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Corso di scienza delle finanze

Capitolo III – Per la ricerca della norma naturale della ripartizione delle imposte

Corso di scienza delle finanze, Tipografia E. Bono, Torino, 1914, pp. 234-251

 

 

 

204. Significato delle ricerche compiute nel presente capitolo. – Che cosa possiamo sostituire noi alle teorie criticate della ripartizione delle imposte? Dobbiamo chiaramente affermare che se una soluzione sotto tutti i rispetti soddisfacente non è stata trovata a parer nostro da altri, nemmeno noi presumiamo di averla rintracciata. Anzi le nozioni che svolgeremo in questo capitolo non hanno per iscopo di esporre una teoria della ripartizione delle imposte; ma unicamente di delineare le direttive secondo cui dovrebbe smoversi l’indagine da farsi per riuscire alla determinazione delle leggi regolatrici dell’imposta. Contribuenti notevoli furono recati a questo studio; ricordiamo le opere del Sax, del De Viti, del Mazzola già citate; a cui occorre aggiungere i notevoli studi contenuti nei volumi di Saggi del prof. Pantaleoni. Richiamando espressamente quando fu detto da questi insigni scrittori, si cercherà di fare una esposizione logica delle esigenze a cui dovrebbero, a parer nostro, ubbidire le indagini finanziarie per riuscire in futuro a dar frutti notevoli. È meglio confessare la difficoltà di esporre delle leggi regolatrici di certi fatti sinora rimasti intrattabili e misteriosi, che mettere innanzi come assodate teorie che devono ancora subire il saggio della critica. Chi vi parla ha esposto in una memoria intorno al concetto del reddito imponibile ed a un sistema di imposte sul reddito consumato quella che a lui sembra tecnicamente la teoria più adatta a risolvere il complesso quesito; ed i risultati a cui si giunse in quella memoria saranno esposti più tardi nel corso di queste lezioni. Ma ora si tratta di vedere se sia possibile di costruire una teoria più vasta dell’imposta, la quale armonizzi con le teorie dei prezzi privati e pubblici che sono esposte dalla scienza economica e furono dinanzi delineate.

 

 

205. la prima approssimazione. Ipotesi che esista una domanda attiva dei pubblici servizi. – A questo intento possiamo far l’ipotesi che lo Stato nello stabilire l’imposta si regoli secondo i principi secondo cui si stabilirebbero i prezzi per i servizi pubblici, se i privati facessero ciò che non fanno, ossia la domanda di questi pubblici servizi.

 

 

Supponiamo cioè che non esista la caratteristica dei bisogni pubblici, che è di essere indivisibili e consolidati. Si avverta, per evitare equivoci, che quando si parla nella presente parte di «pubblici servizi» si vuole parlare dei «pubblici servizi, proprii, improprii e spurii a cui si provvede per mezzo di imposte», escludendo cioè i servizi di cui già si parlò ed ai quali si provvede con prezzi pubblici, tasse e contributi. L’espressione abbreviata di «pubblici servizi» semplicemente si usa soltanto per evitare ogni volta una frase eccessivamente lunga.

 

 

Fatta questa premessa, notiamo che l’ipotesi che esista una domanda attiva di essi pubblici servigi è una ipotesi irreale, perché contraria al vero; ma non è didatticamente e logicamente illegittima. Per renderla legittima basta infatti supporre che gli uomini siano perfetti uomini economici, ed è questa l’ipotesi fondamentale che si fa nell’Economia Politica per poter esporre i principi e raggiungere dei risultati che siano in prima approssimazione corretti e logici. Ora, perché non sarà possibile di fare pure nella finanza un’ipotesi come quella che fa la economia, che cioè, anche di fronte ai beni pubblici esistano perfetti uomini economici? Che vuol dir ciò? Che se sono tali apprezzeranno l’utilità dei pubblici servizi e saranno disposti quindi a domandarli. Vedranno l’utilità del servizio della giustizia, della sicurezza, della difesa nazionale, ecc., e si disporranno a farne richiesta. Comprenderanno costoro che, se fossero egoisti a corte vedute, potrebbero fare a meno di pagare per i pubblici servizi, per il fatto che, essendo questi consolidati, lo Stato non potrebbe non renderli; ma operando da egoisti a larghe vedute, prevederanno essi gli effetti remoti del loro astenersi dal pagamento, l’importanza dello Stato a difenderli, ecc., ecc.; si disporranno perciò a pagare volontariamente l’imposta, ritenendo importanti e necessari tutti quei servizi pubblici. Se il supporre tutto ciò fosse assurdo, sarebbe assurda anche, e forse maggiormente, l’ipotesi dell’uomo economico perfetto. Costui, è notissimo, nella pratica non esiste. L’uomo sarà sempre un miscuglio di uomo economico, di uomo morale, di padre di famiglia, ecc., e sopratutte un impasto di ignoranza, di egoismo brutale e cicco tale da essere incapacissimo a fare quei calcoli che gli economisti fanno fare all’uomo economico. Eppure, la scienza economica, pur riconoscendo che l’uomo di solito è ben diverso dal tipo perfetto dell’uomo economico, di cui nella vita reale esistono pochissimo esemplari, ciò nonostante si fonda sul concetto dell’uomo economico come su di un concetto logico, necessario per costruire i primi principi della scienza, principi che via via potranno essere modificati per tener conto delle altre qualità dell’uomo.

 

 

È vero che la scienza economica più recente non parte più esclusivamente dal concetto dell’uomo economico puro; ma piuttosto dal concetto dell’equilibrio che si stabilisce sul mercato in conseguenza dell’azione e della reazione di molti fattori, di cui l’egoismo intelligente dell’uomo è uno solo. Ma è anche vero che, quasi senza volerlo, in economia pura l’equilibrio sul mercato in prima approssimazione si stabilisce supponendo tacitamente l’esistenza di uomini economici perfetti. L’ipotesi, cacciata dalla porta, ritorna dalla finestra. È uno strumento logico, di cui difficilmente si può fare a meno. Ammessa la sua utilità nella scienza economica, perché scandalizzarsi se si adopera lo stesso schema logico, irreale ma necessario, per la scienza finanziaria?

