Capitolo IV – Il Colono

Tratto da:

Un principe mercante. Studio sull’espansione coloniale italiana

Data di pubblicazione: 01/01/1900

Capitolo IV

Il Colono

Un principe mercante. Studio sull’espansione coloniale italiana, Ed. F.lli Bocca, Torino, 1900, pp. 40-55

 

 

 

Nella navigazione chi è riuscito a sollevarsi a fortuna grande è uno solo; nell’agricoltura i fortunati sono numerosi. Il tipo italiano più diffuso nell’Argentina è il colono. Pazientemente, tenacemente, durante le guerre incessanti e le terribili crisi economiche, malgrado le invasioni delle cavallette e la difficoltà delle comunicazioni l’immigrante italiano si riversava sulla terra feconda; le grandi pianure argentine dall’humus profondo spesso due o più metri erano da lui sottoposte all’aratro ed è vanto di Italiani se l’Argentina è ora uno dei più grandi paesi produttori di frumento. I nativi sdegnano l’agricoltura e si dedicano con predominio esclusivo alla pastorizia che meglio ne utilizza le caratteristiche di ozio, di comando e di operosità intermittente e febbrile.

 

 

La colonizzazione agraria è stata abbandonata quasi del tutto agli italiani. Essa si compie in un modo curioso. Il Governo concede territori ampi parecchie leghe quadrate (1 lega quadrata = 25 kmq) ad imprenditori coll’obbligo di collocarvi permanentemente parecchie centinaia di famiglie.

 

 

Le colonie sono divise in appezzamenti quadrati (detti quadre) di due ettari ciascuno. Il colono si assume la coltivazione del numero di quadre corrispondente alla sua forza e agli aiuti famigliari di cui può disporre, e riceve la metà o i due terzi del prodotto lordo. Il concessionario gli fornisce i viveri sino al primo raccolto, gli impresta gli strumenti necessari alla coltivazione e lo aiuta a fabbricarsi una capanna di fango e di paglia per porsi al riparo dalle intemperie. I concessionari sono in gran parte italiani intraprendenti che hanno risparmiato qualche somma nei commerci, nelle industrie o nella speculazione, e che vogliono accrescere la loro fortuna colla colonizzazione agraria. Dal colonnello Oliveri romano, il quale, dopo avere strenuamente combattuto contro la tirannia, formò una legione agricola militare ed intraprese la conquista della Pampa fondando la colonia Nuova Roma, dal dotto e mite Caronti, napoletano, soldato valoroso e fondatore di Bahia Blanca al Guazzone, piemontese, il quale per le enormi estensioni di terreno coltivato a frumento venne soprannominato el Bey del Trigo (il re del frumento), si annovera un’intera falange di fortunati imprenditori agricoli italiani nell’Argentina. Gli intraprenditori italiani preferiscono i coloni italiani; ma non solo per sentimento di solidarietà patria. Veggasi il quadro seguente che indica il costo di produzione (in pesos di moneta nazionale) di un ettaro e di un quintale metrico di frumento, granoturco ed erba medica (alfalfa) a seconda della nazionalità dei coloni:

 

 

 

Coloni italiani

Altre nazionalità

Operai salariati

Media

 

Per ettaro sul fondo

Per quintale metrico

Per ettaro sul fondo

Per quintale metrico

Per ettaro sul fondo

Per quintale metrico

Per ettaro sul fondo

Per quintale metrico

   

Sul fondo

Sul mercato

 

Sul fondo

Sul mercato

 

Sul fondo

Sul mercato

 

Sul fondo

Sul mercato

Frumento

26.24

2.62

4.24

29.74

2.97

4.59

43.52

4.35

5.97

33.16

3.31

4.93

Granoturco

28.60

1.19

2.60

32.10

1.33

2.74

52.67

2.19

3.60

37.79

1.57

2.98

Erba medica

0.286

2.131

0.323

2.168

0.505

2.35

0.371

2.216

 

 

La differenza a favore dei coloni italiani nasce esclusivamente dalle loro minori esigenze pel più basso tenor di vita, non così basso però da pregiudicarne la produttività che rimane identica a quella dei coloni di altre nazionalità. Ecco infatti la specificazione delle spese di produzione, in pesos di moneta nazionale, del frumento e del granoturco per ettaro:

