Capitolo IV – Del debito pubblico improprio

Tratto da:

Corso di scienza delle finanze

Data di pubblicazione: 01/01/1914

Capitolo IV – Del debito pubblico improprio

Corso di scienza delle finanze, Tipografia E. Bono, Torino, 1914, pp. 722-799

 

 

 

Sezione prima.       

I buoni del tesoro e le due specie di essi.

 

600. I buoni del tesoro. – Tra i debiti improprii tiene un posto speciale il buono del tesoro, come quello che risponde a necessità vera dell’orario e non ha di solito l’intento di oscurare il fatto dell’indebitamento. Il buono del tesoro si può definire come una cambiale emessa dallo Stato e che reca la promessa di questo di pagare ad una certa scadenza fissa, la quale va da tre mesi ad un anno dalla data dell’emissione, una certa somma. Come nelle cambiali, la somma che è iscritta sul buono del tesoro comprende il capitale mutuato dal privato allo Stato e l’interesse. Così se si tratta di un buono ad un anno data di 104.000 lire, le 100.000 lire sono la somma che il capitalista mutuò allo Stato e le 4 mila l’interesse per un anno, al 4%, se tale è il tasso d’interesse convenuto. Se il buono è a scadenza di 9 mesi ed il tasso annuo d’interesse è sempre del 4%, il buono sarà stilato nella somma di L. 103.000, di cui 100.000 capitale e 3.000 interesse al 4% per 9 mesi. Se a 6 mesi, la somma sarà di 102.000 lire, e se a 3 mesi di 101.000 lire, sempre fermo restando il capitale in L. 100.000 e il tasso d’interesse nel 4% annuo.

 

 

601. I buoni del tesoro ordinari. – Bisogna distinguere tra la funzione ordinaria e la funzione preparatoria dei buoni del tesoro. Il buono del tesoro ha la funzione ordinaria di provvedere alle momentanee esigenze di cassa del tesoro, esigenze che si esauriranno in breve periodo di tempo. Supponiamo che nei diversi mesi dell’anno le entrate e le spese dello Stato si comportino nel seguente modo:

 

 

   

Spese

Entrate

Luglio 1914

L. 500 milioni

250 milioni

Agosto 1914

100

250

Settembre 1914

100

100

Ottobre 1914

75

200

Novembre 1914

125

100

Dicembre 1914

300

200

Gennaio 1914

300

100

Febbraio 1914

150

150

Marzo 1914

150

400

Aprile 1914

175

200

Maggio 1914

100

100

Giugno 1914

175

200

   

L. 2.250 milioni

L. 2.250 milioni

 

 

Supponendo che all’inizio dell’esercizio finanziario la cassa del tesoro sia vuota, due fatti sono evidenti: 1) che nel complesso dell’esercizio le entrate pareggiano le spese ed il bilancio si trova in condizioni di perfetto equilibrio; 2) ma l’equilibrio stesso non sussiste più di se in mese. Così nel primo mese l’erario deve soddisfare a 500 milioni di pagamenti, mentre incassa solo 250 milioni; ed i 250 milioni li incassa lungo tutto il mese, mentre la parte più cospicua dei 500 milioni dovrà pagarla nei primi giorni di luglio, ad es. per la scadenza della rata semestrale degli interessi sul debito pubblico. È d’uopo che lo Stato faccia un mutuo temporaneo, di 250 milioni di lire, che potrà rimborsare entro 4 mesi, poiché, considerando insieme i mesi dal luglio all’ottobre, si vede che le entrate superano leggermente le uscite. Di nuovo in gennaio, le spese ammontano a 300 milioni di lire, mentre le entrate del mese sono di 100 milioni appena, onde uno sbilancio momentaneo di 200 milioni, il quale cresce di 100 milioni di disavanzo fa d’uopo un nuovo prestito di 300 milioni di lire, il quale potrà essere rimborsato in parte fra tre ed in parte fra sei mesi e sempre nel decorso dell’anno finanziario. Alla fine del quale più non resterà traccia di questo debito temporaneo, il cui scopo può dirsi di compensare le eccedenze e le deficienze mensili di un esercizio che nell’anno è in pareggio.

 

 

In uno Stato, che abbia un solita finanza, non fa neppure d’uopo ricorrere, se non in piccola parte, all’emissione di buoni del tesoro; poiché si può supporre che il tesoro abbia un fondo di cassa, il quale riesce ultimissimo a parecchi fini: a) compensare la temporanea deficienza nelle entrate; b) provvedere un fondo per le spese iniziali di una guerra. Basterebbe che lo Stato ipotizzato sopra avesse un fondo di cassa di 300 milioni per evitare la necessità di ricorrere a prestiti temporanei con buoni del tesoro. Ma poiché non sempre esiste cotal cospicuo fondo di cassa né si può prevedere se esso non debba essere impiegato a far fronte alle prime spese di una guerra, è ragionevole che il governo d’un paese possa procacciarsi denari a mutuo a brevissima scadenza col mezzo dei buoni del tesoro.

 

 

In Italia il governo infatti è autorizzato ad ammettere, senza uopo di autorizzazione speciale del parlamento, fino al medesimo di 300 milioni di lire di buoni del tesoro, somma che l’esperienza aveva indicato come sufficiente per provvedere ai bisogni momentanei della cassa. Una legge recente (1913) ha proposto di elevare provvisoriamente cotal limite sino al massimo di 400 milioni, adducendo che il bilancio dello Stato è cresciuto assai, in complesso, tenuto conto delle aziende speciali, come quelle ferroviarie, da 1.500 a 3.000 milioni, e quindi maggiori sono divenuti i bisogni della cassa. Sembra trattasi di un pretesto; poiché non fu dimostrato che siano cresciuti i divarii mensili tra spese ed entrate. A legittimare l’uso dei buoni del tesoro non giova addurre l’incremento assoluto del bilancio. Poiché il bilancio può essere raddoppiato dai 2.250 milioni dell’esempio ipotetico dianzi addotto a 4.500 milioni; ed essere diminuito il bisogno dei buoni del tesoro ordinari, se le entrate oggi si ripartiscono nel tempo in maniera più conforme alla ripartizione delle spese sui successivi mesi.

 

 

In realtà l’aumento da 300 a 400 milioni del limite massimo dei buoni del tesoro ordinari è indice di una loro trasformazione, che meglio direbbesi degenerazione. Infatti è caratteristica dell’ammontare dei buoni del tesoro ordinari che esso sia variabile, e vada oscillando nell’anno da zero al massimo legale; poiché noi sappiamo che scopo dei buoni è di provvedere ai disavanzi momentanei di un bilancio in equilibrio. Dunque se il bilancio è in equilibrio nell’anno, deve nell’anno giungere il momento in cui tutti i buoni sono rimborsati, come può esservi l’istante in cui la loro cifra si avvicina al massimo.

 

 

Ma un ammontare di buoni del tesoro che sempre stia vicino al massimo è un assurdo. Il quale può diventare un fatto reale solo se si suppone che i buoni del tesoro ordinari siano fatti servire ad uno scopo diverso da quello che è il loro proprio. Precisamente questo è accaduto in Italia a partire dal 1912. I buoni del tesoro gradatamente si innalzarono, dopo l’inizio della guerra con la Turchia, verso il massimo dei 300 milioni, e rimasero costanti poco al disotto di questa cifra per lunghi mesi, non perché fosse necessario avere un così cospicuo debito fluttante (questa specie di debito dicesi anche comunemente fluttante per accentuare viemmeglio il fatto della sua continua variabilità) per le deficienze momentanee di cassa, ma perché erasi creduto indebitarsi momentanee di cassa, ma perché erasi creduto opportuno indebitarsi stabilmente in tal modo per provvedere alle spese della guerra. Né ciò facesi ad insaputa del parlamento e del pubblico, ché parecchie volte il governo esplicitamente dichiarò di avere a propria disposizione per le spese della guerra libica i buoni del tesoro ordinari. Infine, non bastando all’uopo, i 300 milioni o, forse, il fatto di avere utilizzato questi per le spese della guerra avendo reso impossibile di utilizzarli anche per i loro scopi ordinari, si chiese ed ottenne dal parlamento che il limite massimo venisse recato dai 300 ai 400 milioni di lire.

 

 

Il qual partito sembra criticabile, perché:

 

 

  • a) È inopportuno che i buoni del tesoro vengano distratti dal loro ufficio proprio, non sapendosi più come provvedere a questo in caso di necessità;
  • b) È inopportuno provvedere alle spese di una guerra, che non possono essere pagate in brevi mesi, come comporta l’indole dei buoni ordinari del tesoro, con queste che sono vere cambiali a breve scadenza. L’esperienza insegna essere pernicioso alle finanze degli Stati caricarsi di grossi debiti fluttuanti rimborsabili a scadenze di mesi. È augurabile che nessuna complicazione internazionale e interna si verifichi, ma l’uomo di Stato deve sempre tenervisi apparecchiato. Né vi si apparecchia, quando si debbono pagar debiti, che possono, in quelle complicazioni, non essere rinnovabili;
  • c) è contrario ai principii fondamentali delle costruzioni rappresentative che i governi abbiano facoltà di far debiti senza previo consenso del parlamento ed opportuna pubblica discussione. Ora l’autorizzare il governo ad ammettere buoni del tesoro fino all’ammontare di 300 o 400 milioni è sottrarlo alla necessità di interpellare, per quella cifra, il parlamento quando voglia contrarre debiti anche per fini invisi alla maggioranza.

 

 

Dovrebbe essere ritenuto vanto di una buona tecnica finanziaria la diminuzione e non l’aumento del limite massimo dei buoni del tesoro; poiché tal fatto vorrebbe dire che i ministri del tesoro sono riusciti a distribuire nel tempo le spese in modo da uguagliarle alle entrate o sono riusciti a provvedere lo Stato di un fondo di cassa all’uopo bastevole.

 

 

L’aumento del limite massimo dell’ammontare dei buoni del tesoro che il governo può emettere senza d’uopo dell’autorizzazione speciale del parlamento deve sempre schivarsi, a meno che sia chiaramente questa dimostrazione non sia data, l’aumento deve essere reputato indice di una deplorevole tendenza a contrarre debiti permanenti in maniera non aperta e non conveniente.

 

 

602. I buoni del tesoro preparatori. – Hanno una funzione diversa dagli ordinari ed in realtà hanno di comune con essi poco più del nome.

 

 

Suppongasi che uno Stato debba contrarre per qualunque motivo di guerra, mobilitazione, opere pubbliche, ferrovie, ecc., un debito perpetuo od a lunga scadenza di 500 milioni di lire. Ma nel momento in cui il bisogno sorge, sono poco propizie le condizioni del mercato monetario; ossia il tasso dell’interesse che sul mercato viene richiesto per prestiti pubblici di questa specie è momentaneamente elevato, ad es. del 6%, mentre normalmente il tasso vigente in quel tempo si reputa sia il 4 per cento.

 

 

L’elevatezza momentanea del tasso dell’interesse può essere dovuta a molte circostanze, come una crisi economica o di borsa, lo scoppio di una guerra, che ha impaurito i capitalisti, e, per le domande intense dei belligeranti, ne ha fatto aumentare le pretese. Non sarebbe conveniente per lo Stato stipulare un prestito perpetuo od a lunga scadenza in simili frangenti; poiché dovrebbe caricarsi di un interesse del 6% per una lunga serie d’anni, e per patto espresso gli sarebbe fatto divieto di offrire il rimborso ai creditori prima di 10 o 20 anni. Poiché però il bisogno dei 500 milioni stringe, lo Stato si appiglia al partito di emettere buoni del tesoro speciali o straordinari per 500 milioni, al 6%, con scadenza a sei mesi, un anno, un anno e mezzo. L’erario si carica di un interesse elevato bensì, ma per breve tempo. Durante la mora convenuta, appena le condizioni del mercato monetario siano divenute normali, lo Stato stipula un prestito proprio a lunga scadenza al 4% e col provento dei 500 milioni ottenuto dal nuovo estingue il vecchio debito dei buoni di 6 per cento.

 

 

Perciò si dice che questi buoni del tesoro hanno funzione preparatoria: permettendo allo Stato di attendere il momento conveniente per la emissione di un prestito vero e proprio. Perché essi raggiungano il loro fine, occorre una condizione sola, ma essenziale: che cioè le condizioni sfavorevoli del mercato monetario siano davvero momentanee. Se il 6% deve pagarsi solo per pochi mesi ed in seguito il tasso dell’interesse ritorna al 4%, ben si fece a ricorrere ai buoni del tesoro. Ma se invece di un inasprimento momentaneo, ci troviamo di fronte ad un rialzo permanente e duraturo del tasso dell’interesse, se passati i 6 mesi o l’anno il tasso è ancora al 6% o forse è salito al 7%, e se si vede allora che per parecchi anni non si può sperare in una riduzione, in questo caso l’uso dei buoni del tesoro si addimostra un errore. Poiché alla scadenza, bisognerà rinnovarli; forse a tasso più aspro e certamente col sacrificio di nuove provvigioni al consorzio assuntore.

 

 

Il problema è perciò di previsione del futuro: terreno incertissimo quant’altro mai ed in cui solo l’esperienza del banchiere e del finanziere consumato ed insieme dello studioso dei fenomeni economici può giovare, affinché non si scambi il rialzo momentaneo dovuto ad una crisi di borsa o ad una guerra localizzata con il rialzo duraturo che può verificarsi per cagioni monetarie, per il risveglio spirito di intrapresa, per l’imperversare dei governi demagogici contro i risparmiatori, per le distruzioni su vasta scala di capitali in guerre od in apparecchi bellici, le quali richieggano decenni ad essere rimarginate.

 

 

Parve a taluni che la soluzione della difficoltà si dovesse trovare nei buoni del tesoro a scadenza più lunga di 6 mesi od 1 anno, ad es. nei buoni quinquennali o decennali. Ma in tal caso ben difficilmente può discorrersi di prestiti preparatori ad altri più duraturi che dovranno stipularsi poscia. Poiché si prepara ciò che si può prevedere: e nulla può ragionevolmente essere preveduto con sicurezza a distanza di 5 o di 10 anni intorno al comportarsi del tasso dell’interesse. Lo studioso può forse azzardare qualche vaga previsione, la quale serve non che nulla al finanziere pratico. Laonde i buoni del tesoro quinquennali o decennali non possono più collocarsi nella categoria dei prestiti preparatori; ma dovranno a suo luogo (cfr. par. 653 o segg.) essere studiati nei loro pregi e nei loro difetti durante il discorso dei prestiti proprii a scadenza determinata.

 

 

Sezione seconda.

I prestiti forzati.

 

603. Prestiti forzati. – È una maniera impropria di debito, poiché questo logicamente suppone il libero consenso dei contraenti, laddove col prestito forzato il governo obbliga certi capitalisti a mutuargli una somma determinata dal governo stesso. Si ricorre al prestito forzato in momenti difficili, per es. di guerre o di rivoluzioni, quando un governo ha tanto poco credito che un prestito volontario non riuscirebbe per la diffidenza dei capitalisti e nel tempo stesso non si osa costringere i contribuenti al pagamento di un’imposta straordinaria. In fondo, trattasi più di una imposta straordinaria che di un vero prestito; è un’imposta che il governo promette di restituire e su cui paga gli interessi ad un saggio di solito minore di quello vigente sul mercato.

 

 

Il prestito forzato ha tutti gli inconvenienti di un’imposta straordinaria, senza il vantaggio di risparmiare il pagamento degli interessi dell’erario. Il prestito essendo forzoso, il governo non più invero farne obbligo ai soli capitalisti che hanno capitale disponibile, che è il vantaggio massimo dei prestiti volontari; perché tale obbligo speciale sarebbe odioso e contrario all’uguaglianza tributaria. L’obbligo del prestito deve essere fatto, per es., a tutti i capitalisti che hanno più di 10.000 lire di capitale, costringendoli a mutuare forzosamente una somma uguale ad una quota parte dei loro redditi o capitali.

 

 

Dalla quale ripartizione derivano parecchi danni:

 

 

  • a) che sono obbligati a fare il prestito allo Stato sia coloro che hanno capitale disponibile, sia quelli che non l’hanno e devono vendere od ipotecare le proprie terre o case o cadere in imbarazzi finanziari per la sottrazione di capitale circolante alle loro aziende;
  • b) che sono obbligati spesso a fare il prestito non solo coloro che hanno capitali ma anche quelli che hanno solo redditi professionali, per la quarta parte o la metà del loro reddito di un anno; non potendo sopportare la qual falcidia essi diventano preda dell’usura;
  • c) la ripartizione del prestito forzato accade non secondo la ripartizione dei redditi o capitali effettivi, ma di quelli legalmente conosciuti; sicché, dilungandosi questi per lo più dal vero, anche i prestiti forzosi risultano sperequati. I contribuenti che pagano correttamente le imposte, soggiacciono a gravosa prestazione; mentre vi sfuggono i frodolenti;
  • d) poiché il prestito è mal visto dai pretesi capitalisti, questi ne ritardano il pagamento. Il che è possibile in tempi di commovimenti politici; ed il gettito di esso per le più risulta meschino ed inferiore alle previsioni.

 

 

L’unico vantaggio del prestito forzato, che è il più basso tasso di interesse in confronto al corrente – ad es. il 5% invece dell’8% – si paga ben caro, a prezzo di ingiustizie, di somme inesigibili e di ritardi soverchi negli incassi. È spediente ibrido, adottato da governi deboli, che non hanno saputo inspirare fiducia ai capitalisti e non hanno la forza di imporre un tributo straordinario ai contribuenti.

 

 

604. – Prestiti forzati coi fornitori o creditori dello Stato. – Si hanno quando lo Stato, invece di pagare in valuta corrente i proprii fornitori, creditori o impiegati, li paga con titoli di debito pubblico. Al fornitore, che è in credito di 100.000 lire per consegne di merci, l’erario consegna, ad es., un titolo di rendita perpetua di 5.000 lire all’anno, che, al 5%, equivalgono a 100 mila lire in valor capitale nominale.

 

 

Qui, imposta distinguere se tal modo di pagamento fu consentito dal fornitore, oppure era impreveduto e lo si impose con la forza. Ove fosse stato consentito, il fornitore certamente s’era acconciato a ricevere il titolo di debito pubblico in cambio delle 100.000 lire nella speranza di venderlo subito. Egli non è un capitalista che possa viver di rendita, ma un industriale, il quale abbisogna dei suoi fondi circolanti. Ed allora, prevedendo che forse il titolo non lo potrà vendere al prezzo corrente al momento della convenzione, si garantisce contro il pericolo di ribasso, aumentando il prezzo delle sue forniture. Così, se il titolo di rendita perpetua di 5.000 lire annue vale, al momento dell’appalto, 100.000 lire, il fornitore, che teme un ribasso per il giorno in cui verrà fatto la fornitura e ricevuto il titolo, rialza il prezzo delle forniture a 105 a 110 mila lire, calcolando con larghezza il rischio del ribasso; ed ottiene così la consegna di 105 o 110 mila lire nominali di titoli di debito pubblico.

 

 

Chi paga le spese è sempre l’erario: onde è più conveniente per questo vendere il titolo direttamente sul mercato e pagare il fornitore con denaro contante.

 

 

Ovvero la consegna dei titoli invece di denaro contante era impreveduta e fu forzata ed allora la Stato manca ai patti convenuti e commette un atto che sarebbe motivo di dichiarazione di fallimento per un commerciante. Poiché a questo spediente non ricorrono mai gli Stati, il cui credito è solido, ma quali soltanto che non assai in basso, accade di solito che la loro rendita[1] sia al disotto della pari, valga, ad es., 80 lire invece di 100; ed accade altresì per lo più che gli Stati conseguino ai loro fornitori o creditori la rendita in pagamento non al prezzo corrente di 80 – nel qual caso i creditori nulla perderebbero fuorché il fastidio del vendere e le provvigioni relative – ma al valor nominale di 100 lire. Laonde lo Stato, che ha un debito per fornitore di 100.000 lire, si sdebita consegnando un titolo che ha un valore nominale di 100.000 lire, ma in realtà vale solo 80.000 lire. Qui v’è frode manifesta; e quel governo, che ricorre a siffatti soprusi, profondamente si scredita.

 

 

Sezione terza.

I prestiti patriottici.

 

605. Prestiti patriottici. – Si passa dal terreno della prepotenza e del sopruso al campo fertile delle illusioni, quando si ricorre ai prestiti cosidetti patriottici. Si supponga che, in un dato momento il tasso dell’interesse corrente sia del 5 per cento. Lo Stato, volendo, potrebbe trovare a prestiti quanti milioni gli fan d’uopo, pagando l’interesse ora detto. Ma, poiché poco prima, in momenti più tranquilli, il prezzo del capitale era solo il 4%, sembra a molti gravoso stipulare un mutuo al 5 per cento. Invece di ricorrere al metodo dell’emissione dei buoni del tesoro preparatori (cfr. sopra par. 602), sorgono taluni entusiasti od ingenui i quali propongono si faccia appello al patriottismo dei capitalisti, affinché, in così gravi frangenti, essi imprestino denari allo Stato al 4%, ossia ad un interesse minore di quello corrente. L’1% a cui essi rinunciano è un sacrificio che essi fanno sull’altare della patria.

 

 

Simili tentativi non riescono; poiché i capitalisti non amano confondere l’amor di patria coi cattivi affari. Per amor di patria i medesimi capitalisti contribuiranno alle sottoscrizioni nazionali a fondo perduto; ma non si decidono a far cosa che è manifestamente illogica, come mutar capitali al 4%, mentre facilmente possono ottenere il 5 per cento. Né essi si illudono sulla riconoscenza del paese; poiché ben sanno che, se il tasso d’interesse ribasserà di nuovo al 4%, quei medesimi scribi, che ora li eccitano a sottoscrivere, lo additeranno allo sprezzo popolare, come sfruttatori che hanno profittato delle disgrazie del paese per collocare sicuramente i loro fondi.

 

 

Sezione quarta.

Giudizio sui mutui contratti ad interessi inferiore al tasso corrente.

 

606. Superstizione dei mutui con interesse al disotto del prezzo corrente. – È meravigliosa però l’ostinazione con la quale gli Stati si sforzano di non fare ciò ai privati sembra naturalissimo: pagare l’interesse corrente sui capitali presi a prestito. Poiché debitori non sono i cittadini singoli, ma è collettività dei cittadini stessi, sembra naturale che i creditori debbano indursi, per qualche misteriosa ragione, o debbono essere costretti a fare i prestiti, invece che al 4, se questo è il tasso corrente dell’interesse, al 3 1/2, 3, 2 1/2 e magari zero per cento.

 

 

Se questa pretesa fosse elevata da un cittadino privato singolo tutti la reputerebbero insensata ed insieme dannosa. Poiché il tasso corrente di interesse non è un fatto arbitrario ed indifferente; ma è la risultante necessaria di moltissime circostanze le quali non possono mutare solo per far piacere alle persone desiderose di prestiti. Se le genti diventano previdenti e risparmiatrici e quindi è forte la produzione del risparmio, se le nuove imprese scarseggiano, se i governi sono pacifici e savii e quindi è tenue la domanda di risparmio, il tasso dell’interesse scema; se invece gli uomini diventano amanti del lusso e di godimenti, se si aprono nuovi vasti campi all’operosità industriale ed agricola, se i governi indulgono alla tendenza dei popoli ad attaccar briga gli uni cogli altri e fanno spese pazze per armamenti, necessariamente il tasso dell’interesse sale. Chi non vuole l’effetto, deve togliere le cause: ma non può combattere l’effetto, quando ferme restano le cause.

 

 

Da questo strano modo di agire non possono non nascere a loro volta effetti dannosi. Supponiamo invero che, mentre il tasso corrente dell’interesse è il 4% taluni privati o gruppi di privati riescano ad ottenere – cosa assurda, se lo Stato non interviene, ma immaginata per via di ipotesi – capitali a prestito al 3 od al 2 per cento. Che vorrà dir ciò? Questo, per i prestiti avente scopo produttivo: che, mentre il tasso corrente dell’interesse imporrebbe ai debitori di impiegare le somme ricevute a mutuo in imprese capaci di rendere qualcosa di più del 4% – altrimenti l’operazioni di mutuo non avrebbe senso, – i debitori privilegiati avranno convenienza a fare impieghi anche in imprese che rendono solo poco più del 3 o del 2 per cento.

 

 

Quindi il capitale viene stornato da impieghi più produttivi ad impieghi meno fecondi; quindi si distrugge ricchezza o se ne produce un incremento minore di quello che sarebbe possibile. Se invero il tasso dell’interesse è del 4% è certo che il flusso del nuovo risparmio può essere tutto assorbito dalle imprese che sono in grado di far fruttare il capitale almeno il 4%, poiché se queste ne lasciassero una parte non richiesta, dessa peserebbe sul mercato e farebbe discendere il prezzo di tutto il capitale dal 4 al 3 3/4 od al 3 1/2% o più giù.

 

 

Se si guarda ai prestiti consuntivi, il privilegio di alcuni privati capaci di indebitarsi al 3%, mentre il tasso corrente consumasse anticipatamente i proprii redditi od i proprii patrimoni futuri è trattenuto dalla considerazione che per ogni 100 lire di reddito, che egli ricava, col mutuo, solo 96, sotto deduzione del 4% di sconto. Se egli invero valuta oggi 97 il godimento di 100 lire che si verificherà solo fra un anno, evidentemente non gli conviene fare il mutuo, perché il mutuo gli dà solo un godimento attuale di 96. Ma se il tasso dell’interesse è del 3%, egli ottiene subito col mutuo 97 lire, che è precisamente il valore che egli attribuisce al godimento attuale di 100 lire di reddito fra un anno. Onde egli consumerà e distruggerà capitali.

 

 

Siffatte evidentissime verità non si mutano in errori solo perché al luogo dei debitori singoli poniamo la collettività dei debitori, chiamata comunemente Stato. È un danno e cioè un fatto che provoca distruzione o più lenta formazione di ricchezza il procurarsi, che possa fare lo Stato, capitali a mutuo al disotto del tasso corrente di interesse. Poiché ciò vuol dire che lo Stato avrebbe, al 4%, preso a mutuo 1 miliardo di lire per la conquista di una colonia, per la costruzione di scuole, porti, bonifiche ecc., ed avrebbe preso a mutuo precisamente 1 miliardo, disponendosi a pagare l’onere annuo di 40 milioni di lire per interessi, perché si reputa che i vantaggi economici diretti od indiretti o morali o politici delle opere compiute valgono almeno 40 milioni di lire all’anno. In tal modo per costruire le sue ferrovie o le sue scuole o condurre la sua guerra, lo Stato non sottrae capitali ad alcun’altra impresa privata più fruttifera. Poiché non si sottrae capitali altrui, ma si opera la più conveniente ripartizione del nuovo risparmio fra i diversi impieghi pubblici e privati, quando lo Stato concorre con gli imprenditori privati, a parità di condizioni, sul mercato dei mutui. Ne è concepibile esistano altre imprese più fruttifere di quelle pubbliche, a cui lo Stato invita i capitali, perché, se fossero davvero più fruttifere, farebbero al disopra del 4 per cento. Il che non essendo avvenuto, è giuocoforza conchiudere che le imprese private non davano un reddito maggiore di quello offerto dallo Stato.

