Capitolo I – Alla vigilia della guerra

Tratto da:

La condotta economica e gli effetti sociali della guerra italiana

Data di pubblicazione: 01/01/1933

Capitolo I – Alla vigilia della guerra

La Condotta economica e gli effetti sociali della guerra italiana, Laterza, Bari – Yale University Press, New Haven, 1933, pp. 1-26

 

 

 

1. Mescolanza delle genti italiane ad opera delle città, dell’esercito e della scuola. – 2. Incremento della popolazione per migliori condizioni igieniche e trasformazione sociale prodotta dall’emigrazione nel mezzogiorno. – 3. Popolo di contadini aspirante alla proprietà. – 4. L’industria moderna tra un popolo di artigiani. – 5. Contrasto tra i pochi grandi interessi rumorosi ed il lavoro silenzioso della piccola e media industria. – 6. L’elevazione delle condizioni di vita dei lavoratori della terra e dell’industria. – 7. Scioperi ed agitazioni sociali. L’inizio dell’organizzazione, suo vigoreggiare e le prime scissioni. – 8. L’ascesa della economia italiana. L’abolizione del corso forzoso; la crisi viticola ed edilizia; i moti del 1898 e la fase di prosperità del primo decennio del nuovo secolo. – 9. La formazione della classe imprenditrice. Banchieri e speculatori. – 10. L’anno 1900: attimo felice nella storia della creazione di una nuova Italia. La libertà di lavoro e di associazione. – 11. La crisi del 1907 e la stanchezza dei contendenti. Desideri di accordi e di protezioni governative tra gli industriali; inflaccidimento della parte operaia e nuova politica di lotta, attraverso la pressione sullo stato. – 12. Tra un medio ceto ed un popolo di industriali, artigiani e contadini operosi, ma politicamente assenti ed i gruppi sparuti ma potenti degli industriali e degli operai organizzati, lo stato liberale è difeso, per tradizione, solo dallo stato maggiore amministrativo. – 13. Mirabile opera per la vittoria e mancata resistenza sociale: origine del contrasto.

 

 

1. – Quasi alla vigilia della guerra, compiendosi il cinquantenario della proclamazione dell’unità d’Italia, si riandò[1] il cammino percorso dal nuovo stato. Cresciuta, tra l’1 gennaio 1862 e l’11 giugno 1911 la popolazione da 25 a 35 milioni e la densità di essa da 87 a 121 abitanti per chilometro quadrato. Nelle campagne, pur meglio coltivate, scemavano di numero gli abitanti di 600 piccoli comuni nel 1871 in confronto al 1862, di 2144 nel 1881 rispetto al 1871, ed ancora di 1935 nel 1901 rispetto al 1891; ma le città con più di 20 mila abitanti, le quali ancora a mezzo il secolo XVIII erano rimaste a 26, suppergiù quante (24) erano alla metà del ‘500 e solo nel 1861 giungevano a 52, balzavano a 94 nel 1901. In esse si mescolavano genti di regioni diverse; e se nel 1911 nella media del regno su 1000 residenti in un comune 742 vi erano nati e 202 provenivano da altri comuni della stessa regione, 48 da altre regioni dello stato, ed 8 dall’estero, in Piemonte i forestieri erano rispettivamente 272, 54 e 15, in Lombardia 298, 58 e 10, in Liguria 163, 176 e 24. Erano sorti grandi centri cittadini, dove l’elemento forestiero era lievito alla mutazione del tipo locale, veri crogioli in cui si elaborava a poco a poco il tipo dell’ italiano, il quale col tempo avrebbe preso il posto dei vecchi tipi regionali. Il servizio militare obbligatorio fondeva i popoli della penisola; e così l’istruzione diffusa. Più nell’Alta Italia, dove nel Piemonte gli alfabeti, che già nel 1848 erano il 35% della popolazione, erano giunti nel 1911 al 91% se maschi ed all’87% se femmine degli abitanti al di là dei 6 anni; meno nel sud, dove in Sicilia gli alfabeti dal 9.8% della popolazione nel 1861 erano saliti nel 1911 al 47% se maschi ed al 37% se femmine degli abitanti oltre i 6 anni. Più dura conquista quella del mezzogiorno, perché s’era partiti da più basso.

 

 

2. – La popolazione cresceva rapidamente, nonostante la nuzialità fosse quasi stazionaria (7.9 matrimoni per mille abitanti nel 1872-75 e 7.4 nel 1911-14) e la natalità scemasse (da 36.8 a 31.7 per mille), perché l’igiene progredita, e le migliorate condizioni di vita avevano abbassato la mortalità dal 30.5 al 19.1 per mille abitanti. Troppa l’eccedenza, perché l’agricoltura e l’industria potessero assorbirla. L’emigrazione, la quale tra il 1872 ed il 1881 aveva oscillato fra i 96 ed i 141 mila individui all’anno, cresce impetuosamente a 204 mila nel decennio dal 1882 al 1891, a 307 mila nel 1892-901, a 603 mila nel 1902-911, ed a 688 mila nel triennio 1912-14.

 

 

Maschi in gran parte codesti emigranti: nell’ultimo triennio 558 mila contro 130 mila femmine.

 

 

Né le migrazioni interne dalle campagne alle città, né quelle in contrade straniere (e tra queste erano preferite le lontane, se nel triennio antebellico 399 mila avevano varcato gli oceani e solo 289 mila si erano indirizzati verso l’Europa ed i paesi mediterranei) significavano spopolamento delle campagne ed impoverimento della madre patria. La tecnica agricola progredita faceva sì che un numero proporzionatamente minore di rurali mantenesse una più alta popolazione totale, a cui era reso così possibile provvedere beni e servizi materiali e spirituali d’ordine superiore. La rarefazione della popolazione in alcune regioni meridionali ad economia arretrata, scrollava il predominio economico e politico di classi dirigenti talvolta ignave. Le rimesse di emigranti, che all’estero riuscivano a trarre dalla loro alacre opera guiderdoni in patria impensati ed il ritorno di alcuni di essi dopo che si erano arricchiti (negli anni dal 1902 al 1912 i rimpatriati salivano al 58% di quelli che erano emigrati nelle Americhe) erano cagione di nuova domanda di terre, di spezzamento di fondi troppo vasti, di risurrezione agricola e sociale. Tenace resistenza opponevano vecchie classi proprietarie al passaggio della terra nelle mani dei rimpatriati; sicché solo nelle vicinanze immediate dei grossi borghi meridionali che diconsi città, si moltiplicavano i giardini gli orti, i frutteti, gli oliveti forniti di nuove linde casette e facevano presagire anche nel mezzogiorno l’avvento di un numeroso ceto di proprietari coltivatori, saldo presidio di stabilità sociale.