 

 

SPESE

Coloni italiani

Coloni di altre nazionalità

Frumento

Granoturco

Frumento

Granoturco

Semina

4.20

0.80

4.20

0.80

Mietitura

2.18

0.50

2.18

0.50

Trebbiatura e sgranatura

14.00

6.00

14.00

6.00

Sacchi

3.36

8.80

3.36

8.80

Alimentazione annua

2.50

2.50

6.00

6.00

Altre spese per opere straordinarie di salariati

10.00

10.00

Totale

26.21

28.60

29.74

32.10

 

 

Come si vede, la superiorità dei coloni italiani sta in ciò che essi si contentano di due pezzi e mezzo laddove i coloni di altre nazionalità ne richieggono sei per spese di alimentazione calcolate ad ettaro. Se il più basso tenor di vita del bracciante e dell’operaio italiano nell’Europa e negli Stati Uniti attrae l’odio e la persecuzione degli operai del luogo, fatti segno ad una concorrenza al ribasso, nell’Argentina esso produce un risultato ben diverso.

 

 

Il colono italiano si espande vittoriosamente a coltivar la terra a preferenza degli immigranti stranieri i quali si dedicano ad altre occupazioni dove possono ottenere salari più alti o si rivolgono verso paesi non colonizzati da italiani. È italiana la enorme maggioranza di quella popolazione agricola che nell’ultimo anno nelle quattro provincie cerealicole dell’Argentina (Buenos Ayres, Santa Fè, Cordoba ed Entre Rios) produsse l’enorme quantità di oltre un milione di tonnellate metriche di frumento, centoventimila tonnellate di semi di lino e circa mezzo milione di tonnellate di grano turco. Prima che venissero i coloni italiani, l’Argentina doveva ricorrere all’estero per ottenere le derrate alimentarie più indispensabili; ora essa è sul mercato internazionale la più formidabile concorrente della vecchia agricoltura europea ed è terribile per gli stessi Stati Uniti del Nord America. I cerealicultori italiani dovrebbero rammentarsi, quando si lagnano della concorrenza transatlantica ed ottengono con alte grida dazi protettori, che la tanto temuta inondazione di grani esteri è in parte opera di loro connazionali. Cacciati dalla patria dalla miseria e dal desiderio di una vita migliore, essi hanno a poco a poco sottomesso all’aratro le grandi pianure argentine ed hanno compiuta un’opera colonizzatrice, la quale non impallidisce dinanzi ai risultati della colonizzazione anglosassone nel Farwest americano. La popolazione agricola della provincia di Buenos Ayres è formata per tre quinti dall’emigrazione italiana; il rimanente è costituito da alcune colonie russe o galensi e da pochi spagnuoli. Nelle provincie di Santa Fè, di Cordoba e di Entre Rios intieri distretti, coltivati a sistema estensivo a lino ed a frumento sono popolati da piemontesi, veneti e meridionali che vi stanno nella ragione del dieci all’uno rispetto agli indigeni.

 

 

Molti sono semplici coltivatori salariati o mezzadri; ma una notevole parte si è saputa elevare alla condizione di proprietari. E ciò che è più importante, hanno conquistato la proprietà della terra in proporzioni maggiori delle altre nazionalità, che in maggior numero popolano l’Argentina. Ecco un quadro tratto dalla pagina CXV del tomo II del Segundo Censo de la Republica Argentina – Mayo 10 de 1895 (Poblacion, Buenos Ayres, 1898).

 

 

Nazionalità Totale degli abitanti appartenenti alle varie nazionalità Numero dei proprietari Per mille dei proprietari sugli abitanti delle rispettive nazionalità
Argentini

2.950.384

290.953

99

Italiani

492.638

62.975

128

Spagnuoli

198.685

17.687

89

Francesi

94.098

11.502

122

Orientali dell’Uruguay

48.650

4.022

83

Altre nazionalità

170.456

20.364

119

Totale generale della popolazione censita

3.954.911

407.503

103

 

 

La proporzione degli italiani proprietari sugli abitanti della medesima nazionalità è dunque maggiore di tutte le altre grandi nazionalità e maggiore della media di tutte le nazionalità che in piccolo numero si trovano nell’Argentina. E si noti che il numero assoluto dei proprietari italiani risulterebbe più grande ove molti italiani e tutti i figli di italiani non fossero compresi fra gli argentini.

