1.268

Media 1921

259

259

449

126

1.612

Media 1922

235

251

406

110

840

Media 1923

318

370

419

106

686

Media 1924

369

416

443

110

686

Gennaio 1925

358

381

463

102

676

Febbraio 1925

365

380

470

102

684

Marzo 1925

372

381

474

102

683

25 aprile 1925

370

382

470

101

683

26 maggio 1925

386

389

486

100

683

 

 

Il fiorino olandese, il marco tedesco, il franco svizzero, la corona svedese, lo sloty polacco, lo scellino austriaco, lo chervonetz russo imitano la lira sterlina inglese ed oramai si sono stabiliti sulla pari. Altre monete, come la corona ungherese, il marco finlandese, il leva bulgaro tendono a comportarsi come la corona ceco-slovacca, stabilizzandosi attorno ad un certo punto.

 

 

Caratteristico invece è l’andamento delle tre monete alleate, il franco francese, quello belga e la lira italiana. Fino a qualche tempo addietro le sorti sembravano separate. La lira pareva stabilizzata sul corso di circa 440-450. Dal 1921 al 1924, attraverso ad un miglioramento nei due anni intermedi, questa pareva la linea della stabilizzazione. Il franco belga, e quello francese, a loro volta, dopo un peggioramento progressivo fino a tutto il 1924, eransi alquanto ripresi in gennaio del 1925 verso il corso di 381 e di 358. Ma, negli ultimi mesi, tutte tre le monete peggiorano: la lira italiana da 463 a 486, il franco belga da 381 a 389 ed il franco francese da 358 a 386. Poiché le variazioni nel franco belga sono di lieve importanza e possono considerarsi avvenute per simpatia, il confronto si deve fare sovratutto tra la Francia e l’Italia. C’è una differenza nel peggioramento delle due valute; ché il franco peggiora di 28 punti su 358, laddove la lira di 23 su 6: dell’8 e del 5% rispettivamente. Ma la differenza è assai troppo piccola a nostro favore. Se si pon mente che il bilancio italiano è in pareggio, laddove Caillaux è ancora in cerca dell’equilibrio, che il tesoro nostro non deve far fronte a scadenze paurose simili a quelle che inquietano la tesoreria francese, che il contribuente italiano non ripugna, come il francese, a pagare imposte gravose, il cambio italiano dovrebbe migliorare e non peggiorare, sia pure che il peggioramento sia proporzionalmente minore di quello che è toccato alla Francia. Ci deve dunque essere qualche ragione atta a tenere su il cambio francese od a peggiorare il cambio italiano, proporzionatamente l’uno all’altro. Rispetto a queste ultime cause particolari – atte a deprimere il cambio italiano – i giornali di Roma hanno già accennato alle ripercussioni sui cambi della situazione politica interna. Io non insisterò su questo tema, ovvio d’altronde per i lettori del «Corriere», e mi limiterò ad esprimere un’opinione personale, che cioè la situazione politica più favorevole ad un buon andamento dei cambi sia quella in cui le minoranze possano legalmente e pacificamente trasformarsi in maggioranze; e di nuovo ritornare minoranze, a norma delle oscillazioni del pendolo elettorale. I cambi riflettono anche queste diverse opinioni ed è impossibile impedire che ciò accada.

 

 

Una ragione atta a tenere basso o favorevole il cambio francese pare sia la energica politica della Banca di Francia e del tesoro francese, i quali, disponendo di una massa di manovra in dollari a New York, se ne servono per controbattere qualunque tentativo di far ribassare il franco. Entro certi limiti, la politica della controffensiva monetaria è buona; e meriterebbe di essere imitata da noi. Il limite è dato dalla consapevolezza che la situazione interna è salda, il bilancio in ordine e che quindi gli attacchi nemici non sono meritati. Se il tesoro italiano è persuaso che, in virtù delle sue forze intrinseche, oggi il cambio della lira non merita di salire oltre 460 o 470, farebbe bene a spendere qualche riserva di dollari per impedire che quel livello sia superato. Non bisogna, nelle controffensive monetarie, proporsi obbiettivi esagerati. Oggi, ad esempio, parrebbe fuor di luogo pretendere un subito ribasso da 486 a 400. Probabilmente, si perderebbero danari senza costrutto. Viceversa, potrebbe darsi fosse utile spendere qualcosa per mantenere il livello a 470. Faccio queste affermazioni in tono ipotetico, perché ad affermare «tassativamente», bisognerebbe avere notizie che solo i dirigenti del tesoro e della Banca d’Italia posseggono.