 

 

Quando invece, essendo il tasso corrente dell’interesse del 4%, lo Stato riesce a procacciarsi capitali a mutuo al 3 od al 2%, la somma mutuata passa da 1 a 2 miliardi per il teorema che la quantità domandata di un bene (capitali) cresce col diminuire del prezzo (tasso d’interesse). Lo Stato, per il buon mercato del denaro, è spinto a crescere le sue imprese belliche ed economiche; farà spedizioni coloniali più di quanto farebbe se il denaro fosse caro, costruirà ferrovie elettorali accanto a quelle economiche, erigerà ginnasi e licei, già esuberanti, accanto alle scuole elementari e così via. Il miliardo speso in più dallo Stato sarà un miliardo sottratto ad imprese private più produttive, a migliorie agricole, ad impianti industriali che avrebbero potuto essere fecondi di un reddito del 4 per cento. Mentre le imprese pubbliche compiute col miliardo in più deve concludersi fruttino solo decise di compierle solo quando poté essere sicuro che il miliardo sarebbe costato ai contribuenti solo 20 o 30 milioni di lire all’anno.

 

 

Ora, poiché il tasso corrente di interesse è il 4% e su questa base si capitalizzano i redditi, è evidente:

 

 

  • che se il miliardo fosse stato impiegato in imprese private e queste avessero fruttano 40 milioni all’anno, queste imprese avrebbero avuto il valore attuale di 1 miliardo; poiché 1 miliardo, impiegato al 4%, rende appunto 40 milioni di lire;
  • mentre essendo il miliardo stato impiegato in imprese pubbliche, le quali danno un vantaggio di appena 30 milioni all’anno, queste pubbliche imprese hanno il valore attuale di 750 milioni; poiché 750 milioni, impiegati al 4%
  • che è l’unico metro vigente per capitalizzare i redditi – rendono appunto 30 milioni di lire.

 

 

Si conclude perciò che il mutuo pubblico di 1 miliardo conchiuso all’interesse del 3%, mentre il tasso corrente è del 4%, distrugge immantinente 250 sui 1.000 milioni mutuati. Non li distrugge forse fisicamente; ma ne annulla il valore, il che è la sola cosa di cui occorra preoccuparsi.

 

 

Più generalmente, ogni mutuo pubblico, alla pari di ogni mutuo privato, conchiuso ad un tasso minore del tasso corrente dell’interesse ha la tendenza a distruggere il valore di tanta parte della somma mutuata quanta è proporzionatamente la differenza in meno del tasso speciale in confronto al tasso corrente. La quale conclusione generale resta incrollabile, a meno che si dimostri l’esistenza di circostanze particolarissime, – le quali dovranno essere attentamente documentate ed analizzare per vedere se resistono alla presunzione generica della loro assurdità, – atte a dimostrare l’inesistenza del rischio di distruzione di ricchezza.

 

 

607. Perché i governi prediligano i prestiti ad interesse più basso del tasso corrente. – Malgrado ciò, i governanti d’ogni paese e tempo sono ghiottissimi di prestiti conchiusi ad un tasso inferiore a quello corrente.

 

 

Né il motivo è difficile a vedere, trattandosi di caso particolare dei metodi illusori tanto usitati in materia finanziaria. Se, invero, essi riescono a procacciarsi un miliardo ad un interesse inferiore a quello corrente, per es. del 3 o del 2% o magari del zero per cento, invece che del 4%, essi hanno ottimo pretesto per dimostrare che il conseguimento di un certo fine o di parecchi fini voluti dai governanti, come una conquista coloniale, una ferrovia, un gruppo di case popolari ecc., ecc., costa solo 30, o 20 o zero milioni all’anno di interessi. Quindi i governanti, i quali avrebbero recalcitrato al pagamento di 40 milioni di imposte annue, si dicono contenti di pagarne solo 30 o 20 o, meglio, zero; ed il fine volute in tal modo si consegue coll’illusione, mentre non si sarebbe raggiunto ove la visione compiuta del fatto fosse stata chiara. L’ingordigia, che è grande negli uomini, di ottenere servigi o beni a sotto prezzo o gratuitamente fa velo ai loro vecchi, impedendo i vedere che la realtà è assai diversa: invece di ottenere certi beni o sottocosto, essi li hanno ad un costo superiore al loro prezzo di mercato ed il cattivo investimento fatto in beni pubblici impedisce di possedere beni privati più fecondi. Tutto ciò interessa pochissimo ai gruppo politici governanti: i quali hanno d’uopo di addimostrarsi abilissimi finanzieri e capaci di suscitare dal nulla i mezzi finanziari occorrenti al conseguimento dei fini da essi desiderati

 

 

Sezione quinta.

Del corso forzoso della carta moneta.

 

608. Il costo forzoso della carta moneta. Fino a che limite e uno spediente innocuo. – Il metodo illusorio che sembra meno costoso è il corso forzoso della carta moneta. Questo è uno spediente essenzialmente diverso dall’altro che fu sopra (cfr. par. 574) discorso del tesoro di guerra sotto forma di riserva esuberante dei biglietti fiduciari. Se uno Stato, direttamente o per mezzo di un istituto di emissioni, mantiene una riserva metallica di 700 milioni invece dei 500 milioni che sarebbero sufficienti ad assicurar la convertibilità a vista ed al portatore dei biglietti fiduciari, non v’è illusione alcuna. I 200 milioni di moneta metallica esistono in realtà e possono sempre essere spesi dallo Stato per sopperire ai suoi bisogni straordinari, distogliendoli dal loro ufficio apparente di riserva bancaria.

 

 

L’illusione sorge quando lo Stato dichiara che non rimborserà più a vista ed al portatore i biglietti emessi ed obbliga tuttavia i cittadini ad accettarli in pagamento dei loro crediti. Si ha allora il corso forzoso dei biglietti; ed il primo suo effetto è di permettere allo Stato il quale emetteva 1.000 milioni di biglietti con una riserva metallica di 500 milioni, di fare a meno di questa riserva. Perché infatti la conserverebbe, quando non ha più l’obbligo di rimborsare a vista ed al portatore i biglietti? Prima, questi erano promesse di pagare a vista ed al portatore una certa quantità di moneta buona; dopo, essi diventano la moneta medesima (di carta) circolante nel paese.

 

 

Se lo Stato si limitasse a disporre dell’antica riserva di 500 milioni di moneta metallica ed a spenderli per fare all’estero i proprii pagamenti[2] di forniture, interessi di debiti ecc. ecc. poco male.

 

 

Lo Stato avrebbe raggiunto, senza danno per alcuno, il fine di procurarsi un prestito provvisorio gratuito di 500 milioni in aggiunta al prestito di 500 milioni che si era già prima procacciato, emettendo 1.000 milioni di lire di biglietti con una riserva metallica di appena 500 milioni di lire.

 

 

Invero si può riconoscere che sono necessari 1.000 milioni di lire di moneta per effettuare gli scambi del paese a prezzi uguali ai prezzi esteri, come è necessario se i prezzi devono essere stabili[3]; ma si deve aggiungere che questa è una necessità costosa. Impiegare 1.000 milioni del capitale nazionale nell’acquisto di moneta metallica (ad es. d’oro) per i bisogni degli scambi è utile, è necessario, ma è costoso. Se si riesce a trovare un mezzo per cui si può raggiungere ugualmente l’effetto del compimento degli scambi, senza impiegare 1.000 milioni, vi sarà un guadagno pel paese. Ciò è appunto quanto si ottiene sostituendo ai 1.000 milioni di moneta d’oro costosa 1.000 milioni di biglietti fiduciari quasi gratuiti, garantiti da una riserva di 500 milioni di lire. Per la fiducia che i cittadini hanno di poter ottenere il cambio dei biglietti in oro a vista ed al portatore, essi si servono dei biglietti invece che dell’oro per fare gli scambi. Questi si svolgono egualmente bene; i cittadini non subiscono nessun danno pel fatto che essi pagano e riscuotono in biglietti fiduciari, anzi hanno il vantaggio di una maggiore comodità; lo Stato emittente il quale, con un costo di soli 500 milioni di lire di moneta d’oro, stampa 1.000 milioni di biglietti e si procura così per 1.000 milioni di servigi o di beni, ha il vantaggio di un prestito – terminabile ad ogni momento, a semplice richiesta dei portatori delle sue promesse di pagare, ma in realtà duraturo all’infinito, perché i portatori ritengono comodo non richiedere mai l’effettuazione della promossa – gratuito di 500 milioni di lire; prestito che è il compenso della sua abilità a trovare uno strumento degli scambi, volontariamente accettato dai cittadini e ad essi più gradito per la sua comodità. Il paese, nel suo complesso di cittadini singoli e di cittadini riuniti a forma di Stato, ha il vantaggio di aver impiegato solo 500 milioni di lire di moneta costosa laddove prima se ne impiegavano 1.000, lasciando disponibile 500 milioni per altri impieghi.

 

 

Si può dire che, col corso forzoso, purché non si ecceda nell’emissione la quantità bastevole e necessaria per mantenere l’equilibrio tra i prezzi interni ed esteri, che nell’ipotesi fatta è di 1.000 milioni di lire, si fa un passo innanzi. Certo tutti riconoscerebbero il progresso compiuto, ove, per l’incremento spontaneo della fiducia dei cittadini nella solvenza dello Stato, questi avesse potuto ridurre a poco a poco, senza dichiarazione di corso forzoso, la riserva metallica da 500 a 400 a 300 a 200 a 100 e magari a 50 milioni soli, poiché se è utile con 500 milioni di moneta d’oro costosa fare gli scambi del paese, ancor più utile è compierli con 400, 300, 200, 100 o 50 milioni di lire. Ciò che la lenta educazione economica del pubblico può raggiungere in un lunghissimo periodo di tempo, la dichiarazione di corso forzoso raggiunge in un attimo, obbligando i cittadini ad avere fiducia e togliendo loro la possibilità di servirsi di altra moneta fuori di quella di carta. Il mezzo adoperato non è opportuno, poiché la fiducia non si instilla colla forza; ma non di può dire che dal corso forzoso, entro questi limiti, nasca alcun danno per i cittadini. Lo Stato, finché dura il costo forzoso – e questo non può durare in eterno, poiché fu bandito coll’espressa riserva che, trascorse le contingenze gravi del momento, di guerra ad es., si sarebbe ripristinato il cambio a vista – ha il vantaggio di un ulteriore prestito gratuito di 500 milioni, oltre a quello d’altrettanto di cui già godeva, in regime di carta fiduciaria.

 

 

609. Quando teoricamente comincia il danno del corso forzoso e come il danno di fatto esista sempre. – Poiché il corso forzoso non produce danno sino a quando il governo[4] non emette una quantità di carta moneta superiore a quella necessaria e sufficiente a conservare l’equilibrio dei prezzi, è evidente che i danni cominciano subito quando si eccede questo limite. Il quale di fatto è sempre ecceduto.

 

 

Basta invero pensare che il corso forzoso non si proclama quando gli scambi si svolgono tranquillamente, e quando il governo sarebbe atto ad inspirar fiducia ai portatori dei biglietti; ma in occasione di guerre od altre calamità nazionale, quando il governo è premuto da necessità urgenti di spese straordinarie, a cui dovrebbe soddisfare o imponendo balzelli nuovi o contraendo prestiti. Quale meravigliosa se, dopo aver proclamato il corso forzoso per potersi procacciare il prestito innocue dei 500 milioni di riserva metallica, il governo sia adescato dalla facilità di far debiti in tal maniera, ed altri ne faccia, emettendo nuove quantità di biglietti, oltre ai primi 1.000 milioni? Chi può vietargli di stampare altri 200 e poi 300 e poi 500 e poi 1.000 milioni di biglietti, oltre quelli che esistevano nel momento della proclamazione del corso forzoso?

 

 

In apparenza lo Stato ma reca danno ad alcuno aumentando quantità esistente dei biglietti oltre i 1.000 milioni preesistenti; ed è applaudito, come vedremo, da molti; mentre raggiunge l’intento, per esso desiderabilissimo, di un prestito senza interesse, duraturo sino al momento in cui deliberi in cui deliberi di abolire il corso forzoso e di far onore alla sua promessa di rimborso in moneta metallica. A che prò andare sillogizzando per sapere se sia migliore l’imposta od il prestito, quando l’emissione di carta moneta a corso forzoso offre il mezzo di dar debiti senza interesse? Basta stampar carta, e con essa pagare fornitori, impiegati, soldati. Senza costo si far fronte alle spese straordinarie e vien la tendenza di provvedere anche alle spese ordinarie. Tanto grande è la tentazione, che si può bene asseverare che di fatto il limite, oltre cui il corso forzoso non produce danni, è sempre oltrepassato.

 

 

610. Come dal corso forzoso può nascere il deprezzamento della carta moneta. Aggio dell’oro sulla carta. – Quali sono questi danni che il corso forzoso produce oltre il limite già detto, ossia quando si eccede la quantità di carta moneta sufficiente a tenere il livello dei prezzi interni al livello dei prezzi esteri? Il punto non può essere chiarito senza ricavare dalla scienza economica alcune nozioni elementari sul deprezzamento della carta moneta e sul sorgere dell’aggio.

 

 

Supponiamo che, in regime di circolazione fiduciaria, vi fossero in circolazione 500 milioni di biglietti coperti da altrettanta riserva metallica e 500 milioni senza copertura: in tutto 1.000 milioni di lire.

 

 

Proclamato il corso forzoso, si verifica il processo che indicammo in nota al paragrafo precedente. Lo Stato si impadronisse dei 500 milioni di riserva metallica e li spende all’estero ovvero all’interno. Se all’estero la circolazione interna da una composizione di 1.000 milioni di biglietti fiduciari, di cui 500 semplicemente rappresentativi di moneta metallica, passa ad una composizione di 1.000 milioni di carta moneta senza copertura.

 

 

Ma sono sempre solo 1.000 milioni e quindi, se nel frattempo non è mutata la quantità delle merci e dei servigi da scambiare, se prima si davano 100 lire di biglietti fiduciari per avere una tonnellata di una merce qualunque, merce indistinta o merce tipo, come si potrebbe chiamare, dopo per avere la stessa quantità di merce si daranno pure 100 lire di carta moneta.

 

 

Se il governo spende i 500 milioni d’oro all’interno, il processo è un po’ più lungo, mi giunge allo stesso risultato. Ripetiamo il ragionamento fatto dianzi. La circolazione rimane composta di 1.000 milioni di carta moneta + 500 milioni di moneta buona d’oro = 1.500 milioni. Se il prezzo di 1 tonnellata di merce tipo era di 100 lire con 1.000 milioni di moneta, diventerà o tende a diventare di 150 lire con 1.500 milioni. Poiché la moneta essendo una merce come le altre, se essa diventa più abbondante deprezza. E che vuol dire deprezzamento della moneta? Che bisogna dare maggior quantità della merce moneta (150 lire) per aver quantità delle altre merci (1 tonn. di merci tipo). Ma ciò non può darsi, perché si avrebbe in tal caso che 1 tonnellata di merci si permuterebbe all’interno con 150 lire di moneta ed all’estero, dove la quantità di moneta non è cresciuta, con 100 lire soltanto. Se tra interno ed estero non vi fosse alcun rapporto monetario, se la moneta non potesse andare dal paese considerato al gruppo dei restanti paesi esteri, cosifatto dislivello, potrebbe durare indefinitamente. Ma invece l’estero è in comunicazione non l’interno con l’interno per mezzo degli scambi internazionali. Se la bilancia dei pagamenti internazionali prima era, come doveva essere, in equilibrio, ad es. su una cifra di 3 miliardi di lire, il dislivello dei prezzi esteri ed interni rompe l’equilibrio. Poiché, essendo i prezzi elevati all’interno e bassi all’estero, non vi sarà più convenienza ad esportare dal paese a prezzi elevati al gruppo dei paesi esteri a prezzi bassi, onde le esportazioni scemeranno ed i crediti del paese verso l’estero si ridurranno, ad es. da 3.000 a 2.900 milioni di lire. Viceversa le importazioni di merci dall’estero al paese tenderanno a crescere, per venire a godere ivi dei prezzi più elevati, onde i debiti (le importazioni danno origini a debiti, poiché occorre pagare le merci comperate, come le esportazioni a crediti) cresceranno, ad es., da 3.000 a 3.100 milioni di lire. Come si salderà la differenza tra 3.100 di debiti e 2.900 di crediti? Inviando all’estero moneta metallica, che è la sola che l’estero accetti, non volendo esso saperne della carta moneta, la quale ha corso solo nel paese, il cui governo obbliga i cittadini ad accoglierla.

 

 

Sono 200 milioni di moneta metallica sui 500 che già prendono la via dell’estero. Nell’anno seguente il fenomeno continua; altr’oro continua a fluire fuori del paese, sinché tutti i 500 milioni se ne siano andati. A mano a mano la quantità di moneta esistente nel paese diminuisce da 1.000 carta + 500 oro = 1.500 a 1.000 carta + 400 oro = 1.400, a 1.000 + 300, a 1.000 + 200, 1.000 + 1000 il dislivello tra i prezzi interni e quelli esteri scema, poiché rimanendo i prezzi esteri a 100 i prezzi interni scemano da 150 a 140 a 130 a 120 a 110 sinché quando tutto l’oro se ne è andato all’estero ed in circolazione all’interno è rimasta la sola carta moneta in 1.000 milioni, i prezzi interni ridiventano di 100 lire per ogni tonnellata di merce tipo. Questa la forma tendenziale del processo, come schematicamente si verificherebbe. In realtà non c’è bisogno di queste variazioni di prezzi, per l’intervento benefico della speculazione, la quale fa si che il processo si verifichi senza tanti attriti. Ma ciò non monta, a noi importando solo di concludere che, sinché il governo si limita a spendere, all’estero od all’interno, i 500 milioni di lire d’oro costituenti l’antica riserva metallica, alla lunga in circolazione all’interno rimangono solo i 1.000 milioni di carta moneta, ed i prezzi continuano ad essere, come prima e coma all’estero, di 100 lire di carta contro una tonnellata di merce tipo.

 

 

E poiché se:

 

 

All’interno: 100 lire di carta moneta sono = 1 tonn. di merce tipo
All’estero:100 lire moneta metallica (oro) = 1 tonn. di merce tipo
si può concludere che: 100 lire di carta moneta sono = 100 lire d’oro

 

 

ne segue che finora la carta moneta a parità di cosidetto valore nominale (valore nominale è semplicemente il nome dato ad un prezzo di carta o a certi dischi d’oro), conserva la stessa potenza d’acquisto della moneta metallica buona. Si dice allora che la moneta d’oro non fa aggio sulla carta moneta.

 

 

Non più quando lo Stato, non contento di avere speso i 500 milioni di moneta metallica da esso posseduto, seguita a far debiti emettendo altra carta moneta. Supponiamo che lo Stato aumenti la quantità di carta moneta da 1.000 a 1.250 milioni di lire. Che cosa accadrà? Di nuovo che la carta moneta essendo aumentata in quantità deprezza, ossia che per avere 1 tonn. di merce tipo si danno, ad es., 125 lire di carta, mentre all’estero continuano a darsi ancora solo 100 lire d’oro.

 

 

Nel caso precedente, questo dislivello di prezzi non poteva durare perché la moneta metallica esuberante, per il meccanismo descritto degli scambi internazionali, se ne andava all’estero. Adesso che il paese non possiede neppure più una lira di moneta metallica da mandar via, e l’estero non accetta la carte moneta, tutto ciò che accade si è questo: che all’interno i prezzi in carta continueranno ad essere indefinitamente di 125 lire per 1 tonn. di merce tipo, mentre all’estero i prezzi in oro saranno di sole 100 lire.

 

 

E poiché se:

 

 

All’interno: 125 lire di carta moneta sono = 1 tonn. di merce tipo
All’estero: 100 lire di carta moneta sono = 1 tonn. di merce tipo
ne segue che, essendo due cose uguali ad una terza uguale tra loro:
125 lire carta moneta sono = 100 lire di moneta d’oro
ed ancora che:  
100 lire carta moneta sono = 80 lire di moneta d’oro

 

 

si può concludere che la moneta di carta è svalutata in confronto alla moneta d’oro; che cioè, per comprare la stessa quantità di merci bisogna dare 125 lire di carta moneta quando bastano 100 lire di moneta d’oro; e viceversa bastano 80 lire d’oro per comprare ciò per cui bisogna dare 100 lire di carta. Si dice allora che v’è un aggio del 25%, il che significa indifferentemente la sottovalutazione della carta rispetto all’oro, o la sovravalutazione dell’oro rispetto alla carta.

 

 

Non v’è limite all’aggio; e si citano casi come quelli famosissimi degli assegnati durante la rivoluzione francese in cui per la quantità esorbitante degli assegnati (40 e più miliardi di franchi) un assegnato da 100 lire aveva finito per valere pochi centesimi ed infine per scadenze a zero.

 

 

Alla lunga ciò non fa danno a nessuno, poiché si tratta solo di nomi appiccicati a dei pezzi di carta o a dei dischi d’oro. Il governo del paese ha creduto bene di dare il nome di 100 lire l’uno a 12.500.000 pezzi di carta dandovi il nome complessivo di 1.250.000.000 lire. Se invece v’avesse dato il nome di 80 lire l’uno, il nome complessivo sarebbe stato di 80  12.500.000 = 1 miliardo di lire ed il livello interno di prezzi avrebbe potuto rimanere uguale al livello estero. Invece, dato i nomi grossi e la grossa quantità di carta in circolazione, i nazionali occorre s’abituino a dare alle cose dei nomi monetari vistosi; chiamando 120, 150, 200, 500, 1.000 e più lire, a seconda dei casi, ciò che all’estero si chiama col nome di 100 lire. Trattasi, alla lunga, di un innocuo sollazzo che ha nome di follia della grandigia monetaria. In Portogallo tutti sono milionari; perché alle merci più piccole e di minor pregio danno il nome di migliaia e milioni di reis. Il che non toglie che gli uomini abbiano precisamente la stessa ricchezza coi nomi monetari grossi e con quelli piccoli.

 

 

Ma per giungere della situazione in cui tutte le merci e tutti i servigi di denotavano col nome monetario di 100 lire alla nuova situazione in cui si denotino col nome monetario di 120, o 150, o 200 lire passa del tempo. Non è un processo codesto che si esaurisca in un attimo. E precisamente durante il tempo occorrente affinché tutti i nomi monetari si siano ugualmente innalzati si verificano i danni del corso forzoso, danni maggiori dei vantaggi che ne ricevano alcune ristrette classi sociali.

 

 

610. Rapporti tra debitori e creditori e rialzo del tasso dell’interesse. – Tipico è il caso dei rapporti tra creditori e debitori. Bisogna distinguere tra i prestiti conchiusi prima che sia proclamato e preveduto il corso forzoso col conseguente deprezzamento della carta moneta e scadenti durante il tempo del corso forzoso e quelli conchiusi prima e scadenti poi ovvero conchiusi dopo.

 

 

Su quelli conchiusi prima, quando 100 lire di carta erano uguali a 100 lire d’oro e scadenti poi, quando di nuovo siamo tornati alla stessa uguaglianza, il corso forzoso non esercita veruna influenza.

 

 

Per quelli conchiusi prima e scadenti durante il corso forzoso, è chiaro che i creditori sono danneggiati ed i debitori avvantaggiati. Poiché questi hanno ricevuto a mutuo 100 lire di biglietti fiduciari pari a 100 lire di moneta d’oro e restituiscono 100 lire di carta moneta pari appena a 95, 90, 85, 80 e forse meno lire d’oro. Il corso forzoso opera un trasferimento di ricchezza dai creditori ai debitori: prima i creditori possedendo una ricchezza di 100 lire (loro credito) e dopo dovendosi contentare di 80, mentre 20 lire sono rimaste al debitore.

 

 

Contro questa vicenda i creditori non hanno alcun rimedio, per i prestiti antichi; poiché i governi moderni quando emettono carta moneta deprezzata, che è falsa moneta, non usano più come i governi di antico regime, quando riducevano il peso o il titolo della moneta metallica od emettevano moneta erosa o lunga od ossidionale (vecchie maniere della moneta falsa di Stato), dichiarare che i debiti antichi dovranno essere pagati in carta moneta tenendo però conto dell’aggio, così da pagare 125 lire di carta per estinguere un vecchi debito di 100 lire, ove l’aggio sia del 25 per cento. Ciò non usano più i governi moderni democratici e rappresentativi, poiché essi sono, più degli antichi, persuasi della loro infallibilità; né vogliono ammettere che il deprezzamento della carta discenda logicamente dalle loro male fatte (eccessive emissioni) ma lo ascrivono ad ogni sorta di male arti dei loro avversati, alle speculazioni dei borsaiuoli, agli articoli degli economisti che denunciano le eccessive emissioni, alla situazione internazionale turbate, sulla quale si picchia, poiché essa è una entità metafisica priva del dono della parola, come su una comodissima testa di turco. Son note le difese dei governanti inglesi durante le guerre napoleoniche ed il corso forzoso dei biglietti della Banca d’Inghilterra, difese imitate dappoi dai governanti di molti altri paesi d’Europa e d’America.

 

 

Ma i nuovi creditori trovano subito il rimedio a tanto malanno; poiché, se essi prevedono o temono che l’aggio abbia a crescere, si premuniscono contro la perdita, stipulando che il mutuo sia conchiuso e la somma restituita in moneta buona d’oro. Con ciò però essi corrono ancora il rischio di una diminuzione nell’aggio. Poiché se oggi il creditori, per procurarsi le 100 lire in oro che vuol dare a mutuo, ha speso 125 lire di carta, domani ove l’aggio sia ridotto al 10%, egli ricevendo in restituzione 100 lire d’oro, potrà scambiarle solo con 110 lire di carta, subendo una perdita di capitale, se non sostanziale (in oro), almeno apparente (in carta), la quale gli è spiacevole, essendo egli abituato a tenere in carta la sua contabilità.

 

 

Quindi i creditori preferiscono usare altro sistema: pur stipulando i mutui in carta e consentendo il rimborso medesimante in carta aumentano tanto l’interesse stipulato di quanto basta a salvarli dalle oscillazioni all’insù dell’aggio. Così, se noi supponiamo che l’aggio sia giunto al 10% e si tema un rialzo ulteriore sino al 25%, che il tasso dell’interesse fosse prima, in oro, del 5% e la durata del mutuo sia di 10 anni, il creditore stipulerà un tasso di interesse del 6.081% di cui 5 è interesse proprio ed 1.081% compenso per il rischio di deprezzamento della carta moneta. Infatti, se anche l’aggio aumenta al 25 per cento, è vero che il creditore, il quale ha mutuato 110 lire in carta, quando queste equivalevano a 100 lire d’oro, riceve il rimborso delle 110 lire in carta quando queste hanno un valore minimo in oro (L. 88 poiché L. 110 in carta all’aggio del 25% valgono 88 lire in oro) ma in aggiunta alle 110 lire ha ricevuto ogni anno il sovrainteresse dell’1.081 per ogni cento lire, ossia, su 110 lire, lire 1.19 annue che, impiegate all’interesse composto del 5%, gli danno alla fine del decennio precisamente le 15 lire che, aggiunte alle 110 lire restituitegli dal debitore, formano le 125 lire che, al momento del rimborso, si cambiano con 100 lire d’oro. Egli corre il rischio che l’aggio sia giunto al 30%, onde le 125 lire, restituitegli tra capitale e sovra interesse, non corrisponderebbero più a 100 lire; ma tal rischio si può supporre compensando dall’alea che l’aggio rialzi solo al 20% o meno.

