Capitalista servo sciocco

Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

Data di pubblicazione: 01/01/1954

Capitalista servo sciocco

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 288-291[1]

 

 

 

 

Qualche anno fa scrissi che la caratteristica dell’economia contemporanea, di quella che si giudica modernissima, alto capitalistica, secondo il brutto gergo di moda, era la riduzione del capitale all’ufficio di servo sciocco. Servo, il capitale, lo è da gran tempo; servo, come è suo ufficio, degli uomini che sanno organizzare imprese, si chiamino imprenditori privati, o consigli amministrativi di società per azioni, col loro stato maggiore di alti funzionari interessati negli utili dell’impresa. Come potrebbe essere altrimenti, se gli uomini capaci di gerire – come amministratori delegati, direttori generali, direttori centrali, capi servizio – grosse e grossissime imprese sono fattori rari e se invece i produttori di risparmio incapaci di farne impiego diretto sono numerosissimi e stanno diventando ognora più numerosi e producono risparmio destinato a diventar capitale in quantità sempre più strabocchevole? Siccome la fabbrica degli uomini dotati delle qualità proprie dell’imprenditore lavora con un rendimento che i congegni chiamati università, politecnici, scuole professionali e simili non riescono ad aumentare se non in proporzioni limitatissime; mentre la fabbrica dei risparmi butta fuori capitali a costi rapidamente decrescenti, così è ovvio che il capitale si inginocchi dinnanzi agli imprenditori e che questi, divenuti sempre meglio padroni dell’impresa, ne paghino i servizi a prezzi sempre minori.

 

 

Si lamentano gli azionisti di ricevere solo le briciole del reddito delle imprese di cui apparentemente sono i padroni? Ringrazino il cielo per quelle briciole; ché non vi sarebbe ragione di dar loro neppure quel poco, se, come suppone la teoria, il mercato funzionasse davvero in perfetta libertà e gli imprenditori avessero il diritto di restituire ai vecchi capitalisti il capitale conferito, sicuri, come sono, di ottenerlo a condizioni più miti da nuovi capitalisti ansiosi di mettersi al servizio di uomini conosciuti come valenti e probi. Valentia ed onestà sono qualità rare; che, se sono conosciute, comandano i servigi volenterosi ed umili di schiere ansiose di capitalisti e di banchieri mediatori in capitali. Lo dissi dianzi servo sciocco; ma aggettivo e sostantivo erano usati a scopo di reazione verbale contro il gergo, questo si veramente insipido, di chi, mal conoscendo il meccanismo economico, immagina entità materiali padrone degli uomini vivi. In verità sciocco non è affatto il capitale quando si dà incondizionatamente, sapendo di correre rischio di andar perduto, senza pretendere rese di conti, visioni di libri, agli imprenditori valenti ed onesti. Purtroppo la sua abbondanza è tale che se, ogni tanto, guerre e rivoluzioni non ne distruggessero una gran parte, per disperazione si darebbe al diavolo, a lestofanti ed a bancarottieri, privati e pubblici, pur di guadagnare qualcosa di più di quel minimissimo nolo del mezzo o al più dell’uno per cento che pare essere normalmente il suo prezzo di mercato. Il giorno in cui il servo sciocco, detto capitale, sarà meglio informato delle cose sue, e assegnato alla sua sorte, non tenterà più le vie rovinose dei grossi dividendi e guadagni promessi dai lestofanti; se nel frattempo guerre e rivoluzioni non verranno a rialzare il saggio di interesse nominale – non il saggio reale, per le conseguenti svalutazioni monetarie divenuto negativo – e se il legislatore non interverrà a favorire imprenditori e dirigenti ed a legare le mani ai capitalisti ed a provocare reazioni contrarie ai fini da esso perseguiti; ed il capitale si dovrà contentare di remunerazioni che oggi parrebbero incredibilmente basse, in quel giorno sarà mutato, per questo motivo, qualcosa nella struttura della società economica? Si, nel senso di approssimare sempre più la realtà all’ipotesi astratta della libera concorrenza: differenziazione più accentuata fra le persone fisiche in possesso dei diversi fattori produttivi: gli uni possessori del fattore “impresa”, gli altri del fattore “direzione tecnica o commerciale od amministrativa”, gli altri del fattore “lavoro d’ordine” o “lavoro di sorveglianza e manovra delle macchine” o “lavoro manuale propriamente detto”, e finalmente, ma fuori dell’uscio, in atteggiamento sommesso, i possessori del fattore “capitale”. Anche se costoro giuridicamente parranno ancora essere i proprietari, anche se sarà conveniente conservare la finzione giuridica del loro diritto di proprietà, con relative deliberazioni di assemblee, la realtà economica sarà ed è già in notevole misura quella descritta. La ragione principale della necessità di conservare la finzione giuridica è che non è stato, finora, scoperto nessun congegno migliore per portare al sommo gli uomini capaci di esercitare il compito di imprenditori. Con occhio di lince i servi capitalisti sono atti a scoprire gli uomini valenti e probi a cui dare in commenda senz’obbligo di resa di conti i propri risparmi; laddove con altri strumenti, propri dell’economia regolata o socialistica, si scoprono sovratutto intriganti arrivisti malversatori e simile genia. Se a capo di talune grandissime imprese si trovano uomini né valenti né probi, il fatto a che cosa è dovuto? Al metodo di selezione proprio dell’economia di concorrenza od alla sua contaminazione con i metodi propri degli altri sistemi economici, i quali oggi vivono, in quasi tutti i paesi del mondo, mescolati al primo?