 

 

Al disopra delle ragioni differenziali vi è oggi una causa comune che minaccia di trascinare i cambi francese ed italiano alla deriva: ed è la questione dei debiti interalleati. Non c’è oramai da dubitarne: ad ogni richiesta americana di rimborso od anche semplicemente di trattative per il rimborso, il franco e la lira reagiscono ribassando. Ad ogni protesta degli uomini di governo francesi ed italiani di voler pagare, ad ogni visita degli ambasciatori alla Casa bianca, il pubblico dei detentori di franchi e di lire si sente smarrito. Pubblico estero e pubblico interno. Non bisogna dimenticare che una somma grandiosa di lire e di valori lira – alcuni la valutano da sette ad otto miliardi – si trova in mano di detentori residenti all’estero: stranieri e più italiani emigrati all’estero. Costoro, ogni qual volta vedono sull’orizzonte nubi minacciose, sono tratti a vendere lire. E vi sono, all’interno, altri bisognosi di far pagamenti all’estero o desiderosi di investire i loro risparmi, i quali si affrettano a sbarazzarsi delle lire ogni qual volta è in giro qualche notizia che non lascia dormire loro sonni tranquilli. Per limitare il discorso a fattori economici, ieri si spaventavano degli enormi disavanzi di bilancio. Oggi, che lo stato scema i debiti interni, si chiedono ansiosi: Che cosa capiterà del debito estero? Ci obbligheranno a pagare? Potremo pagare? E se non potremo ed i creditori vorranno essere pagati, dove andrà a finire la lira?

 

 

Interrogativi non paurosi per se stessi, ma pericolosi per gli effetti che possono produrre. Io sono persuaso che, siccome non possiamo pagare più di quanto riceviamo in riparazioni, noi non pagheremo che somme lontane e non vistose. Un fatto inesistente e di impossibile verificazione non dovrebbe quindi essere considerato come un fattore di rialzo o di ribasso della lira. Viceversa quel fatto assurdo esercita una grande influenza, se il pubblico ne è impressionato ed agisce in conseguenza delle sue impressioni. Se c’è chi vende lire, la lira ribassa, anche se la causa della vendita è immaginaria.

 

 

Bisogna impedire che il pubblico si lasci trascinare su questo piano inclinato, il quale poggia sull’equivoco di un pagamento impossibile.

 

 

Perciò sarebbe tempo che gli uomini responsabili del governo economico della Francia e dell’Italia sostituissero alla formula: noi pagheremo, l’altra che tutti sentono e sanno essere la vera: noi pagheremo entro i limiti in cui potremo pagare. Se, a dir ciò, si fa brutta figura, è meglio farla subito e non trascinare all’infinito questa palla di piombo. Tutti i trattati di pace e le convenzioni successive sono reticenti. Coll’ultimo piano Dawes si è fatto obbligo alla Germania di pagare da 1.000 a 2.000 milioni di marchi oro all’anno. Eppure, nonostante la ragionevolezza astratta della cifra, sembra che gli stessi periti del piano Dawes fossero persuasi che al massimo la Germania potrà far rimesse per 500 milioni di marchi oro all’anno. Perché scrivere cifre tanto più grosse sulla carta se queste sono irrealizzabili? Così è di noi. è perfettamente vano di pretendere di pagare gli interessi e una rata di ammortamento sui 25 miliardi di lire-oro a cui ammonta il nostro debito verso l’Inghilterra e verso gli Stati uniti. Con una pressione tributaria che, a parità di redditi, oggi è già superiore a quella dei paesi creditori, l’Italia non può pagare né il 3,50 né il 3, né il 2 per cento. A parlar chiaro, oggi non può pagar nulla al di là delle somme che eventualmente le fossero versate dalla Germania.

 

 

Se si vuole che domani possiamo pagare qualcosa, devono essere i creditori a darcene la possibilità. Ma finché gli Stati uniti limiteranno a 3.845 il numero degli italiani che essi sono disposti ad accettare sul loro sacro suolo – contro 51.227 tedeschi, 34.007 inglesi e 28.567 irlandesi – da qual fonte l’Italia potrà ricavare le rimesse da consegnare al tesoro americano? Forse dalla vendita di merci? Ma il partito repubblicano al potere negli Stati uniti è ferocemente protezionista e, uno dopo l’altro, chiude i possibili sbocchi alle nostre produzioni sul territorio americano. Ma il signor Churchill presenta bilanci in cui mette al bando le automobili italiane, le sete naturali italiane, le sete artificiali italiane. Ci dicano, una buona volta, questi impassibili creditori, in qual misterioso modo essi intendono di essere pagati. Lavoro di emigranti, no. Merci, neppure. Biglietti di carta italiana, neppure. Sono stati scottati dai marchi carta tedeschi e non ne vogliono sapere. Un buon terzo delle nostre riserve auree lo hanno già essi in deposito; e della parte residua non possiamo privarci, se non si vuole che la lira deprezzi ancor più. Perciò bisogna replicare ancora: pagheremo, se ci darete i mezzi di poter pagare. Il problema tormentoso dei debiti interalleati potrà avviarsi ad una soluzione il giorno in cui gli stati creditori si persuaderanno ad una attiva collaborazione intesa a dare ai debitori la possibilità di pagare. Non chiediamo elemosine: chiediamo solo la libertà di emigrare, produrre e vendere.

 

 

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