 

 

In alcune provincie il numero assoluto degli italiani proprietari si avvicina perfino al numero assoluto dei proprietari argentini. Veggasi difatti il seguente quadro estratto dalla pag. CLXXVI del predetto Censo:

 

 

Provincie

Superficie in ettari

Numero dei proprietari argentini

Numero dei proprietari italiani

Numero dei proprietari stranieri di altre nazionalità

Numero totale dei proprietari

1. Capitale

18.600

19.147

16.697

10.004

45.848

2. Buenos Ayres

30.512.100

38.757

19.562

16.884

75.203

3. Santa Fè

13.190.642

16.151

14.146

6.818

37.115

4. Entre Rios

7.457.149

18.896

5.075

7.598

31.569

5. Corrientes

8.440.159

16.746

1.013

2.032

19.791

I. Totale provincie del litorale

59.618.650

109.697

56.493

43.336

209.526

II. Centro

33.797.519

68.745

4.045

2.577

75.367

III. Andine

44.635.869

71.789

1.134

2.831

75.754

IV. Nord

23.338.465

38.855

624

1.627

41.106

V. Territori

?

1.867

679

3.204

5.750

Totale generale

161.390.504

290.953

62.975

53.575

407.503

 

 

Gli italiani costituiscono la maggioranza dei proprietari stranieri e formano quasi la sesta parte del numero totale dei proprietari. Se se ne considera la distribuzione geografica, si vede che nelle cinque provincie del litorale essi si avvicinano per numero agli stessi argentini. Nella capitale più di un terzo dei proprietari sono italiani; nella provincia di Buenos Ayres gli italiani sono più della metà degli argentini; nella frugifera provincia di Santa Fè i nostri quasi equiparano i nativi. Dopo, nelle lontane provincie del Centro, delle Ande, del Nord e nei Territori il loro numero decresce; ma ivi l’agricoltura è ancora poco diffusa e signoreggia la pastorizia, dove predominano in modo quasi esclusivo gli indigeni e gli inglesi, grandi proprietari ed allevatori. Se si ricorda che fra gli argentini sono numerosi, come più volte è stato detto ed importa ripetere, i discendenti di italiani, si scorge, anche attraverso alle scarne e mute cifre del censimento ufficiale, che la vittoria dell’agricoltura sulla pastorizia e sul deserto è dovuta all’irrefrenabile avanzarsi della colonizzazione italiana.

 

 

E questa imprime un’orma profonda sulla organizzazione rurale della terra argentina.

 

 

I nomi stessi delle principali località ricordano l’Italia e dicono l’origine di quelle ubertose colonie: Vittorio Emanuele I, Umberto I, Garibaldi, Cavour, Regina Margherita, Crispi, Nuova Milano, Nuova Torino, Nuova Napoli, Nuova Roma, Ausonia, Italia, Piemonte, Lombardia. In quelle immense pianure solo di tratto in tratto leggermente ondulate e delle quali può dare una pallida idea il Tavoliere delle Puglie vive tutto un popolo di Italiani. Nelle quattro provincie cerealicole i terreni coltivati a cereali erano nel 1895 dell’estensione di 4.047.256 ettari. Dove trovare in Italia quattro milioni di ettari di terra vergine, ricca e feconda, coltivabile con spesa piccolissima, ed abbandonata alla colonizzazione quasi gratuitamente?

 

 

È questo il motivo per cui il contadino italiano ha sempre preferito le pianure americane alla chimerica colonizzazione interna.

 

 

Seguiamolo nella sua lenta e faticosa ascensione attraverso i successivi gradini di salariato, mezzadro, piccolo proprietario indipendente, grande proprietario imprenditore di coltivazioni cerealicole, e finalmente grande industriale agricolo.

 

 

Nella preparazione dei campi di frumento e di erba medica una famiglia colonica composta di due adulti, una donna ed un ragazzo riceve per quattro mesi di lavoro circa 500 pezzi di salario in contanti, l’abitazione e la alimentazione calcolata a 208 pezzi. La alimentazione è abbondante: 180 kg. di carne al mese, 10 kg. di erba «mate», 10 kg. di zucchero, 10 kg. di riso, 30 kg. di galletta, oltre al sale, ecc.