 

 

3. – La emigrazione aveva, intanto, allargato ed accentuato l’aspetto forse più caratteristico dell’economia agricola italiana: la coesistenza dei tipi più diversi di utilizzazione del suolo, dal latifondo alla minuscola proprietà coltivatrice. «L’Italia agricola – scriveva nel 1884 Stefano Jacini – rivela una tale varietà di condizioni di fatto, che ben lungi dal costituire neanche fino ad un certo punto, una unità economica, si può ben dire che essa rifletta in sé, come nessun altro dei grandi paesi d’Europa, tutto ciò che vi è di più disparato in fatto di economia rurale, da Edimburgo e da Stoccolma a Smirne ed a Cadice: dal latifondo medioevale, utilizzato con la più primitiva grande coltivazione estensiva fino alla più perfezionata grande coltivazione intensiva; dalla piccola agricoltura spinta alle massime specializzazioni di prodotti alla piccola agricoltura applicata alla più svariata promiscuità di questi; dalla rendita di 5 lire per ettaro di terra coltivata fino ai proventi di 2.000 lire per ettaro»[2]. Durante il cinquantennio di vita nazionale unificata, gli italiani avevano seguitato a lottare contro la sterilità, che era il solo carattere veramente generale della loro terra. Paese di montagna è l’Italia, anzi di montagna dirupata ed inospite, con poca pianura conquistata, attraverso millenni di sforzi, alla palude ed alla malaria, e con colline instabili, nelle quali il terreno deve essere tenuto su con opere che sanno l’arte; paese arso dal sole, dove l’acqua deve essere distribuita accuratamente attraverso ad una minutissima rete di canali, e, se cade disordinata ed intempestiva, vuole prima essere raccolta in cisterne ed in laghi. Per opera dell’uomo dunque, assai più che della natura, si contemplano in Italia le più stupende marcite e risaie del mondo e giardini orti e frutteti tra i più opimi. Solo la virtù del lavoro aveva recato il prodotto annuo agrario e forestale della terra italiana dai 2.500 milioni di lire del 1862 ai 7.000 del 1911, non ostante che la popolazione agricola fosse cresciuta solo da 16.3 a 18 milioni in assoluto, scemando dal 75 al 57% di quella totale. Tra gli addetti alla fatica della terra numerosissimi i proprietari, i quali se non giungevano ai 6.933.000 denunciati dagli articoli di ruolo, pare non potessero star molto al di sotto dei 5 milioni, più d’un proprietario per ogni famiglia agricola. Saldissima sarebbe stata questa struttura della società se quasi i nove decimi di quei tanti proprietari non avessero dovuto contentarsi di non più che mezzo ettaro ognuno, neppure 3 milioni di ettari sui 22 del territorio agricolo nazionale[3]; e se perciò fuor dei terreni ad orto od a giardino di frutta, quei minuscoli proprietari non avessero dovuto ancora chiedere sussidio di mercede ad una minoranza di medi e grandi proprietari. Non dunque il quadro era, come in Francia, quello di una democrazia rurale proprietaria, ma piuttosto di un popolo di contadini, affezionato alla terra, desideroso di possederla o di possederne di più ed invidioso delle classi terriere; le quali ne detenevano ancora la maggior parte. Forse nel solo Piemonte il passaggio della terra dai «signori» ai «contadini» poteva dirsi compiuto, massimamente per l’opera utilissima condotta, con costi socialmente minimi, da ebrei negozianti in terre, e da loro imitatori cristiani[4]; e nel solo Piemonte la guerra non suscitò moti violenti di conquista della terra altrui o li suscitò solo nella bassa pianura irrigua delle risaie, dove per ragioni tecniche la terra non erasi potuta frammentare.

 

 

4. – Popolo di contadini proprietari od aspiranti alla proprietà della terra d’altri nelle campagne; popolo di artigiani con grandi ma non dominanti chiazze di proletariato nelle città. Quando l’Italia si unì a stato, era diffusissimo l’artigianato; e le industrie erano spesso costrette a raccattare il personale tra i rustici, aprendosi gli opifici al lavoro dal novembre al marzo, quando tacevano i lavori della campagna. In particolar guisa la filatura della seta era un accessorio dell’agricoltura, impiegando le donne ed i fanciulli dei contadini nei mesi dell’inverno. Meglio fornita di macchinario e di forza motrice, l’industria del cotone e quella meccanica avevano diggià i caratteri dell’industria moderna. Significativa[5] l’ascesa rapidissima nel numero degli opifici rilevati nei successivi censimenti: da 15.202 nel 1876 a 117.278 nel 1903 ed a 243.926 nel 1911. Di questi ben 160.496 erano imprese piccolissime, le quali non impiegavano alcun motore e non davano occupazione a più di 5 lavoranti compreso il proprietario. Le altre, per lo più situate nell’Italia settentrionale, disponevano tra i 2 ed i 250 cavalli dinamici, e tra i 25 ed i 250 operai ciascuna, appena 1.034 occupando più di 250 operai e 972 più di 250 cavalli dinamici. Modesti per dimensione, gli opifici del 1911 occupavano tuttavia 2.304.438 persone, ben più dei 534.524 rilevati nel 1903 e dei 388.306 del 1876; e tra gli occupati prevalevano gli uomini. Laddove questi nel 1876 arrivavano appena al 27% del numero totale delle persone impiegate, e nel 1903 al 32%, nel 1911 giungevano al 67%; ma le femmine scendevano invece dal 49% del 1876 e dal 54% del 1903 al 23% nel 1911, ed i fanciulli diminuivano dal 24 al 14 ed al 10%. Effetto in parte della progredita legislazione del lavoro, la quale aveva, col divieto del lavoro notturno e coi massimi di orario, grandemente limitato il vantaggio dell’impiego del lavoro delle donne e dei fanciulli.

 

 

Del progresso compiuto nelle industrie lungo il cinquantennio è indice l’incremento nella importazione del carbone che poco dopo il 1870 si aggirava solo sul milione di tonnellate:

nel 1881 superiamo i 2 milioni, nel 1900 siamo sui 5, nel 1913 tocchiamo quasi gli 11. Le caldaie a vapore che nel 1879 erano 4.459 con una superficie di riscaldamento di appena 66.758 metri quadrati, nel 1913 sono 36.111 con una superficie di riscaldamento di 989.430 metri quadrati.

 

 

Risale al 1882 il primo impianto termico, costruito a Milano a dar luce alle strade; e nel 1897 si rilevano quasi 2.000 officine destinate a fornire energia, per lo più nelle città, con una produzione di 16 milioni di kilowatt ora. Ma nel 1913-14 i milioni di kilowatt ora di energia elettrica consumata e tassata son 197, non tassata 2.115.

 

 

Per organizzarsi su più vasta scala le imprese ricorrono vieppiù alla forma di società anonima. Erano 379 nel 1863 con un capitale totale di 1.331 e medio di 3.52 milioni di lire. Nel 1890 sono 574 ed il capitale cresce in totale a 1.955 milioni, riducendosi a 3.42 milioni in media.

 

 

Dopo, il tipo della società anonima si diffonde rapidamente anche alle imprese di medie dimensioni; sicché il numero di esse sale nel 1913 a 3.069, ed il capitale totale a 5.643 milioni, ma il capitale medio si abbassa a 1.83 milioni di lire.

 

 

5. – Agricoltura ed industria, – accomunate dalla sovrapposizione di una minoranza di grandi industriali e di grandi proprietari ad un popolo variopinto di contadini coltivatori, di piccoli industriali e di artigiani, più invido di salire per avere assaporato il piacere della proprietà che smanioso di espropriare a vantaggio di gruppi di proletari, importanti solo qua e là, – erano tra di loro somiglianti per altra circostanza che nella storia di quel primo cinquantennio ebbe peso grandissimo e lo serbò di poi.