 

 

Se al metodo di scelta degli imprenditori e dei dirigenti oggi compiuta dai capitalisti non si vuole sostituire il metodo corruttore di scelta burocratica, nel leviatano statale, che cosa dobbiamo sostituirvi? La elezione in seno e per voto dei dirigenti o di questi insieme con le maestranze e con i fornitori di capitali? Se elezione vuol dire di fatto cooptazione da parte degli imprenditori in carica, il metodo è noto da tempo, e cioè sin dall’origine del sistema di economia di mercato, ed ha preso il nome di graduale elevazione dei migliori fra gli operai e gli impiegati al grado di dirigenti: salariati prima, cointeressati poi, associati in fine, con l’aggiunta della chiamata, in qualità di generi, in seno della famiglia dell’imprenditore. Se il legislatore non interviene a regolare quel che opera efficacemente solo se spontaneo ed a generalizzare quel che è particolare e diverso, anche in avvenire si faranno nuovi sperimenti di cooptazione e si perfezioneranno e si arricchiranno i modi di scelta della classe imprenditrice. L’arricchimento non vorrà dire distruzione del sistema di economia di mercato o di concorrenza; sarà invece rafforzamento di essa. Storicamente quel sistema non può trasformarsi da modello teorico in realtà viva ed operante se non grazie ad un processo non mai identico nel tempo e nello spazio di adattamento alla natura umana. L’imprenditore non vuole essere un puro imprenditore, ma tende al possesso del capitale o di parte di esso; il capitalista, il quale non sia una mera formica, desidera conservare il possesso fisico del suo risparmio e si compiace nel vederlo agire; l’impiegato e l’operaio, i quali sanno di valere qualcosa, non stanno contenti allo stipendio od al salario. Le leghe operaie, le unioni industriali, le varie maniere di interessenza dei lavoratori al prodotto dell’industria, i vari tipi di azioni, i corpi serrati di dirigenti specialisti padroni effettivi dell’impresa, i cui titolari sembra siano cifre anonime detti capitalisti, non sono forse, tutte queste, manifestazioni della repugnanza invincibile dell’uomo concreto a vestire i panni puri delle figure astratte create per necessità di analisi dell’economista? Questi, come è suo compito, scompone ed analizza. L’uomo storico ricompone e sintetizza; non mai però come pretenderebbero altri, che son dottrinari in cerca di tipi: il tipo del dirigente nella grande società per azioni o nel colossale consorzio, il tipo del funzionario nell’ente pubblico, il tipo del costruttore di piani e di ispettore o commissario nella economia regolata. L’uomo storico, come non si adatta ai modelli teorici degli economisti, così si ride dei tipi immaginati dai dottrinari.



[1] Questo articolo è la ristampa parziale di Economia di mercato e capitalista servo sciocco, «Rivista di storia economica», marzo-giugno 1943, pp. 38-46 [ndr].

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