 

 

Coi risparmi essa può in seguito ottenere a mezzadria, colla partecipazione di solito nei due terzi dei frutti, quel numero di quadre che le forze della famiglia permettono di coltivare. La terra è così feconda che un solo anno di buon raccolto, risparmiato dalle cavallette e dagli altri flagelli naturali, basta a compensare largamente il colono delle fatiche sopportate e a concedergli un rilevante risparmio.

 

 

La terra nelle colonie agricole è ad un buon mercato ridicolo. Il colono comincia a comperare due o tre quadre, poi allarga a poco a poco il suo fondo, vi fabbrica sopra una comoda casetta a sostituire l’antica capanna di fango. Il villaggio sorge: coll’andar del tempo vengono fabbri, mugnai, sarti, calzolai; si costruisce la chiesa, la scuola e il palazzo del Comune. Eccoci di fronte al fenomeno tipico della colonizzazione socialmente benefica: l’aggregazione umana composta di piccoli proprietari e di artigiani indipendenti. Il bracciante del settentrione ed il cafone del mezzogiorno d’Italia sono scomparsi dinanzi al tipo del colono energico, padrone di sé e della sua terra, riproduzione italiana migliorata e raffinata di quei milioni di farmer che costituiscono l’ossatura sociale della Unione Nord Americana. Che il colono italiano sia una riproduzione migliorata del farmer americano, rozzo abitatore di cottages situati in mezzo a campi sterminati di frumento, di granoturco, di cotone, dove non si vede un albero che sia indizio di una cultura intensiva, è facile dimostrare descrivendo sulla scorta del signor Tommaso Bellelli («Gli Italiani nell’Argentina», cit., pag. 327) un borgo agricolo argentino popolato in gran parte da Italiani.

 

 

La cittadina di Mercedes posta a 100 chilometri all’Ovest di Buenos Ayres, fiancheggiata da due linee ferroviarie, ha un territorio esteso su 108.600 ettari. La massima parte è ancora consacrata alla pastorizia, privilegio degli argentini e degli inglesi; ma la colonizzazione agricola si avanza continuamente, cosicché in questi ultimi anni i 7426 ettari coltivati a granaglie, fieno, orti e frutteti crebbero a 9896.

 

 

Il progresso dell’agricoltura è merito sovratutto degli italiani; sui 18.068 abitanti, più della metà sono piemontesi, lombardi, toscani, meridionali e genovesi. Nella città propriamente detta prevalgono i meridionali, negli orti e nei frutteti i genovesi, nei campi i piemontesi, dei quali alcuni sono già riusciti a intraprendere l’industria della pastorizia.

 

 

Tutti lavorano, sia nel centro che nelle campagne, e ricavano col lavoro tanto da far vita comoda e da risparmiare qualche cosa. Durante la crisi ed i fallimenti bancari, i quali fecero perdere alla colonia 3 milioni e mezzo di lire, nessuno fallì e nessuno fra gli italiani fu visto mendicare.

 

 

Nella città non si contano gli industriali, i commercianti all’ingrosso od al minuto che hanno raggiunto un soddisfacente grado di prosperità economica, «posseggono casa propria ed hanno fuori di città l’orto, il frutteto ed il campo coltivato».

 

 