 

 

Né basta cogli aumenti del tasso d’interesse. Infatti, prima del corso forzoso, il creditore percepita 5 lire annue per ogni 100 lire d’oro mutuato; ed oggi riscuote, per ogni 110 lire in carta, al 5%, lire 5.50. Ma se 5.50 in carta equivalgono a 5 lire in oro nel primo momento, quando l’aggio è del 10%, non vi equivalgono più quando l’aggio cresce progressivamente al 15, 20, e 25 per cento.

 

 

Quando l’aggio sarà giunto al 25%, per ottenere l’equivalente delle 5 lire annue d’oro, farà d’uopo avere L. 6,25 in carta, onde l’interesse dovrebbe essere del 5.68 per cento sulle 110 lire in carta, in cui il mutuo è stipulato. Perciò, se si suppone che l’aumento dell’aggio sia regolare nel decennio, l’interesse dovrebbe aumentare anch’esso regolarmente, per questo capo, dal 5 al 5.68%; od in altra misura, se l’aumento avviene in modo irregolare. Supponiamo che un aumento immediato e costante per il decennio del 0.319% corrisponda a questo rischio; e noi avremo che il tasso dell’interesse, il quale era, prima del corso forzoso, del 5%, diventa durante il decennio per cui si suppone continui l’aumento dell’aggio o il deprezzamento della carta moneta a corso forzoso uguale a:

 

 

5% tasso originario
0.319% compenso per il rischio del deprezzamento dell’ammontare annuo dell’interesse esatto in carta
1.081% compenso per il rischio del deprezzamento ulteriore della sorte capitale rimborsata in carta alla fine del decennio
6.50 % totale tasso d’interesse durante il decennio.

 

 

Alla lunga perciò, per i contratti nuovi stipulati in regime di corso forzoso, i debitori più non traggono vantaggio dal deprezzamento dalla carta moneta; poiché i creditori sanno premunirsi, col rialzo del tasso dell’interesse, contro siffatto rischio. Tuttalpiù, siccome gli uomini sono portati ad esagerare i rischi, da questa esagerazione e da un eccessivo aumento del tasso dell’interesse traggono vantaggio i creditori.

 

 

L’aumento nel tasso dell’interesse cessa ed anzi l’interesse ritorna al tasso primitivo quando, pur continuando il regime di corso forzoso, l’aumento nell’aggio sia cessato e quando siasi, ad es., fissato al 25 per cento. Poiché, in tal caso, il creditore il quale dà a mutuo 125 lire in carta, equivalenti a 100 lire d’oro, sa che otterrà in rimborso 125 lire in carta, sempre uguali a 100 lire d’oro; e sa pure che, stipulando l’interesse dal 5% sulle 125 lire, riceverà L. 6,25 in carta le quali equivalgono a 5 lire d’oro, ossia al 5% sulle 100 lire d’oro. Non correndo più nessun rischio, egli non avrà interesse ad aggiungere al tasso netto di interesse alcuna quota di rischio, e dalla concorrenza cogli altri capitalisti sarà impedito di farlo[5].

 

 

Ma finché continuano i movimenti di rialzo nell’aggio ossia di deprezzamento della carta moneta, il tasso dell’interesse continua a salire ed a mantenersi elevato. Chi sa cosa voglia dire tasso di interesse elevato, ne vede per la collettività. Al 5% un certo numero di imprenditori ha interesse a farsi imprestar capitali ed a impiegarlo in imprese agricole, industriali e commerciali: in tutte quelle cioè le quali danno almeno il frutto di qualcosa più del 5 per cento. Ma se occorre pagare il 6,50% per ottener l’uso del capitale, gli imprenditori hanno convenienza a farsi imprestar capitali solo se ad essi è possibile impiegarli in intraprese le quali fruttino più del 6,50%, nessuno potendoli costringere a pigliare a mutuo al 6,50% per impiegare al 5 per cento. Ora è certo che le imprese le quali rendono più del 6,50% sono in numero minore di quelle le quali si contentano di fruttare il 5%, poiché le imprese ammirabilmente situate ed organizzate, dirette da imprenditori di primo ordine, i quali sanno utilizzare bene il lavoro delle maestranze, comprare a tempo ed a poco prezzo, vendere opportunamente ed a prezzi elevati, saggiare le invenzioni nuove e scegliere le feconde, scartando le inutili, sono in numero grandemente minore di quelle dirette da uomini mediocri ed infimi. Talché resta dimostrato che l’aumento temporaneo nel tasso d’interesse, dovuto al rialzo nell’aggio ha per conseguenza una limitazione nel numero delle imprese attive, diminuzione di benefici industriali, minore produzione di ricchezza e disoccupazione operaia.

 

 

Ben è vero che i governi colpevoli di aver fatto sorgere e crescere l’aggio, negano di essere responsabili di sì orrendi misfatti; e ne danno la causa alle macchie del sole, alle guerre combattute nel mondo della luna e simiglianti stravaganze. Le quali, già essendo state chiarite dagli economisti da Adamo Smith in poi, non richiedono ulteriore confutazione.

 

 

611. Rapporti tra imprenditori e operai. – Gli operai, i quali sono già danneggiati dalla disoccupazione, risentono un ulteriore danno dallo scadimento del pregio della carta moneta. Poiché, mentre il prezzo di 100 lire d’oro in carta aumenta da 100 a 110, 115, 120 e 125 lire, dovrebbero contemporaneamente nella stessa proporzione aumentare i prezzi in carta di ognuna delle merci componenti la nostra politica tonnellata di merce tipo.

 

 

Ma così non è. Vi sono merci le quali aumentano subito il prezzo; come quelle che si esportano all’estero e, vendendosi per 100 lire d’oro, si cambiano senz’altro in 110, 115, 120 o 125 lire di carta; o quelle che si importano dall’estero e si devono pagare in oro e perciò nel suo equivalente in carta.

 

 

Altre merci però non sono così leste a seguire colle loro variazioni di prezzo, le variazioni di prezzo della carta moneta; sovratutto quelle di consumo locale, le merci vendute al minuto, i fitti delle case che si contrattano a lunga scadenza, le imposte o prezzi dei servigi pubblici, ed infine i prezzi della merce lavoro, ossia i salari. Questi sono viscosissimi ed oppongono grande resistenza ai mutamenti; poiché gli operai per ricevere 5,50, 5,75, 6 o 6,25 lire in carta invece delle 5 lire in oro che ricevevano prima, dovrebbero potersi muovere con agevolezza, andare all’estero dove si ricevono le 5 lire in oro e rarefare l’offerta delle braccia all’interno per far salire i prezzi al disopra delle 5 lire in carta, come accade delle merci di esportazione. A far ciò occorre tempo; non si rompono d’un tratto abitudini lunghe, legami famigliari e paesani. Nel frattempo i salari in carta rimangono bassi, anche perché il tempo di disoccupazione non è tempo da scioperi per aumenti di salario.

 

 

Durante questo tempo, che può essere lunghissimo, gli imprenditori, i quali vendono i loro prodotti a prezzi in carta cresciuti da 100 a 125, ossia di tutto l’aggio, od almeno di buona parte dell’aggio se si tratta di merci viscose o lente a mutar di prezzo, lucrano perché continuano a pagare agli operai salari in carta di 100, come prima in oro. Ed il lucro degli imprenditori è danno degli operai.

 

 

612. Variazioni nel commercio estero. – Anche il commercio internazionale tende a ristringersi a causa dell’aggio. È vero che dall’aggio ricevono un momentaneo stimolo le industrie esportatrici le quali vendono all’estero a 100 in oro, da cui ricavano 125 lire in carta, mentre i costi interni non sono ancora saliti. Ma trattasi di un vantaggio per taluni nazionali che è controbilanciato perfettamente dal danno di altri pure connazionali, e cioè degli operai che vendono la loro merce lavoro ai prezzi antichi in carta deprezzata e dei produttori di materie prime o fornitori di capitali, il cui prezzo non sia ancora solito in proporzione dell’aggio. Non è dunque questo un vantaggio per il paese, ma un trasferimento dannoso di ricchezza da una classe all’altra nell’interno del paese.

 

 

È vero pure che dall’aggio sono avvantaggiate le industrie interne soggette alla concorrenza straniera; poiché da un lato i prezzi delle merci straniere concorrenti da 100 lire in oro si innalzano a 125 lire in carta e dall’altro i dazi doganali protettivi da, per ipotesi, 50 lire in oro crescono parimenti a 62,50 lire di carta[6] ; mentre i costi, per le ragioni ora dette di tendenza nei salari operai, in taluni interessi passivi, nelle imposte ecc. ecc. a muoversi più faticosamente, crescono, ad es., da 100 a sole 110 lire. Ma neppure questo è un vantaggio reale per il paese; poiché se da ciò di avvantaggiano gli industriali protetti sono danneggiati gli operai, i capitalisti, lo Stato esattore di imposte, gli agricoltori che forniscono materie prime non ancora aumentate di prezzo ecc. ecc.

 

 

Momentaneamente, il paese, considerato nel suo complesso, è danneggiato; poiché cresce il rischio di contrattare con esso. L’importatore estero, il quale vende oggi grano a 30 lire per quintale in oro, stipulando il prezzo di 33 lire in carta, non è mai pagato in contanti, ma a respiro di 3, 6 o 9 mesi secondo le consuetudini di ogni ramo di commercio e di ogni paese. Egli quindi non può sapere se, dopo 3 mesi, le 33 lire di carta che egli riceverà varranno ancora 30 lire in oro ovvero solo 29 o 28 per il deprezzare ulteriore della carta; e quindi vuole assicurare contro questo rischio. Se egli non ha bisogno di assicurare, perché ha venduto in oro, dovrà assicurarsi il negoziante compratore nazionale che s’è obbligato a pagare le 30 lire in oro e riscuoterà in carta 33 lire fra tre mesi dal mugnaio. Di solito l’assicurazione si fa vendendo subito, al cambio attuale, la cambiale di 33 lire a scadenza di 3 mesi. Vi sono speculatori, banchieri che si occupano di queste operazioni e comprano a un prezzo fissato oggi cambi futuri. Ma sarebbe irragionevole pretendere che costoro esercitino il loro mestiere senza compenso. Questo compenso per il rischio delle oscillazioni nell’aggio è un aumento di costo delle merci che si importano dall’estero; e quindi dà luogo ad un aumento dei prezzi in carta delle merci in aggiunta all’aggio.

 

 

Talvolta si tratta di un compenso tenuissimo, quando si prevedono piccolissime oscillazioni nell’aggio; tal’altra il compenso può diventare assai elevato, quando l’aggio violentemente balza d’un tratto dal 10 al 25, dal 25 al 15, dal 15 al 30 per cento. Accade in Argentina, quando l’aggio, verso il 1890, oscillava violentemente dal 100 al 400 per cento, che nessuno volesse più assumersi questo rischio; onde il commercio coll’estero rimase grandemente frastornato.

 

 

Con gran giubilo dei produttori avvantaggiati interni, i quali furono posti per qualche tempo al riparo da ogni concorrenza estera; ma con danno grandissimo dei consumatori e dei produttori non privilegiati.

 

 

613. Due maniere principali di abolire il corso forzoso. – Troppo grandi sono perciò i danni del corso forzoso, perché i governanti, quando hanno tratto da esso tutto il vantaggio di prestiti gratuiti che era loro consentito e quando di siffatto aiuto più non hanno bisogno, possano astenersi decentemente dal riconoscere che la gratuità del prestito, come ogni altro vantaggio di simigliante apparente gratuità, fu comprata a carissimo prezzo dai cittadini. Sicché, spinti dalla vergogna propria o dal clamore altrui, si apparecchiano ad abolire il corso forzoso.

 

 

Due vie si presentano opportune all’uopo: l’una delle quali consiste nel legalizzare lo stato di fatto, riducendo il valore nominale della carta moneta o fissando il cambio al livello di fatto raggiunto, l’altra dalla riduzione della carta moneta in circolazione alla quantità bastevole a far scomparire l’aggio.

 

 

614. Riduzione del valore nominale della carta moneta o fissazione del cambio al disopra della pari. – Supponiamo che in un paese la quantità di carta moneta, data la quale i prezzi esteri sarebbero uguali a quelli interni ed il cambio sarebbe alla pari, sia di 1.000 milioni di lire, e che invece il governo ne abbia emesso 2.000 milioni, deprezzando la carta moneta siffattamente che per comprare l’identica quantità di merce, che si compra all’estero con 100 lire d’oro, bisogna dare 200 lire di carta, sicché l’aggio è del cento per cento.

 

 

Volendo far scomparire questo e nello stesso tempo abolire senza spesa il corso forzoso il governo può dire: ogni biglietto, su cui sono sovra stampate le parole 100 lire, si legga come se vi fossero scritte le parole 50 lire; ognuno da 200 come se fosse di 100 e così via. Per tal modo la quantità di moneta circolante viene ridotta senz’altro da 2.000 a 1.000 milioni, ottenendosi lo stesso effetto che se realmente i 1.000 milioni fossero dallo Stato ritirati ad es., in pagamento delle imposte e non più rimessi in circolazione. Con questa differenza: che i 1.000 milioni vengono fatti scomparire senza alcuna spesa per lo Stato, semplicemente cambiando il nome ai biglietti.

 

 

Che se questo sistema può sembrare al popolo troppo taumaturgico od i governanti temono di incorrere taccia di lesti di mano, come quelli che s’erano impegnati, sia pure in modo astratto e riservato ad un avvenire incerto, a rimborsare i biglietti da 100 lire con 100 lire d’oro, ed ora li rimborsano con 50 lire, v’è un’altra via aperta. Il governo può conservare il nome di 100 lire ai biglietti di carta moneta per uso interno; ma dichiarare che, se i cittadini avranno bisogno di fare pagamenti all’estero in oro, potranno sempre recarsi agli sportelli di una Cassa di conversione, istituita dallo Stato, e ricevere 50 lire d’oro per ogni 100 lire di carta presentate al cambio. Così lo stesso effetto viene ottenuto: poiché se i biglietti da 100 lire sono convertibili a vista e al portatore in 50 lire di oro, non potranno mai più valere di meno, né potranno riuscire a valere di più, perché i cittadini sono fatti persuasi che mai più si realizzerà la promessa del cambio alla pari, ma al più il governo li cambierà in 50 lire d’oro. Così, pur ottenendosi lo stesso effetto, il fenomeno viene oscurato agli occhi del volgo, poiché questo viene mantenuto in un atmosfera interna di biglietti di grosso taglio, con nomi monetari vistosi. Egli, seguitando a contrattare in carta, si illude di ricevere un salario di 10 lire al giorno laddove ne guadagna 5 d’oro o di avere un patrimonio di 100.000 lire, mentre lo ha di 50.000 lire. Di cambi coll’estero si preoccupa una piccola minoranza di banchieri e commercianti, i quali hanno vantaggio dalla abolizione effettiva del corso forzoso, né pensano di ribellarsi contro un provvedimento utile e gradito al popolo perché mantiene la fantasmagoria

degli alti valori monetari.

 

 

Qualunque sia il metodo adottato:

 

 

  • a) Questo mezzo, osservasi, non cagiona alcun sacrificio al governo. Basta una legge che muti il nome ai biglietti o fissi la ragion del cambio al 50 per cento. Ma questo vantaggio da solo sarebbe tale da far subito condannare il mezzo scelto, perché esso si basa su un latrocinio che il governo opera a carico dei portatori di biglietti. Sarebbe comodo ai debitori pagare i debiti al 50%; ma dei commercianti, che così operano, si dice che hanno fallito ed hanno chiesto poi il concordato. Nel caso dello Stato, manca il concordato, non essendovi affatto il consenso di veruno dei portatori, ed essendo la riduzione imposta per forza. Anche da respingere è il mezzo scelto poiché nuoce al credito dello Stato il sapersi che esso ha l’abitudine di pagare i debiti al 50 per cento.
  • b) Per contro si nota che in sostanza il mezzo è innocuo ai portatori dei biglietti. Il cambio in ragione del 50% non fu infatti scelto a caso; ma è quello stesso a cui, oramai da anni, si era fissato spontaneamente all’incirca il cambio coll’estero. Da anni, cioè, i portatori di biglietti da 100 lire, quando dovevano fare qualche pagamento all’estero, li cambiavano con 50 lire d’oro. Da anni, i biglietti da 100 lire compravano la metà delle merci che si potevano acquistare con 100 lire d’oro. Passato il periodo intermedio, forse lunghissimo, di adattamento, durante il quale s’eran verificati i danni detti di sopra, i prezzi di tutte le merci, delle case, dei terreni, della merce lavoro, dei titoli di borsa erano raddoppiati in carta in confronto ai prezzi in oro. Chi possedeva o riceveva un biglietto da 100 lire, sapeva benissimo che aveva in mano l’equivalente di 50 lire d’oro; né sperava di potere mai avere qualcosa di più. Perché non legalizzare questo stato di fatto; e dire che la cassa di conversione si obbliga a cambiare i biglietti in oro precisamente secondo quel rapporto che già da tempo era invalso?
  • c) Far diversamente non sarebbe recare uno scorretto vantaggio a taluni senza che gli antichi danneggiati possano rifarsi? Tizio, nel 1900, aveva un biglietto da 100 lire, che poteva cambiare con una tonn. di merce tipo o con 100 lire d’oro. Proclamato il corso forzoso e deprezzata del 50% la carta moneta, Tizio che aveva ancora il biglietto da 100 lire, ha il danno di poterlo cambiare solo con 1/2 tonn. di merce tipo o 50 lire d’oro. Passano molti anni e, nel 1915, Sempronio, il quale ha un biglietto da 100 lire di carta, che si cambia con 50 lire d’oro o mezza tonn. di merce tipo, vede per l’abolizione del corso forzoso col cambio alla pari, al cento per cento, aumentato d’un tratto il potere d’acquisto del suo biglietto a una tonn. di merce tipo o 100 lire d’oro. Tizio nel 1900 ebbe un danno di 50 lire. Sempronio ha nel 1915 un beneficio di 50 lire. L’un beneficio non risarcisce l’altro danno; ed amendue sono avvenuti senza merito o colpa degli interessati. Poiché, oramai, nel 1915, non si può andare alla ricerca dei Tizii che nel 1900 ebbero danni dal corso forzoso, ed essi sono morti o rassegnati, non v’è alcuna ragione di dare un guadagno gratuito ai Sempronii.
  • d) Se il governo si ostinasse nel cambiare alla pari i biglietti deprezzati, grandi sarebbero gli inconvenienti. Siccome nessuno prevedeva un simile atto di generosità tutti s’erano abituati all’idea, di un deprezzamento dei biglietti del 50 per cento. Prezzi, fitti, salari, interessi, corsi dei titoli ecc. ecc. tutto s’era oramai adattato alla nuova condizione di cose. Dire ora che i biglietti da 100 lire saranno cambiati in 100 lire d’oro è recare una nuova gravissima perturbazione.

 

 

Gli operai che ricevano 10 lire in carta vecchia non permutabile dovranno contentarsi di 5 lire in carta nuova permutabile; i negozianti ridurre i prezzi della metà, i fitti ribassare. Tutto ciò non si può fare in un attimo; occorrono mesi, in taluni casi anni. Nuovi trapassi di ricchezza da una classe ad un’altra; nuovi arricchimenti degli uni ed impoverimenti degli altri. E tutto ciò perché? Per serbar fede ad una promessa di cui oramai tutti s’erano dimenticati e di cui nessun pensava a reclamare l’osservanza dallo Stato.

 

 

Qual meraviglia, dopo ciò, se parecchi governi, ed in tempi recenti il russo, l’austriaco, l’argentino, abbiano tenuta per abolire il corso forzoso la via della riduzione del valore nominale della moneta?

 

 

615. Riduzione della carta moneta in circolazione. – Però, se il cambio non è elevatissimo, se cioè la carta moneta perde in confronto all’oro solo 5 o 10 o 15 0 25%, magari anche il 40 o 50 per cento, i popoli non hanno ancora dimenticata la promessa, l’aggio continua ad oscillare, segno che non s’è ancora persa la speranza che il governo rinsavisca e ristabilisca il cambio alla pari, i prezzi non si sono ancora tutti adattati alla nuova condizione di cose. In tali condizioni, dire che i biglietti da 100 lire si cambieranno in 95, 90, 85, 75 lire di carta è proclamare apertamente il fallimento dello Stato, senza suo grande vantaggio.

 

 

Epperciò, se la quantità di carta moneta circolante è cresciuta da 1.000 a 1.600 milioni di lire, il governo può abolire il corso forzoso riducendo la quantità medesima di nuovo a 1.000 milioni. Il che si può ottenere, facendo lo Stato ogni anno sul bilancio proprio un risparmio od un avanzo di 50 o 100 milioni di lire. Ossia lo Stato ha incassato imposte per 1.200 milioni ed ha fatto spese per 1.150 o 1.100 milioni; dunque ha incassato 50 o 100 milioni di lire di più di biglietti di quanti ne abbia spesi. Questi 50 o 100 milioni di biglietti non vengono più spesi dal governo; ma son bruciati. In dodici o sei anni a seconda dei casi, la quantità della carta moneta circolante si riduce a 1.000 milioni; e gradatamente l’aggio scompare, ritornando i biglietti da 100 lire a valere 100 lire d’oro.

 

 

Se la via appare troppo lunga, lo Stato può fare un prestito di 600 milioni di lire, prestito vero e proprio, al tasso d’interesse corrente, per es., 4 per cento. Lo Stato incassa, col prestito, 600 milioni di lire in biglietti; e questi senz’altro brucia. La circolazione è ridotta da 1.600 a 1.000 milioni; e dei suoi trascorsi passati lo Stato, o meglio, i contribuenti conservano un perpetuo ricordo nell’onere di 24 milioni di interesse all’anno (4% sul debito dei 600 milioni). È la multa che si deve pagare per scontare l’illusione di poter fare un prestito senza interessi.

 

 

Sezione sesta.

Anticipazioni statutarie ed imprestiti di biglietti in conto corrente.

 

616. Quale sia la vera indole di ciò che in Italia si chiamano anticipazioni statutarie o conti correnti col tesoro. – In Italia gli istituti di emissione sono obbligati ad anticipare al tesoro 115 milioni di lire la Banca d’Italia, 30 milioni di Banco di Napoli e 10 il Banco di Sicilia, ad un interesse assai modesto dell’1 1/2 per cento. Questa maniera di prestiti può essere ineccepibile, quando è per lo Stato un modo di emettere biglietti indirettamente attraverso lo schermo degli istituti di emissione (cfr. par. 609 in nota), in regime di circolazione fiduciaria (cfr. par. 574 e 608) od anche di corso forzoso con cambio alla pari (cfr. par. 610). Diventa pernicioso quando, in regime di corso forzoso e con cambio con tendenza a salire al disopra della pari, lo Stato si fa anticipar denari dalle banche di emissione, costringendole così ad aumentare la quantità di carta moneta circolante e provocando il sorgere dell’aggio. Sia che si dia a questo fatto il nome di anticipazioni statutarie – che sono quelle sovradette, contemplate negli statuti delle banche – o che lo Stato si faccia imprestare biglietti in conto corrente – in Italia il tesoro ha un conto corrente colla Banca d’Italia, la quale è incaricata del servizio di tesoreria – ovvero che lo Stato consegni oro, di cui non vuol privarsi, alla banca facendosi consegnare biglietti che spende[7], sempre rimane il fatto che la circolazione di biglietti aumenta oltre il segno, a cui i cambi sono alla pari o non superano i cosidetti punti dell’oro[8]. Se lo Stato ad es., si fa imprestare in alcuno o parecchi di questi modi, 300 milioni di lire in biglietti, si ha il vantaggio apparente di avere un prestito gratuito dalla banca ed il beneficio illusorio di non far accorgere la generalità dei cittadini del prestito avvenuto; ma si produce il danno del paese, poiché col crescere della sua quantità, la carta deprezza e l’aggio compare e va sino all’1, 2 o 3%, arrestandosi quando il governo, rinsavito o fatto rinsavire dall’esperienza e dalle proposte crescenti, sospende i prestiti, ritira i biglietti o forse li diminuisce. Se i prestiti sono di somme relativamente scarse, l’aggio crescerà di poco ed i danni pel paese saranno moderati, sebbene sempre di gran lunga maggiore dell’interesse, anche del 4 o 5 più cento, che lo Stato avrebbe dovuto pagare su un prestito palese e sincero; e cresceranno ove la quantità di carta moneta emessa, sotto gli auspici degli istituti, aumenti.

 

 

Sezione settima.

Dei fondi depositati negli istituti pubblici di risparmio e di assicurazione e della cosidetta indipendenza finanziaria dello stato.

 

617. Depositi a vista od a breve scadenza nelle casse postali di risparmio ed in altri istituti pubblici. – Usano gli Stati moderni aprire banco presso gli sportelli della posta ed in ogni comune o villaggio ricevere depositi di denaro, rimborsabili a vista od a breve scadenza a cui si corrisponde non mite interesse, che in Italia oggi, ad es., è del 2,64% netto.

 

 

Due sono i risultamenti di questi banchi di Stato, volgarmente conosciuti sotto il nome di casse postali di risparmio, di cui l’uno è benefico e l’altro è dannoso.

 

 

618. Effetto benefico delle casse postali di risparmio: raccolta di risparmi minuti. – L’effetto benefico è la raccolta di somme egregie, le quali via via vanno crescendo a miliardi di lire – in Italia superano ora (1913) di parecchio i 2 miliardi di lire – raccolte da innumeri piccole sorgenti, di modesta portata, le quali sarebbero rimaste inutilizzate, senza l’opera raccoglitrice delle casse postali di risparmio. Molti piccolissimi e piccoli risparmiatori, per diffidenza od ignoranza avrebbero tesaurizzato, sotto specie metalliche, i loro risparmi, alla guisa del Don Abbondio dei Promessi Sposi; altri li avrebbero impiegati erroneamente, con perdite proprie e dell’intiera società. La cassa postale che ha le sue ramificazioni in ogni paese, che inspira fiducia, per la garanzia dello Stato, ai risparmiatori, educa costoro al deposito bancario, dà ad essi i primi insegnamenti intorno alle maniere mobiliari d’impiego dei risparmi, talvolta li incoraggia, quando i depositi hanno superato un certo segno, a comprare i titoli di debito pubblico, viemmeglio iniziandone la educazione capitalista (cfr. par. 598); e di questi piccoli rivoli compone un grande fiume, il quale potrebbe essere fecondatore di utili imprese.

