Cambi, prezzi e salari

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 22/01/1925

Cambi, prezzi e salari

«Corriere della Sera», 22 gennaio 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 38-43

 

 

 

Ho avuto recentemente occasione di insistere sul concetto che il rialzo del prezzo della sterlina non significava un deprezzamento assoluto della lira italiana; ma, per la maggior parte, un semplice assestamento nei rapporti fra sterlina e dollaro. Volendo generalizzare, si può dire che non esiste nel mondo economico nessun punto di riferimento fisso, ma tutti i punti si determinano reciprocamente; sicché, movendosi l’uno, si devono muovere tutti gli altri. Per spiegare con una immagine il ragionamento, supponiamo che in una gran vasca contenente un dato liquido, sia rovesciata una nuova massa di liquido quattro o cinque volte maggiore dell’antica. Se si tratta di acqua, in brevissimo tempo la nuova massa si troverà tutta livellata, ad un livello superiore all’antico, ma perfettamente piano. Non ci saranno avvallamenti o montagne. Se invece si tratta di pece o di altro liquido denso e viscoso e se esso fu gettato nella vasca in diversi punti e con impeti differenti, ci vorrà del tempo prima che la superficie ridivenga perfettamente piana ed il livello sia in tutti i punti ad uguale altezza di fronte al livello antico. Per qualche tempo ci saranno disuguaglianze, asperità, montagne, vallate.

 

 

Nel mondo economico, accadono per lo più movimenti di tipo viscoso. In un dato momento, prezzi, cambi, costo della vita, salari sono ad un certo livello. Bene o male hanno trovato un equilibrio. Ogni interessato può lamentarsi di non avere abbastanza: ma non può affermare che egli si trovi peggio o meglio trattato di altri; tenuto conto, si capisce, del valore relativo di ciò che ognuno ha da vendere altrui: merci, lavoro delle braccia o della testa, servigi del risparmio. Se l’equilibrio viene, per qualsiasi ragione, turbato, ci vorrà un certo tempo, talvolta un lungo tempo, prima che si ristabilisca. Frattanto, il meccanismo sociale non funziona più bene; talune classi si lamentano; altre si arricchiscono. Per via di sussulti ci si avvia a poco a poco ad una nuova condizione di stabilità.

 

 

Pensavo al modo di tradurre in cifre queste riflessioni, ovvie per gli studiosi, quando nelle Prospettive economiche per il 1925 del prof. Giorgio Mortara leggo una tabella preziosa, che val la pena di riprodurre tale quale:

 

 

Numeri indici

della circolazione cartacea

del prezzo della moneta aurea

dei prezzi delle merci all’ingrosso in lire carta

dei prezzi delle merci all’ingrosso in lire oro

del costo della vita

dei salari

1913-14

100

100

100

100

100

100

1921 I

772

460

551

120

560

540

1921 II

760

455

525

115

522

520

1922 I

751

389

517

133

503

515

1922 II

751

430

542

126

498

505

1923 I

716

401

539

734

495

480

1923 II

727

442

531

120

493

476

1924 I

773

443

545

123

517

474

1924 II

745

444

562

127

538

480

1924 dic.

745

449

593

132

580

485

 

 

I numeri indicano, rispettivamente, il primo ed il secondo semestre di ogni anno. Ai numeri indici dei semestri, l’autore ha aggiunto, per il 1924, l’indice per il mese di dicembre, per mettere in luce l’ampiezza della perturbazione verificatasi in fine d’anno.

 

 

La tabella non è compiuta; né poteva esserlo, per la impossibilità di possedere dati attendibili su fatti pure importantissimi. Fanno difetto, ad esempio, indici generali sul reddito del capitale, sui fitti delle terre, sugli onorari professionali ecc. ecc. Così come è, tuttavia, la tabella è parlante ed indica gli assestamenti già avvenuti e la direzione che necessariamente dovranno tenere le variazioni future, per giungere ad un assestamento completo.