Subito al di fuori della città vengono «incantevoli giardini, ortaglie e frutteti che sembrano vere villeggiature, fiancheggiate da lunghi e spaziosi viali. Ogni più piccolo pezzetto di terra è coltivato ed usufruito, mercé lo spirito di intraprendenza degli abitanti». In questi frutteti ed orti «che sembrano villeggiature» molti italiani hanno le loro case in mattoni, per lo più a due piani; sul davanti della facciata «un pergolato che come una tettoia fa ombra e ripara dal sole le abitazioni interne; di questi pergolati alcuni si stendono lateralmente e formano gallerie che sembrano passeggi» . Nei poderi si coltivano viti tenute a sistema genovese e piemontese, frutta di ogni sorta e le più svariate qualità di ortaggi, di cui si fa commercio su grande scala. Del vino però non si fa traffico: ognuno ne produce per sé e per le numerose famiglie in quantità così abbondante «che quest’anno (1897) ancora bevono vino quantunque il raccolto dell’anno scorso si sia completamente perduto a causa dell’invasione delle cavallette, che distrussero persino i tralci delle viti. Questi vini certo non sono né squisiti né prelibati, e ciò è dovuto alla terra troppo grassa e ferace. Sono vinelli nostrani, agretti, chiari, buoni e passanti, che costituiscono una bevanda spiritosa, quantunque sbiaditi e poco alcoolici. Questi agricoltori però vanno superbi del loro prodotto e fanno a gara a chi lo fa migliore e lo offrono volentieri ad assaggiare per sentire l’altrui giudizio, che deve essere favorevole. Non c’è nessuno di questi che non si creda un professore enologico e che non sia persuaso che il suo sistema, anche se preadamitico, non sia migliore di quello del vicino». In questi frutteti, oltre ogni sorta di leguminose si coltivano anche le rosolacee tutte e segnatamente le pesche. I più tengono le piante vicine ed aggruppate fra loro a guisa di boschi di due o tre ettari.

 

 

Il campo sta al di fuori dei frutteti (detti quintas o broletti) ed è coltivato a fieno od a granaglie in più vasti poderi detti chacras. Il fieno coltivato è l’alfalfa od erba medica, l’unico foraggio in queste terre che spesso si vende a prezzi favolosi. Tre anni or sono, si esportava al Brasile a più di 70 lire la tonnellata; finita la cuccagna non si trovò a venderlo neppure a 6 lire; ora però è chiesto a 16 circa e lo si vuol mandare anche in Inghilterra. Al lavoro del fieno interviene tutta la famiglia e segnatamente, se il tempo minaccia, vanno anche la massaia e le ragazze a volteggiare con la forca il fieno ed a farne cataste. Ho visto una ragazzina di otto anni seduta sul ferreo sedile di una segatrice prendere le redini di due giovani cavalli (che qui sono di una docilità incredibile) ed avviarsi al campo ad atterrare meccanicamente gli steli di quelle folte ed abbondantemente fiorite pianticelle.

 

 

Le granaglie, per le cavallette e la siccità, ora non rendono più come prima e i bravi genovesi in senso di rammarico vanno ripetendo: Eh! non si fa più l’America! «In verità, se i tempi cambiarono ed oggi è difficile improvvisare le grandi fortune, però tutti stanno meglio qui che nelle loro terre natie. Se la siccità o le cavallette portarono agli agricoltori danni considerevoli, basterà che quest’anno il frumento possa andare, a maturazione, come si spera, per rifarsi coi prezzi attuali di ogni danno sofferto (la profezia si è avverata; il raccolto del gennaio 1898 fu buono e fu venduto a prezzi alti ed il raccolto del 1899 sembra sia stato ancora migliore), giacché le grandi estensioni di frumento e di frumentone, passandoci vicino in treno, sembrano oceani, dei quali spesse volte non si vedono i confini». In tanta abbondanza, le famiglie si vanno moltiplicando rapidamente. Le famiglie italiane sono numerose ed i ragazzi di ogni età si vedono a dozzine; non è raro il caso che, mentre si battezza un bimbo, la sorella maggiore vada a marito. «Fanno tutto da sé, chi dirige la casa, chi attende alla cucina e alle suppellettili, chi agli animali domestici; mentre una sorella stira, l’altra lava o va a cucire alla macchina un vestito per sé o per il fratellino minore. Esse fanno le camicie per papà e tutta la biancheria che occorre in casa».

 

 

Malgrado che nei primi momenti della loro vita nell’Argentina gli emigranti nostri continuino a vivere molto parsimoniosamente alla foggia antica e siano così in grado, come abbiamo veduto or ora, di vincere i concorrenti stranieri, essi non tardano, appena divenuti proprietari ed artigiani indipendenti, ad elevare il loro tenore di alimentazione. «In quanto poi al vitto, ci si nutre bene, né si compra nulla; nulla manca, come laggiù da noi nelle nostre fattorie. Si cibano dei prodotti del loro podere, frutteto, verziere e degli animali domestici e delle sostanze da loro confezionate. Hanno polli, piccioni e conigli, farine ed uova per fare tagliatelle e polenta. Ammazzano d’inverno un maiale o due, quindi lardo, strutto e salami per tutto l’anno; hanno alcune vacche, perciò latte, formaggio e burro fresco tutti i giorni; che manca loro? Forse un po’ di carne di bue, ma quando è un po’ di tempo che non ne comprano, ammazzano un manzo od una vacchetta, e quella carne che non mangiano subito, la mettono sotto sale».