 

 

619. Condizioni alle quali l’impiego dei risparmi raccolti dallo Stato potrebbe essere correttamente compiuto. – Potrebbe essere, si disse; e sarebbe sicuramente fecondatore ove fosse osservata una condizione: che amministratore di queste masse cospicue di risparmi fosse un corpo di persone assolutamente indipendente dal governo, il quale impiegasse i miliardi raccolti:

 

 

  • senza preferenza alcuna per gli impieghi pubblici (prestiti allo Stato, provincie, comuni, consorzi, cooperative, enti morali, ecc.) in confronto degli impieghi privati (sconti ad imprenditori e commercianti), in guisa da ottenere il massimo frutto corrente sul mercato. Infatti soltanto a questa condizione è possibile di impiegare i capitali col massimo utile della collettività; e se è da preferire un prestito allo Stato al 4% ad uno sconto di cambiali al 3.75%, è da preferirsi, sempre a parità di sicurezza, il 4% del prestito al privato al 3,75 o meno per cento del prestito all’ente pubblico. Della quale verità fu sopra (cfr. par. 606) data incontroversa dimostrazione[9].
  • tenendo esatta bilancia tra le scadenze dei mutui attivi e le scadenze dei depositi passivi; ed evitando perciò di immobilizzare tutta o gran parte della massa dei depositi, che sono depositi a breve scadenza od a vista, in mutui a lunga scadenza od in titoli che in brevissimo tempo od in momento difficili non possono vendersi senza perdite. Occorre che gli amministratori del banco di Stato – ché altro non sono le casse di risparmio postali – sappiamo per modo combinare le varie forme di impiego, da avere sempre liquida una parte notevole dei depositi, in guisa da far fronte a qualunque repentina richiesta di rimborsi (in caso di guerra, rivoluzioni ecc.), impiegando in modo permanente od a lunga scadenza solo quella parte di cui si può essere sicuri non sarà mai per essere richiesto il rimborso.

 

 

Più in generale, dovrebbe il corpo degli amministratori del banco dello Stato godere di tale indipendenza verso il governo e possedere siffatta perizia tecnica bancaria da comportarsi precisamente come gli amministratori di una banca privata «ottimamente» diretta. A che prò, invece, farlo gerire a guisa di una «cattiva» banca privata? Sono già fin troppo numerosi i banchi privati diretti da lestofanti od inetti, e non fa d’uopo certo aggiungervene uno di Stato.

 

 

620. Qualità psicologiche e politiche degli amministratori degli istituti pubblici, le quali impediscono l’osservanza di queste condizioni. – Gli amministratori dei fondi depositati presso le casse postali di risparmio non sono né lestofanti né inetti. Sono anzi uomini probi, laboriosi, e tra i migliori pubblici funzionari. Ma operano sotto la spinta di ragione politiche ed hanno la mentalità burocratica.

 

 

621. Operando sotto la spinta di ragioni politiche prediligono i prestiti ad enti pubblici. – Essi immaginano che il loro preciso dovere non sia di impiegare i fondi col massimo reddito possibile, ma credono loro compito aiutare le imprese pubbliche, dello Stato, dei comuni, delle provincie, dei consorzi e di altri enti pubblici. In parecchi Stati, ed anche da noi, esiste una Cassa depositi e prestiti, la quale ha per ufficio di raccogliere i depositi delle casse postali di risparmio, i depositi giudiziali, per cauzioni, i fondi di taluni istituti di previdenza, come il monte delle pensioni dei maestri elementari, dei segreti comunali, dei medici condotti ecc. ecc., i fondi giacenti delle amministrazioni pubbliche, come le ferrovie dello Stato, il commissario dell’emigrazione.

 

 

Come impiega la cassa questi fondi colossali? In prestiti dice il suo titolo, ma in realtà per legge, per regolamento e per consuetudine quasi in ogni dove i prestiti sono unicamente fatti ad enti pubblici.

 

 

622. Motivi della predilezione per i prestiti ad enti pubblici: a) virtù mistica dell’impiego «pubblico» ed analisi di essa. – Della predilezione degli impieghi in prestiti ad enti pubblici la prima ragione è la credenza, stravagantemente diffusasi nei tempi recenti, che l’impiego «pubblico» dei capitali abbia qualche virtù particolare che lo renda per sé stesso più virtuoso, più utile alla generalità dell’impiego «privato». Empionsi la bocca di parole vane i politicanti; di cui la più vanissima è un certo mistico «interesse pubblico», il quale consiglierebbe di costruire ferrovie improduttive perché non bisogna guardare al reddito nelle costruzioni ferrovie, ma la vantaggio della generalità, di preferire una bonifica, che renda l’1% ad una fabbrica di scarpe che frutta il 105 e di commettere simiglianti numerosissimi errori economici, già abbastanza confutati poco sopra (cfr. par. 606).

 

 

Analizzando il qual mistico concetto della supremazia dell’interesse pubblico sul privato, si vede che esso trae origine da due fatti:

 

 

  • in primo luogo la necessità di costruire certe ferrovie strategiche o politiche; necessità derivante da esigenze militari o dal bisogno di rinsaldare i vincoli politici o di cultura delle diverse parti di una nazione, o di richiamare a nuova vita economica alcune regioni arretrate o povere; ovvero di risanare talune plaudi, le quali diffondono intorno a sé malaria e pestilenze; ovvero ancora di salvare dall’analfabetismo i popoli a cui si son dati i diritti politici. Le quali necessità nessuno nega e furono a suo luogo (cfr. par. 46) mese in luce. Ma ragion vorrebbe che apertamente si dicesse che la tal ferrovia costa, per interessi e per ammortamenti, al 4%, 5 milioni di lire all’anno e ne rende 2, onde importa stabilire un’imposta sui contribuenti di 3 milioni di lire; che quella bonifica importa, sempre all’interesse corrente, una spesa di 1 milioni all’anno e frutta 200.000 lire; onde un carico al bilancio di 800 mila lire; che un fabbricato scolastico costò 100.000 lire e dovrebbe quindi, essendo la scuola gratuita, gravare, per interessi ed ammortamento, sul bilancio del comune per 5 mila lire annue. Questo si dovrebbe dire, ed i popoli dovrebbero essere contenti di sottostare al gravame dei 3 milioni, delle 800 e delle 5 mila lire all’anno imposte, volendosi raggiungere quei santissimi fini che sopra si sono detti.
  • Ma i governanti immaginano di dovere tener conto di un secondo fatto: che, nella massa del popolo, vi sono sempre taluni a cui dispiace di pagare quelle imposte, o sia perché sono antimilitaristi ed internazionalisti e ad essi non cale della difesa del territorio nazionale, o sia perché non vedono oltre i vantaggi immediati e non sanno apprezzare i vantaggi futuri dalla bonifica, od, essendo ignoranti, ma concepiscono i vantaggi della cultura. Farebbero assai bene i governanti a non impacciarsi delle eccedenze di costoro, che, in un battaglia aperta di idee, sarebbero sopraffatti dai più. Ma spesso i governanti non amano le battaglie, temendo, durante esse, d’essere sbalzati di seggio; onde non amano si dica che essi stanno per mettere quelle tali imposte.

 

 

Soccorre allora la teoria del preminente «interesse pubblico», applicata ai fondi della cassa depositi e prestiti. La cassa, per fare un solo esempio, impresterà le 100 mila lire occorrenti alla costruzione del palazzo scolastico al 2%, interesse ed ammortamento compreso, ed i buoni villici plaudiranno al loro deputato, il quale ha saputo ottenere la scuola tanto a buon mercato. Ed il governo del tempo acquisterà fama d’aver trovata la maniera di far denari a basso prezzo; onde crescerà l’ira contro i banchieri, che si ostinano ad esigere l’«usura» del 4, del 5 o del 6 per cento.

 

 

Fama non meritata. Poiché, con questa operazione, non si evita l’imposta delle 5 mila lire all’anno per la costruzione della scuola; ma la si ripartisce diversamente. Se l’interesse voluto dalla cassa fosse del 5%, i buoni villici dovrebbero pagare 5 mila lire di balzelli, ovvero 2 mila lire le pagherebbero essi e 3 mila lire le pagherebbero i contribuenti alle imposte di Stato, se 2 mila lire facessero carico al bilancio del comune e 3 mila e quello dello Stato. Essendo l’interesse del 2%, sembra che il carico delle imposte sia di sole 2.000 lire. Ma questa è pura apparenza; ché la cassa, incassando il 2 invece del 5%, perde ogni anno 3 mila lire, che altrimenti avrebbe guadagnato e versato al tesoro dello Stato; onde le entrate dello Stato diminuiscono di 3 mila lire, sulla cui destinazione i contribuenti non sono più chiamati a dare il loro parere.

 

 

La differenza tra i due metodi è nella sincerità dell’uno ed oscurità dell’altro. Il metodo che fa pagare il 5%, o qualunque altro interesse corrente, è sincero, perché apertamente dice ai contribuenti di Stato: voi avete la scelta tra: a) un reddito netto di 3 mila lire (supponendo che le altre 2 mila lire ricavate dell’imprestito di 100 mila lire al comune, siano pagate, a titolo di interessi passivi, ai depositanti delle 100 mila lire), il quale reddito netto consentirà di ridurre d’altrettanto le imposte esistenti, ovvero: b) l’impiego di esse 3 mila lire nel sussidiare la costruzione del fabbricato scolastico comunale, nel qual caso voi dovrete seguitare a pagare le vecchie imposte che avreste potuto abolire. Ed i contribuenti di Stato sceglieranno a ragion veduta ed avranno il merito di aver scelta la seconda via, ad essi onerosa, dopo opportuna bilancia del prò e del contro. Il metodo invece che fa pagare il 2% invece del 5% è insincero, perché mentre fa credere erroneamente che la scuola costi solo 2 mila lire all’anno, nasconde il fatto che si sarebbero dovute pagare 5 mila lire, se i contribuenti di Stato non avessero rinunciato al beneficio di 3 mila lire, che in circostanze normali avrebbe loro fruttato la gestione della cassa depositi e prestiti.

 

 

Inutile dire che i governanti preferiscono sempre la soluzione insincera a quella sincera; ed accusano di cuor duro gli economisti, i quali mettono in luce i loro sollazzevoli metodi di contabilità e non sanno apprezzare degnamente la magnanimità di cui fan prova i politicanti regalando per 2 la roba altrui che val 5, e neppure riescono ad esaltare la sapienza delle «tenui usure» di cui essi menan vanto nei discorsi intesi a procacciare a sé voti nei comizi elettorali.

 

 

623. b) Una certa divisione di lavoro tra branchi pubblici e privati. – Il secondo motivo di prediligere i prestiti ad enti pubblici è l’opinione che ai prestiti ai privati provvedano le numerose banche private ed ai prestiti agli enti pubblici debba provvedere il pubblico banco denominato «cassa dei depositi e prestiti». Si tratterebbe di una innocua ed opportuna divisione di lavoro tra le due specie di banche, ognuna delle quali, specializzandosi in un dato genere di operazioni, acquisterebbe in questa una particolare perizia e lavorerebbe a costi particolarmente bassi.

 

 

Nel quale ragionamento vi ha un fondo di vero. È opportuno che ogni banca si specializzi e conosca ottimamente la sua clientela, in guisa da evitare perdite e lucrare il massimo. Se questo, ossia il desiderio del massimo lucro e della minima perdita, fosse la ragione della specializzazione della cassa depositi nei mutui pubblici, nessuna osservazione vi sarebbe da fare.

 

 

Sebbene forse in tali condizioni la cassa non sarebbe la sola a coltivare il mercato dei prestiti pubblici; ché anche le banche private offrirebbero mutui al tasso corrente agli enti medesimi. Fu detto, ed anche qui vi è qualcosa di vero, che le banche private non conoscono gli impieghi in prestiti ad enti pubblici e non li curano anche quando potrebbero ricavarne frutto conveniente. E può darsi che oggi le banche, sapendo che esistono istituti pubblici, i quali fanno mutui ai comuni, alle provincie, ai consorzi, alle cooperative a tassi inferiori al corrente, non si curano di ricercare siffatta clientela. Sarebbe irragionevole pretenderlo. Sembra però improbabilissimo che le banche rifiutino imprestiti a chi li merita, sia questo un privato od un ente pubblico; od è assurdo che i banchieri, per spirito di classe e per solidarietà capitalistica, rifiutino mutui a comuni perché governanti da democratici o socialisti, od a cooperative composte di operai che danno il voto al deputato estremo. Queste sono fole per i comizi popolari. Se un banchieri non fa un prestito ad un comune socialista, ciò accadrà perché è male amministrato, non perché socialista; e l’avrebbe negato anche se fosse stato in mano di conservatori.

 

 

Sicurezza e frutto sufficiente: ecco le condizioni necessarie e bastevoli per far uscire i risparmi dagli scrigni più reazionari a favore degli impieghi più rivoluzionari. Gli uomini economici – di cui in terra i banchieri sono l’incarnazione più perfetta – fanno astrazione dalle idee e dai partiti politici. Il denaro non ha partito e corre dove l’interesse è più alto.

 

 

La ragione vera della specializzazione è un’altra: costruire un mercato chiuso pei prestiti pubblici, in guisa che questi si facciano ad un tasso minore del corrente colla sola cassa depositi e prestiti, fatta desiderosa di ridurre al minimo i proprii guadagni. E poiché noi sappiamo che questa ambizione è insensata e si può conseguire solo tenendo all’oscuro i contribuenti intorno alla realtà delle cose e confondendo le menti col suono vanno di parola prive di significato, così possiamo concludere non trattarsi di vera specializzazione tecnica ed economica, conseguita con servizi realmente migliori e più a buon mercato, ma di specializzazione politica, opportuna a tener soggetti i popoli.

 

 

624. c) L’indipendenza finanziaria dello Stato mercé l’assorbimento diretto della massima parte dei risparmi nuovi del paese. – Finalmente e massimamente si udì una dottrina nuovissima intorno ai rapporti fra Stato e banchieri, la quale, quando fu recentemente proferita, venne accolta con gran plauso. Parve invero nuovissima solo a chi s’era dimenticato che quella dottrina era grandemente famigliare ai feudatari medioevali ed ai signorotti del 400 e 500, i quali amavano l’indipendenza finanziaria che essi si procacciavano battendo moneta falsa e si dilettavano assai più nel far rosolare a lento fuoco sulla graticola ebrei, caorsini e lombardi che nel pagar loro i convenuti interessi; e s’era dimenticato altresì che questi metodi «geniali» di conquistare l’indipendenza finanziaria ai principi erano stati causa precipua del rialzo del tasso dell’interesse in quei tempi. Le quali disavventure essendo oramai remotissime, ben fecero gli uomini nuovi a plaudire come una rivelazione le parole di chi proclamò essere necessario allo Stato rendersi indipendente, per i proprii prestiti, dal mercato finanziario e dai banchieri; essere opportuno che lo Stato possegga organismi proprii per invitare a sé il risparmio nazionale, sottraendolo alla necessità di chiedere prestiti ai banchieri nazionali e sovratutto stranieri; essere pericoloso alla indipendenza dello Stato dover ricorrere alla banca privata, sottomettendo l’interesse pubblico a non confessabili interessi privati. Talché l’ideale di una finanza democratica dovrebbe essere quello di una perfetta autonomia e creditizia: lo Stato provveduto di prestiti, a basso tasso d’interesse, direttamente dai risparmiatori attraverso istituti pubblici di depositi a risparmio, di assicurazione e di previdenza, incaricati di assorbire la massima parte dei risparmi nuovi del paese.

 

 

625. Analisi del concetto della indipendenza finanziaria dello Stato. In che cosa essa realmente consista. – Come al solito, importa analizzare codesto concetto, potendo essere composto di parecchi elementi, forse non meritevoli tutti di ugual giudizio.

 

 

Che la indipendenza dello Stato dalla cosidetta alta finanza, ossia dalle banche e dai banchieri, presso cui è cumulata la maggior parte dei depositi disponibili per prestiti, sia opportuna e necessaria è verità incontroversa. Essa equivale a dire che vi debba essere per lo Stato, il quale cerca prestiti, libertà di scegliere il momento più opportuno, il luogo più conveniente ed il mutuante disposto a fare il prestito al minimo prezzo corrente sul mercato. Non pare che l’indipendenza finanziaria voglia dire altra cosa. Il prezzo normale del risparmio si stabilisce sul mercato in condizioni di perfetta concorrenza nell’ipotesi che mutuanti e mutuatari siano ugualmente forti l’uno in confronto all’altro. Se il mutuatario è spinto dall’urgenza del bisogno a contrattare il prestito ad ogni costo e subito, egli dovrà pagare il 5 od il 6 o l’8%, mentre il tasso normale corrente è del 4%; perché, sebbene ci sia concorrenza tra i mutuanti, molti di essi temono di imprestare ad un bisognoso, paventando rischi ignoti, ed i rimanenti, fingendo ripugnanza al mutuo, costringono il mutuatario ad accettare tassi eccezionali di interesse. Del pari, se i risparmiatori sono artatamente tenuti all’oscuro intorno alla possibilità di far mutui al 4 o 5% o, per la loro ignoranza economica, non hanno conoscenza dei modi d’impiego sicuri, i quali fruttano cotali interessi, accadrà che i mutuanti siano i più forti ed ottengono prestiti al 2 1/2, 3, 3 1/2 per cento, ossia al disotto del tasso normale, che esisterebbe quando i contraenti fossero amendue perfetti uomini economici.

 

 

È chiaro che il verificarsi dei sovra e dei sotto interessi è un danno alla società economica, considerata nel suo complesso; i sotto interessi perché si favoriscono impieghi meno fruttiferi di quelli che sono capaci di essere fecondati dal risparmio (cfr. sempre il par. 606); i sovra interessi perché implicano il passaggio dell’1 o 2% in più dell’interesse normale dai mutuatari ai mutuanti, senza che i primi siano scelti tra coloro che possono far fruttare maggiormente il risparmio; anzi potendo essere incapaci di farlo fruttare e come coloro che sono esclusi dal prestito, perché offrono solo il 4%, mentre i primi dal bisogno sono costretti ad offrire il 5 od il 6%, a costo anche della propria rovina. La quale è certa, quando il capitale mutuato al 5 o 6% frutta solo il 3 o 3 1/2 per cento. Accade non di rado che coloro, i quali sono meno capaci di far rendere il risparmio, lo paghino al più alto prezzo; se privati, perché, invasati dalla mania dei subiti godimenti, vogliono dar fondo in fretta al proprio patrimonio e cadono vittima degli usurai, ovvero perché, delusi da progetti di grossi guadagni, iniziano imprese balorde e non badano ai grossi interessi passivi, avendo fisso lo sguardo agli ancor più grossi immaginari guadagni; se enti pubblici, perché postisi a qualche grosso sbaraglio di guerra od accintisi all’attuazione di grandiosi programmi di opere pubbliche, senza un’adeguata preparazione finanziaria, non possono più ritrarsi dai mali passi e debbono ad ogni costo andar innanzi.

 

 

626. Come la indipendenza finanziaria dello Stato si ottenga solo con la buona finanza. – Dunque è certo per l’indipendenza dello Stato da banche e banchieri, intesa nel senso di promuovere il verificarsi di condizioni in cui lo Stato sia sicuro di ottenere prestiti al tasso normale corrente di interesse, è cosa desiderabilissima. Ma come s’ottiene? La risposta non può essere che una sola: con la buona finanza ordinaria. Se i governanti di uno Stato sanno istituire e conservare un corretto sistema tributario, un sistema cioè che ripartisca le imposte in modo da non danneggiare la produzione del nuovo risparmio, capitalistico e personale, e perciò soddisfi alle esigenze dei contribuenti, secondo il criterio da essi immaginato vero di giustizia; se essi sanno col provento di queste imposte soddifare ai servizi pubblici, che dalla generalità sono ritenuti necessari ed utili, colla massima economia; se essi in passato hanno provveduto a non contrarre debiti se non per spese veramente straordinarie: se quindi il carico degli interessi non è sentito penosamente dai contribuenti, e sempre ad esso si poté soddisfare con puntualità e correttezza, grandissime ai creditori; se da anni il bilancio si chiude in perfetto e sincero pareggio, quei governanti possono essere sicuri di essere indipendenti di fronte all’altra ed alla bassa finanza.

 

 

Mai non si seppe che gli imprenditori privati, conosciuti per la loro onestà, abilità, ardire e prudenza commerciale, non siano riusciti a scontare le loro cambiali alla banca, anche nei tempi di più acuta crisi.

 

 

Dovranno pagare a volta a volta il tasso di interesse corrente; ma a questo tasso, banche e banchieri fanno a gara ad arricchire delle loro cambiali il proprio portafoglio. Mentre respingono le cambiali degli imprenditori avventati, che si ingrandirono oltre misura, e s’impelagarono in debiti e difficoltà; e sono di questi ultimi le lagnanze che nei tempi difficili salgano al cielo contro la tirannia esosa delle banche, contro il vassallaggio finanziario verso l’altra banca, contro il prepotere del capitale straniero, ecc. ecc. Similmente deve ancora essere raccontato il caso di uno Stato bene amministrato e finanziamento solido, il quale abbia trovato riluttanza in banche e banchieri e fargli mutui al tasso corrente.

 

 

Narrasi bensì di congiure che sarebbero istituite nell’altra banca internazionale per pagare credito agli Stati che lo meritano o per darglielo ad interesse usuraio; ma non favole, di cui non è possibile scorgere il fondamento. Malgrado la deplorevole abitudine del governo francese di immischiarsi nelle emissioni di titoli esteri a Parigi, è talmente ampio e libero il mercato finanziario mondiale, vi è tale una facilità di trovare centinaia di milioni ed anche miliardi a prestito a Londra, a Bruxelles, ad Amsterdam, tutte piazze finanziariamente apolitiche, ed anche a Parigi, Berlino, New York, senza tener conto del mercato nazionale d’ogni paese (l’italiano per noi), che la paura di una coalizione di banchieri per negar credito ad uno Stato finanziamento forte è assurda e dinota soltanto, ove la paura sia sincera, una deplorevole ignoranza delle effettive condizioni del mercato finanziario internazionale. S’intende che la possibilità del prestito è sempre soggetta alla condizione dell’osservanza del tasso corrente. Bisognerebbe supporre che i banchieri fossero impazziti tutti, e, dimentichi che essi vivono ricevendo depositi e facendo mutui, si fossero incaponiti stravagantemente nel negare prestiti a chi, offrendo l’uguale sicurezza di alti mutuatari, paga l’uguale tasso di interesse. Uomini capaci di fare simili ragionamenti strani si incontrano forse nei parlamenti, non mai nelle banche e nelle borse.

 

 

627. Falso concetto che taluni politici hanno dell’indipendenza finanziaria dello Stato; e sua spiegazione illusionista. – Ma forse tutto il semplice ed intuitivo discorso fatto fin qui poggia su un equivoco: che la parola «indipendenza» abbia nella mente degli uomini politici, che ne esposero la teoria, lo stesso significato che ha nella scienza e secondo il buon senso.

 

 

Per essi «indipendenza dello Stato dalla banca» non vuol dire «capacità di ottenere mutui al tasso corrente», ma «attitudine a far prestiti ad un tasso inferiore al corrente». Certo, se i governanti – non parlo di «uomini di Stato» i quali, per definizione, sono incapaci di pensare simili errori – vogliono ottenere a prestito il risparmio nuovo al 4%, mentre il tasso corrente è del 5%, essi dovranno cercare il modo di rendersi indipendenti dai mercati finanziari, poiché sui mercati liberi non si trova merce al disotto del prezzo corrente. Certo, in tal caso, essi avranno bisogno di creare un mercato chiuso finanziario, in cui il risparmio nuovo sia in notevole parte assorbito da istituzioni pubbliche, il cui ufficio sia di imprestar denari a sotto prezzo allo Stato! Ma non si dica che ciò si vuole per brama di indipendenza; mentre si vuole una certa indipendenza, definita in modo peculiarissimo, e che ben potrebbe essere chiamata indipendenza dalle leggi economiche regolatrici del tasso dell’interesse.

 

 

Le cui caratteristiche, desunte da concetti già ripetutamente esposti, sembra che siano queste:

 

 

  • necessità di far fronte ad un’opera, al quale si teme sia produttiva solo di un frutto, ad es., del 3%, o ad una guerra, i cui vantaggi indiretti, materiali e spirituali, si presumono solo del 2% della somma spesa: talché si ripugna a pagare al 4 od al 5 od al 6% i risparmi che si vogliono prendere a prestito all’uopo;
  • desiderio di illudere i popoli intorno al costo della progettata od iniziata intrapresa; essendo certo che i contribuenti ripugneranno meno ad un’impresa la quale costa il 3 1/2 od il 4%, che non a quella che costa il 5 od il 6%; potendo darsi che in questi secondo caso si risvegli lo spirito critico e si compiano quei raffronti di dare ed avere, i quali sono spiacevolissimi ai governanti, che hanno iniziato un’opera di dubbia utilità;
  • brama di persuadere i popoli che, nonostante l’impresa costosa iniziata, il proprio credito si trova ancora alla pari di quello dei popoli più ricchi e più apprezzati sui mercati finanziari. È noto invero che il tasso normale di interesse non è uguale in tutti i paesi; ma vi può essere un gruppo che ottiene mutui al 3 1/2 per cento, un secondo al 4%, un terzo che deve pagare il 4 1/2 per cento ed un quarto che paga il 5%, senza contare i paesi a finanze avariate o turbate, i quali pagano tassi maggiori. La diversità del tasso dipende da moltissime circostanze, come lo stato di guerra o di pace, la offerta del risparmio in ogni paese in confronto alla domanda, la fiducia che lo Stato inspira per la sua condotta passata e per quella futura. Immaginiamo ora che uno Stato, il quale finora aveva appartenuto al primo gruppo del 3 1/2 per cento, per la prudenza della sua finanza, per la rarità dei suoi prestiti, per la buona opinione dei risparmiatori nella sua fede, ecc. passi al secondo o fors’anco al terzo gruppo del 4 o 4 1/2 per cento, perché ha iniziato l’attuazione di un vasto programma di nazionalizzazione di ferrovie, di cui non si può precisare ancora il risultato, o vuole aggiungere nuove colonie alle antiche, con dispendio immediato grandissimo certo e con risultati futuri incerti, o sta gravando il suo bilancio di nuove spese per la politica cosidetta sociale, o cresce oltre misura i suoi armamenti per rispondere alle provocazioni della vicina potenza, contro cui si nutrono proposti di rivincita, provocazioni che la potenza vicina a sua volta proclama essere provvedimenti di difesa contro le minacce altrui, ovvero ancora minaccia i capitalisti con espropriazioni di imprese private senza indennità, rendendoli inquieti per la sorte delle altre loro imprese, ovvero ancora cerca cavilli per sottoporre a tributo gli interessi dei debiti pubblici antichi che s’era promesso di pagare netti di ogni balzello ecc., ecc. Il passaggio della categoria degli Stati che trovano denaro al 3 1/2 per cento alla categoria di quelli che devono pagare il 4 od il 4 1/2 per cento è un fatto naturale come la caduta dei gravi; ed è indizio di insania mentale biasimare la conseguenza logica delle cause che si sono volute. Tuttavia i governanti, i quali non sanno, o non vogliono, o non possono porre rimedio alle cause, non vogliono che l’effetto sia visibile all’universale; epperciò tentano ogni mezzo per far rimanere, almeno in apparenza, lo Stato in quel primo gruppo, in cui si fanno prestiti al 2 1/2 per cento. Essi sanno che è facilissimo illudere i popoli; e cosiottengono il plauso dei nazionalisti, i quali vogliono le conquiste coloniali e la preparazione alla rivincita, dei collettivisti, i quali desiderano la nazionalizzazione delle ferrovie o l’espropriazione senza indennità delle imprese private, dei riformatori sociali, i quali van predicando pace ed amore tra gli uomini; e non eccitano l’ira dei contribuenti, fatti questi meravigliosi benefici si otterranno al 3 1/2 per cento, così si fa dagli Stati di primissimo ordine, assurti ad altissima potenza finanziaria.