 

 

206. La distribuzione della ricchezza tra i beni in generale, (presenti e futuri). – Ora: se noi estendiamo anche alla finanza, ossia all’acquisto dei beni pubblici, la figura dell’uomo economico, troviamo che esso distribuirebbe la sua ricchezza tra beni pubblici e privati con quelle regole secondo cui la distribuzione la sua ricchezza tra i beni privati e secondo quello comprerà una certa quantità di ricchezza. Comincierà con quella ricchezza a soddisfare i bisogni più urgenti e soltanto dopo imprenderà a soddisfare quelli meno urgenti. Lo schema potrebbe essere il seguente:

 

 

 

Beni presenti

Beni futuri

 

A

B

C

D

M

N

I

10

II

9

9

III

8

8

8

8

IV

7

7

7

7

7

7

 

 

Sono A, B, C, D altrettanti beni che l’uomo può comprare al presente; siano M, N beni che l’uomo può acquistare in avvenire. Siano le unità di ognuno di questi beni tali che per ognuna di esse il prezzo sul mercato sia eguale, per esempio sia di 1 lire per unità. Vuol dire che per le merci di poco valore, si darà un quintale in cambio di 1 lira, per altre si darà un miriogramma, per altre 1 kilogramma, ecc., ecc. L’uomo ha dunque un certo numero di lire che costituiscono la sua ricchezza e che egli vuol spendere.

 

 

Egli comincierà evidentemente a spendere le sue lire nella compra delle merci che hanno un’importanza maggiore. Segniamo con un numero, che potrebbe essere chiamato indice di importanza, l’utilità delle singole unità dei beni. Così per il bene A una prima unità ha per il nostro compratore l’indice di importanza 10, una seconda 9, una terza 8, una quarta 7 e così via. Per il bene B, la prima unità ha un indice di importanza 9 (corrispondente all’indice di importanza della II dose del bene A); la seconda 8, ecc. La tabella oramai è chiara.

 

 

Se il nostro uomo ha una sola lira di ricchezza, che cosa comprerà? Evidentemente una unità del bene A, che per lui ha un’importanza come 10.

 

 

Sarà il pane, il vino od i libri, a seconda che è affamato, od ubriacone o studioso. Non comprerebbe certo una dose di B (importanza 9) o di C (importanza 8) o di D (importanza 7), perché evidentemente preferisce i beni più importanti.

 

 

Se ha tre lire, comprerà, una prima dose di A (importanza 10) ed una seconda dose di A (importanza 9), insieme con una prima dose di B (importanza 9).

 

 

Se ha 7 lire, comprerà tre dosi di A, due di B, una di C e una di M, in guisa sempre da cominciare dai beni più importanti e via via scendere ai meno importanti. In questo caso, fra i beni comperati vi è anche una dose di M, che è un bene futuro. Il che vuol dire che egli accantona, risparmia una lira per potere in un periodo futuro comperare M (ad esempio cure mediche durante una malattia che può sopravvenire) e il cui soddisfacimento egli considera come più importante (indice 8) che non il soddisfacimento di una quarta dose di A, o di una terza di B, o di una seconda di C, o di una prima di D, tutti beni presenti, i quali hanno però come indice di importanza 7.

 

 

Solo se l’uomo possederà 13 lire egli potrà comperare tutte le unità dei beni presenti e futuri che sono descritti nella nostra tabella. Egli non avrebbe convenienza a tralasciare N (importanza 7) per comperare ad esempio, una unità di P (non indicata nella tabella, il cui indice di importanza fosse 6; perché rinuncierebbe a 7 per avere 6.

 

 

È chiaro che quando l’uomo ha finito di distribuire le sue 13 lire tra i diversi beni presenti e futuri a lui più utili, egli ricaverà dall’ultima dose dei singoli beni da lui comperata, la medesima utilità 7. Il che si esprime dicendo che la ricchezza si distribuisce dall’uomo economico tra i diversi beni in guisa che la utilità finale della ricchezza sia eguale per tutti i beni.

 

 

L’esposizione ora fatta è puramente schematica ed indicativa; trattandosi solo di riassumere nella forma più semplice gli insegnamenti dovuto farsi in modo più complesso ed esatto, per far vedere come il prezzo in lire vari a seconda delle dosi che vengono sul mercato, dell’utilità che il compratore vi annetta, ecc., ecc. Ma, poiché ciò non era necessario alla susseguente dimostrazione, si preferì di rendere lo schema il più semplice possibile.

 

 

207. Applicazione ai beni pubblici. – L’acquisto dei beni pubblici non segue regole diverse. Noi possiamo appunto supporre che i beni C ed N siano bei pubblici. Questo vuol dire che l’individuo economico, non solo farà domanda di pane e di vestiti, perché questi beni hanno un certo pregio che l’induce a comperarli, ma siccome apprezza i beni pubblici come la giustizia, la sicurezza pubblica, la difesa nazionale, ecc., comprerà anche certe dosi di questi beni e nella proporzione ch’egli riterrà utile; e siccome prevede di aver bisogno di questi beni anche nel futuro farà un risparmio per poter provvedere non solo ai bisogni privati futuri ma anche ai bisogni pubblici futuri. Egli comprerà precisamente tante unità di beni pubblici quante corrispondono al loro indice d’importanza in confronto all’importanza dei beni privati.

 

 

208. Seconda approssimazione; delegazione ai rappresentati. – Senonché l’ipotesi che gli uomini facciano domanda di beni pubblici è, lo sappiamo, irreale. Occorre quindi fare un passo innanzi. Bisogna supporre che gli uomini, i quali, individualmente presi e abbandonati a sé stessi, non farebbero domanda di servizi pubblici perché nessuno si dispone a pagare un prezzo per un bene di che già gode (e noi sappiamo che i beni pubblici sono forniti dallo Stato, per il loro carattere del consolidamento, innanzi che il bisogno ne sorga) abbiano almeno la chiaroveggenza che è necessaria per provvedere ad evitare i dannosi e oramai risaputi effetti della loro indole neghittosa. Il tipo dell’uomo economico finanziario diventa già meno perfetto. Non occorre più che esso direttamente provveda al soddisfacimento dei suoi bisogni pubblici. Basta che egli sappia delegare alcuni rappresentanti (sovrano assoluto, camere rappresentative, gabinetti di ministri) i quali abbiano per compito di sostituirsi ai singoli nell’apprestare i mezzi necessari a soddisfare i bisogni pubblici dei singoli. I delegati però devono muoversi nell’ambito dei poteri che sono stati loro conferiti dai consociati, che han detto loro: noi siamo incapaci di sapere quante dosi di C abbisognano oggi e quante di N nel tempo futuro; deleghiamo voi a fare, per conto nostro, questa misura e nel modo stesso come la faremmo noi. Ora, ciascuno dei consociati farebbe domanda dei beni pubblici, se fosse perfetto uomo economico, a seconda dei propri mezzi; quindi colui che abbia soltanto 1 lira di ricchezza, quegli non farà domanda di beni pubblici e quindi neanche i delegati dovrebbero far ciò che egli non farebbe. Un altro che avesse tre lire di ricchezza né pur farebbe domanda di beni pubblici e comprerebbe soltanto A e B beni presenti privati.