 

 

Dalla capanna di fango e di paglia costrutta dall’immigrante povero ed ignaro alle case che sembrano villeggiature, agli orti, ai frutteti ed ai campi il passo è lungo, come è profonda la differenza tra il contadino nostro, salariato avventizio od obbligato, che si ciba di polenta, e il colono proprietario ed artigiano indipendente che ha a sua disposizione carne, latte, vino, farine e frutta in abbondanza.

 

 

Eppure l’ascensione non è ancora finita. A Mercedes molti sono i coloni italiani che sono riusciti a conquistare una invidiabile posizione. In Municipio le cariche sono tutte in mano di figli d’italiani, giunti laggiù col leggendario fardello. «Lavorando indefessamente, facendo solchi, scavando pozzi e fossati, portando calce e mattoni, selciando vie, facendo strade ferrate, spaccando legna, perforando montagne e per ultimo raccogliendo frutti, battendo grani, seminando e mietendo biade, sono riusciti a procacciarsi una posizione invidiabile; veggono ora i loro figliuoli al Parlamento, ingegneri, avvocati e procuratori. Il padre di uno di questi asseriva un giorno che, costruendo i terrapieni della strada ferrata sotto un sole canicolare, era spesso costretto a levarsi la camicia e risciacquarla nelle acque torbide di qualche pozzo. Altro di tali eroi del lavoro è Antonio Carossino, che in solo terreno coltivato possiede forse 600 ettari e di simili se ne potrebbero contare a centinaia». In Antonio Carossino, segnalato fra gli altri per intelligenza e buon gusto, pei capitali di cui può disporre e per il modo oculato con cui li impiega, comperando macchine perfezionate, ecc., comincia a delinearsi la figura dell’imprenditore agricolo che non contento dei terreni proprii, ne piglia altri in affitto e manda in Italia il figlio a studiare scientificamente la professione che egli esercita per pura pratica.

 

 

Gli uomini d’energia e di buon volere possono nell’Argentina, quando sappiano superare gli stenti e gli ostacoli dei primi anni di vita in paesi quasi deserti, tramutarsi da piccoli proprietari in imprenditori di coltivazioni agricole. Ecco infatti il conto della spesa d’impianto di un medicaio di trecento ettari. Gli attrezzi e gli animali necessari importano una spesa di 2440 pesos, di cui 1800 per 36 buoi, 50 per 2 cavalli, 400 per 4 aratri, 90 per 2 traini di legno, 100 per gioghi, catene, e corregge.

 

 

Siccome però i buoi ed i cavalli possono rivendersi al medesimo prezzo finita la operazione, ed i 590 pesos di attrezzi possono rivendersi con una perdita del 40 per cento, così la spesa vera da accollarsi al conto dell’impianto del medicaio sarà di 236 pesos più gli interessi di 2440 pesos al 9% all’anno durante 10 mesi ossia 183 pesos. In tutto 419 pesos.

 

 

Per diminuire le spese di preparazione del terreno conviene seminare insieme coll’erba medica, frumento o granoturco. Il raccolto dei cereali, per quanto possa andar male, pagherà sempre le spese dell’impresa; ed il raccolto dell’erba medica costituirà un guadagno netto. Siccome il prezzo del granoturco è molto basso converrà seminare frumento. Ecco le spese:

 

 

Rompimento ed aratura di 300 ettari

Pesos 756

Kg. 60 di semenza di frumento per ettaro. In tutto 180 quintali a 6 pesos

Pesos 1080

Semina

Pesos 1320

Bovaro e cuoco per tre mesi

Pesos 222

Kg. 25 di semenza di erba medica per ettaro. In tutto 7500 kg. a 4 pesos il mg

Pesos 3000

Costo di semina di 300 ettari di frumento ed erba medica

Pesos 6378

 

 

