Caos monetario tedesco

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 30/09/1923

Caos monetario tedesco

«Corriere della Sera», 30 settembre 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 369-374

 

 

 

Pare che in Italia ci sia ancora taluno disposto a speculare in marchi. Se v’è più gente la quale ha speculato e stenta a credere che proprio i suoi marchi non valgono nulla; non manca chi chiede se non valga la pena di comprarne qualche miliardo e se c’è differenza tra marchi carta, marchi cheques, marchi depositi in banca, marchi titoli di debito pubblico tedesco. Quello che fu per tanto tempo, sino a pochissimi mesi or sono, il principio di diritto delle corti giudiziarie tedesche: il marco è sempre il marco, è una impressione la quale, nonostante tutte le esperienze, resiste ancora in fondo all’animo di non tedeschi, i quali non sanno persuadersi che lo zero sia il termine fatale delle cifre fantasmagoriche che ora si odono in Germania. È difficile dar consigli in questa materia; bisogna limitarsi a raccontare fatti. Quelli che si leggono nei bollettini economici fanno girare la testa. Il pubblico è abituato a leggere dei corsi inverosimili del dollaro e della sterlina in Germania; ma forse non si fa un’idea precisa delle ripercussioni che quei corsi hanno sulla vita pubblica e privata germanica. La cessazione dell’ostruzionismo nella Ruhr è stata dovuta a queste ripercussioni, così tremende e vaste da scuotere la compagine di qualunque più saldo paese. Le cifre che citerò più sotto non sono portate sino all’ultimo giorno; poiché un certo ritardo si verifica sempre tra il fatto e la registrazione statistica dello stesso fatto. Quando si muove rapidamente, la statistica ha bisogno di una settimana o di un mese almeno. Ma in Germania, i prezzi, i quali non sanno persuadersi che lo zero sia il termine fatale delle cifre fantasmagoriche che ora si odono in Germania. È difficile dar consigli in questa materia; bisogna limitarsi a raccontare fatti. Quelli che si leggono nei superiore al corrispondente prezzo in lire sterline. Giunto alla porta si accorge d’aver sbagliato la traduzione mentale da marchi in sterline; torna indietro, ma il prezzo era già salito, perché una telefonata aveva avvertito del rialzo, verificatosi nel frattempo, nel corso del dollaro. Sebbene un po’ antiquate, le cifre servono tuttavia a dare un’idea della rapidità sbalorditiva con la quale mutano i rapporti tra cose e danaro, tra stato e cittadini, tra classe e classe.

 

 

Il movimento più ovvio è quello dei prezzi. Il numero indice della «Frankfurter Zeitung» calcola così gli aumenti dei prezzi all’ingrosso:

 

 

Luglio 1914

Gennaio 1920

Gennaio 1922

Gennaio 1923

1° luglio 1923

31 agosto 1923

Derrate alimentari

 

1

20

38

1.758

38.683

2.649.457

Tessili e cavi

1

 

26

58

3.206

61.841

4.084.431

Minerali

1

 

27

52

2.622

45.301

4.746.174

Miscellanee

1

 

11

31

1.778

34.736

2.668.272

Articoli manufat.

1

 

15

33

1.518

29.809

3.341.706

 

Totale

1

20

42

2.054

39.898

3.063.358

 

 

Non aumentano solo, moltiplicandosi per milioni di volte, i prezzi all’ingrosso; crescono anche i prezzi al minuto. Il costo della vita, che al 4 luglio 1923 era 16.180 volte quello dell’ante guerra, era giunto al 26 agosto ad 1 milione 183.434 volte ed il 3 settembre ad 1 milione 845.261 volte. I prezzi al minuto salgono dunque un po’ più lentamente dei prezzi all’ingrosso; ma salgono terribilmente; il che basta a rendere molto precarie le condizioni di vita di quelle classi, i cui redditi non crescono in proporzione al rincaro della vita. Un operaio di mestiere alla fine di agosto era pagato a Berlino 1 milione 600.000 marchi alla settimana; ma con tale somma esso si procurava solo circa tanta roba quanta poteva comperarne nel 1914 con un marco; il che significa che egli ora non può assolutamente vivere. Più tragica è la situazione di quelle classi le quali vivevano di redditi fissi; per esempio di consolidato. Il proprietario di 1 milione di marchi di consolidato 4% era una persona agiata, prima della guerra. Ora i suoi 40.000 marchi di reddito annuo non sono una cifra che valga neppure la pena di andare a riscuotere. La Deutsche Bank ha dovuto avvertire i suoi clienti di non tirare assegni su di essa per meno di 100 milioni di marchi e di non fare depositi per meno di 25 milioni. Operazioni per cifre minori non compensano la spesa delle necessarie scritturazioni.