 

 

L’uomo della strada preoccupato dalle discussioni, talora violente, le quali avevano luogo sui giornali ed in Parlamento, poteva credere che la fortuna economica d’Italia dipendesse dal frumento, dalla siderurgia, dalla marina mercantile, dal cotone e dagli zuccheri, perché soltanto di frumento, di siderurgia, di cantieri navali, di cotone e di zucchero si discuteva. Ed infatti questi erano i rami in cui prevalevano gli interessi dei grandi proprietari del mezzogiorno, preoccupati dalla cultura frumentaria e dei grandi industriali del settentrione, i quali avevano avventurato capitali nelle industrie. Gli uni e gli altri avevano bisogno, per vivere, di commesse statali, di sussidi di navigazione, di dazi protettivi. Tra questi gruppi e tra le banche che ad essi fornivano i capitali, avevano luogo trattative di compromesso; ed essi dovevano accaparrarsi, per conseguire lo scopo, il favore dell’opinione pubblica colla stampa ed il voto del parlamento. Grande era il rumore che si faceva intorno a quegli interessi ed a quei compromessi. Frattanto la media e la minuta gente, la quale non poteva sperar di farsi sentire tant’alto, raccoglieva le briciole dei favori e delle protezioni che i gruppi potenti riuscivano a strappare allo stato; o si industriava a vivere nei campi trascurati dai grandi. Reca dessa dal 1890 al 1913 la produzione del marmo da 276 a 500 mila tonnellate e quella del porfido da 71 a 389 mila; dà opera nel 1911 a 40 mila opifici meccanici, piccoli quasi tutti, ma operosi; porta da 1.5 nel 1885 a 10 milioni di quintali nel 1910 la produzione dei perfosfati; trasforma in Sicilia l’agro cotto in citrato di calcio, di cui si esportano all’estero 40 mila quintali all’anno; e comincia con successo a produrre acido citrico. La produzione dell’acido tartarico iniziatasi nel 1870 giunge nel 1912 a 36 mila quintali all’anno. I medicinali occupano nel 1911 ben 388 imprese invece di 58 nel 1903. Un ardimentoso uomo inizia nel 1872 la industria della gomma elastica, che, dopo essere lentamente arrivata a manipolare 413 quintali di materia prima nel 1880, balza a 35 mila alla vigilia della guerra. Nelle industrie alimentari si elaborano i prodotti del suolo con successo: i pastifici meridionali riescono ad esportare nel 1913, 700 mila quintali di paste all’anno; ed i caseifici crescono i formaggi prodotti da 712 mila nel 1894 a 2569 mila quintali nel 1914 ed il burro da 159 a 500 mila quintali. Quanto ingigantisse la fabbricazione del cioccolatto, dei confetti, dei dolci è chiarito dall’aumento da 7.530 quintali nel 1870-74 a 27.100 nel 1909-14 dell’importazione del cacao. Le piccole imprese che vi sono addette crescono in numero da 876 a 3.117 tra il 1903 ed il 1911 ed il personale occupato da 7.719 a 23.547. Cresceva l’importazione del caffè, ma cresceva anche la produzione interna dei suoi surrogati da 87 quintali nel 1874 a 57 mila quintali nel 1909-13. La domanda di case più numerose e più ampie aumentava tra il 1870 ed il 1911 il numero degli occupati nelle fornaci da 50 a 84 mila; e tra il 1890 ed il 1911 la produzione della calce idraulica da 368 a 600 mila quintali, da 104 a 980 mila quella del cemento e da 265 a 382 mila quella del gesso. Sebbene non mancasse qualche stabilimento di gran nome, era diffusa in imprese personali di artigiani artisti la fabbricazione di maioliche ceramiche porcellane e gres, con 218 imprese occupanti 7.003 operai nel 1903, mentre nel 1911, 1.305 imprese davano lavoro a 17.620 operai. Diffusissima la lavorazione del legno, massimamente per l’attrezzamento e l’arredamento della casa: erano 7.792 nel 1903 e diventavano, anche per migliore rilevazione, 44.859 nel 1911; con un incremento nelle persone occupate da 52.356 a 188.489 e nei cavalli dinamici usati da 12.559 a 26.546. Crescono, tra le stesse date, da 213 a 418 i fabbricanti di strumenti musicali e di corde armoniche, e le persone occupate da 2.110 a 3.246. Fermo rimanendo il numero (520 nel 1876 e 531 nel 1911) delle fabbriche di cappelli di feltro, esse impiegano però 1.754 invece di 119 cavalli dinamici e 13.233 invece di 5.295 persone. In Alessandria, massimo centro di questa produzione, dove qualche marca era assurta a fama mondiale, si era passati da 300 operai e 600 cappelli quotidiani nel 1890 a 3.000 operai e 10 mila cappelli al giorno nel 1910.

 

 

Rapidissimo, negli ultimi anni dell’anteguerra, lo sviluppo dell’industria dei bottoni, grazie all’impiego del corozo, od avorio vegetale, passato tra il 1911 ed il 1913 da 25 a 135 mila quintali.

 

 

In queste ed altre ancor più, fortunatamente, inosservate maniere industriavansi molti a costruirsi pazientemente una modesta fortuna; e fornivano i tratti essenziali del quadro vario, ricco, spontaneo della economia italiana, messo in falsa luce da maniere ritardatarie, assonnate e parassitarie di industria, le quali a grandi grida volevano far credere che dalla loro dipendessero le sorti dell’Italia e vi riuscivano anche perché quello scarso proletariato contadino e cittadino, che tra noi era nato, concentravasi nelle zone a grande proprietà cerealicola e nelle industrie fortemente protette ed eccezionalmente accentrate: ed il suo scontento pareva lo scontento di tutti, ed i ceti governanti paventavano quasi solo i suoi moti. Chi guardava al di sopra delle apparenze rumorose e delle industrie fondamentali pure suscettive di vita indipendente, vedeva nell’avvenire profilarsi il volto di una democrazia rurale e cittadinesca, intenta a soddisfare bisogni non tipici e non grossolani, ma propri di una civiltà raffinata e progrediente, in imprese numerose sì da concedere ai proprietari dignità di vita indipendente, ed ai lavoranti agio di muoversi dall’una all’altra in cerca di condizioni migliori di vita e di possibilità di ascesa sociale.

 

 

Erano, per allora, segni dell’avvenire; ché frattanto le posizioni iniziali da cui l’Italia era partita per crearsi una struttura economica atta ai tempi erano meschine, grossi i prelievi dello stato per le pubbliche necessità, stentati i risparmi. L’ascesa era incominciata; ma l’aspra fatica del salire intorbidiva gli animi quando per l’appunto più ci si avvicinava alla meta.

 

 

6. – Lievito potente per l’elevazione della struttura economica nazionale, sopratutto in quella zona della grande industria e dell’agricoltura delle piane a vasti poderi che del progresso tecnico doveva essere pioniera, parve dovesse essere ed in parte fu il sobbollimento determinato dalla predicazione della nuova religione socialistica. I salari erano cresciuti, in verità, prima che quel vangelo fosse ascoltato e nei luoghi dove la parola nuova non era giunta. Assai basso il tenor di vita delle popolazioni agricole salariate prima della unificazione. Stefano Jacini assegna per il 1852 ai braccianti agricoli del Pavese un guadagno da 0,91 a 1,47 ed in media lire 1,15 al giorno, senza vitto; e da 0,75 a 1,25, in media 0,95 coll’aggiunta del vitto. Il Rota per la Lombardia e nello stesso torno di tempo valuta da lire 1,33 a 2,06 giornaliere il salario stesso, e da 0,89 a 1,14 quello invernale. Ancora verso il 1880 l’ing. Saglio reputava i braccianti pavesi non guadagnassero più di lire 300-350 l’anno. Nel 1904 nella stessa regione il salario medio giornaliero era salito a 1,40 al giorno, ed il Geisser ne calcolava l’aumento medio dal 1850 al 1900 dal 40 al 50%[6].