 

 

Neppure per lui adunque ci sarebbe domanda; essa sorgerebbe soltanto nel caso di una ricchezza un po’ grande.

 

 

Quando questa fosse di 7, il contribuente sarebbe disposto a far domanda per una unità del bene pubblico presente C (indice di importanza 8) ed in questo caso i delegati dovrebbero fare per conto di lui la domanda.

 

 

209. Deviazione della regola: come queste deviazioni si possono immaginare anche per l’economia privata. – Certo questa è un’ipotesi che nella realtà subisce profonde modificazioni. Può darsi che i delegati agiscano con altri criteri, che non solo si sostituiscano al privato interpretando la domanda ch’egli farebbe secondo la sua ricchezza, ma si mettono in capo di valutare la domanda che Tizio farebbe se i beni pubblici non gli costassero nulla (il che significa che fossero regalati a lui e fatti pagare ad altri).

 

 

Supponiamo che Tizio abbia tre lire sole; certamente egli di sua volontà compera 2 dosi di A (importanza 10 e 9) e una dose di B (importanza 8); e non gli cade neppure per la mente di acquistare nemmeno una dose di C e di N (beni pubblici presenti e futuri), che hanno per lui un’importanza minore.

 

 

Ma se i delegati gli dicessero: Noi ti regaleremo C ed N facendoli pagare ad altri allora Tizio subito farebbe una gran domanda di C ed N, benché abbiano solo un’importanza di 8, 7, 6, magari di 5, 4, 3, 2, 1. A caval donato non si guarda in bocca.

 

 

Questo fatto accade veramente assai spesso. Ma in una prima approssimazione noi però possiamo supporre che i delegati non facciano che indovinare la domanda che farebbero i consociati quando fossero perfetti uomini economici; onde essi cercheranno di conoscere quale sia la composizione della società per classi di redditieri, quali i gusti di ognuna di esse, regolandosi in conformità nella ripartizione dei carichi collettivi. Poi in una seconda approssimazione si potrà vedere se questi delegati possano modificare un poco l’ipotesi da cui si è partiti, ossia supporre che Tizio che ha soltanto tre lire di ricchezza, abbia interesse ad avere dei beni pubblici, anche oltre a ciò ch’egli comprerebbe spontaneamente, supponendo che questi beni pubblici gli siano regalati. È un’ipotesi che in prima approssimazione si può trascurare; perché se fosse valida teoricamente, sarebbe valida in un numero di casi ben più grande di quello dei beni pubblici. Tizio ha 3 lire al giorno di ricchezza e fa perciò la domanda di un paio di scarpe all’anno; ma però se qualcuno gli dicesse: a te le faremo pagare, non 15 lire, ma il 5 il paio, qualcuno gli dicesse: a te le faremo pagare, non 15 lire, ma 5 il paio, ecco ch’egli farebbe domanda di un paio di scarpe ogni 6 mesi, invece che all’anno; se poi gli si regalassero, allora la sua richiesta di scarpe diverrebbe fortissima e così per qualunque altro bene.

 

 

Anche le leggi dell’economia privata in questa ipotesi muterebbero, in quanto che, se supponiamo che per coloro che hanno ricchezza piccolissima i beni vengano a diminuire grandemente di prezzo, allora si richiederebbero quantità straordinarie, non solo di beni pubblici, ma anche di beni privati.

 

 

210. A che cosa conduce l’ipotesi della fissazione dei prezzi secondo la legge dell’indifferenza. – Nella vita comune di prezzi sono invece fissati secondo la legge cosidetta di Jevons o legge della indifferenza. Tutti pagano lo stesso prezzo per un chilo di pane – nello stesso giorno – nella stessa bottega. Questa la situazione di fatto che risulta dalle più comuni constatazioni. Sembra ragionevole suppore che questa medesima condizione viga anche per i beni pubblici, che cioè i delegati che devono far la stima e la valutazione dell’utilità dei beni pubblici, agiscano né più né meno come farebbero i privati se fossero perfettamente liberi di agire rispetto ai beni pubblici come lo sono per quelli privati. Questa ipotesi può essere considerata come quella che più si avvicina all’ipotesi che si fa per tutti gli altri atti della vita economica, ed è quindi l’ipotesi in base a cui soltanto si può costruire una scienza. Fare ipotesi diverse (che i beni siano regalati agli uni e fatti pagare agli altri) può anche essere un’operazione immaginabile, ma non può condurre che a conclusioni arbitrarie e variabili.

 

 

Mentre invece l’ipotesi che i delegati abbiano a regolarsi secondo si regolerebbero i privati, in conformità alle regole comunemente da essi seguite, conduce ad una conclusione forse vaga, ma che almeno ha il merito di non essere arbitraria. La conclusione sarebbe questa; fedeli interpreti della presunta volontà dei loro rappresentanti, avvenire da parte dei singoli contribuenti in ragione della ricchezza da essi consacrata al consumo. È una conclusione vaga per fermo, ma che forse può servire come guida ai delegati bella determinazione dei servizi pubblici e nella ripartizione del loro costo tra i contribuenti. Chi dedica più ricchezza al consumo attuale e futuro, si suppone consumi non solo maggior copia di beni privati, ma anche di beni pubblici. Chi spende 1 lira di ricchezza, nulla acquista di beni pubblici, chi ne ha 7, ne compra una unità. Ciò secondo lo schema della tabella, il quale può variare.