 

 

Si salvano parzialmente dalla rovina le classi le quali vivono di redditi variabili. I portatori di titoli a dividendo, ricevono dividendi maggiori. Per esempio la Deutsche Bank guadagnò netti 5.949 milioni di marchi nel 1922 contro 278 nel 1921 e distribuì il 300% di dividendo contro il 24%. Ma in realtà, se si guarda ai prezzi, il 300% ricevuto nel 1923 (dividendo 1922) è di gran lunga meno del 24% ricevuto nel 1922. Costoro sono, tuttavia, fortunati in confronto ai portatori di titoli di debito pubblico che ricevono sempre il solito 5 o 4 o 3,50 per cento. Epperciò i titoli azionari aumentano di prezzo, perché rappresentano merci, macchine, edifici, impianti. Il numero indice dei titoli azionari considerati dalla «Frankfurter Zeitung», che prima della guerra era inferiore a 1.000, al 5 gennaio 1923 era salito a 376.685, il 3 agosto a 90 milioni 33.200 ed il 10 settembre a 4.332 milioni 573.500. Salgono, sebbene assai meno, anche i titoli di stato. Il prestito di guerra 5% del nominale di 100, valeva 2.000 marchi al 10 agosto, il 4% valeva 6.000, il 3% valeva 500.000, il 4% coloniale 450.000 marchi. Sono prezzi fantastici per titoli che rendono da 3 a 5 marchi carta; e dovrebbero valere quindi non più di 100 marchi carta. È evidente che i portatori sperano che il governo si metterà una mano sulla coscienza e, ricordando che essi hanno versato marchi oro, non vorrà rimborsarli in marchi carta di valore zero. La speranza non è però molto fervida; poiché se i titoli di stato dovessero essere rimborsati davvero in 100 marchi oro, il valore avrebbe dovuto essere, alla stessa data, di forse 20 o 30 milioni di marchi carta. Si vede che la probabilità che lo stato rimborsi in oro i suoi debiti è data, al massimo, al 2 per cento. Qualcuno spera di «costringere», in base all’equità, lo stato a pagare il giusto. Un portatore di 10.000 marchi di titoli di debito pubblico ha citato in tribunale l’impero per farlo condannare al pagamento degli interessi in oro. Egli si fonda su un recente mutamento nella giurisprudenza delle corti le quali, allontanandosi dalla massima di diritto, secondo cui «un marco è sempre un marco», hanno recentemente autorizzato i creditori di mutui ipotecari a non ricevere il rimborso dei loro crediti alla scadenza. Fino a ieri, tutti i debitori, appena il debito era scaduto, si affrettavano a pagare le centinaia di migliaia od i milioni di marchi di debito in marchi carta. Con pochi centesimi o millesimi rimborsavano ciò che ad essi era stato versato in moneta buona. Fortunati quelli che avevano comperato stabili facendo debiti! Ora i debiti di milioni si rimborsano vendendo mezza dozzina di uova e lo stabile rimane in piena proprietà, franco da ogni peso. Le corti finalmente si sono decise a dichiarare che ciò non era equo e ad autorizzare il creditore a rifiutare il rimborso, rinviandolo a tempi migliori. Frattanto, molta gente si è rovinata ed altra si è arricchita.

 

 

Per garantirsi contro il pericolo di svalutazioni future, nessuno più fa prestiti in marchi. Sono oramai consueti i prestiti in carbone, in segale, in lignite, in sali di potassio. Lo stato prussiano ha emesso obbligazioni del taglio di 100 kg di sali di potassio. Chi le comperò, versò allora 22.900 marchi, che era il prezzo dei 100 kg di sali; e ricaverà ogni anno, l’interesse di 5 kg di sali per ogni obbligazione. Praticamente, lo stato pagherà, ad ogni scadenza, l’equivalente in marchi dei 5 kg di sali di potassio. I prestiti in natura vanno come il pane; mentre nessuno vuol più toccare i prestiti in marchi. Il marco oramai ha cessato di essere il tipo monetario. Un tribunale di Berlino, per non farsi schernire dal condannato, inflisse a costui una multa di 600 libbre di carbone. Un consiglio municipale distrettuale di Berlino, volendo affittare un bagno municipale ad un club, stipulò di ricevere il canone giornaliero di 30 grandi bicchieri di birra bionda, del tipo di una certa birra venduta in una certa birreria della città.