 

 

Arrigo Serpieri stima[7] che alla vigilia della guerra, dei 6.600 milioni di lire di reddito netto delle classi agricole italiane 350 spettassero allo stato ed agli enti locali, 2.350 milioni remunerassero il capitale terra, compreso in questo il costo delle migliorie permanenti, 1.000 il capitale di esercizio ed il lavoro di conduzione della terra, rimanendone 2.950 a prò dei lavoratori, i quali così ricevevano nell’Italia settentrionale e centrale un compenso di 440 lire per ogni unità lavoratrice, e di 242 lire per ogni unità consumatrice, e nell’Italia meridionale di 360 e 178 lire rispettivamente. Il tenue compenso era integrato da quella parte dei 2.300 milioni di reddito dominicale e dei 1.000 milioni di reddito industriale la quale spettava ai contadini che fossero anche proprietari coltivatori, e dalle rimesse ricevute dai figli o genitori emigrati all’estero[8]; e con esso, così integrato, i sobrii contadini meridionali si industriavano persino a risparmiare.

 

 

Salvatore Pugliese, il quale con diligentissimi ventennali studi riuscì, solo in Italia, ad esporre un quadro delle variazioni del tenor di vita del contadino per un lungo periodo di tempo[9] narra che, calcolata ai prezzi correnti nei successivi anni la quantità di casa, vitto e vestiti necessaria a soddisfare le necessità dell’esistenza secondo il frugalissimo tenor di vita dei primi anni del secolo presente, il lavoratore agricolo avanzava, nei primi 40 anni del secolo XVIII, una tenue somma, da 30 a 50 lire all’anno, per provvedere al mantenimento dei bambini incapaci di qualsiasi guadagno, alle malattie, ai funerali, ai matrimoni, ai battesimi, alle suppellettili di casa ed a tutte le altre imprevedibili eventualità della vita famigliare. Sebbene tenue ed eguale appena al 14-24% della spesa necessaria, quel margine tende a scomparire dopo il 1740, diventa negativo durante la rivoluzione e solo col 1830 ritorna. Nel 1831-40, a tenor di vita invariato, il contadino può destinare alle altre spese un margine del 19% della spesa necessaria (L. 57 all’anno); nel 1861-70 del 32% (L. 112), nel 1871-80 del 31% (L. 125), nel 1881-90 del 25% (L. 88), nel 1891-900 del 35% (L. 117), nel 1901-5 del 29 (L. 105). Col voltar del secolo, i contadini più non si acquetavano alle antiche miserabili paghe, ed il margine nel 1905-10 diventa del 55% (L. 217) e nel 1911-13 del 52% (L. 236 all’anno).

 

 

Più accentuato sembra sia stato l’aumento nei salari industriali. Il Geisser calcola[10] che i salari nominali siano cresciuti, tra il 1862 ed il 1903, dell’83% per le industrie tessili e per quelle chimiche, del 96% per le industrie della carta, e dall’82 al 115% per l’industria edilizia; e che, tenendo conto delle variazioni dei soli prezzi del frumento e del granturco, i salari reali siano aumentati ancor più: del 110% per gli operai tessili e chimici, del 154% per i cartai, e del 116% per gli edili. Un tentativo di numero indice generale dei salari reali segnala nel 1874 l’anno di inizio dell’ascesa e fa questa eguale al 123%.

 

 

Il miglioramento, a parere del Geisser, apparirebbe più accentuato, ove si fosse potuto tener conto del prezzo delle altre derrate e dei prodotti industriali di maggior consumo operaio, il cui rinvilio progressivo uguagliò o superò il rincaro delle pigioni, là dove questo si era verificato; e fu reso apprezzabile dalla diminuzione della durata giornaliera del lavoro, da un 1-12 ad 1-6 dell’orario antico e dalla maggiore continuità del lavoro durante l’anno.

 

 

7. – Le prime ascese nei salari operai e contadini non furono il frutto di agitazioni consapevoli. Pochi e sparsi gli scioperi delle industrie fino al 1900: 32 nel 1879, 101 nel 1888, 210 nel 1886, e 383 nel 1900; inferiore a 10.000 il numero degli scioperanti fino al 1883, ai 100.000 fino al 1900; appena 125.968 le giornate di lavoro perdute nel 1895, primo anno di rilevazione del dato ed ancora solo 231.590 nel 1899 con un salto a 1.152.503 e 1.113.535 nel 1896 e nel 1897 per lo sciopero delle trecciaiole toscane. Ancor meno numerosi gli scioperi nelle campagne, dove talvolta si scende all’unità (nel 1881 e nel 1896) con soli 100 scioperanti e si toccano eccezionalmente massimi di 62 scioperi nel 1885 (con 8.857 scioperanti per i 36 scioperi di cui si ha notizia adeguata) e di 36 nel 1898 con 24.135 scioperanti. Grandi furono perciò la stupefazione e l’ira nei ceti padronali, quando, col volgersi del secolo, gli scioperi industriali balzano a 1.042 nel 1901, a 1.299 nel 1906 ed a 1.891 nel 1907 che fu il massimo, quando il numero degli scioperanti sale a 327.113 e le giornate di lavoro perdute giunsero a 3.351.942. Dopo il 1907 la tempesta si acqueta: il numero degli scioperi industriali scende da 1.417 nel 1908 quasi continuamente a 782 nel 1914, il numero degli scioperanti oscilla fra un minimo di 141.988 nel 1909 ed un massimo di 384.103 nel 1914 – ma 200.000 scioperarono in quell’anno per simpatia – e quello delle giornate perdute sta sui 2 milioni, salvo una punta a 3.978.333 nel 1913.

 

 

Nell’agricoltura la fiammata fu più viva; ma anche si spense più rapidamente. Sono 629 gli scioperi nel 1901 con 22.985 scioperanti e 2.931.766 giornate perdute; e 221 nel 1902 con 146.592 scioperanti e 2.024.833 giornate perdute. Erano gli anni della riscossa delle classi lavoratrici agricole della pianura padana, che vollero liberarsi dalla vergogna dei salari di 75 centesimi al giorno per le donne e di 1,50 per gli uomini. Conseguito lo scopo, divenute più tollerabili le condizioni di vita, conquistato, come ci disse il Pugliese, un meno misero margine di spesa al di sopra dell’assolutamente necessario a non morire di fame, la tensione scema. Tra il 1903 ed il 1914 il numero degli scioperi oscilla tra un minimo di 47 nel 1903 ed un massimo di 377 nel 1907 e quello degli scioperanti tra un minimo di 22.507 ed un massimo di 254.131 negli stessi anni.

 

 

Del costo delle agitazioni operaie e contadine non si ha notizia esatta; che se per costo si intende, come si usa nelle statistiche ufficiali, il totale dei salari perduti, dei sussidi pagati e delle spese relative agli scioperi – ma la quasi totalità è data dai salari perduti – esso oscillò per le industrie, nell’ultimo decennio antebellico, fra un minimo di 2.247.982 lire nel 1905 ad un massimo di 15.307.784 lire nel 1913. Facendo a queste cifre congrua aggiunta per gli scioperi agricoli, si può forse asseverare che negli anni corsi dalle giornate del maggio 1898 di Milano sino al 1914, i salari perduti dagli operai e dai contadini a causa di sciopero non siano scesi al di sotto di 3 e non siano saliti al disopra di 20 milioni di lire all’anno. Prezzo per fermo non eccessivo pagato dalle classi più misere per conquistare una maggiore dignità di vita; e chi ricordi il clamore di discussioni che quei movimenti sociali suscitarono, i pericoli prognosticati di distruzione della proprietà e dell’industria, difficilmente può ora persuadersi che da così ovvie manifestazioni della libertà di dibattito delle cose del lavoro potesse venir fuori qualche pericolo di dissolvimento sociale.