 

 

628. Se i fondi degli istituti pubblici di risparmio ed assicurazioni siano capaci di procacciare l’indipendenza finanziaria allo Stato. Variazione di essi nel tempo e quota realmente ogni anno disponibile del loro ammontare totale. – Quale giudizio si debba dare di questa maniera di indipendenza non è oramai più mestieri dichiarare; essendo perniciosissimo tutto ciò che fa credere ai governati minore il costo dei pubblici servigi di quanto effettivamente non sia.

 

 

Importa solo aggiungere che questa indipendenza non può essere conseguita se non per piccole esigenze, per le quali è persino indecoroso di ricorrere a cosifatti modi di illusione, mentre non si consegue nelle emergenze più solenni della vita di uno Stato, quando davvero si vede quanto grande sia stata la sapienza degli uomini di Stato nel rassodare l’indipendenza finanziaria, oltreché quella politica, del proprio paese.

 

 

Qual’è invero l’indole dei fondi posseduti degli istituti pubblici (casse di risparmio postali, casse depositi e prestiti, monti pensioni, casse di assicurazione sociali e sulla vita), i quali avrebbero il compito di rendere gli Stati indipendenti dalla banca? Di crescere ogni anno, con una certa costanza, per somme egregie, variabili da paese a parere, per esempio, da 50 a 250 milioni l’anno. Se si tien conto che ogni anno vengono a scendere alcuni tra i vecchi impieghi ed i fondi, così liberati, debbono essere reimpiegati, si comprende come gli istituti pubblici abbiano ogni anno cospicui fondi disponibili da reimpiegare. Così:

 

 

 

Fondo originario impiegato al principio dell’anno

Incremento dei depositi o versamenti

Fondi i quali vengono a scadenza e devono essere reimpiegati

Totale dei fondi disponibili nell’anno per reimpiego

Fondo totale impiegato alla fine dell’anno

 

1

2

3

4

5

1911

2.000

100

100

200

2.100

1912

2.100

125

105

230

2.225

1913

2.225

100

110

220

2.325

1914

2.325

150

115

265

2.475

1915

2.475

200

120

320

2.675

1916

2.675

250

130

380

2.925

1917

2.925

150

150

300

3.075

1918

3.075

100

150

250

3.175

1919

3.175

50

155

205

3.225

1920

3.225

175

160

335

3.400

 

 

Ogni anno i fondi aumentano di una cifra (col. 2), la quale varia in ragione delle condizioni economiche del paese, della capacità di risparmio dei piccoli e medi risparmiatori, che sono i clienti di questi istituti pubblici, dell’attrattiva che su questi depositi esercitano gli altri impieghi. Si suppose che questi incrementi oscillassero fra 50 milioni nel 1919, anno di crisi (ipotetica) e 250 nel 1916, anno di grande prosperità (pure ipotetica); ma le oscillazioni sarebbero più ampie se nelle cifre della tabella ma si compensassero quelle scarse degli istituti di assicurazione e quelle più sensibili delle casse di risparmio. I fondi assicurativi invero subiscono poche variazioni, perché non possono essere ritirati a volontà degli assicurati e perché un certo minimum di produzione nuova si compie anche negli anni peggiori; mentre i fondi delle casse di risparmio possono persino diminuire in somma assoluta per i ritiri dei depositanti (cattivi raccolti, crisi economica, panico, ecc.). La risultante potrà essere quella indicata nella tabella.

 

 

Ogni anno inoltre vengono a scadere alcuni vecchi impieghi (col. 3); per i quali si suppose che gli istituti rientrino ogni anno in possesso di una ventesima parte circa dei fondi da essi posseduti, per restituzione fattane dai comuni, consorzi, istituti pubblici ed altri debitori.

 

 

Si vede perciò che i fondi disponibili degli istituti pubblici, i quali possono essere imprestati allo Stato nelle emergenze più gravi della sua vita, non sono quelli vistosissimi della colonna 1, bensì quelli, pur cospicui, ma tuttavia assai più modesti della colonna 4. Su questi soltanto può lo Stato fare assegnamento. È vero che gli istituti pubblici hanno fondi che nel decennio sono cresciuti da 2.000 a 3.400 milioni; ma essi non sono, ma talvolta suppone il volgo[10], disponibili nella loro intierezza, perché quasi in tutto già investiti in titoli di Stato, mutui a ferrovie, e comuni, e provincie, a consorzi, i quali investimenti non si possono disfare i breve ora, ostandovi i patti espressi convenuti coi mutuatari o motivi di convenienza. È vero che gli istituti possono avere, ad es., una parte cospicua dei loro fondi investititi in rendite o consolidati od altri titoli di debito pubblico; titoli che si potrebbero vendere sul mercato per procacciare rapidamente centinaia di milioni, fors’anco un miliardo e più allo Stato. Ma se ciò si può fare, è conveniente farlo? Non produrrebbe la vendita di quei titoli in momenti gravi ribassi in borsa, panico tra i detentori privati degli stessi titoli e nocumento al credito dello Stato, che appunto si vuole salvaguardare? Sovratutto questa vendita di titoli di Stato da parte degli istituti pubblici non equivale, in sostanza, ad un vero prestito e non pone in pericolo quella medesima indipendenza finanziaria, che gli Stati vanno cercando? Se gli istituti invero vendono, chi comprerà? I privati risparmiatori ed i banchieri. Ma se i banchieri non comprano, nemmeno i privati comprano. Perché, in quei momenti, i privati sono timorosi, hanno d’uopo di coraggio e di ferma guida nei loro investimenti; ed è quindi necessario che, se in un giorno non messi in vendita 30 milioni di titoli ed i privati che in quel giorno hanno dato ordine di comprare ne assorbono solo 20 gli altri 10 siano assorbiti dai banchieri. Altrimenti, il prezzo in borsa dei titoli scende e quando i prezzi calano nessun privato compra, ognuno aspettando un ribasso maggiore. Se dunque gli istituti pubblici, in circostanze gravi, disinvestono, vedendo titoli di Stato, l’ausilio dei banchieri è indispensabile e non si può quindi discorrere di indipendenza dello Stato dalla banca. La quale si può immaginare conseguita solo se gli istituti pubblici si astengono dal disinvestire e cioè dal vendere i titoli di debito pubblico che essi posseggono. Ma allora rimane dimostrato che l’aiuto che gli istituti pubblici possono prestare allo Stato si limita al massimo ai nuovi depositi ed ai fondi venuti a scadenze (cifra totale della colonna 4) nell’anno.

 

 

629. L’ufficio vero di questi pubblici istituti è di provvedere e provocare i bisogni creditizi normali dello Stato e degli altri enti pubblici. – Al massimo, si disse; perché su quei fondi hanno preso ipoteca assai enti bisognosi di prestiti: i comuni per le loro imprese municipali e per i fabbricati scolastici, le provincie per le strade, i consorzi per le opere di bonifica, lo Stato stesso per la costruzione ferroviarie, i rimboschimenti, i porti, le compagnie concessionarie di ferrovie ed imprese di navigazione per la cessione delle annualità di sussidio concesse dallo Stato ecc., ecc. Oramai tutti questi enti sono abituati a ricorrere alla cassa dei depositi e prestiti ed alle altre istituzioni governative per i prestiti di cui hanno bisogno; e le loro richieste normalmente eguagliano, e spesso superano le disponibilità degli istituti. Di fatto questi banchi di Stato hanno oramai l’ufficio di provvedere al fabbisogno creditizio normale dello Stato e credito. Ogni anno, in un paese progrediente, è d’uopo provvedere a spese in conto capitale, per nuove strade, nuove ferrovie, nuove scuole ecc., le quali non si possono accollare ai tributi ordinari e devono essere compiute ricorrendo al credito. È possibile che lo Stato, giovandosi del suo diritto d’impero, assorba da solo tutti i fondi disponibili, per la condotta di una guerra. Ma come si troveranno gli altri enti pubblici e le stesse amministrazioni dello Stato per provvedere alle loro spese in conto capitale? In imbarazzo grandissimo, il quale potrà essere sul serio sfruttato dai banchieri, meglio agguerriti di fronte agli enti minori il cui credito è strettamente locale, che non di fronte allo Stato, il quale gode di notorietà assai più vasta.

 

 

Si aggiunga che l’esistenza medesima della cassa depositi e prestiti provoca le richieste di credito; poiché molti comuni, i quali avrebbero esitato a compiere certe opere pubbliche di abbellimento, di cosidetto risanamento ecc., se avessero dovuto pagare sul mercato libero il tasso corrente di interesse, si accingono gioiosamente all’opera quando possono far loro conti sull’esistenza di una fonte perenne di mutui a buon mercato. Ed i fondi disponibili per tal modo sempre meglio sono assorbiti.

 

 

Assurda appare quindi l’ipotesi di potere sul serio provvedere con i fondi degli istituti pubblici di risparmio e di assicurazione alle spese veramente straordinarie, che sono quelle di una guerra nazionale. Con essi si provvede ai bisogni ricorrenti di credito degli enti pubblici ed è grandemente dubbio vi si provveda a più basso costo che contrattando prestiti al tasso normale; la differenza tra il 2 1/2 od il 3%, che è il tasso a cui gli istituti si procacciano i fondi, ed il 4 o il 5%, che è il tasso che si pagherebbe sul mercato, essendo fecilissimamente compensata dalla perdita dei falsi investimenti che il basso interesse provoca, ossia dai danni della direzione erronea data all’impiego del nuovo risparmio.

 

 

630. Gli istituti pubblici possono facilitare la scelta del momento più opportuno per emettere i prestiti pubblici. – Alla necessità di prestiti sul mercato libero, nazionale ed estero, quando scoppia una grande guerra nazionale o si devono compiere imprese coloniali di lunga lena (guerra anglo boera) o quando si deve attuare un vasto programma ferroviario, non si sfugge. Ed allora, a qual prò aver vantato una indipendenza che il fatto non può logicamente sussistere, poiché con le poche centinaia di milioni non si fanno i miliardi? Dicasi che i fondi disponibili degli istituti pubblici, al pari dei modesti tesori di guerra, consentono agli Stati di scegliere il momento più opportuno di contrarre i prestiti sul mercato libero, protraendo alquanto le emissioni, se in un certo momento i mercati finanziari sono tesi e si dirà cosa ragionevolissima e sensata; non che essi permettono addirittura di fare a meno di prestiti.

 

 

631. Pericoli dell’assorbimento compiuto dei titoli di debito dello Stato da parte degli istituti di risparmio e di assicurazione. – Né bisogna dimenticare che, se si potesse immaginare la possibilità di istituti pubblici di risparmio e di assicurazione divenuti via via col trascorrere degli anni così potenti da poter acquistare la parte maggiore dei titoli di debito di uno Stato, l’altra parte essendo comperata dalle opere pie, dagli morali ed ecclesiastici, dalle vedove e dai pupilli, sicché quasi nulla resti disponibile per i capitalisti privati propriamente detti e cioè assolutamente liberi nei loro investimenti, in allora appunto, quando sembrerebbe raggiunto l’ideale della perfetta indipendenza dello Stato dai banchieri e dai capitalisti, si avrebbe la massima instabilità tecnica finanziaria.

 

 

Far comprare ad es., alle casse postali di risparmio gran parte della rendita perpetua o delle obbligazioni ammortizzabili dello Stato non equivale ad annullare il debito, bensì a trasformarlo da un debito che lo Stato non ha l’obbligo di rimborsare mai od ha solo l’obbligo di rimborsare a scadenze prefisse in un lungo tempo in un debito che lo Stato deve rimborsare a vista. All’obbligazione verso i portatori di rendita lo Stato ha sostituito l’obbligazione verso i portatori di libretti di cassa di risparmio; ossia ad una obbligazione che non importa pensieri di rimborso una obbligazione la quale dovrebbe diuturnamente assillare ed inquietare l’animo dei governanti, se questi fossero consapevoli della loro responsabilità e non desiderosi invece di illudere i popoli intorno ad una pretesa indipendenza dello Stato dai finanzieri.

 

 

Ciò per i debiti già contratti. Per i debiti nuovi, l’abitudine di far acquistare tutti i titoli di debito pubblico da questi istituti sarebbe forse giovevole? Se facesse d’uopo allo Stato emettere un prestito di un miliardo, chi acquisterebbe i titoli? In piccola parte gli enti pubblici e semi pubblici, i quali hanno già i loro fondi investiti in titoli della stessa natura e non possono ai nuovi titoli destinare più di una parte degli «incrementi nuovi» dei fondi stessi. Dunque in massima parte il prestito dovrebbe essere fatto fruttare; comprano azioni di una società in cui sono già interessati, non di una società nuova; comprano titoli di debito pubblico, perché già ne posseggono e conoscono la puntualità dello Stato nel pagare. Ma se prima lo Stato aveva fatto il vuoto dei suoi titoli sul mercato libero, essi vi erano divenuti una merce ignota, a cui occorrerà creare ex novo una clientela. Si noti, ancora, che l’esistenza di una numerosa clientela privata, di numerosi banchieri intermediari di questa clientela, dà luogo a molte contrattazioni giornaliere dei titoli stessi nelle borse, alla creazione di quello che si chiama un mercato di titoli.

 

 

Mercato che non si forma, se i titoli sono posseduti quasi soltanto da enti pubblici, luoghi detentori e radi venditori. Ora i capitalisti amano i titoli che hanno un mercato e li pagano più cari dei titoli privi di mercato, perché sono sicuri di poterli vendere, in caso di bisogno, con grandissima facilità. Quegli uomini politici, i quali hanno paura di un nome e dispregiano ciò che è massimamente utile al credito pubblico, ossia la creazione di un mercato pei titoli di debito, la quale non è concepibile se non per mezzo delle borse e dei banchieri.

 

 

Dimenticano che gli uomini di borsa e di banca hanno bisogno di vivere e traggono utile massimamente dalle piccolissime provvigioni su moltissime transazioni; che essi perciò hanno grande interesse a sostenere il credito degli Stati a finanze buone, perché in tal modo allargano il mercato e la clientela dei titoli pubblici e moltiplicando le piccole operazioni quotidiane crescono i loro lucri in confronto alle poche e rade operazioni vistose, che si compiono cogli Stati e finanze avariate.

 

 

Sempre si torna allo stesso punto: uno Stato con una finanza forte non può mai essere dipendente da banche o borse; ma solo possono esistere rapporti di interdipendenza reciproca, utili ad ambo le parti. Che se uno Stato è dipendente dai finanzieri, per definizione le sue finanze sono in mediocre stato; sicché ha bisogno di prudenti amministratori, i quali lo salvino dalla dipendenza, non coll’eccitare le passioni popolari contro il servaggio imposto da una banca chiamata «alta» per meglio farne risaltare la prepotenza in confronto ai deboli, ma col migliorare le proprie finanze ed innalzare se stessi ad un’altezza uguale all’altezza altrui.

 

 

632. Gli amministratori degli istituti pubblici di risparmio e di assicurazione, avendo la mentalità burocratica, immaginano falsamente che solo i prestiti ad enti pubblici siano sicuri. – Gli amministratori degli istituti pubblici sono solitamente afflitti da un pregiudizio invincibile: che gli impieghi dei risparmi siano sicuri soltanto quando sono fatti in titoli di Stato od in prestiti ad enti pubblici. Questi sono a lor parere gli impieghi sicuri per eccellenza, mentre gli investimenti in prestiti a privati hanno carattere speculativo, presentano rischi d’ogni sorta e debbono perciò essere evitati come la peste.

 

 

633. Digressione intorno alla parola «speculazione», lodi di questa e ragione dell’odio dei cattivi governanti contro gli speculatori. -Adoperando costoro la parola «speculazione» in una comica maniera, quasi ché, appena pronunciato siffatto verbo immondo, subito dovessero sorgere poliziotti, carabinieri e manette per mettere al sicuro l’umanità dal pensiero medesimo, non che dalle persone, in cui l’idra della speculazione si incarna. Sia dunque osservato di passaggio che la speculazione è la virtù massima dell’uomo economico, che nella facoltà di speculare si assommano le più rare ed utili e feconde qualità economiche umane, che l’incremento della ricchezza dei popoli e del benessere delle masse dipende sovratutto dal raffinarsi del senso speculativo.

 

 

«Speculare», invero, vuol dire «prevedere». Specula chi semina un ettaro di frumento più dell’usato, perché prevede un aumento del consumo od una diminuzione nelle altrui semine; e col suo speculare evita carestie agli uomini. Specula chi compra un’area fabbricabile e la tiene vuota per alquanti anni; e col suo speculare vieta che la fabbricazione cittadina si compia in modo disordinato ed assicura la più conveniente utilizzazione del suolo urbano (cfr. par. 278). Specula chi vende 1000 azioni di una società anonima, che egli non possiede, perché prevede che essendo la società male amministrata le azioni dovranno ribassare di prezzo ed egli potrà ricomprarle al prezzo ribassato e lucrare la differenza; e speculando, avverte i risparmiatori di non investire i proprii capitali in un’impresa vacillante. Specula chi vende 100 mila lire di consolidato o rendita pubblica di uno Stato, pur non possedendole, perché prevede che il prezzo ne aumenterà, per la buona amministrazione dei suoi governanti; ed amendue compiono opera utile alla collettività, perché avvisano i risparmiatori di non imprestare ai primi e di mutuare ai secondi governanti, togliendo agli uni i mezzi di malfare e dando agli altri lo strumento per l’opera proficua. E così via in altri casi senza numero.

 

 

Ma i mali governanti odiano speculare che è «prevedere»; perché vorrebbero che nessuno prevedesse in tempo le conseguenze perniciose delle loro male fatte. Essi non temono queste conseguenze, perché nei governi parlamentari queste si verificano quando essi sono caduti dal potere; ma temono che le prevede in tempo, perché la previsione tempestiva può irritare i popoli e spaventare i rappresentanti, timorosi di non essere rieletti; sicché essi accusano i previggenti di cagionare quei mali che logicamente possono essere prodotti soltanto dai governanti e non da chi unicamente ne descrive le opere. E poiché nella mentalità del popolo lo «speculatore» si confonde ancora con l’«affamatore», e con l’«accaparratore», è facile il giuoco di divertire col grido «dalli allo speculatore» come col manzoniano «dalli all’untore» l’attenzione pubblica dal proprio operato.

 

 

634. Come, a parità di integrità del debitore, siano più rischiosi gli impieghi pubblici dei privati. – La digressione ora fatta non parrà un fuor d’opera, chi pensi l’influenza grande che le «parole» hanno sulle azioni degli uomini. Poiché speculare significa volgarmente «fare cosa oscura e dannosa», ogni investimento in cui vi sia qualche rischio vien detto «speculativo», e quindi si considera abominevole. E poiché i burocrati amministratori degli istituti pubblici identificano il rischio e la speculazione con gli impieghi in prestiti a privati ed escludono tali connotati negli impieghi in prestiti ad enti pubblici, logica appare la illazione che questi soltanto siano da preferire.

 

 

La esperienza di ogni banca privata ben condotta dimostra che non è vera la prima parte dell’opinione burocratica; non è vero cioè che esistono rischi sensibili di perdita nei mutui ai privati, come sconti a cambiali, anticipazioni su titoli, mutui ipotecari; o, se esistono, possono essere coperti con una piccola detrazione dai guadagni che s’ottengono coll’esercizio dell’industria bancaria. Chi impresta 100 lire ad un commerciante al 4%, è sicuro, se la banca seppe scegliere la sua clientela ed esaminare attentamente le cambiali presentate allo sconto, di ottenere la restituzione alla scadenza. È altrettanto sicuro l’impiego del risparmio in titoli pubblici? Al quesito l’esperienza insegna a rispondere di no; essere cioè il rischio di perdita assai più grave negli impieghi in titoli pubblici che in prestiti a privati. Con che non si vuol dire che il credito pubblico sia normalmente meno buono del privato; ciò che sarebbe un non senso. Si vuol dire che i mutui agli enti pubblici si fanno di solito in tali forme, che il rischio di perdite sul capitale è per i creditori più elevato del rischio di perdite per i creditori di privati. Invero per questi sono sempre fissi l’interesse, il capitale ed il tempo della restituzione; mentre nei mutui pubblici per lo più è fisso solo l’interesse, ma il capitale è incerto o, se è stabilito, diventa incerto per la mancanza del tempo della restituzione. È noto invero come la parte più cospicua del debito pubblico degli Stati sia composta di cosidette «rendite perpetue», che sono promesse di pagare una certa rendita annua di 3 o 4 lire in perpetuo, senza che lo Stato abbia mai obbligo di rimborsare le 100 lire del capitale, pur riservandosi la facoltà del rimborso in ogni tempo.

 

 

Cosicché chi compra per 100 lire un titolo di rendita di 3 lire, ma è sicuro di avere ad una certa data il rimborso delle 100 lire; ed anzi, il rimborso non essendo affatto promesso, ed essendovi la certezza che sarà offerto solo se l’interesse del 3% parrà in avvenire troppo alto al debitore, il titolo potrà oscillare fra un massimo di 100 lire ed un minimo imprecisabile. Il massimo delle 100 lire non può essere superato per un periodo lungo di tempo, perché vorrebbe dire che 3 lire di rendita valgono 110 o 120 di capitale, ed allora lo Stato offre il rimborso delle 100 lire a quanti non si contentino della minor rendita di L. 2,50 per cento. Il minimo è imprecisabile perché se il tasso dell’interesse aumenta al 4%, 3 lire di rendita varranno 75 lire, se al 6% varranno 50 lire soltanto.

 

 

Questa è la causa per cui le rendite perpetue dei maggiori Stati europei scemarono grandemente di valore dal 1985 in poi, pel rialzo nel tasso dell’interesse. I burocrati, che mutano lentamente le idee, s’erano persuasi che il tasso dell’interesse avesse a diminuire in perpetuo, perché era diminuito dal 1870 in poi, e quindi avevano investito forti somme appartenenti agli istituti pubblici di risparmio in rendite perpetue. Oggi, il valore capitale di queste rendite è diminuito: e gli inventari di taluni istituti accusano disavanzi. Nessun impiego è meno adatto delle «rendite perpetue», prive della certezza di rimborso di un capitale fisso, agli istituti di risparmio, che hanno obbligo di rimborsare i depositi in cifra fissa. Ma la mentalità burocratica, abbacinata dalla mistica virtù della parola «Stato», predilige quegli impieghi, talvolta persino in confronto ad altri debiti dello Stato, ammortizzabili a scadenze prefisse, perché questi non sono il titolo «principe» dello Stato.

 

 

635. I prevalenti investimenti in prestiti pubblici rendono pericolosi i panici dei depositanti in tempi gravi. Eccesso di fiducia che nei tempi moderni si ha nella fortuna. – Dubbia è finalmente la capacità dei banchi pubblici e resistere ai runs dei depositanti. S’intende che questi runs, od affollarsi dei depositanti agli sportelli delle poste per chiedere il rimborso del loro avere, sono rarissimi. Le generazioni attuali non ne serbano ricordo. Ma non è escluso che in tempi di grandi guerre e di commovimenti sociali profondi non abbia a rinnovarsi l’esperienza del 1848 in Francia, quando il governo non poté rimborsare i depositi iscritti sui libretti delle casse postali di risparmio, se non fino a concorrenza di 80 lire per libretto e costrinse per il sovrappiù i depositanti ad accettare il pagamento rendita perpetua 5% al corso di 80; mentre il valore di borsa era soltanto di 73 lire.

 

 

Ad evitare le quali dolorose esperienze, i burocrati amministratori dovrebbero in tempo di pace comportarsi come se il pericolo fosse sempre imminente e quindi:

 

 

  • non accettare depositi superiori a 1000 o 1500 lire per depositante, l’esperienza avendo dimostrato che i piccoli depositanti non chiedono mai il rimborso del loro avere, mentre i grossi depositi sono più pericolosi; e siffatta limitazione coincidendo del resto con l’intendimento originario degli istituti pubblici di raccogliere i risparmi della piccola gente incapace di impiegarli bene direttamente o di scegliere acconciamente le banche private di deposito. Invece i governanti moderni, spinti dai burocrati persuasi delle proprie attitudini finanziarie, a poco a poco hanno innalzato il limite massimo dei depositi da 1000 a 2000 e poi a 4000 ed ancora a 6000 lire e progettano di aumentarlo a 10.000 lire. Il proposito chiarissimo è di assorbire tutto il risparmio del paese negli istituti pubblici; il quale proposito, quando sarà conseguito, accrescerà grandemente i pericoli di insolvenza degli istituti nei momenti gravi;
  • conservare un grande liquidità agli impieghi dei fondi ricevuti in deposito; od almeno ad una parte così cospicua di essi, che ogni inizio di run si spunti contro la prontezza dei rimborsi da parte degli istituti. Al qual fine gioverebbero, oltre le giacenze di casse cospicue, gli impieghi in sconti di carta commerciale a breve scadenza, i riporti e le anticipazioni su titoli e su merci. Invece si osservano presso questi istituti giacenze scarse, forti mutui in conto corrente allo Stato, impiego illiquido, poiché non certo in momenti gravi può lo Stato rimborsare le somme avute in conto corrente, ed investimenti cospicui in valori di Stato, oltre ai mutui agli enti locali e morali. Questi ultimi sono irrealizzabili; ed i valori di Stato diventano, nei momenti gravi della vita nazionale, invendibili salvoché con grossi sacrifici di prezzo.

 

 

È augurabile che i fatti siano più saggi della sapienza dei governanti e dei burocrati; e che, continuando la pace, nessuna sventura si debba lamentare. Sembra certo però che la politica dell’assorbimento dei risparmi da parte dello Stato tende in primo luogo ad aumentare il tasso d’interesse per gli investimenti pubblici, impedendo là il sorgere di imprese fruttuose e provocando qui le spese inutili; ed in secondo luogo tende a crescere il pericolo di insolvenza degli istituti detentori del risparmio nazionale. La fortuna potrà evitare che i mali si aggravino sino alla crisi; ma non par degno di uomini di Stato fidarsi soverchiamente della fortuna, che è cieca.

 

 

636. In particolare si discorre degli istituti pubblici di assicurazione sulla vita. – Il pericolo del panico dei depositanti non può darsi negli istituti pubblici, i quali esercitano l’industria delle assicurazioni sulla durata della vita umana. A questi si possono però estendere tutte le altre osservazioni fatte sopra, rispetto alla loro incapacità ad assicurare l’indipendenza finanziaria dello Stato.

 

 

Questi istituti si presentano come assai attraenti per i governanti in cerca di prestiti non avvertiti e di modi indipendenti dal mercato di collocare i proprii titoli di debito. L’assicurazione sulla vita consiste nel pagamento da parte dell’assicurato di una data somma annua, chiamata premio, per un certo periodo di tempo allo scopo di ottenere una certa somma, che è l’oggetto del contratto, al verificarsi di alcuni eventi che si riducono in sostanza alla morte ed alla sopravvivenza. Lo Stato si obbliga, in compenso di un certo premio annuo, a pagare una somma x al momento della morte dell’assicurato, o dopo x anni se l’assicurato è sopravissuto, od a pagargli, subito o dopo un certo tempo, una pensione vitalizia. Infinite sono le combinazioni che si possono effettuare; ma in tutte si ha il fatto del pagamento immediato di una certa somma da parte dell’assicurato e del pagamento futuro di altra somma da parte dell’assicuratore.