 

 

Praticamente che cosa vuol dire ciò? Che le imposte trovano un limite; ed è nel giudizio che i singoli contribuenti o le classi di contribuenti fanno del peso delle imposte, in confronto alla somma che essi sarebbero disposti a spendere per avere i servizi pubblici che sono loro forniti e che essi ritengono vantaggiosi. Il criterio della equivalenza che abbiamo veduto fornire alla massa complessiva delle pubbliche spese, fornisce anche un limite al peso delle imposte che gravano sul singolo, e ciò attraverso al giudizio comparativo individuale che ognuno fa tra ciò che egli spende per beni privati e ciò che è costretto dai delegati a spendere pei beni pubblici. Il qual giudizio è fatto dagli uomini continuamente, sia quando vanno a pagare le imposte dirette agli sportelli delle esattorie, sia quando, comprando, ad es., un chilogramma di zucchero, confrontano i 50 centesimi che sono pagati per avere lo zucchero coi 70 che sono pagati, in quell’occasione, per avere beni pubblici e coi 30 che devono, pure in quell’occasione, spendere per mantenere, a quanto si usa dire, l’industria zuccheriera in Italia.

 

 

211. Difficoltà nella valutazione dei beni pubblici. – Queste considerazioni sembrano far ritenere ragionevole l’ipotesi che i delegati debbano, nel determinare l’importanza dei beni pubblici, e quindi le imposte, cercare di agire come avrebbero agito i privati. Questo divinare è certo un ufficio che presenta gravissime difficoltà dal momento che i consociati non fanno domanda dei servigi pubblici, anzi per così dire rimangono passivi di fronte ad essi. Trattasi di vedere in quelle proporzione sia il consumo dei beni pubblici rispetto al consumo dei beni privati; se i contribuenti intendano, tacitamente ed inconsapevolmente forse, ma intendano spendere per i beni pubblici una proporzione uguale al 10 o al 20%, o pure solo al 5 o 6% della loro spesa totale; e se queste proporzioni vicino per le diverse categorie di contribuenti.

 

 

Il calcolo dell’importanza relativa di certe spese può essere però facilmente fatta. Così per il pane, per i vestiti; ed altri beni privati si sono infatti studiati molti bilanci di famiglie operaie, d’impiegati e di ricchi per vedere quanto, nelle diverse categorie, vien destinato al soddisfacimento dei bisogni privati. Di guisa che, fatto un bilancio, possiamo fare una media per sapere quanto dai singoli è stato speso per i vari bisogni privati. Invece per i bisogni pubblici dobbiamo andare per via d’induzione indiretta. Poco sapendo, bisogna soltanto indicare quale metodo dovrebbe essere tenuto per risarcire a sapere qualcosa.

 

 

212. L’induzione storica nella valutazione dei beni pubblici. – Una ricerca che potrebbe fornire certi lumi, quando si potesse fare correttamente, sarebbe l’induzione storica. Supponiamo che da un periodo ad un’altro un aumento costante per le spese pubbliche: che ciò in un periodo A ci sia in uno Stato una quantità di spese pubbliche calcolate a un miliardo di lire, essendo il reddito totale di 10 miliardi; avremo allora il 10% di spese per i beni pubblici e il 90% per i beni privati; se in un periodo B vediamo il reddito totale passato da 10 a 15 miliardi, cioè la ricchezza totale del paese accresciuta e le spese pubbliche passate da un miliardo ad un miliardo e mezzo, concluderemo che mentre aumentava in certa proporzione il reddito privato, s’accresceva in proporzione uguali la spesa per i beni pubblici. Se non sono avvenuti fenomeni perturbatori, potremo dire che le spese pubbliche sono aumentate in quel caso parallelamente alla ricchezza privata e che i consociati hanno destinata costantemente la stessa proporzione di ricchezza ai beni pubblici. In questo passaggio da uno stato più povero ad uno più ricco si sarebbe conservata sempre la medesima valutazione percentuale dei beni pubblici. Si avrebbe invece un argomento per dimostrare che le spese pubbliche non crescono in proporzione di quelle per i beni privati se, dopo l’aumento del reddito totale da 10 a 15 milioni, vedessimo che le spese pubbliche sono aumentate soltanto da 1 miliardo ad 1 miliardo e 200 milioni. Si potrebbe forse allora concludere che i beni pubblici sono simili ai beni privati fondamentali, come sarebbero quelli del cibi e dei vestiti, il cui consumo non cresce nella stessa misura percentuale del reddito, ma anzi dopo un certo limite si può dire che resti stazionario, andando l’aumento del reddito a soddisfazione di bisogni più elevati.

 

 

Se si ottenesse invece il risultato, che, passando la ricchezza di uno Stato da 10 a 15, le spese pubbliche sono aumentate da 1 miliardo a 2 miliardi, in guisa da raggiungere la proporzione del 13 o 14%: sembrerebbe non irragionevole la conclusione che i beni pubblici sono tanto più apprezzati quando più cresce la ricchezza dei contribuenti.

 

 

Tutto questo potrebbe darei l’induzione storica se non si fosse ostacolati da gravi inconvenienti; in quanto si tratta di paragonare quantità influenzate da moltissime altre circostanze. Perché il calcolo si possa fare in maniera esatta e utile, sarebbe necessario che non fossero intervenuti fatti straordinari, perché, se dal periodo A al periodo B s’è verificata una grande guerra nazionale, allora l’aumento delle spese pubbliche può magari esser stato assai forte, ma si trattava di casi eccezionali in cui i cittadini per difendere la patria hanno ritenuto opportuno di fare grandissimi sacrifici; passato il pericolo, la percentuale potrà di nuovo scemare. Sarebbe illogico paragonare le spese della Francia nel 1869 con quella del 1871. Si vedrebbe uno sbilancio fortissimo; invece il confronto si può fare dal 69 all’80, quando le condizioni si erano di nuovo rassettate quasi normalmente.

 

 

Sarebbe poi necessario, perché non fosse erroneo il confronto fra vari periodo, che in essi non si fossero verificati grandi mutazioni nelle classi sociali al potere: perché se nel periodo A era al potere il ceto della borghesia volonterosa di risparmiare e nel periodo B invece è al portatore un partito militare aristocratico, disposto a spendere assai, si vedrebbe un aumento; ma non sarebbe aumento normale.