 

 

Né il pericolo poteva nascere dall’agguerrirsi contemporaneo delle leghe dei lavoratori. Era un agguerrirsi lento e confacente al progresso dell’economia paesana. Le leghe dei lavoratori dell’industria erano bensì passate da 3.040 all’1 gennaio 1907 a 5.110 all’1 gennaio 1914; ma il numero dei lavoratori affiliati era cresciuto appena da 404.533 a 473.292, con i soliti alti e bassi occasionati dalle vittorie e dalle sconfitte del movimento, che sempre in ogni paese si sono osservate. Le leghe dei lavoratori della terra che erano 1.293 all’1 gennaio 1907 con 273.698 affiliati, balzano a 1.809 con 426.079 affiliati all’1 gennaio 1908; ma li si fermarono, sicché all’1 gennaio 1914, pur gonfiate in numero a 2.958, raggruppano non più di 488.705 organizzati.

 

 

Qualche improvvisazione si osserva, sopratutto nel campo industriale dove, fra il 1907 ed il 1911, il numero degli organizzati cresce più nel Veneto (da 17.561 a 24.119), nell’Emilia (da 50.035 ad 86.333), nella Toscana, nelle Marche, nell’Umbria e nel Lazio (da 57.891 ad 80.479), nel mezzogiorno (da 37.773 a 59.939), nella Sicilia (da 36.256 a 68.314) e nella Sardegna (da 2.213 a 9.528), che nel grande triangolo industriale del nord, dove la Lombardia passa lentamente da 70.248 a 79.112 organizzati, ma il Piemonte li vede ridursi da 55.706 a 41.047 e la Liguria da 38.750 a 24.421. La fiammata dell’entusiasmo prevaleva ancora sul lento lavorio di organizzazione; la propaganda da malcontento sulla volontà decisa all’elevazione futura col sacrificio lungo di quote settimanali. Più logica la distribuzione degli organizzati nell’agricoltura; pochissimi in Liguria (cresciuti tra le stesse date da 944 a 1.618) ed in Piemonte (rimasti stazionari fra 18.616 e 18.699) più numerosi nella Lombardia, dove passarono da 24.129 a 51.567 e nel Veneto (da 6.205 a 27.142), diventano falange nell’Emilia, dove tra i braccianti dei grandi territori di bonifica si reclutano sopratutto gli organizzati cresciuti da 115.194 a 201.809; né sono pochi nel centro (Toscana, Marche, Umbria e Lazio da 21.304 a 43.922), nel mezzogiorno (da 48.440 ad 84.055) ed in Sicilia (da 43.787 a 57.548), con un incremento cui dà esca la secolare lotta fra contadini senza terra e proprietari assenteisti.

 

 

La forza delle organizzazioni operaie e contadine, se era cresciuta dalle federazioni regionali, di cui nel 1914 si noverano 18 con 111.636 operai iscritti, era forse attenuata dalla affiliazione locale a camere del lavoro, di cui il numero quasi toccava il centinaio, e che alimentavano ribellioni e scismi contro gli organi centrali. La rivalità dei cattolici e dei nuovissimi sindacalisti, che i vecchi organizzati talvolta bollavano di gialli, frazionava ancor più le forze.

 

 

Il vecchio aggruppamento, che aveva tratto impulso dalla predicazione socialistica, raccoglieva nelle industrie all’1 gennaio 1914 ancora 399.271 su 473.292 organizzati, toccandone appena 40.009 alle leghe cattoliche e 34.012 a quelli che ufficialmente si dicevano indipendenti. I rossi erano meno forti tra i contadini con 282.731 organizzati su un totale di 488.705, sicché alle leghe cattoliche ne rimanevano 63.317 ed a quelle indipendenti 142.657. I rossi erano ancora prevalenti; ma, specie nell’agricoltura, cattolici e sindacalisti contrastavano vivamente il campo a coloro che erano stati i pionieri ed avrebbero voluto avere il monopolio del movimento operaio.

 

 

8. – L’ascesa dell’economia italiana era stata discontinua nell’ultimo cinquantennio. Dopo i primi due durissimi decenni dell’unificazione, segnalati per lo sforzo di Quintino Sella, grande ministro tassatore, a conseguire ad ogni costo il pareggio del bilancio statale, premessa necessaria ad ogni ascesa futura, una passeggera ondata di prosperità tra il 1881 ed il 1887 trasse occasione dai 644 milioni di oro del prestito per l’abolizione del corso forzoso, i quali agirono come da eccitante dell’economia italiana. La trasformazione delle Puglie da terra di olivi nella maggior vigna italiana, e la rinnovazione impetuosa e farraginosa di Napoli e di Roma furono i due avvenimenti di quell’epoca di prosperità. La rottura del trattato di commercio colla Francia nel 1887, la quale serrò il mercato francese ai viticoltori meridionali, e lo sfitto delle case di Roma, cresciuta più adagio delle speranze, ruppero l’incanto. Come è costume nostro la crisi non fu lasciata risolvere da sé, protraendola con provvidenze legislative e con aiuti degli istituti di emissione. Quegli anni dolorosi, memorandi per la caduta del Credito mobiliare, per gli scandali della Banca Romana, per la rovina di banche ed imprese edilizie e la forzata liquidazione di crediti fondiari, partorirono la dura revisione delle spese e delle imposte ad opera della compagnia della lesina Sonnino-Luzzatti, le leggi Giolitti per il risanamento degli istituti di emissione, la creazione della Banca d’Italia, la politica del piede di casa. Le giornate del maggio 1898 nelle Puglie ed a Milano, risultato, agli occhi dei partiti estremi, della insopportabile miseria del popolo, gittarono lo spavento nelle classi possidenti, alle quali parve di sentir tremare le fondamenta dell’edificio sociale. Non l’edificio crollava, ma dovevano dileguare vecchie abitudini di vita tranquilla di classi impari ai tempi nuovi. In un’atmosfera rinnovata, con la partecipazione di nuovi ceti di popolo bramosi di vivere, si iniziava invece in quell’anno un periodo di ascesa economica, durato quasi un decennio e culminato nell’eccitamento delle borse del 1905.

 

 

Quell’espansione ebbe un centro e fu l’industria automobilistica torinese sorta con la Fiat in pochi anni a rinomanza mondiale. Anche le industrie chimiche, meccaniche, cotoniere, elettriche, zuccheriere poterono fare appello al risparmio ed ingrandirsi, talvolta anche troppo per artificio di dazi.