Per diminuire le spese di impianto l’imprenditore può assoldare una famiglia di quattro persone, due adulti, una donna ed un ragazzo pagati a 50 pesos al mese, più 1 pesos

per ogni ettaro arato e rastrellato, oltre alla alimentazione già ricordata più su. La terra viene consegnata l’1 gennaio per il rompimento e la preparazione; l’1 maggio si comincia la semenza che dovrà essere finita entro luglio. Le spese saranno allora le seguenti:

 

 

alimentazione Pesos 208  
Preparazione della terra in 4 mesi salario mensile Pesos 200  

Pesos 708

  compenso di 1 peso per ettaro Pesos 300  
Semenza 180 quintali a pesos 6 Pesos 1080
Salario, alimentazione e compenso per la semina durante tre mesi Pesos 459
Spesa per aratori, rastrellatori e seminatori per tre mesi Pesos 690
Semenza di erba medica Pesos 3000

Totale pesos

Pesos 5934

 

 

Le spese di raccolto e di trebbiatura sono di 8622 pesos. Vi si aggiungano 840 pesos di perdita sulle mietitrici comprate od affittate per un mese al tempo della messe, 640 pesos per interessi sul capitale di semina e raccolto, 3000 pesos per cingere di una rete di filo di ferro i 300 ettari e 250 pesos per costruire una capanna, un pozzo ed un cortile. Le spese totali ammonteranno a 19.705 pesos. Se si raccolgono 3000 quintali di grano (ossia 10 quintali per ettaro o 16 2/3 volte la semenza, media fra le annate buone e cattive nell’Argentina) e si vendono a 5,50 pesos al quintale, si ricavano dal primo raccolto del grano 16,500 pesos, che rimborsano tutte le spese d’impianto e gli interessi relativi al 9% all’anno. Rimangono scoperti solo 3250 pesos che rappresentano il valore della siepe di fil di ferro, della capanna, del pozzo e del cortile; ed in compenso si ha un campo di erba medica che entra in produzione subito e può dare vistosi guadagni con una spesa minima. Il reddito medio di un medicaio è di circa 6 tonnellate di fieno secco per ettaro; ossia per 300 ettari 1800 tonnellate, che al prezzo minimo di 6 pesos fanno 10.800 pesos ed al prezzo medio di 10 pesos danno 18.000 pesos. Anche calcolando il fitto del terreno a 12 pesos l’ettaro ossia a 3600 pesos all’anno in tutto, si scorge come col primo raccolto si possono ammortizzare tutte le spese d’impianto. Siccome un medicaio dura da otto a dieci anni, in tutti gli anni seguenti si dovrà far fronte soltanto al fitto ed alle spese di raccolto. Il resto sarà reddito netto.

 

 

Molti hanno cominciata la loro fortuna, divenuta poi grandiosa, in questo modo. Avendo messo insieme col risparmio un ventimila pezzi intrapresero la coltivazione di 300 ettari; ed a mano a mano che le spese del primo impianto erano rimborsate, estesero la cultura ad altre terre, affittandole ed anche comprandole.

 

 

La terra ha prezzi diversi a seconda che si trova vicina o lontana dalle stazioni delle ferrovie, dai fiumi o dalle città. Una lega quadrata (2500 ettari) di terra comprata per duemila pesos, coll’inoltrarsi della colonizzazione e delle ferrovie nel deserto viene subito a valere 100 mila pesos ed anche più. I primi imprenditori agricoli, ed ancor oggi quelli i quali si spingono più innanzi nella terra incolta, approfittarono dell’incremento di valore subito dalle loro terre. Anche qui di una forma, e notevolissima, di rendita si giovarono gli arditi imprenditori italiani per estendere ognora più i loro campi di frumento, granoturco, lino, erba medica. Ad esempio, la Ditta Genoud, Benvenuto, Martelli e C. aveva seminato nell’anno 1893 nelle colonie di Zarate, Baradero, Ramallo, Villa Constitucion, Alcorta e S. Antonio di Areco più di 18 mila ettari. E questa enorme estensione negli anni successivi fu quasi duplicata. Il Guazzone, il piemontese soprannominato Re del frumento, giunse a seminare un anno più di 27 mila ettari in solo frumento.