 

 

637. Caratteristiche di essi rispetto alla provvista dei capitali allo Stato ed agli altri enti pubblici: a) differimento della scadenza degli interessi ad un’epoca futura. – Qui non vuolsi discutere il problema in tutta la sua complessità; ma si vogliono esaminare solo le sue caratteristiche rispetto alla provvista dei capitali a prestito allo Stato. Sembra che una delle principali sia questa: che le assicurazioni di Stato sono un mezzo per procacciare agli enti pubblici prestiti in cui viene differito il pagamento degli interessi oltreché il rimborso del capitale. Chi si fa imprestare 100 lire al 4%, deve cominciare, subito dopo un anno, a pagare l’interesse delle 4 lire all’anno; chi invece si fa assicuratore e riceve oggi 100 lire di premio dall’assicurato, dovrà rimborsare le 100 lire, insieme agli interessi composti, solo al momento del verificarsi dell’evento. Per 5, 10, 20, forse 30 anni l’assicuratore unicamente incassa e mai non paga. Ciò ha provocato, nei primordi dell’industria assicurativa, il moltiplicarsi di lestofanti, che Dickens descrisse stupendamente nei suoi romanzi, il cui intento era di incassare i premi e dileguarsi con essi prima che si verificasse l’evento che avrebbe richiesto il rimborso di una cospicua parte delle somme incassate. Ciò non può darsi nelle assicurazioni di Stato; ma può verificarsi un fatto, analogo nei suoi effetti per i contribuenti, sebbene non per gli assicurati.

 

 

Già vedemmo (par. 592) che le spese straordinarie feconde coincidono di solito coll’imposta e le cattive, ossia le non volute dai consociati consapevoli, col debito; perché i governanti a reattivi temono di eccitare la reazione dei contribuenti colpendoli con imposte straordinarie per un fine da essi non desiderato seriamente. E prediligono il debito, che addormenta i contribuenti, rimandando in apparenza al futuro il pagamento della spesa; e tra i debiti prediligono quelli che meno fanno sorgere l’idea delle imposte che pur si dovranno mettere per pagare l’interesse sul debito.

 

 

Qual debito migliore, a questo fine, del debito che si contrae coll’assicurazione sulla vita? Qui non v’è pure il nome di debito; poiché si esercita una industria o, se si preferisce adottare il gergo moderno, una funzione o missione sociale. Qui, sovratutto, non si pagano subito interessi, i quali sono rinviati al verificarsi dell’evento futuro. E quando questo si verificherà, le schiere degli assicurati saranno cresciute per modo, che con una parte dell’incasso dei premi nuovi si provvederà al pagamento delle somme assicurate venute a scadenza. Eccellente macchina per incassar denari e non pagare mai; ed eccellentissima perciò per i governanti a reattivi – intendendo sempre per governanti a reattivi quelli i quali non vogliono far seguire alla spesa la sanzione immediata dell’imposta relativa – i quali vogliano procrastinare a tempi futuri, lontanissimi la resa dei conti di qualche loro impresa, a cui sono tributati plausi in ragione dell’apparente sua gratuità.

 

 

638. b) la provvista dei capitali è costantemente crescente, senza un rapporto logico col fabbisogno straordinario degli enti pubblici. Si provoca così il sorgere di bisogni straordinari e la trasformazione delle spese ordinarie in straordinarie a scopo illusorio. – L’ammontare dei versamenti agli istituti assicuratori cresce costantemente senza relazione veruna col crescere contemporaneo ed equivalente dei bisogni straordinari dello Stato.

 

 

Parrebbe, ad ascoltare la ragione economica ed il buon senso, che innanzi di determinare l’ammontare del prestito, sia volta per volta riconosciuta la opportunità della spesa straordinaria e la convenienza di farvi fronte col prestito e non coll’imposta. Così almeno operano i privati, le società anonime, che fanno debiti quando ne sorga il bisogno e non contraggono a caso debiti anticipatamente e nella presunzione generica che i bisogni si faranno sentire. Così operavano i governi del buon tempo classico del secolo XIX sino al ’90, quando si avevano in orrore i debiti. Oggi non più.

 

 

Con le casse di risparmio e, peggio, con gli istituti di assicurazione sulla vita pare essersi raggiunto il sommo della sapienza invitando i risparmiatori a portar danaro allo Stato, anche se questo non sa ancora cosa farsene. Il male è già grande colle casse di risparmio; ma almeno il deposito può essere in ogni istante revocato o non più cresciuto. Invece nelle assicurazioni sulla vita volontarie, i risparmiatori sono incitati a depositare i loro fondi presso l’istituto pubblico da una folla di sollecitatori a ciò prezzolati; e, cominciato l’un versamento, bisogna farne altri, per anni parecchi, se non si vogliono perdere i frutti del primo. Se ciò non basta, l’assicurazione diventa obbligatoria per gli operai, per gli impiegati privati e pubblici. Di anno in anno è un flusso crescente di depositi in questi banchi assicurativi di Stato; quasi automaticamente e necessariamente entrano nelle casse dello Stato decine di milioni, forse centinaia in più di quante ne escano. Sebbene si sia conservata a questi enti una certa formale autonomia amministrativa, in sostanza queste somme sono a debito dello Stato, il quale le deve restituire cogli interessi.

 

 

A che prò questi indebitamenti? Si deve escludere l’ipotesi che in essi si incorra per un fine preordinato, poiché l’ipotesi potrebbe valere solo nel momento iniziale della istituzione dei nuovi banchi assicurativi, o del loro ampliamento a nuovi scopi o della mutazione dei loro statuti fondamentali. Può darsi che, quando uno Stato istituisce una cassa per la assicurazione volontaria di pensioni agli operai, o quando si delibera di renderla obbligatoria, o quando si estende l’obbligatorietà dagli operai agli impiegati privati, o quando si crea un pubblico istituto di assicurazione sulla vita in concorrenza con i privati o quando si sopprime la concorrenza privata, i governanti abbiano avuto in mira di procacciarsi fondi a prestito in maniera inavvertita ed ad un costo inferiore a quello corrente. Ma era questa chiaramente una speranza chimerica, poiché non vi sono bisogni straordinari, il cui soddisfacimento possa essere fatto aspettare tanto quanto sarebbe necessario per vedere arricchirsi abbastanza i nuovi o rinnovati istituti di Stato. Il cumulo dei capitali procede rapidamente dopo qualche anno, quando le schiere degli assicurati si sono ingrossate e tutti, vecchi e nuovi assicurati, pagano i loro premi. Ma nei primi anni, quando vi è solo una o poche schiere di assicurati, i capitali affluiscono lentamente e sono pochi i milioni raccolti nelle casse, coi quali è assurdo far fronte alla copertura d’una spesa straordinaria dello Stato. Supponiamo che il numero degli assicurati sia di 100 nel primo anno, 220 nel secondo (100 del primo anno e 120 del secondo), 360 nel terzo, 520 nel quarto, 700 nel quinto, 900 nel sesto, 1120 nel settimo, 1360 nell’ottavo, 1620 nel nono, 1900 nel decimo anno; e supponiamo che ognuno di essi versi 10 lire all’anno. I fondi raccolti saranno:

 

 

Anno

Numero degli assicurati

Quote versate in ogni anno

Cumulo progressivo delle quote annue

I

100

1000

1000

II

220

2200

3200

III

360

3600

6800

IV

520

5200

12000

V

700

7000

19000

VI

900

9000

28000

VII

1120

11200

39200

VIII

1360

13600

52800

IX

1620

16200

69000

X

1900

19000

88000

 

 

Vedesi che le somme raccolte nei primi anni sono in totale piccolissime e diventano vistose o crescenti con rapidità solo a partire dal quarto o quinto anno di vita dell’istituzione. Resta dunque dimostrato che l’istituto non può provvedere i fondi opportuni a coprire una spesa straordinaria già urgente nel primo anno; ma puramente a spese, adesso imprevedibili o prevedibili solo genericamente, che si avranno dopo cinque o, meglio, dieci anni.

 

 

Sapienza previdente di uomo di Stato, si dirà: e può darsi. Sebbene gli scettici possano osservare che trattasi di una preveggenza, la quale appresta problemi formidabili ai successori e rende facile a questi commettere errori gravissimi. Cominciando da questi, fu sempre ritenuto che la facilità di avere fondi disponibili incoraggiasse i governanti ad una politica spendereccia; talché sono, per questo motivo, biasimevoli le imposte sui consumi il cui provento spontaneamente cresce e favorisce l’ingordigia dei parassiti del bilancio, in confronto alle imposte sul reddito guadagnato, meno pronte a dar somme crescenti al fisco. Trattasi pur sempre però di imposte, le quali esigono un sacrificio sempre nuovo dei contribuenti e son capaci perciò di eccitare, più o meno, la reazione di costoro contro le spese inutili. Che dire del gitto crescente dei proventi degli istituti assicurativi pubblici? Non trattandosi di imposte, ma di contributi ad un’opera di previdenza, si è tratti naturalmente non a dolersi ma a rallegrarsi del loro incremento, sicché niuna reazione contro di questo è pensabile. Ecco fornito ai governanti un continuo eccitamento a spendere; e poiché queste somme, dovendo essere restituite, si devono spendere in modo riproduttivo di interessi od ammortamenti, ecco apprestati i fondi a sempre nuove opere pubbliche, ferrovie, bonifiche, acquedotti, case popolari, ecc. ecc. Tutte cose che possono essere in astratto utilissime, come ogni bella donna desidera la collana di perle esposta nella vetrina del gioielliere; ma la cui convenienza dovrebbe essere vagliata in atto in confronto agli altri possibili impieghi di capitale. La agevolezza dei mezzi finanziari fa presumere che il vaglio sia a rete assai poco fitta e che attraverso ad esso passino spese che di straordinario e di riproduttivo hanno solo il nome, mentre sono in verità spese ordinarie dello Stato. Un governante, il quale debba in un anno pagare 100 milioni di lire di più delle entrate previste, piuttosto ché confessare al parlamento ed ai contribuenti il disavanzo, cosa sempre spiacevolissima, sceglie sicuramente la via della minor resistenza, che è di dichiarare che i 100 milioni sono di spese straordinarie, le quali non debbono far carico al bilancio ordinario dello Stato, ma possono correttamente essere sopperite con entrate straordinarie. Di cui si ha comodissima e pronta quella degli istituti assicurativi, oramai divenuti forti e potenti. Concedasi perciò che l’apparecchio di siffatti arnesi di raccolta dei risparmi privati sia opera prudente e preveggente; ma è la previdenza dell’imprevidenza futura, il salvadanaio studiosamente riempito per servire alle dissipazioni prossime.

 

 

639. c) difficoltà d’impiego dei capitali raccolti dagli istituti pubblici. – Prudenza vorrebbe che non si stimassero troppo scarsamente le difficoltà dell’impiego delle somme colossali, le quali vanno raccogliendosi negli istituti bancari ed assicurativi di Stato. Certo, le richieste di risparmio nuovo per impieghi pubblici sono probabilmente ancor più vive di quanto non sia vivace l’afflusso dei risparmi nelle casse pubbliche ma sarebbe leggerezza affermare che vi debba sempre essere ogni anno un flusso di impieghi pubblici rimuneratori – e cioè fruttiferi di un interesse e di vantaggi uguali al tasso corrente – uguale al flusso crescente dei fondi disponibili dei pubblici istituti. La concorrenza tra i diversi investimenti pubblici potrebbe essere una garanzia di scelta dei più sicuri e rimuneratori, se la scelta avvenisse per motivi economici; ma poiché accade invece di fatto per motivi politici, acquistano diritto ad essere preferiti quegli investimenti che sul mercato libero troverebbero maggior difficoltà ad essere provveduti, ossia precisamente quelli meno sicuri e meno fruttiferi.

 

 

640. La difficoltà nasce massimamente dalla divergenza tra il tasso libero ed il tasso pubblico di interesse. Cause di questa divergenza. – Sembra che il flusso dei risparmi negli istituti pubblici debba avere per effetto di scavare viemmaggiormente un abisso tra il mercato libero, dove il tasso dell’interesse oscilla di tempo in tempo ed il mercato chiuso dei prestiti pubblici dove il tasso di impiego tende, per ragioni politiche, a ribassare continuamente. Il problema che si pone è: fino a quando il mercato chiuso pubblico sarà rifornito di risparmio nuovo quanto basta per provvedere agli impieghi pubblici capaci di dare soltanto un basso frutto? Supponiamo che, in tempi diversi I, II, III ecc., il tasso dell’interesse corrente sul mercato libero ed il tasso offerto ai depositanti ed assicurati varii così:

 

 

Tempo

I

II

III

IV

V

Tasso d’interesse sul mercato libero

4

4 ½

5

4

Tasso d’interesse offerto dagli istituti pubblici

3

2 ¾

2 ¾

2 ½

2 ½

Differenza

1

1 ¾

2 ¼

2

1 ½

Tempo

VI

VII

VIII

IX

X

Tasso d’interesse sul mercato libero

4

3 3/4

3 ½

3 1/4

3

Tasso d’interesse offerto dagli istituti pubblici

2 ½

2 ½

2 ¾

2 ¾

3

Differenza

1 ½

1 ¼

¾

½

 

 

I due mercati potrebbero permanere nello stesso paese, uno accanto all’altro, indefinitamente, se sempre esistesse una categoria di persone, la quale vuole ottenere l’interesse corrente più alto ed un’altra la quale si contenta di un sub interesse. Poiché in realtà questa classe esiste, e ci sono moltissime persone le quali non badano al tasso dell’interesse e si contenterebbero fors’anco della semplice custodia gratuita dei loro risparmi, pur di avere la sicurezza del deposito, ed altre le quali sono indotte, per le circostanze peculiari della loro vita, a volere comprare una assicurazione sulla vita, anche se i loro risparmi in tal modo sono investiti al 3 od al 2%, pur di avere la sicurezza del pagamento della somma assicurata al verificarsi dell’evento; se lo Stato è riuscito a persuadere colla sua abilità o colla forza della legge che desso è il solo capace di fornire la sicurezza del deposito o della assicurazione, così si deve concludere che la coesistenza di due mercati d’investimento (privato e pubblico), i quali si riforniscono di risparmio nuovo nello stesso paese offrendo due diversi tassi di interesse è perfettamente plausibile. Si dimentica però che le cause le quali fanno preferire il più basso tasso di interesse si riassumono tutte, chi ben guardi, nell’ignoranza e nella incapacità e sappia che amendue possono essere ugualmente sicuri o malsicuri, e rifletta come forse il più malsicuro possa essere quello pubblico, sarà tratto necessariamente a preferire il mercato libero ed il più lato tasso d’interesse. Ora, è ignoto fino a quando possa durare lo stato di ignoranza negli uomini; epperciò il successo degli istituti pubblici di risparmio e di assicurazione può essere considerato come una speculazione tentata dallo Stato sulla durata dell’ignoranza ed inattitudine economica dei consociati.

 

 

Colla quale riflessione si dimostra come i governanti medesimi, i quali odiano la speculazione, siano attivissimi speculatori e come la speculazione sul giuoco del lotto non sia l’unica fra le industrie speculative a cui i governanti sono addetti.

 

 

641. Possibilità che la divergenza si attenui e cessi per l’attenuarsi e scomparire dell’ignoranza economica degli uomini. – Ma supponiamo ora che, a partire dal tempo VI, via via i tassi dell’interesse sui due mercati, pubblico e privato, si avvicinano fino a diventare uguali. Il che potrebbe accadere, da un lato per il perfezionarsi del senso di previdenza negli uomini, il quale fa ribassare progressivamente il tasso dell’interesse sul mercato libero dal 4 al 3%, dall’altro per la diffusione del senso economico, che via via allontana i depositanti dal collocare i loro risparmi presso le casse pubbliche al 2 1/2 per cento quando potrebbero ottenere il 3 3/4 o 3 1/2 per cento presso le casse private, o li distoglie dall’assicurarsi sulla vita, quando il frutto dell’assicurazione sia minore di quello di altre maniere di investimento; sicché le casse pubbliche , minacciate dal disseccarsi del loro flusso di depositi, debbono aumentare il tasso offerto sino a raggiungere il tasso vigente sul mercato privato. A questo punto, il mercato pubblico non è più chiuso, ma perfettamente comunicante col mercato libero; gli investimenti pubblici sono in grado di attrarre solo più tanto risparmio quanto ad essi spetta in concorrenza con gli investimenti privati.

 

 

Venuta meno l’ignoranza degli uomini, cessa ogni possibilità di procacciar capitali allo Stato ad un tasso minore del corrente. Gli istituti pubblici, come strumenti per rendere indipendente lo Stato dalle banche o borse, diventano inutili, essendo impotenti a fornir denaro ad un prezzo più basso di banche e borse.

 

 

642. Disavanzo nel bilancio degli istituti assicurativi di Stato conseguente all’attenuarsi e scomparire della divergenza tra i due tassi d’interesse. – Con questa avvertenza ancor meglio si mette in luce l’artificio su cui poggia la teoria della [falsa] indipendenza finanziaria dello Stato; e si chiarisce un pericolo, lontano ma degno di meditazione, che presentano gli investimenti in prestiti pubblici nel mercato chiuso degli istituti di Stato. Suppongasi che nei tempi da IV a VII quando gli istituti pubblici si procacciavano risparmio al tasso del 2 1/2 per cento, l’avessero investito in rendite pubbliche 2 1/2 per cento alla pari. Il prezzo era artificioso, ma effettivo, perché il flusso dei risparmi negli istituti pubblici era, per ipotesi, tale che bastava ad assorbire tutti i titoli vecchi 2 1/2 per cento, offerti in vendita dai privati detentori al prezzo di 100 e tutti i titoli nuovi offerti dallo Stato per nuovi prestiti. In tal modo, per lunghi anni, mentre i privati imprenditori dovevano pagare dal 4 1/2 al 3 3/4 per cento per procacciarsi somme a prestito, lo Stato poteva vantarsi di ottenere prestiti al 2 1/2 per cento e di veder quotati alla pari il suo titolo massimo di debito 2 1/2 per cento; sicché non a torto la sicurezza degli investimenti pubblici poteva sembrare granitica e meraviglioso il successo creditizio dello Stato. A partir però dal tempo VIII mutano i rapporti fra i due tassi di interesse: scendendo il privato e salendo il pubblico sino ad uguagliarsi. Gli istituti pubblici che avevano comperato 10 miliardi di rendita 2 1/2 per cento pagandola alla pari, ossia precisamente 10 miliardi, come la potranno ora valutare nei loro bilanci? Prima potevano attribuire ad essa il prezzo che ad essi meglio talentava, essendo in grado di assorbire tutta la massa che veniva sul mercato; e finché essi compravano a cento, il prezzo della rendita sul mercato era di 100. Dopo, essi in tanto potranno procacciarsi nuovi fondi per comprare rendite in quanto diano ai loro depositi il frutto del 3%; e, per far ciò, dovranno necessariamente comprare rendita 2 1/2 per cento ad un prezzo tale che il frutto sia del 3 per cento. Il che vuol dire che nel tempo X gli istituti potranno comprare rendite 2 1/2 per cento solo al prezzo di 83.33 per ogni 100 lire nominali; poiché un frutto di L. 2,50 per un capitale di L. 83.33 equivale appunto al 3 per cento. Dunque il prezzo della rendita scende ad 83.33; dunque ancora i 10 miliardi nominali che agli istituti pubblici sono costati, al prezzo di 100 lire, 10 miliardi effettivi, hanno un prezzo di appena 8,33 miliardi. Nel bilancio degli istituti si appalesa un disavanzo di 1.66 miliardi di lire; poiché essi debbono ai depositanti 10 miliardi ed hanno un attivo in titoli di 8.33 miliardi di lire. Il disavanzo dovrà essere colmato dallo Stato, il quale ha prestato la sua garanzia ai clienti degli istituti pubblici di risparmio e di assicurazione; il beneficio di godere, per i tempi da I a IX, di un tasso d’interesse inferiore a quello corrente, scontandosi tutto, capitalizzato cogli interessi composti, nel tempo X. E quanto maggiore sarà stato il beneficio, per avere ottenuto capitali in deposito al 2 od all’1 1/2 per cento, tanto maggiore sarà il disavanzo che dovrà essere colmato, sia con un effettivo versamento di una somma uguale al disavanzo, sia con una conversione al rovescio, innalzando cioè dal 2 1/2 al 3 per cento la rendita dei titoli di debito pubblico posseduti dagli istituti e riportandone il valore da 8.33 a 10 miliardi di lire. Ma è dubbio se questo secondo partito, che sarebbe il meno gravoso, potrà essere abbracciato; poiché se gli istituti pubblici persero 1.66 miliardi per il diminuire del prezzo della rendita da 100 ad 83.33, persero altrettanto i capitalisti privati, i quali pure, attratti dalla sicurezza, artificiosamente creata con la costante richiesta degli istituti pubblici, comprarono a 100 la rendita 2 1/2 per cento, onde anche per essi lo Stato dovrebbe sentire l’obbligo morale della conversione al rovescio.

 

 

Comunque di ciò si pensi, è chiaro che la cosidetta «previdenza» degli uomini di Stato dell’oggi sta apparecchiando formidabili problemi da risolvere alla «sapienza» degli uomini di Stato del domani. Ma poiché questi dovranno sbrogliare le matasse, che ora si aggrovigliano, fra mezzo secolo o forse un secolo, è consentaneo alla indole umana ed in specie alla mentalità politica non occuparsi di eventi così remoti nel tempo. Potendo presumersi che l’educazione economica degli uomini sia un fatto di avveramento così improbabile, da poter fare, per secoli, affidamento sicuro sulla loro ignoranza.

 

 

643. Dalle varie forme di istituti pubblici assicurativi: di assicurazioni sociali ed ordinarie. Dai vantaggi del sistema inglese delle pensioni di Stato, per cui non si accumulano fondi. – Tra gli istituti d’assicurazione di cui si tenne discorso nelle pagine precedenti vanno noverati gli istituti pubblici di assicurazione di pensioni di vecchiaia e di invalidità alle classi operaie, che andarono moltiplicandosi negli ultimi anni ad imitazione della Germania. Quivi assommano oramai a somme colossali i fondi di quesiti istituti e richiedono un’abilità crescente per impiegarli fruttuosamente e per resistere alla tendenza politica e burocratica a dare ad essi impieghi, che per essere improduttivi di frutti pecuniari, si dicono sociali. Non si nega con ciò che operino male codesti istituti ad erigere sanatori, ospizi ecc., che costano e non fruttano in moneta, essendo probabile che il frutto sotto specie di rinvigorimento degli uomini lavoratori e di una maggiore produzione indiretta di ricchezza sia elevato. Si afferma soltanto che gli istituti dovrebbero mutuare allo Stato i capitali a ciò occorrenti al tasso corrente; e che lo Stato dovrebbe levare sui contribuenti un’imposta eguale all’ammontare di quegli interessi; così da mettere in chiara luce contabile l’onere ed i vantaggi dei sanatori, ospizi, scuole ecc., e far pronunciare ai contribuenti un consapevole giudizio sulla loro convenienza e necessità.

 

 

Da questo punto di vista, dei pericoli inerenti all’impiego di così forti capitali e della sincerità finanziaria, appare migliore il sistema inglese delle pensioni di Stato, per cui l’erario nulla incassa per quote di assicurazione, non si fendano casse, non si cumula verun fondo, e l’erario paga ai vecchi di 70 anni una pensione settimanale di 5 scellini. Con questo sistema è chiaro il fatto, che l’altro oscura, del sacrificio che i contribuenti sono chiamati a fare per largire la pensione ai vecchi; risalendosi da tutti che fa d’uopo pagare ogni anno 250 o 300 milioni di lire nostre. Mentre col sistema tedesco, il sacrificio sembra essere quello soltanto dei 50 marchi che la cassa dell’impero aggiunge alla pensione che gli assicuratori si sono formata coi versamenti loro e dei loro principali; mentre in verità a questi bisogna aggiungere la ripercussione sui consumatori del contributo obbligatorio pagato da operai ed industriali, che essendo una vera imposta può contribuire – qui non si vuol discutere se merci e derrate prodotte dalle imprese soggette all’obbligo dell’assicurazione; e bisogna ancora aggiungere il sacrificio che la società subisce per la preferenza che gli istituti pubblici danno agli impieghi fecondi di frutti inferiori al tasso corrente dell’interesse. I quali sacrifici tutti sono difficilissimi ad essere valutati e facili ad essere negati; onde il più chiaro sistema inglese, il quale bandisce ogni infingimento, sarebbe preferibile, se non recasse con sé il vizio di avvertire brutalmente i popoli che essi hanno diritto di vivere in vecchiaia a carico della collettività. Avvertimento turpe e cagione di svigorimento nella facoltà di previdenza degli uomini, appena questi abbiano appreso a chiedere ed ottenere una pensione superiore a quella che puramente può salvarli dalla morte per fame e mancanza di ricovero. Una piccola pensione può essere utile, come quella che assicura gli uomini dalla morte e li incoraggia ad abbellire, collo sforzo proprio, la vita, fatta ormai sicura; una pensione più forte provoca l’imprevidenza e la dissipazione. Talché forse i danni del sistema tedesco sono il prezzo che si paga per non far balenare agli occhi delle plebi l’idea di un diritto, riconosciuto dal legislatore, ad essere alimentate dallo Stato. Prezzo eccessivo, però, che andrebbe scemato, ricercando maniere tecniche con cui si possa evitare il cumulo di troppo forti fondi assicurativi[11]. Recentemente in Italia si fondò l’istituto nazionale delle assicurazioni il quale intende, per ora in concorrenza con le compagnie private e dopo 10 anni dall’1 gennaio 1913 in monopolio, ad esercitare le assicurazioni ordinarie sulla vita umana, a differenza di quelle sociali a cui intende da noi la Cassa nazionale per la invalidità e la vecchiaia. Intorno agli effetti di esso come provveditore di capitali allo Stato nulla è da aggiungere a quanto fu detto sopra.

 

 

Sezione ottava

Rendite vitalizie e tontine

 

644. Di talune vecchie maniere di prestiti pubblici con assicurazioni sulla vita: rendite vitalizie e tontine. – Le fondazioni recenti di istituti di assicurazione sulla vita ricordano talune vecchie maniere di indebitarsi degli Stati, assai usitate nei secoli XVII e XVIII. La prima maniera di cui si potrebbero citare moltissimi esempi forestieri e nazionali (per gli Stati sabaudi vedi gli esempi raccolti in Einaudi, La finanza sabauda all’aprirsi del secolo XVIII cit.) era dei debiti vitalizi propriamente detti. Lo Stato emetteva un prestito ed a ogni sottoscrittore di 100 lire prometteva una rendita vitalizia di 6, 8, 10, 12, 14, 16, ecc. lire annue, a seconda delle classi di età. Era un debito il quale andava estinguendosi via via che morivano i vitaliziati, finché con la morte dell’ultimo era completamente rimborsato. Le 10 lire, ad es., di rendita vitalizia comprendevano l’interesse delle 100 lire ed una quota di rimborso del capitale, calcolando che i vitaliziati avessero la vita media probabile dimostrata dalle tabelle di mortalità allora in uso. Siccome queste tabelle erano grossolane, accadeva che talvolta le rendite vitalizie promesse erano elevate e quindi molti sottoscrivevano, sperando, non a torto, di vivere più a lungo di quanto lo Stato aveva calcolato e di fare un contratto vantaggioso, onde lo Stato perdeva. Altre volte invece le rendite apparivano meschine e pochi erano i sottoscrittori. In Inghilterra ancor oggi si usa permettere ai portatori di rendite perpetue a debito dello Stato di trasformarle in vitalizi, secondo una regola prestabilita a norma dell’età dei vitaliziati e per tal via una parte del debito pubblico via via si estingue. Ma non ha grande importanza, ed in nessuno stato si usa più direttamente ed apertamente far prestiti sotto questa forma.