 

 

9. – Venne su in quel torno di tempo nelle città – nelle campagne questa fu invece opera della guerra – una nuova classe imprenditrice, fornita di fresca energia; abbastanza rozza per le sue recenti origini artigiane, ma non priva di uomini venuti fuori dai ceti aristocratici e medi, che la ingentilivano alquanto e la trascinavano a fondersi a poco a poco con i ceti superiori. Crebbe sopratutto di importanza, in quella classe, il finanziere o promotore, pianta non ignota prima, ma non giunta alle dimensioni toccate in altri paesi. Nel crescere, la pianta assunse il color del tempo, che era quello germanico, il quale assai bene si attagliava del resto ad un paese novizio nelle imprese di gran lena. Gli sperimenti non fortunati compiuti nei cicli precedenti di attirare capitali ad istituti specializzati o direttamente all’industrie fecero preferire il tipo tedesco della banca raccoglitrice di fondi liquidi e dei risparmi del paese che essa destina poi non solo allo sconto di carta liquida rappresentativa del capitale circolante, ma anche a rifornire le imprese industriali di capitale d’impianto. La banca primeggiò sulle industrie, almeno su quelle che avevano maggior bisogno di capitali per espandersi ed a cui non bastava quello formato lentamente col risparmio dei proprietari. Talvolta si trattò di reciproco sano e fecondo appoggio; come per l’industria elettrica, divoratrice di milioni nei suoi impianti, che i risparmi dei vecchi azionisti non potevano fornire; e bisognosa di fusioni tra le numerose piccole imprese elettriche locali per costruire quel complesso di impianti ramificati per tutto il territorio nazionale ed indirizzati da pochi dirigenti, il quale è oggi una delle meraviglie dell’attrezzatura economica italiana. In altri campi, della siderurgia, dei cantieri navali, e della navigazione i rapporti tra banche ed industrie si innestarono su quelli che già facevano l’industria mancipia della protezione doganale e di forniture e sussidi statali. Essendo più sicuri e comodi i guadagni garantiti da regolari convenzioni marittime o da forniture ad enti pubblici o da divieti protezionistici di concorrenza estera, le banche erano tratte a favorire di più le industrie che di siffatte provvidenze si giovavano che non quelle le quali dovevano lottare liberamente per procacciarsi la clientela.

 

 

Ancor più agevoli parevano i guadagni da incremento dei valori capitali delle azioni, meritato guiderdone dei rischi corsi e delle iniziative e fatiche durate nelle imprese vecchie, fantasma speculativo nelle imprese nuove. Si cominciò tra il 1900 ed il 1905 a discorrere, tra gli iniziati, con avido dileggio, del «parco buoi» di ignari risparmiatori condotti al macello nelle anticamere delle borse, dove si agitava il gruppo di astuti promotori, fabbricanti di azioni di società, le quali dovevano ancora acquistare il terreno su cui sarebbe stato costruito lo stabilimento, in cui si sarebbero installate macchine, ancora da fabbricare, sorvegliate da operai che ancora attendevano a lavori rustici, diretti da ingegneri che ancora studiavano sui banchi della scuola mercé i quali operai ed ingegneri, macchine stabilimenti e terreni futuri si sarebbero fabbricate vetture automobili di marca non ancora sperimentata.

 

 

Fantasmagorie ben note nei mercati finanziari di Parigi di Londra e di Nuova York, ma nuove o quasi tra noi; sicché non potemmo opporre una reazione abbastanza vivace alla febbre speculativa, che ebbe presa sulla media e grossa borghesia cittadina. Furono sparsi allora i germi di quella mentalità inflazionistica che durante la guerra fu cagione di tanto scandalo e di tanto danno morale.

 

 

10. – A richiamare i ceti dirigenti industriali e proprietari dai facili sentieri dei favori governativi e delle protezioni al fecondo faticoso sforzo per una migliore organizzazione tecnica ed economica sotto il pungolo della concorrenza aperta dei rivali stranieri e delle richieste di elevazione dal basso, avrebbe giovato una maschia consapevole condotta delle organizzazioni operaie. Quando sulle calate del porto di Genova, nel 1900, la folla immensa dei lavoratori si levò a chiedere allo stato ed agli industriali il rispetto dei diritti elementari dell’uomo: la libertà di associarsi per contrattare le condizioni del lavoro, a parità assoluta cogli industriali, e quella di lavorare o abbandonare il lavoro, sembrò si iniziasse un’era nuova. Fu uno spettacolo stupendo che chi l’ha visto nella giovinezza ne serberà negli occhi incancellabile l’immagine. Quando le organizzazioni operaie, appena nate, batterono in brevi scioperi, minacciosi quasi soltanto per il numero dei partecipanti, gli imprenditori disuniti, stupefatti per l’assalto improvviso e più per la nuova imparzialità dello stato, il quale non interveniva coi carabinieri ad ammanettare i rivoltosi ed a trascinare i caporioni dinanzi ai magistrati, anche gli industriali furono costretti ad organizzarsi. Iniziatore un setaiolo francese divenuto italiano per interessi e sentimenti, il Craponne, la Lega industriale di Torino contrappose, prima in Italia, la schiera unita degli industriali a quella degli operai. Fu, nella storia del paese, un attimo, quando uomini venuti, in entrambi i campi, dal lavoro quotidiano della fabbrica, si guardarono negli occhi e si seppero capaci di creare una nuova Italia industriale ed agricola. Da quella fiammata di agitazioni, la quale accese tutta l’Italia tra il 1900 ed il 1905, nacquero l’ascensione delle classi lavoratrici ad un più umano tenor di vita, la coscienza degli imprenditori della propria forza di resistenza, i grandi progressi tecnici compiuti per la necessità di elidere il peso dei cresciuti salari e delle scemate ore di lavoro.

 

 

11. – Come in altri momenti felici nella storia, gli attori del dramma sociale del principio del secolo non ebbero coscienza della grandezza dell’opera compiuta, lottando ed incutendosi a vicenda rispetto. La lotta stanca ed i lottatori aspiravano, più che alla vittoria salda, che è diuturna fatica e sempre nuovo compromesso, alla vittoria piena, portatrice di felice profittevole tranquillità. In mezzo ad intraprenditori ed operai stupiti essi medesimi di essere stati capaci di affrontarsi ed anelanti ad un porto di rifugio, si scatena con violenza nel 1907 il ciclone economico addensatosi improvvisamente negli Stati Uniti e di là gittatosi nell’Europa. Si rompe l’ondata di prosperità e si inizia una depressione rassomigliante a quella in cui vent’anni prima si era spento il moto progressivo durato dal 1881 al 1887. Questa volta la crisi non ebbe aspetti tragici e ripercussioni sociali e politiche simili a quelle che avevano, allora, preso il nome di rotta di Adua, rinuncia africana, scandali bancari e giornate di maggio; la Banca d’Italia, ormai risanata, non dovette intervenire; la crisi automobilistica fu lasciata liquidare coi mezzi naturali del fallimento, che spazzarono via la fungaia delle imprese cartacee sorte intorno all’una più potente. Nelle altre industrie, nei cotoni, nella seta, nella siderurgia, negli zuccheri, nei concimi chimici gli anni dal 1908 al 1914 sono di assestamento e di concentramento. Molto si discorre di consorzi. Nel 1911 la Super si accorda con le cooperative facenti capo alla federazione italiana dei consorzi agrari e concentra la produzione di quasi tutte le fabbriche di superfosfati del settentrione.