 

 

Bisogna inoltre badare alla omogeneità tecnica delle cifre paragonate; essendo assurdo di paragonare le cifre di uno Stato feudale, in cui molte spese pubbliche erano direttamente sopportate dai vassalli, che si armavano e si equipaggiavano e si nutrivano per proprio conto, a quelle di uno Stato moderno, in cui le spese di guerra sono tutte sostenute dall’erario pubblico. Sarebbe assurdo paragonare due epoche, nell’una delle quali il grosso dei servigi pubblici è fornito dallo Stato, mentre nell’altra i municipi hanno acquistato grande importanza, molto maggiore di prima e soddisfano essi a molti bisogni, a cui prima provvedevano imprese private.

 

 

Ecco quindi come un’induzione storica può condurre a risultati erronei quando si scelgano date poco opportune. Le statistiche possono scrivere a qualunque dimostrazione quando non si correggano le cause di perturbazione.

 

 

213. Esemplificazione della induzione storica. – Daremo ora alcune statistiche intorno alla percentuale delle spese pubbliche in confronto ai redditi complessivi di tutti i cittadini del paese. Non si pretende menomamente che queste cifre abbiano un valore probatorio. Si adducono, in mancanza di meglio, a segnalare l’importanza di fare ricerche serie in questo campo. Un paese che ci dà un’idea approssimativa di questa variazioni è la Svezia, per alcuni motivi essenziali; grandi non vi accaddero nel secolo XIX; nel secolo XVIII partecipò, è vero, alle grandi guerre europee, ma dopo non più ad alcuna; non si sono verificate grandi lotte sociali né perturbazioni di classe; quindi è un paese abbastanza tipico dal punto di vista della compagine sociale sia interna che esterna.

 

 

Se noi consideriamo le spese pubbliche e le paragoniamo con le entrate, osserviamo questi fatti: dal 1866 al 1870 il reddito medio per abitante era calcolato in 66 corone, le spese dello Stato in 11 corone per contribuente, di guisa che la percentuale delle spese pubbliche per ogni contribuente in confronto del reddito complessivo era del 16.66 per cento. Nel 1875 il reddito era di 81 corone, le spese dello Stato di 15 corone, la percentuale del 16.05 per cento. Nel 1880 il reddito del contribuente di 97 corone, le spese dello Stato 17 corone, la percentuale del 17.52 per cento. Nel 1881-85: reddito medio 109, spese dello Stato 17, percentuale 15.60 per cento. Nel 1885-90: reddito medio 118, spese di Stato 19, percentuale 16.10 per cento. Nel 1891-95, reddito medio 134, spese di Stato 21, percentuale 15.67 per cento. Nel 1900/905 reddito medio 167, spese di Stato 25, percentuale 15 per cento. Nell’ultimo mezzo secolo non pare adunque che si siano verificati grandi spostamenti nella valutazione dei pubblici servizi.

 

 

Mentre il reddito passò da 66 a 167, e cioè ebbe un aumento del 130 per cento, non varia la valutazione proporzionale dei beni pubblici; sembra che per quel popolo i beni pubblici siano quasi un’ombra di beni privati e che non sia possibile fare un consumo di beni privati se non se ne fa non corrispondente di beni pubblici. Diciamo sembra perché bisognerebbe sapere troppe cose, che non si sanno o si sanno male, per trarre dai dati una conclusione precisa: l’importanza delle spese locali, il significato delle cifre di reddito a testa di abitante, che cosa si intenda per reddito precisamente, ecc. ecc.

 

 

Prendiamo ora l’esempio dall’Inghilterra: i dati rimontano a due secoli addietro. Noi possediamo queste cifre in milioni di sterline:

 

 

1700: reddito totale:

55

Spese di Stato

5.3

percentuale

9.63%

1774 reddito totale:

150

Spese di Stato

12.4

percentuale

8.03%

1815/20 reddito totale:

350

Spese di Stato

78

percentuale

22.30%

1868/70 reddito totale:

860

Spese di Stato

70

percentuale

8.13%

1891 reddito totale:

1.611

Spese di Stato

94

percentuale

5.83%

1910 reddito totale:

2.400

Spese di Stato

155

percentuale

6.45%

 

 

A parte l’aumento dell’8 al 22%, verificatosi al principio del secolo XIX in conseguenza delle grandi guerre napoleoniche, quando di interessi del debito erano di 20 milioni di sterline, noi vediamo che nell’Inghilterra v’è piuttosto una tendenza verso la diminuzione nella importanza relativa delle spese pubbliche. Mentre nel 1700 l’importanza dei beni pubblici pareva valutata intorno al 10%, nel 900 scende ad una valutazione che si aggira intorno al 6 o 7 per cento.

 

 

In Francia un fenomeno consimile si è verificato:

 

  1791 1879 1900
Reddito totale

2.500

10.700

22.500

Spese di Stato

475

2.760

3.500

%

19

25.70

15.50

 

 

Di guisa che si potrebbe ritenere che anche in Francia la percentuale sia un poco diminuita. Con le statistiche del 1910 si potrebbe forse ritenere che si sia verificato un leggere incremento nella percentuale, di guisa da ripristinarla al 17 o al 18% perché essendo venuti al potere i radico socialisti, fecero grandi pubbliche per favorire le proprie clientele.

 

 

Da questi tre esempi si potrebbe giungere alla conclusione che non ci sia una tendenza spiccata né all’aumento, né alla diminuzione rispetto alla valutazione che i privati fanno dei beni pubblici. Per l’Inghilterra pare si sia verificato un certo minore apprezzamento dei beni pubblici col crescere della ricchezza. Tutto ciò è molto ipotetico, è più una suggestione per più elaborate ricerche, che in uno scorcio di lezione non si possono intraprendere, che una conclusione precisa. Molte cosa bisognerebbe sapere: come variò il valore della moneta? quali forono le spese pubbliche degli enti locali, quale il significato delle cifre di reddito? Nelle spese di Stato sono comprese le sole spese a cui si sopperisce con imposte ed anche quelle a cui si sopperisce con prezzi privati, pubblici, tasse, contributi?

 

 

L’unica conclusione la quale non sembra del tutto senza fondamento pare sia questa: che col crescere della ricchezza, non pare sia cresciuta la quota proporzionale di essa che è destinata a servigi pubblici. La pressione tributaria non cresce col progredire in ricchezza dei popoli. Certo bisognerebbe, per ottenere risultati precisi, fare induzioni storiche più vaste e condotte con metodo veramente critico. La misurazione storica della pressione tributaria è una delle indagini più importanti che possa tentare i cultori della statistica.