 

 

La circolazione cartacea, ossia la quantità dei biglietti circolanti, grosso modo si è moltiplicata per 7 ½. Questo fatto, derivato, supponiamo necessariamente, dalla guerra, è stato la causa immediata della perturbazione verificatasi nell’equilibrio preesistente. Moltiplicata per 7 ½ la quantità di carta, ossia di mezzi di pagamento, tutti gli altri elementi della tabella avrebbero dovuto moltiplicarsi, a parità di altre circostanze, pure per 7 ½.

 

 

Ciò non accadde e non poteva avvenire, per molte circostanze perturbatrici, di cui una delle principali è questa: che, nel frattempo, anche l’oro deprezzava. Scacciato dall’Europa, l’oro si rifugiava negli Stati uniti e, per la sua abbondanza, quivi deprezzava. Nel 1924 in media, ad esempio, l’oro valeva – e cioè acquistava merci – solo fino al 63% del valore antebellico. L’oro quindi, che nel 1913-14 costava in carta 100, avrebbe dovuto in Italia costare, in carta moltiplicatasi per 7 ½, 470 circa nel 1924. Suppergiù, con qualche dislivello spiegabile, questo fu il livello dell’oro nel 1924 (da 443 a 449). Il rapporto dalla lira al dollaro sembra dunque essersi trovato nel 1924 in una condizione di relativo equilibrio. S’intende che, se il valore dell’oro aumentasse negli Stati uniti, ossia se i prezzi ivi ribassassero, il cambio tenderebbe a salire, a meno che diminuisse la nostra circolazione interna. Per ora, tuttavia, siamo, rispetto al cambio, in una situazione che economicamente si definirebbe di equilibrio relativamente stabile. Per i prezzi delle merci all’ingrosso e per il costo della vita, l’equilibrio non parrebbe, a primo aspetto, raggiunto. Ambi, sebbene siano saliti notevolmente nel 1924, sono a poco meno di 6 volte il livello antebellico, mentre per trovarsi alla pari colla circolazione, avrebbero dovuto moltiplicarsi per 7 ½. Il che si esprime in altra maniera dicendo che i prezzi tradotti da lire carta a lire oro, al cambio medio corrente del dollaro, sono aumentati in Italia solo del 25% in media nel 1924 e del 32% in dicembre, rispetto al livello antebellico, laddove negli Stati uniti sono aumentati (media del 1924) del 59% . E si può anche esprimere lo stesso concetto in un terzo modo, dicendo che il costo della vita è in Italia più basso che nei paesi a valuta-oro.

 

 

Sarebbe erroneo trarre da questo fatto la conclusione che i prezzi e il costo della vita debbono aumentare ancora in Italia per mettersi allo stesso livello dei paesi-oro.

 

 

Molte cause influiscono sulle vicende dei prezzi, di cui la quantità della circolazione è una sola. È possibile che l’Italia, la quale fu sempre un paese a vita meno cara degli Stati uniti, non solo lo sia tuttora, ma lo sia divenuto ancor di più; cosicché non ci sia nulla di strano nella situazione presente per cui ad un livello 159 di prezzi oro negli Stati uniti, corrisponda un livello 132 in Italia, pur amendue riferiti al medesimo punto di partenza 100. Teoricamente, la differenza dovrebbe tendere alla lunga ad eliminarsi, crescendo l’esportazione di merci dai paesi a buon mercato e diminuendo da quelli cari, fino a che il livello dei prezzi si uguagli dappertutto. Sono tante però le ragioni di dislivello da un mercato ad un altro, che ad una equiparazione piena non si arriva mai.

 

 

Un disequilibrio interno è messo invece in luce dalla tabella rispetto ai salari.