 

 

Nel 1913 la Società ferro ed acciaio stipula un accordo con gli uffici di vendita tedesco, belga e francese, allo scopo di fissare il massimo delle importazioni tedesche in Italia e di limitare i ribassi speciali di prezzo che i tedeschi possono deliberare per l’Italia. L’accordo che da qualche anno, all’ombra dei dazi protettivi, durava nell’industria degli zuccheri, sta per essere rotto da un nuovo concorrente forestiero che a Pontelongo aveva impiantato zuccherificio e raffineria. Dopo breve violentissima lotta nel 1914 la Pontelongo è ammessa nell’unione, la quale si appresta tacitamente a trasportare nel tempo e all’estero l’eccesso di quasi 400 mila quintali della campagna del 1913. Più contrastato il tentativo di costituire un istituto cotoniero italiano, il quale avrebbe dovuto raggruppare filatori, tessitori e stampatori e, distribuendo il lavoro fra le ditte associate, regolare i prezzi e le condizioni di vendita. Strumento di salvezza per le troppe numerose imprese, grosse e piccole, sorte negli anni prosperi, mezzo per le banche fornitrici di capitali a liquidare le esposizioni pericolanti e speranza per i forti di evitare la scossa del fallimento dei deboli, il consorzio approdò nel 1913 solo per i filatori (3.9 milioni di fusi su 4.6) e soltanto a ridurre le giacenze con il fermo del lavoro per un giorno al mese. L’opposizione decisa dei tessitori e degli stampatori vietò si riuscisse ad un vero regolamento di prezzi a spese dei consumatori nazionali. Non si realizzò, per l’opposizione del parlamento, non ancora propenso a guardare indifferente al gitto del denaro pubblico, il proposito di costituire un istituto serico, volto a concedere credito di stato ad un’industria viziata dalla eccessiva facilità di trovare danaro a buone condizioni presso le banche. Una legge del 6 luglio 1912 si contentò di dar fondi per studi, servizi di informazioni, costituzione di magazzini generali di conservazione e vendita dei prodotti serici.

 

 

Mentre la parte padronale cercava negli accordi posti sotto l’egida statale un riparo contro l’avversa fortuna dei tempi ed i rudi colpi della riscossa operaia, un somigliante processo di inflaccidimento si osservava nella parte operaia. I conflitti del lavoro scemano di numero e di intensità, come già fu narrato; gli operai hanno il senso della sconfitta, di cui è indice ammonitore il crescere dei disoccupati. Talune significative circostanze accompagnano i conflitti. A Torino nel 1913 la Lega industriale, decisa pienamente a resistere, consente a qualche apparente miglioria di orario, perché il governo minaccia di estradizione il presidente della lega, signor Craponne, pur benemerito dell’industria italiana, perché straniero di nascita e lo forza a dimettersi. Gli uomini che restano a capo degli industriali non osano resistere apertamente al governo, uscito così dalla conclamata neutralità, perché troppi favori devono chiedere allo stato. A Milano, dall’aprile all’agosto 1913, si trascina a ripetizione, una confusa lotta nel campo automobilistico, metallurgico meccanico, estesa persino ai tranvieri; frutto della rivolta dei sindacalisti, usciti dalla folla rozza degli operai manuali ad accusare i vecchi organizzatori di infrollimento e di imborghesimento. Unico vittorioso, nel 1913, l’abilissimo capitano Giulietti, il quale conduce a gran fortuna la sua federazione della gente di mare, perché, uniti sotto una sola bandiera lo stato maggiore e gli equipaggi della marina mercantile, e scrollata così la disciplina di bordo, punta direttamente al cuore della resistenza coll’attaccare in primo luogo le compagnie sovvenzionate dallo stato per la gestione dei servizi regolari postali e commerciali. Ben sa l’astuto uomo che lo stato è incapace di resistere alla minaccia della sospensione di un servizio pubblico. Le compagnie sovvenzionate, dopo una mostra di resistenza, si affrettano a cedere quando lo stato si assume l’onere delle accresciute paghe. Tra la fine del 1913 ed i primi mesi del 1914, i minimi medesimi di paga si estendono alle compagnie transatlantiche a viaggi regolari. Soli resistono gli armatori liberi, non legati al carro dello stato; e la guerra sorprende le loro navi, del resto già pressoché inattive, in disarmo. Attraverso le effimere rivolte sindacaliste, gli episodi narrati provano l’affievolirsi dello spirito combattivo degli operai. I quali si affidano, per maggiori conquiste, più all’azione pubblica che alla resistenza viva. La conquista del potere, operata attraverso il partito socialista, doveva assicurare la pienezza dei tempi. Si preferisce premere sul governo per ottenere minimi di paga per la gente di mare ed equo trattamento per i ferrovieri, perché è più facile costringere il contribuente a pagare tributi piuttostoché il consumatore ad aumenti di prezzo. Si chiedono privilegi per gli appalti alle cooperative di braccianti; si fonda nel 1913, con l’apporto della Cassa nazionale di previdenza, delle casse di risparmio e della Banca d’Italia, enti pubblici meglio propensi a prestare orecchio a fattori politici, l’istituto nazionale di credito per la cooperazione. Municipalizzazioni e statizzazioni di servizi pubblici vengono in favore, sperandosi ragionevolmente di incontrare minore resistenza nelle industrie pubbliche che non in quelle che debbono, in libero mercato, tener le spese al limite dei prodotti. Unica resistenza quella derivante dalla impossibilità di crescer troppo il peso dei tributi a carico dell’artigianato, dei medi e piccoli proprietari, dei mezzadri e dei contadini non organizzati, degli industrianti e trafficanti posti altresì fuori della cerchia protetta da sussidi e da dazi.

 

 

12. – Questa era l’Italia economica e sociale d’innanzi guerra. Le tinte smorzate e le sfumature lievi non impediscono di scorgere il presagio degli sforzi che si ammirarono e dei contrasti che impaurirono durante e subito dopo la guerra. Un paese naturalmente povero, una gente laboriosa, attaccata alla terra ed alla proprietà, e forzata ad ascendere dalla invidia per quelli che stavano al disopra di essa, artigiani, industriali ed agricoltori accaniti a costruire e progredire, in gran parte senza aiuti di governo e di banche, operai e contadini i quali hanno imparato a lottare ed a innalzarsi, ed in mezzo a questa moltitudine di mediocri e piccoli, alcuni nuclei di grandi industriali collegati con banche, i quali hanno bisogno dell’aiuto pubblico per vivere ed insegnano la via della influenza sul potere a qualche gruppo scelto di operai. La moltitudine non ha colore vero politico, né ferme credenze sociali; non è plebaglia povera, la quale possa facilmente essere indotta a distruggere l’assetto sociale esistente; alla distruzione dissolvitrice opponendosi con la forza d’inerzia di coloro che per secoli hanno seguitato a vivere, a lavorare, a crearsi un piccolo posto al sole, sotto gli spagnoli, sotto i francesi, sotto i borboni, sotto gli austriaci. Non proletari strappati alla terra ed al mestiere; ma artigiani, ma contadini, ma negozianti ed industriali indipendenti, essi sono abituati a vivere, pagando i tributi legali, fuori e senza lo stato che essi ignorano, di cui non si sentono veramente parte.

 

 

Dello stato si occupano, allo stato fanno capo due soli gruppi, poco numerosi; degli industriali, compresi in questi i banchieri che forniscono capitali, e degli operai organizzati. I primi hanno dimenticato la antica fede liberale; ed i secondi hanno appresa quella socialistica, talvolta sotto la specie cattolico popolare. I governi si dicono liberali; ma in verità non sono, essendo il «liberalismo» divenuto sinonimo di vaghi ricordi patriottici riservati all’ultima ora dei banchetti commemorativi.