 

 

214. La riprova razionale. – Passando a considerazioni razionali intorno all’importanza relativa dei beni pubblici e dei beni privati, sembra poco probabile che i privati siano portati dal crescere della loro fortuna a spendere una parte maggiore della loro ricchezza per comperare beni pubblici, in quantoché i beni pubblici per essere chiesti in percentuali crescenti dovrebbero essere beni di natura più elevata e più raffinata ch’essi non siano. Chi diviene più ricco compra cibi migliori, i più raffinati, e quando la sua educazione si accresca, egli si volgerà a comprare molti altri beni e servizi vari cui prima non pensava. Ora è difficile che il privato trovi nei beni pubblici tanto godimento che lo spinga a comperarne una quantità maggiore, in proporzione dell’accresciuta ricchezza, appunto perché essi beni pubblici non hanno quelle caratteristiche di indefinita perfettibilità che hanno i beni privati.

 

 

Quali sono mai le spese pubbliche di Stato che si presentino in maniera da essere desiderate indefinitamente in maggior misura? Forse la difesa della vita, dei beni, del territorio nazionale, l’aumento della propria coltura a mezzo degli stabilimenti pubblici di istruzione? Non sembra.

 

 

I beni pubblici hanno piuttosto un carattere di condizionabilità al soddisfacimento di bisogni privati superiori; e quindi seguono come l’ombra e non precedono i bisogni privati. È vero che gli uomini di governo hanno grande fantasia nell’escogitare spese pubbliche, ben sovente inutilissime, eccitati talora, e non soltanto in Italia dalla stampa che trova bello, utile, interessante, segno di progresso civile, tutto ciò che si fa col denaro degli altri, e che è pagato dai contribuenti. Le spese militari, sociali, dei bilanci che si dicono della guerra e della pace sociale, crescono a dismisura, non di rado oltre misura. Ma per quanto la fantasia degli uomini di governo sia grande nell’escogitare spese inutili non solo militari, ma anche sociali, essa non giungerà mai all’altezza a cui tocca la fantasia dei privati nello spendere il proprio denaro e nell’inventare dei nuovi bisogni da soddisfare.

 

 

Le classi sociali meno elevate spendono somme enormi in bevande alcooliche – somme di miliardi che in molti paesi sarebbero sufficienti a raddoppiare le spese pubbliche. Centinaia di milioni vengono consumati in tabacchi. Le classi più ricche, oltre che in questi modi, buttano via i denari in cene, balli, ecc. Purtroppo la virtù della previdenza è molto rara; ed è diffusissima la sete dei godimenti presenti. È ben difficile perciò che la percentuale che i contribuenti sono disposti a destinare ai beni pubblici, sia una percentuale crescente col crescere della ricchezza. I beni pubblici non fanno mai appello alla immaginazione degli individui e sono di loro natura fondamentalmente grossolani.

 

 

215. Conclusione. Come sia probabile un consumo proporzionalmente costante di beni pubblici in rapporto ai consumi privati. – Quel che si può tutt’al più dire è che, passando da uno stadio all’altro della ricchezza, col migliorare delle condizioni economiche, gli uomini sono disposti a pagare per i beni pubblici una certa percentuale costante, ma non una percentuale crescente. Costante nel senso che i beni pubblici siano considerati come una condizione necessaria per godere dei beni privati. Chi non ha ricchezza e vive del proprio lavoro ottenendone reddito modesto, per esempio 2.000 lire, avrà bisogno, per esempio di 200 lire di beni pubblici per soddisfare alla difesa della propria vita, alla giustizia di fronte ai potenti, alla educazione. A chi ha una certa ricchezza e nello stesso tempo lavora, traendo un reddito complessivo da ambe le fronti 10.000 lire, non avrà abbastanza di 200 lire, come l’altro, di beni pubblici, perché egli vorrà, oltre alla tutela della propria persona, altresì la tutela dei propri beni, desidererà una istruzione più raffinata, vivrà in strade meglio illuminante, pavimentate, ecc. Comprerà, ad esempio 1.000 lire di beni pubblici. Chi è ricco ed ha 100.000 lire di reddito acquisterà maggior copia di beni pubblici perché egli ha bisogno di protezione alla sua persona in molti luoghi (città, montagna, mare, campagna, durante i viaggi), perché la maggior copia di beni da proteggere contro i furfanti e contro la possibilità di contribuzioni di guerra imposte da invasori stranieri; perché i suoi bisogni di educazione e d’istruzione sono crescenti. Forse sarà troppo di dire che egli compererebbe 10.000 lire di beni pubblici. Ma la proporzione costante è un criterio che si può adottare come la mano arbitraria: 1.) perché la proporzione crescente non sembra conforme a realtà; 2.) perché una proporzione decrescente lascerebbe campo a dubbi intorno al saggio della decrescente. Nel dubbio è meglio attenersi all’uguale proporzione.

 

 

216. Deviazione dalla regola ivi esposta. – Errerebbe grandemente però chi ritenesse che le imposte siano effettivamente sempre ripartite nella maniera ora descritta. Come i pochissimi dati citati nel discorso della induzione storica provano, la regola della proporzionalità costante è una pura legge di tendenza. Come il mare ha un livello teorico che in realtà non esiste mai, perché mai, perché è continuamente mutato da onde, merce, correnti, tempeste ecc.; così le imposte sembrano tendere ad avere il livello costante che s’è detto in confronto alle spese che gli uomini fanno per scopi privati. Sembrano tendere; ma l’ignoranza in che i delegati sono rispetto ai reali desideri dei loro rappresentati, la spinta ad abusare del loro potere, la formazione di gruppi burocratici che vivono dell’accertamento delle spese pubbliche, il prevalere al potere di classi i cui interessi non combaciano coll’interesse dell’universale possono fare sì che l’imposta reale devii grandemente dall’imposta tendenziale. E la deviazione può durare lungo tempo; anzi per secoli magari, se la deviazione ha dimensioni che non riescano troppo fastidiose ed aggressive per i contribuenti.