 

 

Fino alla fine del 1922 tra prezzi all’ingrosso, costo della vita e salari operai si era conservato un certo equilibrio approssimativo. La irrequietezza sociale del dopo guerra può essere, in parte notevole, spiegata come la manifestazione esterna dei movimenti di sussulto che si verificavano nel meccanismo sociale per conquistare una nuova posizione di equilibrio. In quegli anni taluno affermava che il costo della vita saliva perché gli operai pretendevano salari cresciuti. Opinione altrettanto fallace come quella di chi, da parte operaia, affermava che i salari crescevano perché il costo della vita aumentava. Nel mondo economico bisogna badare non tanto a rapporti di causa ad effetto quanto a rapporti di interdipendenza. Se due fatti – prezzi e salari – stavano nell’anteguerra come 100 a 100, era impossibile che i prezzi gonfiassero a 500 ed i salari rimanessero a 100. Gli industriali avrebbero guadagnato tanto, da essere incitati a far nuovi impianti, a far domanda di operai; e gli operai, ricercati, avrebbero cresciute le loro pretese, sino a toccare un nuovo equilibrio. Alla fine del 1922 tale equilibrio sembrava toccato: 498 il livello del costo della vita e 505 il livello dei salari.

 

 

Dopo d’allora, il livello del costo della vita è cresciuto da 498 a 580; mentre invece il livello dei salari è diminuito da 505 a 485. È sorto un dislivello di quasi 100 punti, dovuto essenzialmente a due cause: il rialzo dei fitti e il rialzo del prezzo del pane e di altre derrate alimentari.

 

 

Un adoratore dello stato padreterno, giunto a questo punto, esclamerebbe: «Mal si fece ad allentare il regime del vincolo dei fitti e ad abolire il prezzo politico del pane. Si ristabilisca il calmiere delle case e del pane e l’equilibrio fra costo della vita e salari sarà ristabilito».

 

 

Costui dimostrerebbe, così ragionando, di avere corta memoria. Si dimentica tanto presto l’abisso verso cui andava la finanza dello stato, a causa del prezzo politico del pane? Si vorrebbe tornare dall’attuale pareggio al disordine e al disavanzo? Si vuole che la lira segua la sorte del marco? Si vuole arrestare la magnifica espansione delle costruzioni edilizie che fu la conseguenza dell’iniziato ritorno alla libertà nel mercato dei fitti?

 

 

No. L’equilibrio fra costo della vita e livello dei prezzi non si deve ristabilire artificiosamente con empiastri dannosi, che devono rimanere rimossi per sempre.

 

 

Lo squilibrio non può essere tolto se non lasciando libera la via alle forze economiche, le quali possono portare ad un ribasso dei prezzi da un lato e ad un rialzo dei salari dall’altro. L’aumento degli scioperanti da 21.000 nei primi cinque mesi del 1924 a 59.000 nei successivi cinque mesi è l’indice di un iniziale movimento per il ritorno all’equilibrio. Aumenti di salari, concessi in parecchie industrie in seguito a trattative pacifiche, tracciano ancor meglio la via verso un nuovo equilibrio. Lo stato può esercitare dal canto suo un’azione benefica, riducendo progressivamente i dazi protezionistici, i quali rincarano la vita e quelli fiscali i quali siano stati cresciuti oltremisura (zucchero e caffè) e garantendo la massima libertà di organizzazione alle maestranze. Una situazione di squilibrio non può durare. Se i salari sono troppo bassi in rapporto ai prezzi, secondiamo le forze che spingono i prezzi a diminuire ed i salari a crescere. Tutti se ne gioveranno; prime le industrie, le quali non possono durevolmente prosperare se la imperfetta distribuzione del prodotto dell’industria non spinge tutti i fattori produttivi, compreso il lavoro, a dare il massimo contributo all’opera comune.

 

 

S’intende che l’assestamento deve compiersi in quelle industrie in cui lo squilibrio esiste. Quelli del Mortara sono dati medii e consentono scarti notevoli tra i casi in cui il livello dei salari è cresciuto più del livello dei prezzi ed i casi in cui è rimasto assai più basso. Una indagine precisa, la quale fa difetto da anni in tal campo, sarebbe un utilissimo contributo alla pace sociale.

 

 

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