 

 

È difficile però che i governi tedeschi, i quali hanno trovato modo di annullare praticamente i loro debiti pubblici, ritornino indietro. Le cifre della circolazione e dei debiti hanno perso qualunque significato. Un tempo, le parole «miliardo» e «bilione» erano talvolta considerate equivalenti; ed a parlare di miliardi, ossia di 1.000 milioni, pareva già di dire cifre grosse. Adesso, in Germania, si parla correntemente di «bilioni» ognuno dei quali è composto di 1.000 miliardi, a loro volta di 1.000 milioni ciascuno; e, per facilitare i pagamenti, si stampano biglietti di un miliardo. La circolazione dell’Impero che era, prima della guerra, oro circolante compreso, di 6 miliardi, al 9 agosto 1923 era di 63 bilioni, al 15 agosto di 116, al 17 settembre di 663 bilioni, ossia 663.000 miliardi. Eppure tutta questa fantastica massa di marchi, la quale, al momento in cui il presente articolo vedrà la luce, sarà moltiplicata per non si sa quante volte, non vale nulla. Al 17 settembre si calcolava equivalesse, al cambio del giorno, appena a circa 30 milioni di lire oro, 24 milioni di marchi oro. Con tanta carta in giro, si può giustamente dire che non c’è più moneta. Che cosa sono, anche tenuto conto dell’impoverimento tedesco, della maggior rapidità della circolazione – tutti, appena ricevutili, corrono a disfarsi dei marchi carta – dei biglietti di fortuna emessi da certi enti locali e da privati; 24 milioni di marchi ú oro in confronto di 6.000 milioni di marchi oro che erano in Germania necessari prima della guerra alla circolazione?

 

 

In realtà, il marco ha cessato di esistere come moneta. Nessuno mai lo rimborserà né alla pari né sotto la pari. Il debito pubblico al 31 agosto 1923 era giunto alla cifra inesprimibile di 1.235 bilioni, ossia 1.235.000 miliardi, od ancora 1.235.000.000 di milioni. Una Germania, la quale da anni lotta per dimostrare che un’indennità di guerra di 132 miliardi non può essere pagata, non pensa certamente a pagare un debito interno di 1 milione 235.000 miliardi. Questo debito è una farsa. Praticamente, esso non esiste. Esso è semplicemente un metodo contabile per esigere le imposte che lo stato è incapace di esigere in altra maniera. Ecco, per le tre decadi di agosto, un confronto fra le entrate e le spese dell’impero (in miliardi):

 

 

Entrate

Spese

1ª decade 

1.781

67.224

2ª decade 

1.765

250.000

3ª decade 

6.355

866.741

 

 

Il confronto basta a dimostrare una verità che certi tedeschi non vogliono sia detta: che cioè in Germania nessuno praticamente paga imposte. In apparenza, le imposte sono formidabili; persino più tremende di quelle demagogiche enormità che furono votate dal parlamento italiano nel settembre 1920. Ogni tanto, il governo moltiplica per 25 e poi per 400 e poi per 1.200 volte il carico delle imposte, le quali giungevano già, sempre in apparenza, ad aliquote impressionanti del 60% sul reddito. In realtà, i contribuenti non pagano quasi nulla, perché pagano in marchi, i quali nel frattempo si sono svalutati le 100, le 1.000, le 100.000 volte. Il governo infligge penalità del 15% per il ritardato pagamento per il primo mese, del 30% per ogni mese successivo; ma il contribuente preferisce pagare la penalità e ritardare, sicuro che il pagamento si risolverà in una bazzecola. Fu calcolato che nel mese di luglio 1923, la imposta sulla birra rese, in tutto l’Impero, l’equivalente di 8.000 lire italiane, quella sullo zucchero di 5.700, sui fiammiferi di 2.100 lire, sul sale di 500 lire e sulle carte da giuoco di 100 lire. Per salvarsi dalla rovina, lo stato fa tappezzare le lettere di francobolli inverosimili, e quadruplica, ad ogni tratto, il prezzo dei biglietti ferroviari; ma ciononostante, in agosto si spediva una lettera con l’equivalente di 2 centesimi italiani e si viaggiava in seconda classe per 200 chilometri pagando appena 9 lire italiane. Il disavanzo crescente e spaventoso è coperto dalla stampa dei biglietti. I contribuenti tedeschi, che non pagano imposte, sono tassati con l’emissione cartacea, ossia con l’aumento continuo di tutti i prezzi. I biglietti non sono un vero debito dello stato. Sono un mezzo con cui lo stato cerca, a forza, di scemare la capacità che hanno i privati di acquistare merci con i biglietti antichi e di trasferire quella capacità a se stesso, stampando biglietti nuovi. La Germania ha ora cominciato a comprendere di non potere proseguire indefinitamente su questa via di fare spese senza prelevare imposte ed ha decretato la fine della resistenza passiva nella Ruhr, che le costava somme folli. Adesso, deve rimettere le finanze a sesto, ricominciando a farsi pagare imposte sul serio e rinunciando alla stampa dei biglietti. Riuscirà da sola nell’impresa?

 

Torna su