 

 

Neppure più è in uso un perfezionamento del debito vitalizio, che prese il nome di tontina dal banchiere italiano Lorenzo Tonti, il quale, stabilitosi in Francia verso la metà del secolo XVII, propose al Re di giovarsi del mezzo da lui escogitato per accattare denaro a prestito. Suppongasi aperta la sottoscrizione ad un prestito di 6 milioni di lire, diviso in sei serie di 1 milione di lire, ogni serie da attribuirsi alle persone dello stesso gruppo di età, per es.:

 

 

 

Età

Rendita vitalizia pagata ai sottoscrittori di ciascun gruppo per ogni100 lire di capitale versato

Rendita totale del gruppo per 1 milione di capitale versato

I° gruppo Sotto 20 anni

L. 4.15

41.500

II° gruppo Da 20 a 30 anni

L. 4.25

42.500

III° gruppo Da 30 a 40 anni

L. 4.40

44.000

IV° gruppo Da 40 a 50 anni

L. 4.65

46.500

V° gruppo Da 50 a 60 anni

L. 5.10

51.000

VI° gruppo Sopra 60 anni

L. 5.60

56.000

 

 

È naturale che la rendita promessa andasse aumentando coll’avanzare dell’età, poiché minore era il tempo per cui v’era speranza di goderla. Ma questo era un carattere comune con le rendite vitalizie semplici. Ciò che distingueva le tontine da queste era che mentre in queste, ogni sottoscrittore godeva la rendita inerente al capitale da lui versato, e, morto egli, la rendita restava perenta passando a beneficio dello Stato, nelle tontine, Tizio, sottoscrittore di un capitale di 100, lire nel primo gruppo, percepiva durante la sua vita, la rendita di L. 4.15; morto egli, le 4.15 continuavano ad essere pagate e si ripartivano fra i sopravviventi e così di seguito fino alla morte dell’ultimo componente il gruppo. La rendita totale che doveva pagare lo Stato ai componenti il primo gruppo rimaneva cioè fissa in 41.500 lire, quantunque diventasse piccolo il numero dei componenti il gruppo. Erano, ad es., 10.000 coloro che all’inizio sottoscrivevano 100 lire ognuno, avevano mutuato allo Stato un milione di lire ed ognuno incassava lire 4.15. Nel secondo anno, per la morte di 400 di essi il gruppo scemava a 9600; ed ognuno, rimanendo fissa la rendita vitalizia del gruppo in L. 41.500 incassava L. 4.33. Al decimo anno essendo morti 4000 sui 10 mila originari sottoscrittori, i 6000 rimanenti ricevevano 6.91 lire a testa. Al 50esimo anno, i 1000, per ipotesi, sopravviventi riscuotono 41.50 a testa per ogni 100 lire versate. Al 70esimo anno i 200 sopravviventi riscuotono 207.50 lire per ogni 100 lire. Al 95esimo anno l’ultimo sopravvivente cumula in sé tutta la rendita del gruppo, in L. 41.500, fino alla sua morte. In Francia accadde che, di fatto, la vedova di un chirurgo di Parigi cumulasse la rendita di un gruppo intiero e nell’ultimo anno di sua vita che fu il 96esimo riscuotesse L. 73.500 per un versamento originario di 300 lire.

 

 

Ognun vede qual’era l’attrattiva delle tontine; la speranza di essere tra gli ultimi sopravviventi o fors’anco l’ultimo sopravvivente del gruppo.

 

 

Perciò i sottoscrittori si contentavano di rendite vitalizie relativamente basse in sul principio, sperando di aumentarle sensibilmente col passar degli anni. Ma poiché avevano interesse a sottoscrivere alle tontine soltanto coloro, la cui salute era così buona da far loro sperare di viver a lungo, accadeva che la vita del gruppo si protraeva più di quanto lo Stato avesse originariamente calcolato; epperciò codesta maniera di prestito pubblico fu abbandonata.

 

 

Oggi i mutui pubblici, a mezzo di assicurazione sulla vita, risorgono; ma risorgono per speciosi motivi sociali, senza che si abbia la franchezza di dire che sono strumenti, nuovi o vecchi, per facilitare l’indebitamento dello Stato. Intorno al quale loro fine, che è il vero, gia abbastanza si discorse sopra.

 

 

Sezione nona

Dell’obbligo fatto a talune banche o casse di acquistare titoli di debito pubblico.

 

645. Dell’obbligo fatto agli istituti privati di risparmio e di assicurazione di investire parte dei loro fondi in titoli di debito pubblico. – Metodo affine all’assorbimento dei risparmi del paese con istituti pubblici di risparmio e di assicurazione è l’obbligo fatto agli istituti privati di tal genere di investire una determinata quota dei loro fondi in titoli di debito pubblico. Sono varie le prescrizioni di tal genere che si leggono nei codici legislativi e diversissimi i pretesti addotti a giustificare siffatta norma. Così si obbligarono gli enti ecclesiastici a vendere i loro beni immobili e ad investirne il ricavo esclusivamente in titoli di rendita pubblica per ovviare ai mali della manomorta; e si obbligarono compagnie di assicurazione, casse di risparmio ed or si vogliono obbligare le banche ad investire una quota del loro patrimonio in simili titoli per dar sicurezza ai depositanti ed agli assicurati. Mentre il fine di combattere la manomorta terriera potevasi raggiungere senza l’obbligo dell’investimento esclusivo in rendita pubblica; e mentre sembra strano che il debitore (Stato) proclami da se medesimo che l’investimento in titoli di credito verso di lui è sovra ogni altro investimento sicurissimo, quando siffatta sentenza dovrebbe essere pronunciata liberamente dagli acquisitori.

 

 

In verità, con siffatti obblighi i governanti reputano di creare un mercato sicuro ai titoli di debito pubblico, e, col procacciarne l’assorbimento, di tenerne elevato il prezzo e quindi basso l’interesse; nuovo aspetto della vecchia politica di indipendenza finanziaria che fu già sopra soggettata ad analisi critica. Forse però non è inopportuno aggiungere qui alcune considerazioni intorno alla possibilità di raggiungere il fine che i governanti si propongono. Supponiamo invero esatta in un certo momento e in un certo paese, tenuto conto di ogni circostanza opportuna, la descrizione seguente del mercato dei titoli di debito pubblico:

 

 

Classi di acquisitori

Quantità di titoli assorbiti da ogni classe

Interesse a cui i titoli possono essere venduti ad ogni classe

I. Istituti pubblici di risparmio e di assicurazione

L. 3.000.000.000

3 %

II. Enti privati a cui è fatto obbligo di acquistare detti titoli

L. 2.000.000.000

3 ½ %

III. Privati che per legge o per consuetudine (decisioni dei tribunali ecc.) debbono investire in titoli di debito pubblico

L. 1.000.000.000

3 ½ %

IV. Privati che hanno compiuta libertà di scelta, ma che, per ignoranza di altri impieghi ugualmente sicuri, preferiscono i titoli di debito pubblico

L. 3.000.000.000

3 ½ %

V. Privati che hanno compiuta libertà di scelta e sono pronti a rivolgersi ad altri titoli egualmente sicuri e più fruttiferi

L. 3.000.000.000

4 %

VI. Id. id. e son desiderosi di correre maggiori rischi per un compenso più elevato

L. 2.000.000.000

4 ½ %

 

 

Il quadro chiarisce i limiti entro cui può essere fortunata l’opera del legislatore nel creare un mercato chiuso per i propri titoli ad un interesse inferiore al corrente che è, per ipotesi, il 4 per cento. Se il debito dello Stato ammontasse solo a 3 miliardi di lire, potrebbe essere tutto assorbito dagli istituti pubblici al 3%; nulla montando che l’interesse corrente sul mercato libero sia del 4% perché gli istituti sono creati appositamente per fornire fondi a prestito allo Stato al 3 per cento. Se il debito pubblico supera i 3 miliardi, ma non i 9 miliardi, occorre che lo Stato si rassegni ad aumentare l’interesse al 3 1/2 per cento, perché altrimenti troverebbe riluttanza presso gli enti od i privati a cui è fatto obbligo di acquistare rendita, ma a cui non si può moralmente imporre di comprare rendita con un frutto troppo inferiore a quello corrente. Perché questi enti o privati non recalcitrino con quelle maniere di opposizione politica di cui possono disporre, importa persuaderli che ad essi non è recato alcun torto; il che si fa dimostrando che vi sono [privati (IV categoria) i quali volontariamente acquistano titoli di debito pubblico 3 1/2 per cento alla pari. Finché esistono di codesti privati, i governanti riescono a collocare fino a 9 miliardi di titoli di debito pubblico, pagando soltanto l’interesse del 3 1/2 per cento. Ma se essi vogliono indebitare lo Stato maggiormente, in tal caso, essendo compiutamente saturate le prime quattro categorie di capitalisti, bisogna ricorrere alla quarta ed a questa non si può promettere meno del 4%, anche se non la si invita ad acquistare più di 3 miliardi di lire di debito pubblico. Altrimenti, costoro, ben conoscendo altri impieghi (ipotecari, obbligazioni ferroviarie, titoli di Stati esteri ecc.) egualmente sicuri e fruttiferi del 4%, non acquisterebbero i titoli messi sul mercato a meno del 4 per cento. Se lo Stato volesse emettere ancora altri 2 miliardi di titoli, dovrebbe far appello ad una sesta schiera di capitalisti, che hanno maggiori conoscenze delle possibilità varie di far fruttare i propri risparmi ed a costoro dovrebbe promettere il 4 1/2 per cento.

 

 

È chiaro dunque che la possibilità di prendere a mutuo ad un sub interesse è in funzione della quantità del debito pubblico e della capacità di assorbimento delle varie categorie di debito. Più cresce il debito, meno è facile la riuscita del tentativo. È dubbio se, ove il debito cresca al disopra di 9 miliardi, sia possibile allo Stato conservare diversi tipi di interesse; più basso per la prima categoria, medio per le altre tre e più elevato per le seguenti. Innanzitutto è difficile persuadere la categoria VI di privati, che nella loro libertà assoluta di scelta sono limitati soltanto dalla ignoranza propria, a contentarsi del 3 1/2 per cento quando i capitalisti della categoria V ottengono il 4% e questi ed i primi a contentarsi del 4 o del 3 1/2 per cento, quando la sesta categoria lucra il 4 1/2 per cento.

 

 

Se le emissioni si fanno contemporaneamente ciò è impossibile perché tutti i capitalisti, sebbene ignoranti o timidi, non lo sono tanto da non accorgersi che il titolo offerto ad un interesse più elevato alla categoria successiva di capitalisti è della stessa natura di quello che ad essi è fornito; onde tutti compreranno il titolo 4 o 4 1/2 per cento e trascureranno il 3 1/2 od il 4%, obbligando lo Stato all’uniformità del tasso. Può invero lo Stato riuscire a conservare la differenza di tasso, facendo le emissioni a strati successivi in guisa da soddisfare prima le richieste della categoria IV al 3 1/2, poi della V al 4% e finalmente della VI al 4 1/2 per cento, ed ogni volta dichiarando che quella è l’ultima emissione per non incitare i capitalisti ad attendere quella successiva.

 

 

Spesso tal avvedimento riesce e lo Stato ottiene suoi prestiti ad un sotto interesse. Ma sul mercato subito le cose si aggiustano; ed i titoli emessi alla pari al 3 1/2 per cento scadono al corso di 87 1/2 quando vengono emessi pure alla pari titoli 4%, non potendo darsi sullo stesso mercato e nello stesso tempo due prezzi uguali (1000 per due merci diverse (rendite 3 1/2 e 4%), e dovendo i prezzi variare in guisa che il reddito sia uguale (4%). Anche qui soccorrono avvedimenti allo Stato per impedire che i titoli 3 1/2 per cento ribassino ad 87 1/2 e che i detentori, che li comprarono a 100, si lagnino oltremisura, come sarebbe di dare ai titoli 4% un altro nome (ad es. buoni del tesoro) od un’altra durata (temporanea invece che perpetua), in guisa da persuadere ai capitalisti della III e IV categoria che essi hanno in mano un titolo che, sebbene renda solo il 3 1/2 per cento, pure ha in sé qualche pregio di comodità o di apparenza o di durata che lo rende di uguale desiderabilità del titolo 4%, comprato dai capitalisti della V categoria. Gli uomini, cibandosi di nomi forse più che di cose si lasciano facilmente illudere; quando però di titoli 45 non se ne emettano troppi, sicché appaia credibile la leggenda della loro breve durata od importante il loro diverso nome.

 

 

È chiaro che quando, per il crescere delle emissioni, anche ai capitalisti della classe IV debba essere pagato il 4% o quando i titoli 3 1/2 emessi alla pari cadano ad 87 1/2, riesce impossibile impedire il ribasso ad 87 1/2 anche dei titoli 3 1/2 per cento posseduti dalla categoria II, o a 75 dei titoli 3% posseduti dalla categoria I. Il listino di borsa è uno solo, e di titoli 3 1/2 per cento hanno un sol prezzo da chiunque siano comperati; e per conseguenza quelli 3% devono correlativamente scadere di pregio.

 

 

La conseguenza finale dell’obbligo imposto alle compagnie di assicurazione, casse o banche private di investire una parte dei loro fondi in titoli di Stato, quando la massa del debito pubblico cresca oltre il limite del quantitativo che può essere assorbito dal mercato chiuso ad un interesse inferiore al normale, è dunque questa: di determinare una perdita nel valore capitale dei titoli in cui si è fatto obbligo di investire una parte dei proprii fondi. E poiché questi fondi sono altrui, la conseguenza a cui questa politica finanziaria conduce è la insolvenza degli istituti privati verso i loro depositanti ed assicurati, o, il che sostanzialmente è lo stesso, la diminuzione dei vantaggi che i depositanti ed assicurati si ripromettevano dalle loro operazioni. Quindi si può dire che questi obblighi di investimento possono essere comminati senza alcun danno soltanto dai governanti prudentissimi di Stati, il cui debito pubblico venga tenuto entro limiti assai ristretti (per es. nel caso nostro non più di 9 miliardi). Ma è probabile che codesti governanti, appunto per essere prudenti, siano anche sapienti conoscitori dell’operare delle leggi economiche e si astengano dall’imporre obblighi che essi sanno poter diventare pericolosi quando, al posto di essi prudentissimi, succedano governanti spensierati o malvagi.

 

 

Sezione Decima

Del debito larvato con annualità e sussidi ad enti pubblici o privati.

 

646. Delle annualità o sussidi concessi dallo Stato ad enti locali, consorzi, società private per opere di pubblica utilità. – Ancora di una maniera di debito larvato dobbiamo parlare; e sono le annualità ed i sussidi che lo Stato si obbliga di pagare ad enti locali, consorzi, società per un determinato numero di anni. Di questi debiti sono numerose le occasioni. Una prima specie si ha quando un comune desidera che lo Stato compia un’opera pubblica (scuola, edifici universitari, stazione ferroviaria, porto, caserma, palazzi di giustizia ecc.), il cui costo indubbiamente spetta allo Stato; ma riluttando lo Stato a sobbarcarsi subito alla spesa, il Comune, per incoraggiarlo, si offre di sobbarcarvisi, contentandosi che lo Stato lo rimborsi con una annualità sufficiente all’uopo. Così se una stazione ferroviaria costa 10 milioni di lire, il comune anticipa la somma e fa costruire subito la stazione; purché lo Stato si obblighi a pagargli una annualità di 465.500 lire all’anno per 50 anni, la quale annualità è sufficiente a rimborsare il capitale di 10 milioni, insieme con gli interessi scalari al 4 per cento.

 

 

Una seconda specie si ha quando si costituisce un consorzio per bonifica, rimboschimento, sbarramento di acque montane e costruzione di laghi artificiali, canali irrigatori, ecc. L’opera è tale che interessa grandemente i proprietari delle zone che saranno bonificate o rese irrigabili o risanate; ma interessa anche lo Stato per il giovamento che ne viene alla pubblica salute ed alla ricchezza nazionale. Supponiamo che il costo sia di 50 milioni di lire; e che di questi 25 facciano carico allo Stato, 10 alla provincia, 5 ai comuni e 10 ai proprietari interessati.

 

 

Questi costituiscono fra di loro un consorzio, il quale assume i rischi dell’impresa; e dovrebbe ricevere il contributo dei 25, 10 e 5 milioni dallo Stato, provincia e comuni quali sussidi a fondo perduto. Ma gli enti pubblici non vogliono o non possono caricarsi d’un tratto di questa spesa e preferiscono pagare lo Stato un sussidio di L. 1.163.750, la provincia di L. 465.500 ed i comuni di L. 232.750 all’anno per 50 anni, i quali sussidi equivalgono a pagare 25,10 e 5 milioni subito, ripartendo però il pagamento in 50 anni ed aggiungendo all’uopo gli interessi per il ritardo al 4 per cento.

 

 

Una terza specie si ha quando lo Stato concede la costruzione di una ferrovia ad una società privata, insieme con l’esercizio di essa, sempre per il periodo di 50 anni. Poiché si prevede che le spese necessarie per ammortizzare il capitale d’impianto per pagare gli interessi al 4% o per far fronte a tutte le spese di esercizio saranno di 1.000.000 lire annue, mentre le entrate ammonteranno solo a 534.500 lire, così la società non si assumerebbe l’impresa, se lo Stato non si obbligasse a pagarle un sussidio a fondo perduto equivalente alla perdita annua di L. 465.500. Il che lo Stato può fare in due maniere: o pagando 10 milioni subito, ovvero obbligandosi a versare ogni anno per 50 anni una annualità di 465.500 lire, le quali due somme, al 45 si equivalgono. Per la società il sussidio è il rimborso della perdita di esercizio; per lo Stato è il costo «pubblico» della costruzione della ferrovia, la quale si vuole sia impiantata, sebbene economicamente passiva, per motivo di pubblica utilità (difesa nazionale, sicurezza, cultura, sviluppo di energie latenti economiche, agricole ed industriali ecc. ecc.).

 

 

Altre maniere di sussidi si possono dare; ma le descritte possono bastare a mettere in luce le ragioni principali di essi e le modalità del loro pagamento.

 

 

647. Sono debiti ma larvati. – Che le annualità ed i sussidi siano per lo Stato una ragion di debito non v’è dubbio. Quando lo Stato fa costruire dal comune una stazione ferrovia od edifici universitari, la cui costruzione spetterebbe all’erario, in sostanza opera come se prendesse a mutuo 10.000.000 lire, costruisse l’opera e rimborsasse poi il debito a grado a grado in 50 anni in tante annualità uguali di 465.500 lire, comprensive dell’interesse al 4% e dell’ammortamento. Il comune è un mutuante, il quale si decide a fare il mutuo allo Stato, allo scopo di veder compiuta l’opera pubblica che gli interessa.

 

 

Così quando lo Stato, invece di pagare subito 25 milioni di sussidio a fondo perduto al consorzio per il compimento della bonifica, gli paga 1.163.750 lire all’anno per 50 anni, è come se si facesse mutuare dal consorzio dei proprietari i 25 milioni necessari per far fronte alla quota di spese della bonifica spettante allo Stato rimborsando il mutuo in 50 annualità. Il consorzio dei proprietari si decide a fare il mutuo dei 25 milioni allo Stato, per il desiderio e l’interesse, che ha, di vedere compiuta la bonifica.

 

 

E finalmente la società ferroviaria anticipa 10 milioni di lire per la costruzione di una ferrovia passiva e ne attende il rimborso in un sussidio di L. 465.500 all’anno per 50 anni, perché se non facesse questo anticipo allo Stato, questo non vorrebbe o non potrebbe pagar subito i 10 milioni e la ferrovia non si costruirebbe.

 

 

Che trattisi dunque di prestiti pubblici non v’è dubbio; ma son prestiti «larvati». Spesso questi sussidi sono iscritti nei bilanci di diversi ministeri, come della pubblica istruzione o dei lavori pubblici o delle ferrovie ed hanno aspetto di somme stanziate per servizi pubblici che vengono forniti ai consociati di anno in anno; mentre trattasi di rimborsare il costo di un’opera compiuta molti o poche anni prima. Parlamento ed opinione pubblica non si commuovono dinnanzi a questi piccoli debiti, come si commuoverebbero dinnanzi a un grosso debito «aperto» che fosse proposto per il medesimo scopo. chiamandoli con nomi diversissimi di annualità, sussidi chilometrici, concorsi ecc. ecc., la sostanza vera del fatto, che è il debito, viene oscurata; l’attenzione del legislatore portandosi esclusivamente sulla bontà ed utilità dell’opera che si tratta di compiere e non sulla natura del mezzo che si deve scegliere – imposta straordinaria o debito – per compiere l’opera. Non si dice che si tratta di pagare 10 milioni di lire, cifra grossa, la quale potrebbe sembrare inquietante; ma che bisogna iscrivere in bilancio la somma di L. 465.500 all’anno per 50 anni, cifra la quale fa minore impressione. Non si dice che, non avendosi pronti i 10 milioni di lire, occorre fare un mutuo di altrettanto, proposta la quale potrebbe far riflettere anche i meno prudenti tra i legislatori; anzi si ha cura di notare che le L. 465.500 annue (L. 10.000 all’anno per chilometro di ferrovia e per 46.55 chilometri) sono pagate senza aggiunta di interessi. È vero che questa osservazione è insensata perché gli interessi sono conglobati in una cifra sola colle note di capitale; ma a dare questa dimostrazione occorrerebbero particolari tecnici, accessibilissimi agli scolari delle scuole tecniche, ma apparentemente superiori all’intelligenza di taluno fra i legislatori. Sicché, sebbene nei bilanci degli Stati moderni, queste annualità ammontino a decine e spesso a centinaia di milioni di lire all’anno, non si ha l’impressione che si tratti di debiti veri e proprii.

 

 

648. Quando i debiti larvati con annualità e sussidi possono essere vantaggiosi. – Non si deve negare però che talvolta, forse di rado, il metodo delle annualità possa essere conveniente. Può darsi invero che vi siano città, il cui credito è altrettanto buono quanto quello dello Stato, le quali si vogliono sobbarcare ad un sacrificio per ottenere il compimento immediato di un’opera pubblica a cui lo Stato ripugna, perché non ne valuta a sufficienza l’importanza e l’urgenza. Supponiamo, per esempio, che un grande comune veda i vantaggi grandi che all’industria ed al traffico possono venire dalla costruzione di una stazione ferroviaria del costo di 10 milioni di lire; mentre lo Stato, premuto da altre esigenze, non li vede.

 

 

Allora il comune può offrire allo Stato di costruire la stazione, prendendo a mutuo sul mercato i 10 milioni occorrenti al 4% e caricandosi esso comune dell’annualità cinquantennale di 465.500 lire, purché lo Stato gli rimborsi i 3/4 di questa annualità, ossia lire 319.125 all’anno per 50 anni.

 

 

In tal caso si ottengono parecchi vantaggi:

 

 

  • 1) il mutuo non grava su entrambi gli enti (Stato e comune) per una somma annua maggiore di quella che si sarebbe avuta se il mutuo fosse fatto direttamente dallo Stato; essendo ché il comune è in grado di far mutui a non più del 4%, così come lo Stato;
  • 2) la discussione sull’opportunità di preferire il prestito all’imposta straordinaria, se non è fatta dai legislatori, è fatta dal consiglio del comune; il quale deve decidere intorno alla convenienza di fare il mutuo dei 10 milioni al 4%;
  • 3) lo Stato ha la sicurezza che si tratta di un’opera ritenuta realmente utile dagli amministratori comunali; sicurezza che si trae dal volonteroso accollarsi, che essi fecero, di una quarta parte dell’annualità occorrente a rimunerare e rimborsare i 10 milioni. Il costo essendo ripartito per 7 1/2 milioni sullo Stato e per 2 1/2 sul comune lo Stato ha il vantaggio di veder compiuta prima e con minor sacrificio dei suoi contribuenti l’opera che ad ogni modo avrebbe dovuto essere compiuta dopo.

 

 

Di fronte a questi vantaggi, scema d’importanza il fatto dell’essere questo un debito «larvato» e soggetto perciò ad insufficiente critica da parte dei legislatori.

 

 

649. Danni del metodo delle annualità: rende facile il consenso a stravaganti appetiti locali. – Nella più parte dei casi però i debiti «larvati» sono dannosi. In primo luogo perché sono larvati. Quasi sempre questi debiti si contraggono per soddisfare a richieste di località, comuni, provincie, consorzi ecc. i quali desiderano il compimento di un’opera pubblica, ma non vogliono subire all’uopo veruno od al più un minimo sacrificio. Se tutte queste richieste dovessero essere soddisfatte con la concessione di un sussidio in una somma immediata, per una volta tanto, l’enormità delle richieste spaventerebbe anche i più spensierati ministri dei governi parlamentari. Spendere 300 milioni in un anno per lavori pubblici nuovi, per concessioni di ferrovie, di porti, di linee automobilistiche, di caserme, di palazzi universitari sembrerebbe onere spaventoso per uno Stato, il cui bilancio normale sia di 2 miliardi. Invece promettere una annualità di 13.956.000 lire per 50 anni, spaventa assai meno, sovratutto se il sussidio complessivo è sparpagliato per 3 milioni sul bilancio dell’istruzione (scuole), per 2 su quello della guerra (caserma), per 1 su quello degli interni (carceri, riformatori) e per 7.965.000 lire sul bilancio dei lavori pubblici. Sono piccoli incrementi i quali sfuggono in un esame frettoloso del bilancio. In sostanza si sono spesi 300 milioni e si è perciò contratto un debito di altrettanto al 4%, ma il fatto non è evidente. Se il clamore degli enti locali è alto, se questi promettono di contribuire per una quarta, una quinta o una decima parte nella spesa, se si è alla vigilia di una elezione generale, se il ministro ama accattare popolarità, è facile che si promettano sussidi per un valore capitale immediato doppio o triplo della somma che si sarebbe sul serio disposti a spendere se la si dovesse impostare subito ed interamente nel bilancio dell’anno. Si può perciò concludere che il metodo del debito per annualità esacerba il vizio della corruttela politica che è insito nel metodo del debito (cfr. par. 593); onde esso appare perniciosissimo e contennendo.