 

 

217. Reazioni che si verificano quando i delegati si allontano troppo dalla imposta tendenziale. – Ad un certo punto però, se ha deviazione è troppo forte, sorgono molteplici forze di reazioni, le quali tendono a ristabilire la condizione di cose conforme a quella naturale suddescritta, quando i delegati od il sovrano troppo se ne allontanano. Certo le reazioni non si manifestano subito. Si possono violare le leggi naturali senza suscitare molte residenze, perché coloro che le violano hanno in mano la forza del potere; ma se cominciano a violarle troppo, anche il potere non basta e la reazione comincia.

 

 

218. a) Il brontolio dei contribuenti. – La reazione ha il suo inizio col brontolare che fanno i contribuenti quando pagando le imposte, si accorgono di dover spendere troppo in confronto a quello che loro resta per soddisfare ai loro altri bisogni. Il brontolio è sommesso quando i delegati hanno esagerato poco diventa causa di linguaggio più irritato, quando il contribuente deve rinunciare a qualche consumo a lui necessario.

 

 

219. b) Ricerca dei mezzi di resistenza. – Poi dal brontolio si passa alla ricerca dei mezzi di resistere al peso eccessivo. Come il consumatore cambia bottega o genere consumato quando un negoziante glie lo fa pagare troppo caro e glie lo dà cattivo; così il contribuente pensa ai mezzi per ovviare all’inconveniente di dovere pagare una somma ritenuta eccessiva e non corrispondente a quella quantità di beni pubblici che egli reputa esser necessario di dover adattarsi a comperare per tener salda la organizzazione sociale. Il legislatore e il costume gli dicono che bisogna pagare imposte. Ma sorgono i giornali, i tributi degli oppressi e gli dicono che egli paga troppo e magari gli insegnano le vie di pagar meno. In questo stadio non siano ancora giunti alla reazione. Siamo nel periodo della preparazione. Giornali, opuscoli, fogli volanti, partiti politici vanno a gara a spiegare al popolo o a talune classi del popolo il diritto di pagare di meno.

 

 

220. c) La frode fiscale. – Diverse poi sono le vie con cui la tendenza, così fomentata, a reagire contro un malo giudizio dei delegati si manifesta. La più semplice è la frode fiscale. Si occultano i redditi, i capitali o i consumi che il fisco vorrebbe colpire. L’occultamento non ha grande stimolo a verificarsi finché il contribuente creda di acquistare una somma equa di beni pubblici. Ma quando invece l’imposta comincia a superare un certo limite e il contribuente crede di pagare i beni pubblici a troppo caro prezzo, allora c’è una spinta a far sembrare piccola la base imponibile, di guisa che nella sostanza si finisce per pagare quel che si crede opportuno di dover pagare. Tutti gli agenti delle imposte che hanno qualche pratica di valutazione dei redditi sanno benissimo che il punto principale su cui lottano i contribuenti non è il reddito che si tratta di valutare, ma la somma d’imposta che si tratta di pagare. Quando un contribuente cerca di concordare l’ammontare del reddito suo, lo concorda in base alla somma dell’imposta ch’egli sa di dover in conseguenza pagare. A seconda della domanda dell’agente egli diminuisce il suo reddito apparente cercando di adattarlo all’ammontare dell’imposta, che gli pare conveniente di pagare. Intorno alla frode fiscale, di cui una varietà è il contrabbando doganale esercitato per evitare i dazi sulle merci provenienti dall’estero, molto di più si potrebbe dire; ma per il momento sarebbe un fuor d’opera.

 

 

221. d) Emigrazioni di capitali. Gli Stati cuscinetto. – L’occultamento è il metodo più comune di reazione contro l’imposta che il contribuente dal suo punto di vista ritiene elevata; ma ci sono altri metodi ancora che tendono a diventar più efficaci; e fra questi specialmente importante è il paragone che i contribuenti sempre più accorti e istruiti nel maneggio del proprio capitale e dei proprii redditi, istituiscono tra le imposte di diversi Stati. Il paragone era difficilissimo a farsi quando l’emigrazione era impedita, ma ora che si va da un paese all’altro con grande facilità, è divenuto molto più facile. Ci sono mezzi che favoriscono grandemente le trasmigrazioni di capitale; quindi, quando il contribuente vede che in un paese paga 2.000 lire d’imposta, mentre in un paese vicino per lo stesso capitale ne paga soltanto 1.000, cercherà di far trasmigrare il suo capitale a quello Stato ove le imposte sono più basse. Questa operazione tende a rendersi sempre più facile data la trasformazione che nella società moderna si verifica nei redditi, col passaggio da redditi fondiari e immobiliari a redditi mobiliari. Cento anni fa i redditi mobiliari erano forse una decima parte dei redditi totali; ora la proporzione dei redditi mobiliari è di gran lunga superiore al reddito che derivava dagli immobili.

 

 

Si fondano società anonime per ogni industria, anche quelle immobiliari, ecc.; e la forma anonima di gestione delle imprese ha la virtù di attirare i capitali nei luoghi più lontani; onde si può calcolare che in questa concorrenza vinceranno gli Stati che hanno aliquote più tenui e che dimostrano di trattar meglio il contribuente. Si può anzi ritenere che vi siano Stati che hanno, a questo riguardo, ma special funzione tributaria, una funzione di stati cuscinetto, simile a quella che dal punto di vista politico militare hanno la Svizzera ed il Belgio. Questi Stati cuscinetto hanno una posizione internazionale che ha avuto il suo riconoscimento nella neutralità e quasi garanzia da assalti bellici. È una funzione importantissima, non solo dal punto di vista bellico, ma anche dal punto di vista tributario, perché gli Stati cuscinetto costituiscono un porto di rifugio per i contribuenti che siano troppo vessati dagli Stati che si trovano tutti all’intorno di essi.