 

 

Parve si ritornasse alla pratica liberale verso il 1900 quando il governo, con stupore dei ceti dirigenti, cessò di combattere le leghe operaie e proclamò la sua neutralità nei conflitti del lavoro. Ma fu breve affermazione; ché subito fu sperimentata più facile la via delle inframmettenze politiche per assicurare un’apparente pace sociale ed equi compensi a coloro i quali avevano dovuto condiscendere. Tra i gruppi di minoranza, protezionistici e socialistici, tutti egualmente intenti a salire coll’aiuto dello stato, unica liberale una minima corrente dell’opinione pubblica, la cui forza stava, più che nella sua predicazione[11], nella povertà del paese. Lo stato maggiore della burocrazia finanziaria, valutando la difficoltà somma di estrarre tributi al popolo, metteva un freno potente alle velleità di intervento dello stato a pro’ di interessi privati. Ammaestrato dalla grande classe politica dell’epoca del risorgimento a dar opera in primo luogo alla costruzione della macchina statale, quello stato maggiore guardava con sospetto e gelosia alle spese le quali potevano metterne in pericolo la conservazione ed il lento perfezionamento. Esercito, marina, scuole, bonifiche, avevano ancora tanti bisogni, così imperfetto era ancora l’edificio, pur mirabile, creato in cinquant’anni di vita nazionale, che appariva follia l’avventurarsi in sperimenti costosi di limosine economiche e sociali. Gli uomini di governo della generazione giunta a maturità dopo il 1900 opponevano perciò alle minoranze che lo stato volevano assalire, non la forza dei principi liberali, che appena avevano a fior di labbra od avevano dimenticato o non mai imparato; ma quella di un certo solido buon senso confortato dallo stato di necessità. Coram latronem vacuus cantabit viator. Era tuttavia la loro una situazione posta in balia dei venti; e ben si vide, quando, scoppiata la guerra, i limiti allo spendere, nella infatuazione dei prestiti e delle emissioni cartacee, furono rimossi.

 

 

Accanto a sforzi meravigliosi per mutare la struttura economica del paese in relazione agli scopi di guerra e per conseguire la vittoria, vennero meno le resistenze opposte prima, per la visione esatta della scarsità dei mezzi disponibili, a chi voleva risolvere il proprio problema particolare attraverso lo stato. Al disordinato confuso arrembaggio alla fragile nave che portava il pubblico danaro non fu opposta alcuna resistenza, mancando nelle classi politiche qualsiasi radicata ideologia contraria, essendo assenti il medio ceto e le moltitudini, ed abituate troppo le minoranze attive di parte padronale e di parte operaia a guardare a Roma come alla fonte di ogni bene.

 

 

13. – Cinquant’anni di vita unitaria non erano bastati, dopo tre secoli di dominazioni straniere e di governi paterni, succeduti alle fazioni comunali, a creare un vero stato. Quello che esisteva, governato da uomini probi, eredi delle grandi tradizioni di una classe politica riuscita, tra l’indifferenza delle plebi, a compiere il miracolo del risorgimento, poté vincere la guerra.

 

 

Non poté superare il dopo guerra, perché mancava quella consapevolezza nei cittadini di essere parte dello stato, anzi di essere essi medesimi lo stato, che fa considerare ingiuria propria quella arrecata allo stato. Gli uomini che nel 1917, dopo la sciagura dell’Isonzo, seppero difendere sul Piave il suolo della patria invasa e vincere, perché videro famiglia casa e terra minacciate dalla forza esterna nemica, furono incapaci a vedere nei plutocrati assalitori del pubblico erario e delle banche e nei proletari invasori di terre e di fabbriche i nemici della cosa pubblica, ossia i nemici propri, ed attesero dallo stato la difesa. Ma lo stato, privo della forza intima, la quale viene dallo spontaneo consenso del popolo, non esisteva. Questa fu la sostanza della guerra. E questa importa ora narrare, per contrasto tra quel che di mirabile, nel campo economico, facemmo per vincere e lo sperimento vano di trasformazione sociale che innestammo sulla vittoria.

 

 



[1] Cinquant’anni di vita italiana. Pubblicazione fatta, sotto gli auspici del governo, dall’accademia dei Lincei. Tre voll., Milano, Hoepli, 1911. Importanti dal punto di vista economico statistico le monografie: di C.F. Ferraris su Le ferrovie, di R. Benini su La demografia italiana nell’ultimo cinquantennio, di Ghino Valenti su L’Italia agricola dal 1861 al 1911, di P. Carcano su Finanze e Tesoro, di F. Coletti su L’emigrazione italiana, di B. Stringher su Gli scambi con l’estero e la politica commerciale italiana dal 1860 al 1910.

[2] La cifra massima doveva già essere cresciuta avanti la guerra; e leggesi col resto del brano negli Atti della Giunta per la inchiesta agraria, vol. XV, «Relazione finale sui risultati dell’inchiesta», a p. 9. Sul cammino percorso di poi cfr. la monografia di Ghino Valenti contenuta nel citato Cinquantennio di vita italiana, e ripubblicata con aggiunte in Studi di politica agraria, Roma, 1914.

[3] Vincenzo Porri, L’evoluzione economica italiana nell’ultimo cinquantennio, Roma. 1926, pag. 22.

[4] La proporzione percentuale degli agricoltori proprietari sul totale della popolazione lavoratrice toccava appunto il massimo in Piemonte col 44,15%, a cui teneva dietro la Liguria col 41,26%. Cfr. per questi dati, di significazione tuttavia incertissima, il volume di questa raccolta di Arrigo Serpieri, La guerra e le classi rurali italiane, a p. 368. Sul passaggio della terra ai contadini in Piemonte cfr. L. Einaudi, Les formes et les transformations de l’économie agraire du Piémont, in Devenir social, avril 1897.

[5] Ma importa fare riserve particolari sulla comparabilità delle cifre, potendo darsi che molti artigiani esclusi dalla prima rilevazione siano stati compresi nelle più recenti. Cfr. l’eccellente volume già citato del Porri, anche per le cifre qui di seguito ricordate, a pp. 13-14.

[6] Secondo il Geisser, il Pavese sarebbe regione adatta alla valutazione dei salari; sia perché ricca di dati più antichi, sia perché meno soggetta a fattori perturbanti, come il sorgere di industrie, e l’accentuarsi della emigrazione temporanea. cfr. di Alberto Geisser, Cenni storici e statistici sui salari industriali in Italia nella seconda metà del secolo XIX, in appendice ad E. Caudelier, L’evoluzione economica nel secolo XIX, Roma, 1904, pp. 289-295.

[7] Nel volume di questa serie La guerra e le classi rurali italiane, p. 16 seg.

[8] Su 750 milioni di rimesse che gli emigranti ogni anno inviavano in patria ben 550 fluivano nelle campagne e di questi 350 milioni in quelle meridionali, dove perciò il reddito per ogni unità consumatrice saliva da 178 a 236. Per il calcolo della unità lavoratrice il Serpieri assume il lavoratore maschio ed adulto come unità, dimezzando invece le donne ed i giovani compresi tra i 10 ed i 18 anni. Per il calcolo delle unità consumatrici, assume uomini donne e giovani come unità, e dimezza i ragazzi di ambo i sessi al di sotto dei 10 anni.

[9] Dal 1700 al 1925, prima in Due secoli di vita agricola, Torino, 1908, e poi in Produzione, salari e redditi in una regione risicola italiana (il vercellese) in «Annali» di Economia, III, 1926-27, pp. 179 e 187.

[10] Geisser, loc. cit., p. 296.

[11] Una piena narrazione storica della vicenda di questa minima corrente di opinione si legge in A. De Viti De Marco, Un trentennio di lotte politiche (1894-1922) Roma, 1930, recensita dallo scrivente: Per la storia di un gruppo che non riuscì ad essere partito, in «La Riforma Sociale», 1931, pp. 309.

Torna su