 

 

650. …: aumenta il tasso dell’interesse che lo Stato paga sul debito contratto per il compimento dell’opera pubblica. – Il secondo danno che producono i debiti larvati per annualità o sussidi è il cresciuto onere del debito a carico dello Stato. Per non complicare il problema si suppose dianzi (caso del par. 646) che il comune, volendo anticipare la costruzione di una stazione ferroviaria del costo di 10 milioni di lire, stipuli con lo Stato il rimborso di 50 annualità di 465.500 lire l’una. Siccome i comuni di solito non hanno i 10 milioni di lire disponibili per queste opere pubbliche e debbono ricorrere a prestiti, essi debbono cedere altrui (a banche, casse di risparmio, capitalisti mercé emissione di obbligazioni ecc.) il credito verso lo Stato. Se essi godono l’uguale credito dello Stato sul mercato, e se supponiamo che il tasso dell’interesse corrente per i mutui di Stato sia il 4%, i comuni dalla concessione di una annualità di 465.500 lire per 50 anni ricaveranno appunto i 10 milioni bisognevoli.

 

 

Ma questa ipotesi non corrisponde sempre a verità. I comuni hanno spesso un credito inferiore a quello dello Stato: del 1/2, dell’1 e magari più per cento, dovendo pagare il 4 1/2, il 5 od il 6% d’interesse quando lo Stato paga il 4 per cento. Anche quando sanno che il loro credito verso il comune è garantito da una cessione del credito verso lo Stato, i capitalisti, magari a torto, sono diffidenti ed esigono un maggior compenso. Se il comune cede in blocco l’annualità di lire 465.500 ad una banca o cassa di risparmio, non è in gioco la diffidenza, ma il fatto che non sono numerosi gli istituti capaci di acquistare annualità del valore di 10 milioni; e per la poca concorrenza fra i mutuanti questi rialzano le loro pretese. Se il comune emette 10 milioni di obbligazioni da 500 lire, i capitalisti sanno sovratutto che il debitore è il comune e, pur non ignorando che le obbligazioni comunali sono garantite da un credito del comune verso lo Stato, pretendono un interesse più elevato di quello che richiederebbero allo Stato. Supponiamo che il comune ottenga il mutuo al 4 1/2 per cento.

 

 

Per rimborsarlo in 50 anni, al 4 1/2 per cento, occorre una annualità costante di lire 506.020, la quale è superiore a quella di L. 465.500, che basterebbe ove si dovesse pagare solo l’interesse del 4%: fatto naturalissimo se si riflette che restando uguale il capitale da rimborsare a rate, è maggiore l’interesse che anno per anno deve essere pagato sul debito residuo decrescente.

 

 

Ecco dunque il risultato del metodo prescelto dell’annualità. Se lo Stato direttamente avesse preso a mutuo 10 milioni di lire, costruendo la stazione ferroviaria od appaltandone la costruzione al comune a quel prezzo, avrebbe pagato solo l’interesse del 4% e si sarebbe caricato di una annualità di sole 465.500 lire per 50 anni; incaricando il comune di costruire la ferrovia, i 10 milioni di lire devono ugualmente essere presi a prestito, ma poiché lo sono al 4 1/2 per cento, il servizio del prestito costa L. 506.020 all’anno per 50 anni. Siccome il comune intende agire come un intermediario, pretenderà dallo Stato il rimborso del costo annuo del prestito in L. 506.200 con una maggiore spesa di L. 40.700 all’anno per 50 anni. Questa maggiore spesa dipendente dal diverso tasso d’interesse, è il vero risultato specifico del metodo del prestito indiretto per annualità o sussidi, in confronto del prestito direttamente conchiuso dallo Stato sul mercato libero. Siccome pagare 40.700 lire all’anno di più per 50 anni equivale, al 4%, a pagare subito L. 874.328 di più, così si può affermare che quella stazione ferroviaria la quale costerebbe allo stato 10 milioni di lire, se la costruisse direttamente facendo all’uopo un aperto e chiaro prestito sul mercato al 4%, costa invece L. 10.874.328, ricorrendo al metodo indiretto e vizioso della costruzione da parte del comune, del debito comunale di 10 milioni al 4 1/2 per cento e del rimborso in annualità cinquantennali di L. 506.200.

 

 

Spesso le perdite per lo Stato sono assai più gravi. Nel caso, sovra ipotizzato, della bonifica, lo Stato potrebbe procurarsi i 25 milioni direttamente sul mercato, emettendo un prestito al 4%, ammortizzabile in 50 anni con una annualità di L. 1.163.750. Ove invece lo Stato affidi al consorzio della bonifica di procurarsi i capitali necessari all’uopo, sarà probabilissimo che il consorzio debba pagare sul prestito di 25 milioni (quota del prestito totale di 50 milioni spettante allo Stato) il 5% invece che il 4%; e debba quindi sobbarcarsi ad un onere di interesse e di ammortamento di L. 1.369.425 all’anno per 50 anni, con una maggiore spesa di lire 205.675 all’anno. Sicché lo Stato deve concedere un sussidio al consorzio di L. 205.675 maggiore dell’onere che avrebbe dovuto sopportare se si fosse direttamente procurati i 25 milioni occorrenti con un prestito al 4% e li avesse versati al consorzio. E poiché un maggior onere di L. 205.675 all’anno per 50 anni equivale, al 4% ad una maggior spesa immediata di L. 4.418.367, così la scelta del metodo larvato invece del metodo aperto fa spendere allo Stato 29.418.367.

 

 

Che, in generale, il metodo di indebitarsi con annualità o sussidi cagioni allo Stato una perdita, discende chiaramente dal fatto che lo Stato sostituisce ad un debitore stimato e capace di ottenere somme a mutuo al più basso tasso corrente sul mercato, ossia a se stesso, un debitore meno noto, che gode di minor credito tra i capitalisti. Che meraviglia che il debito sia contratto a condizioni più onerose?

 

 

651. …: è un mezzo, inadeguato, per falsare il mercato dei titoli di debito pubblico. – Quale può essere la ragione per cui i reggitori di molti Stati preferiscono il metodo più costoso al metodo meno costoso di indebitarsi? Una ragione già fu addotta sopra (cfr. par. 647 e 649): il debito «larvato» è meno chiaro all’universale, è più facilmente consentito, con leggerezza deplorevole, dai parlamenti rivaleggianti col governo nel nascondere ai popoli la vera situazione patrimoniale ed i veri impegni passivi dello Stato. È uno dei mezzi di illusione tributaria, in cui volentieri indulgono i governi moderni parlamentari, a cui sono negate altre maniere di illusione consentite ai governi di antico regime (vendite di cariche pubbliche, infeudazioni di comuni prima liberi, battitura di moneta calante ecc.).

 

 

È d’uopo però aggiungere che i governanti moderni, mentre si compiacciono in siffatte male pratiche, cercano di giustificarle, adducendo che l’emissione di un prestito diretto dello Stato premerebbe sul mercato, facendo diminuire il credito pubblico e ribassare il prezzo dei titoli già emessi; mentre i prestiti indiretti meglio salvaguardano l’integrità del credito pubblico e non esercitano una uguale pressione sul mercato finanziario. Spesso vantando l’opera propria avveduta, tra i vanti maggiori adducono quello di aver contratto un debito di 1 miliardo, ad esempio, senza emettere sul mercato alcun titolo di debito pubblico e senza perturbare perciò in alcun modo le quotazioni dei titoli antichi.

 

 

Supponendo che il vanto sia meritato e che, essendosi il prestito di 1 miliardo potuto fare senza emettere alcun nuovo titolo, il prezzo dei titoli emessi non sia mutato, il problema si riduce al seguente: è lecito all’amministratore della cosa pubblica di far pagare allo Stato l’interesse del 4 1/2 invece che del 4%, è lecito gravarlo cioè, su 1 miliardo, di un onere annuo di 50.602.000 lire per 50 anni invece che di 46.550.000 lire, ossia di un maggior onere di 4.070.000 lire all’anno, equivalenti ad 87.432.800 lire di maggiore onere immediato, per il solo intento di impedire che la quotazione dei, supponiamo, 10 miliardi nominali di lire di titoli di debito pubblico 4% già emessi, e quotati a 100 ribassino a 99.70, per ipotesi, con una perdita complessiva di 30 milioni di lire nei corsi di borsa? Rispondere di sial quesito vuol dire precisamente che codesti sapientissimi amministratori hanno preferito far perdere allo Stato 84.432.800 lire[12] piuttosto che far perdere 30 centesimi per ogni 100 lire e cioè, su 10 miliardi, 30 milioni di lire in tutto ai privati capitalisti detentori dei vecchi titoli già emessi di debito pubblico. Che vi possano essere ragioni elettorali per una scelta siffatta può darsi; ma essa è certamente assurda dal punto di vista economico; è un preferire l’interesse privato all’interesse pubblico.

 

 

Si può rispondere essere interesse pubblico che i titoli di debito pubblico già emessi godano di alte quotazioni sul mercato. La qual tesi, essendo incomprensibile, dovrebbe essere accettata a guisa di articolo di fede. Ed è incomprensibile, perché la sola cosa desiderabile è che i titoli di debito pubblico abbiano precisamente quella quotazione che corrisponde al loro frutto ed al tasso di interesse corrente sul mercato. Se un titolo offre una rendita perpetua di 4 lire ed il tasso di interesse corrente è del 4%, è desiderabile che la quotazione sia di 100, poiché 100 lire al 4% rendono precisamente 4 lire. Ma se il tasso dell’interesse sale al 5%, noi diremo essere desiderabile che la quotazione sia di 80 lire soltanto, sempre allo scopo di mettere in armonia il prezzo capitale dei titoli col loro frutto all’interesse corrente, essendo chiaro che 80 lire al 5% fruttano appunto 4 lire. E, per converso, se il tasso dell’interesse ribassa al 3%, un titolo di rendita di 4 lire annue deve tendere al prezzo di 133.33 lire.

 

 

Quando non diciamo essere «desiderabile» che le quotazioni dei titoli di debito variino in relazione inversa al variare del tasso d’interesse, noi vogliamo significare soltanto che una quotazione diversa non sarebbe stabile e darebbe luogo ad inconvenienti non piccoli. Se un titolo del frutto di 4 lire conserva il prezzo di 100 lire anche quando il tasso dell’interesse è del 5%, non si verifica forse la conseguenza che gli ignoranti, i quali costituiscono il grosso dei piccoli risparmiatori, immaginano che 100 lire sono veramente il prezzo di 4 lire di rendita? Quindi essi temono di incontrare rischi imprevedibili ove impieghino i propri risparmi in titoli 5% che pur sono egualmente sicuri; e continuano a comprare a 100 rendite 4%, andando incontro ad una svalutazione ad 80 del proprio patrimonio, quando le quotazioni siano ridivenute normali.

 

 

Dicendo perciò che è interesse pubblico serbare alte quotazioni dei titoli di debito pubblico si afferma una verità evidente quando «alta» vuol dire quotazione «normale»; ma in tal caso è inutile affannarsi a conseguire tal fine, il quale si raggiunge naturalmente senza uopo di una particolare politica finanziaria. Si afferma un errore, quando «alta» vuol dire quotazione «superiore al normale»; errore fecondo di inganni per i risparmiatori piccoli e medio, come si disse or ora, e di danni alla collettività, come a suo tempo fu dimostrato (cfr. par. 606 e 627 e segg.).

 

 

Si aggiunga che il fine di tenere «alte» nel senso di «superiori al normale» le quotazioni dei titoli di debito pubblico non può essere raggiunto col mezzo qui discusso del debito indiretto per annualità o sussidio ed, anzi, con ogni altro mezzo che immaginar si possa.

 

 

Il ragionamento che si fa è il seguente: facendo un debito indiretto con annualità o sussidi o con mutui verso istituti pubblici di risparmio e di assicurazione non si ricorre al mercato libero del risparmio, ossia alle banche ed alle borse; tutto ciò che non pesa sul mercato libero, non preme sulle quotazioni dei titoli negoziati in borsa; ergo i titoli di debito pubblico non scemano di prezzo, che è il fine desiderato dal legislatore.

 

 

Già vedemmo che cosiffatto fine o è privo di significato o è dannoso; qui occorre ancora dimostrare che il fine non può essere raggiunto. Infatti il sillogismo dianzi esposto nella premessa maggiore espone bensì un fatto certissimo: non si ricorre al mercato ossia alle banche e borse; ma nella premessa minore – tutto ciò che non pesa sul mercato libero non preme sulle quotazioni dei titoli negoziati in borsa – contiene un errore evidentissimo.

 

 

Infatti supponiamo che uno Stato sia riuscito a collocare un prestito di 1 miliardo indirettamente, ossia concedendo una annualità di 50.602.000 lire per 50 anni a comuni, consorzi, società ferroviarie, a cui si affida il carico di costruire l’opera pubblica per conto dello Stato. In un primo momento può sembrar vero che lo Stato non abbia ricorso al mercato. È quel che si vede dei fatti economici; ed è ciò che fa tanto spesso dar ragione dalla folla inconsapevole agli uomini politici spregiatori della scienza economica, contro i vari scongiuri degli economisti, inascoltati sempre e sbeffeggiati per giunta. Che cosa è, però, ciò che non si vede? Questo: che i comuni, i consorzi, le società non possono costruire stazioni ferroviarie, scuole, caserme, porti, ferrovie, compier bonifiche e rimboschimenti con un annualità futura. Con i denari che verranno poi non si fa nulla adesso.

 

 

Quegli enti intermediari devono realizzare la promessa governativa di un’annualità futura e la realizzano emettendo sul mercato per 1 miliardo di titoli di debito comunale, consorziale, sociale. Il miliardo di titoli, che lo Stato non ha voluto emettere sul mercato è emesso da questi altri enti; e le borse, le banche volentieri lo assorbono, perché esso viene offerto all’interesse del 4 1/2 per cento (cfr. par. 650), invece che al 4%, a cui avrebbe potuto offrirlo lo Stato. AL risparmio del paese si fa egualmente appello, così come vi avrebbe fatto appello il prestito diretto di Stato; poiché l’unica ragione che vi sarebbe stata di tener lontano il risparmio dai nuovi titoli, che è la minor fiducia riposta in essi che in quelli emessi direttamente dallo Stato, viene eliminata rialzando opportunamente ed a spese dello Stato (cfr. par. 650), il tasso dell’interesse dal 4 al 4 1/2 per cento ed, occorrendo, al 5 o 5 1/2 per cento e più. Dunque si può concludere che quella qualsiasi influenza che sul mercato avrebbe esercitato un prestito diretto, deriva eziandio da un prestito indiretto a mezzo di annualità: influenza poca, mediocre o grande, non monta, ma sicuramente influenza uguale.

 

 

Né possono sperare i governanti di sottrarsi a tale necessità di premere sul mercato, facendo assorbire i proprii titoli o quelli emessi dagli enti intermediari dagli istituti pubblici di risparmio o di assicurazione, od almeno possono sottrarsi solo entro i limiti che furono sopra già chiariti (cfr. par. 645). Se la massa del debito pubblico preesistente uguaglia già il quantitativo che può essere assorbito dal mercato chiuso del risparmio a disposizione degli istituti pubblici od obbligato per virtù di legge o di ignoranza ad investirsi in titoli pubblici, ogni quantità ulteriore di prestiti pubblici, in qualsivoglia maniera conchiusi, deve finire per essere offerta ai risparmiatori liberi. Se l’offerta non prenderà la forma di titoli di debito pubblico proprii, prenderà la forma di un rialzo nel tasso dell’interesse offerto ai depositanti delle casse postali di risparmio allo scopo di attirare un nuovo miliardo di depositi, che altrimenti avrebbe preso altre vie. Ovvero prenderà la forma di servizi nuovi gratuiti o quasi gratuiti – servizi di assegni postali, compensazioni, ecc. – forniti ai depositanti in aggiunta all’interesse antico. Si giri come si voglia il problema, il miliardo viene sottratto al mercato del risparmio; e questa sottrazione non può non avere il medesimo effetto, comunque sia operata.

 

 

V’è un miliardo di meno, che poteva impiegarsi in titoli vecchi di debito pubblico o in altri titoli quotati nelle borse e farne aumentare il prezzo. Spesso l’effetto di un prestito larvato sul mercato non si vede, perché l’effetto fu di impedire un rialzo che altrimenti si sarebbe verificato.

 

 

La pressione sul mercato non si vede realmente se, come fu avvertito dianzi, la massa del debito pubblico preesistente non uguaglia ancora il quantitativo che, per varie ragioni, può essere assorbito dal mercato chiuso del risparmio ad un interesse inferiore al normale. In tal caso, però, avvertasi bene, il merito non è del metodo larvato scelto per emettere il prestito – per annualità o sussidi ceduti, ad istituti pubblici o privati obbligati all’investimento in titoli di debito pubblico – ma del fatto che vi sono risparmiatori obbligati dalla legge od abituati dall’ignoranza economica ad investire i risparmi ad un sub interesse.

 

 

Finché questo fatto sussiste ed esiste un margine di risparmio che può essere assorbito a sottoprezzo, l’assorbimento può avvenire in qualunque modo, sia che i titoli vengano emessi sul mercato oppure no; cessato il fatto e scomparso il margine di risparmio disponibile all’uopo, qualunque metodo si voglia adoperare più non giova all’intento di impedire un rialzo dell’interesse pubblico sino al livello dell’interesse privato od un ribasso dei titoli sul mercato sino al loro valore normale corrente.

 

 

 



[1] Per brevità si suole indicare con il nome di «rendita» ogni titolo di debito pubblico, il quale rechi l’obbligazione per lo Stato di pagare una rendita perpetua di 4, 5, 6 lire all’anno.

[2] Si dice all’estero per evitare di aumentare, ragionando, provvisoriamente la quantità di moneta circolante nel paese. Infatti se lo Stato spendesse i 500 milioni all’interno, la circolazione, che era prima composta di soli 1.000 milioni di biglietti fiduciari, aumenterebbe a 1.000 milioni di carta moneta a corso forzoso + 500 milioni moneta metallica: in totale 1.500 milioni. La quantità di moneta complessiva essendo aumentata in confronto a quella di prima, poiché con la quantità di primi i prezzi delle merci espressi in moneta erano all’interno uguali ai prezzi dell’estero, con la quantità cresciuta di dopo i prezzi all’interno tenderanno a crescere in confronto ai prezzi esteri. Quindi avverrà che, se prima la bilancia del commercio internazionale era in equilibrio, dopo la esposizione tenderanno a scemare, non essendovi convenienza ad esportare da un paese a prezzi elevati ai paesi esteri a prezzi più bassi; mentre le importazioni dai paesi esteri a prezzi bassi cresceranno verso il paese a prezzi elevati. Quindi ancora vi sarà una tendenza nei debiti verso l’estero (cagionati da importazioni di merci dall’estero) a superare i crediti verso l’estero (da esportazioni); e dovendosi saldare la differenza passiva in moneta, e non potendosi pagare in carta moneta a corso forzoso che all’estero non è accettata, a poco poco i 500 milioni di moneta metallica vanno all’estero per operare questi saldi, sinché la circolazione all’interno siasi ridotta a 1.000 milioni di carta moneta. Si suppone l’estero tanto grande e l’intero tanto piccolo in proporzione, che l’uscita dei 500 milioni dall’interno all’estero non possa variare apprezzabilmente il livello dei prezzi esteri. Poiché, dopo un processo più o meno lungo, il risultato finale si è che il paese rimane con i suoi 1.000 milioni di carta moneta ed onninamente privo di moneta metallica, ad abbreviare il logico e necessario processo si suppose nel testo il governo spendesse addirittura i 500 milioni all’estero per farvi provviste, ecc. ecc., evitando di perturbare per un tempo più o meno lungo i prezzi, i cambi, ecc. ecc.

[3] Se i prezzi non sono uguali ai prezzi esteri si verifica il processo che nella nota precedente s’è descritto; entrando moneta dall’estero se i prezzi sono più bassi all’interno che all’estero ed uscendo nel caso invero. Quindi l’ipotesi dell’uguaglianza dei prezzi interni ed esterni è la sola logica in una condizione di equilibrio stabile.

[4] Nel testo sempre si suppone che i biglietti fiduciari o la carta moneta a corso forzoso siano emessi direttamente dallo Stato. Accade invece spesso che l’emissione sia compiuta da istituti semi pubblici detti d’emissione. Il che però non ha alcuna importanza teorica, siffatto metodo essendo usato solo per evitare alcuni inconvenienti pratici gravissimi dell’emissione diretta (formazione di clientele politiche che chieggono prestiti allo Stato in carta moneta facile ad emettersi ecc.) che si suppone di poter evitare coll’emissione indiretta, mentre si ritiene che questa si meglio in grado di inspirare fiducia al pubblico e di regolare acconciamente l’emissione dei biglietti.

[5] Se poi al periodo di aumento nell’aggio succede un periodo di diminuzione di esso, i nuovi mutui potranno essere stipulati, fermo restando al 5% il tasso dell’interesse pei mutui in oro, al 4,50, 4, 3,50% in carta. Poiché chi mutua 125 lire in carta, equivalenti in oggi a 100 lire d’oro, prevede che alla scadenza le 125 lire in carta varranno 105, 110, 115, 120 e fors’anco 125 lire in oro, sicché egli può rinunciare ad una parte dell’interesse, posticipandone l’esazione al momento del rimborso, sotto forma di maggior valore in oro della somma rimborsata nell’identica cifra di carta. Ma questo processo, il quale potrebbe magari ridurre l’interesse al zero per cento e trasformarlo perfino da positivo in negativo, incontra molti attriti, sovramercato non può che tradurre in prezzi correnti le valutazioni dei contraenti e poiché né creditori né debitori sono pronti e capaci a tener conto di questi rischi in modo corretto, così le variazioni di fatto del tasso dell’interesse all’insù spesso esagerano e quelle all’ingiù sottovalutano le variazioni teoriche.

[6] È interessante notare che quegli stessi governanti i quali si irritano quando sentono dire che la carta moneta è deprezzata ed è deprezzata per causa loro, trovano naturalismo di esigere i dazi doganali in oro, negando col fatto parità di pregio alla carta che essi emettono e codificando l’aggio per il sorgere del quale grottescamente accusano e perseguitano immaginarie bande nere.

[7] È il caso, notissimo in Italia, del decreto 20 novembre 1912, n. 1206 autorizzante l’operazione di prelievo di 125 milioni dal fondo in oro (di circa 242 milioni) depositato presso la Cassa depositi e prestiti, quale riserva dei biglietti di Stato con versamento presso la tesoreria (Banca d’Italia) ed emissione da parte della Banca di una corrispondente somma di proprii biglietti da spendersi per conto dello Stato. In fondo, si trattava di emettere 125 milioni di lire in più di biglietti a corso forzoso o di legalizzare una emissione già avvenuta in conto corrente.

[8] Diconsi punti dell’oro i limiti massimo o minimo a cui, in regime di moneta buona e di biglietti convertibili a vista in moneta buona, possono salire o discendere i cambi coll’estero. Siamo due paesi, in ambedue i quali la moneta corrente sia la lira d’oro; e in cui i biglietti siano permutabili a vista. Nel paese A il [prezzo di una cambiale o biglietto da 100 lire pagabile nel paese B non potrà andare oltre 100.40, ad esempio, perché, se la cambiale o biglietto costasse lire 100.45, sarebbe più conveniente, per chi deve pagare da A 100 lire in B prendere 100 lire in oro, portarle all’ufficio postale, e spedirle assicurate in B. Ciò gli potrà costare 40 centesimi o più o meno, a seconda del variabile costo della spedizione e raccomandazione dell’oro; e quindi si dice che il punto superiore dell’oro non può superare la pari, ossia 100 lire, più la spesa, variabile, della spedizione ed assicurazione di 100 lire d’oro all’estero. Si dice che il punto inferiore dell’oro non può discendere al di sotto di 99.60 ad altra cifra che caso per caso si potrà determinare; poiché chi possiede, in A, un biglietto da 100 lire oro pagabile in B, non ha interesse a cederlo per meno di 99.60. Altrimenti, se gli venissero offerte solo 99.55, avrebbe interesse a spedire il suo biglietto in B, riscuotere ivi le 100 lire in oro, e far spedire queste, assicurate in A, con una spesa che abbiamo supposto in 40 centesimi. Dato ciò, il prezzo della divisa estera – si chiamano così le cambiali od i biglietti pagabili all’estero – non può oscillare, in paesi con biglietti convertibili a vista in oro o moneta buona, se non fra i due sovraddetti punti, superiore od inferiore, determinati dalle spese di assicurazione e spedizione di 100 lire d’oro da un paese all’altro.

[9] Nella trattazione fatta nel teso non si intese da fondo, né sarebbe stato pensabile, al problema complesso dell’investimento di fondi depositati nella casse postali di risparmio. Perciò non si trattò in special modo, come l’argomento avrebbe meritato, dal danno che l’assorbimento del risparmio nazionale da parte degli istituti pubblici reca all’industria, all’agricoltura od al commercio, che debbono pagare più cari i risparmi sul mercato libero, dove l’offerta del risparmio è rarefatta. Di cotal danno già si fece cenno del par. 606 del testo; e l’autore del presente corso ne tenne parola in un articolo col titolo L’assorbimento del risparmio nazionale ed il finanziamento degli enti pubblici pubblicato del numero del 14 ottobre 1913 del Corriere della sera, in cui si discorse anche dei modi tenuti negli Stati Uniti e proposti nella Svizzera per impedire lo sconcio dell’accertamento del governo della disponibilità dei fondi depositati presso le casse di risparmio. Intorno al qual punto come pure intorno al fatto dall’essere i risparmi degli agricoltori minuti e in genere dei piccoli risparmiatori devoluti a fini pubblici, lontani dalla regioni e dalle classi che massimamente provvedono le casse di fondi di leggono notizie assai istruttive nello studio del prof. Benvenuto Griziotti su Lo sviluppo internazionale delle casse postali di risparmio e gli interessi dell’agricoltura nel numero di agosto 1913 del Bollettino dell’ufficio delle istituzioni economiche e sociali dell’Istituto internazionale di agricoltura.

[10] Volgo composto sovratutto degli scribi quotidiani, ai quali accadde in un paese culto ed in tempi recenti, di divulgare, come se l’avessero avuta in una conversione con un capo di governo, la notizia che, in caso di necessità, lo Stato avrebbe potuto disporre dei 2 o più miliardi delle casse postali di risparmio. La conversazione era assurda; ma è grave il fatto che l’ignoranza degli scribi e dei loro lettori sia tale da consentire la divulgazione di simiglianti fiabe.

[11] Quanto è detto sopra nel testo fu scritto innanzi che la lettera dell’on. Sonnino ai suoi elettori di San Casciano Val di Pesa (settembre 1913) rendesse di attualità in Italia il problema della scelta fra il metodo tedesco ed il metodo inglese di provvedere alle pensioni operaie. Non si volle mutare nulla alle cose già scritte, sia perché nulla vi è da mutare, sia perché nel testo il problema si volle studiatamente considerare da un solo aspetto, tacendo quelle altre considerazioni, che pure essendo importanti per un esame compiuto, parevano non pertinenti alla soggetta materia.

[12] E cioè L. 87.432.800 perdita dimostrata sopra conseguente all’emissione indiretta, fuori mercato, meno L. 3 milioni di perdita che si sarebbe verificata, in confronto al nominale ammontare del debito di 1 miliardo, emettendo i titoli nuovi sul mercato a 99.70 nuovo prezzo risultante dalla offerta di 1000 milioni di nuovi titoli. Se anche il ribasso nei corsi invece di essere di 30 centesimi fosse di 3 lire, coll’emissione a 97 si sarebbero sempre incassati 970 milioni con una perdita di 30 milioni, minore sempre di quella di 87 milioni di lire.

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