 

 

A proposito della funzione tributaria esercitata da questi Stati, si può ricordare che negli ultimi tempi, in Francia, temendosi una riforma tributaria vessatoria per i redditieri, molti capitalisti pensarono di far trasmigrare i propri capitali in Svizzera; essendo così Ginevra divenuta un porto di salvezza per i capitalisti francesi. Quello ch’è successo tra la Francia e la Svizzera, è successo pure tra l’Italia e la Svizzera. Quando il legislatore italiano ebbe anni fa la malaugurata idea d’imporre un tassa di bollo sui titoli stranieri, per assecondare coloro che in tal maniera immaginavano di ottenere un notevole fiscale e di impedire l’emigrazione dei capitali all’estero, tassa di bollo stabilita nella misura dell’1% per i titoli di Stato e del 2% per quelli privati, si ebbe per risultato che furono colpiti d’imposta soltanto quei titoli che in quel momento erano depositi presso gli istituti di emissione o presso istituti di credito, come società anonime, ecc. che dovettero uniformarsi ad una circolare proibente di consegnare al legittimo possessore quei titoli senza farvi prima apporre il bollo. Quelli invece che avevano titoli in tasca li depositarono presso anche svizzera, che s’affrettarono da parte loro ad una pubblicità grande sulla quarta pagina dei fogli italiani offrendo il deposito a condizioni mitissime, persino solo del 0,05 per mille, per la completa amministrazione dei titoli.

 

 

Certe banche svizzere impiantarono persino delle succursali a Lugano, a Chiasso.

 

 

Questo mezzo di reazione è reso sempre più facile dagli strumenti odierni del credito. Notisi anche che negli Stati rifugio è difficile sia deliberata una legislazione tale da spaventare i capitalisti stranieri. Quando anche in Svizzera venisse al potere un partito radico socialista esso troverebbe sempre convenienza di lasciare che il loro paese rimanga l’emporio di capitali stranieri; perché così gli svizzeri ottengono la disponibilità di questi capitali, si mettono in rapporti di affari coi capitalisti dei paesi vicini, ne diventano i consiglieri, gli amministratori; funzioni tutte largamente redditive.

 

 

222. e) Emigrazione delle persone. – Oltre a queste, ora noverate, che sono le forme, diremo così, economiche di reazione con cui il contribuente cerca di opporsi alle imposte troppo elevate in confronto alla valutazione dei pubblici servizi ci sono le forme di reazione più gravi: l’emigrazione, non solo dei capitali, ma anche delle persone. Quando in un paese le imposte sono diventate tanto elevate che il reddito residuo è troppo piccolo, i contribuenti pensano ch’è meglio andarsene altrove; l’emigrazione è prodotta, oltre che da altre regioni, anche dalla reazione alle imposte.

 

 

L’emigrante è tratto facilmente a confrontare i prezzi del sale, del pane, dello zucchero nella madrepatria ed all’estero; e quando, per fatto dell’imposta, i prezzi siano altrove più elevati, chiama a sé amici e parenti. Onde il gettito dell’imposta non cresce come dovrebbe e si avvertono i governanti (delegati) che il sistema di ripartizione delle imposte è cattivo e dev’essere modificato.

 

 

223. f) Cambiamenti legali di Governo. – Talvolta i contribuenti non se ne vogliono andare all’estero, rinunciando a rapporti d’affari e di affetto. Preferiscono di stare in paese; si organizzano e cercano di cambiare i delegati o di far loro mutare opinione per il timore non essere confermati nella delega. Accade spesso che le cosidette crisi di gabinetto, le mutazioni parlamentari, le sconfitte di un partito politico nei comizi elettorali siano le conseguenze di un malcontento che le esagerazioni tributarie hanno fatto nascere nei governanti. Costoro si inquietano; e, se hanno politica, i loro voti finiscono non di rado ad essere esauditi.

 

 

Mutano i governanti o, rimanendo gli stessi, cercano d’interpretare meglio la volontà dei governanti.

 

 

224. d) Rivolte e rivoluzioni. – Come reazioni ultime ci sono le rivolte e le rivoluzioni contro lo Stato. Ciò quando i delegati (governanti) siano tenaci nel volere esercitare una pressione tributaria considerata come eccessiva da molti o tutti i governati. La storia è piena di rivolte aventi origine tributaria. Citeremo solo, fra le più recenti, il caso delle colonie americane le quali acquistarono l’indipendenza, almeno come motivo occasionale, in conseguenza di una imposta che ritenevano ingiusta; l’episodio iniziale avvenne, come si sa, a Boston, quando parecchie casse di merce che dovevano essere colpite da forti dazi, vennero gettate a mare. La rivoluzione francese sorse in gran parte da cause tributarie; le imposte parevano ai popoli eccessive in confronto dell’utilità dei servizi forniti alla generalità dal governo del tempo.

 

 

225. Conclusione e riassunto dell’intero capitolo. – I ragionamenti fatti nel presente capitolo si possono così riassumere:

 

 

  • 1) Si può immaginare che gli uomini siano perfetti uomini economico finanziari. In questo caso farebbero domanda di beni pubblici secondo la regola della distribuzione della ricchezza operata in maniera da ottenere da medesima finale da tutti i beni acquistati. I beni pubblici sarebbero uno di quei beni.
  • 2) Poiché gli uomini non son perfetti uomini economici, si suppone almeno che lo siano fino al punto da sapere scegliere delegati capaci di fare quell’apprezzamento dei beni pubblici che essi sono incapaci a fare direttamente.
  • 3) I delegati nelle grandi linee tendono ad attuare i propositi dei loro amministrati, non superando una certa pressione tributaria costante, malgrado il crescere della ricchezza, il che farebbe supporre che gli uomini non diano, col crescere della loro ricchezza individuale e collettiva, ma importanza proporzionatamente crescente ai beni pubblici.
  • 4) Tuttavia i delegati, per interesse di persone, di regione o di classe, si allontanano da questa regola non infrequentemente e le deviazioni possono durare per lungo tempo. Di queste deviazioni, conformemente al piano già spiegato del nostro corso, non si tema parola.
  • 5) Ed invece si discorse delle reazioni che i contribuenti oppongono a queste deviazioni e che hanno nome di brontolio dei contribuenti, ricerca dei mezzi atti a reagire, frode fiscale, emigrazioni di capitali e di ricerca, mutazioni legali di governo, rivolte e rivoluzioni; rivolte e rivoluzioni che tendono a ristabilire l’impero della legge non arbitraria della proporzionalità costante della spesa per beni pubblici alla spesa per beni privati.

 

 

Tutto ciò non è ancora una teoria della imposta; ma è un avviamento ad essa; è suggestione di una via non arbitraria fosse atta a trarci dalle oscurità che incombono su questo argomento della ripartizione delle imposte sui contribuenti.

 

 

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