 

 

Le imprese agricole assumono dimensioni colossali. Ecco ad esempio «La Empresa Agricola Pastoril» diretta dal principale proprietario, l’italiano avvocato Carlo M. Nolasco la quale possiede 5000 ettari in provincia di Buenos Ayres divisi in tre fattorie per la coltivazione dell’erba medica.

 

 

Ogni fattoria è divisa in sezioni di qualche centinaio di ettari, ogni sezione è diretta da un sovrastante, e tutti i sovrastanti dipendono dal fattore che alla sua volta riceve gli ordini dal Nolasco. Nel centro di ogni sezione sorgono la casa colonica, i dormitori pei garzoni colle dipendenze; le tettoie pei carri, una chiusa per mettere il bestiame al sicuro, fornita di mangiatoie e di abbeveratoi; le officine per le riparazioni dei carri, degli utensili e delle macchine. Ma la costruzione più importante è quella del capannone dentro cui si affastella l’erba medica. Ogni sezione ha il suo; è una tettoia immensa, chiusa ai quattro lati, avente la travatura di legno, coperta di lamiera di zinco ondulata. Sotto questa tettoia potrebbe manovrare comodamente uno squadrone di cavalleria. Una doppia fila di abbaini fu praticata nel tetto, ed ai quattro lati si aprono nelle pareti delle porte a coulisse, sufficientemente larghe per dar passaggio ai carri, alle locomotive, alle trebbiatrici. Nel 1897-98 il raccolto è stato calcolato a trentasei mila tonnellate. Per falciare, ammucchiare, raccogliere, affastellare, ecc., questa enorme quantità di foraggio, la «Empresa Agricola Pastoril» dispone di 140 aratri, 30 rastre di ferro, 4 seminatrici, 48 falciatrici, 20 rastrelli sulky, 40 carri speciali pel trasporto del fieno, 20 carri usuali, 10 presse a vapore, 5 motori a vapore di 10 cavalli di forza ciascuno, 17 mietitrici e una tagliatrice, 370 buoi e 100 cavalli da tiro. Quando è l’epoca della falciatura i campi sembrano percorsi da squadroni di artiglieria a cavallo. È un vero esercito che manovra sotto il comando di capi sperimentati; soltanto esso non recide vite umane, ma esili pianticelle che disseccate al sole e convenientemente pressate verranno a far concorrenza nell’Europa ai prodotti dei contadini che, pigri e lenti alle trasformazioni tecniche moderne, continuano a falciare, rastrellare ed ammucchiare il fieno a mano. Non contenta dei progressi effettuati nel disseccamento e nella preparazione del fieno la Impresa sta preparando per l’esportazione delle torte di foraggio verde, le quali saranno probabilmente ben ricevute dai negozianti europei, per il consumo del bestiame nel vecchio mondo. A diminuire il costo del trasporto fino al mare, il Nolasco ha già costrutto un ponte d’imbarco ed un capannone di deposito sul Riacho de la Cruz, un fiumicello che sbocca nel Rio Paranà, ed è navigabile con dei pontoni di cinquanta o sessanta tonnellate rimorchiati a vapore; ed a complemento della sua opera sta studiando una ferrovia che attraversi tutte le sezioni, per raccogliervi i prodotti da caricare. Questa ferrovia, arrivando fino ai limiti più lontani della tenuta, sarà messa a disposizione di tutti gli agricoltori del vicinato, i quali potranno mandare con mite spesa le loro derrate per la via fluviale giù per il Paranà fino a Buenos Ayres. Prepariamoci dunque a vedere dopo quella dei frumenti, un’inondazione di foraggi secchi e di torte di foraggi verdi argentini in Europa! Purché gli agricoltori non riescano a mettere, come sul frumento, anche un dazio sui foraggi transatlantici, paurosi alla loro indolenza ed al loro misoneismo!

 

 

Non tutti gli agricoltori si dedicarono però alla produzione di cereali, di lino o di erba medica. Molti veneti e meridionali, alcuni piemontesi, lombardi e toscani si diressero invece alle provincie Andine di Mendoza e di San Juan ove impiantarono estesi vigneti e costrussero cantine colossali.

 

 

È merito specialmente degli italiani se in provincia di Mendoza vi sono 19.000 ettari piantati a vite e 10.000 nella provincia di San Juan, oltre a circa 14 mila ettari sparsi nella provincia di Buenos Ayres, Entra Rios, Catamarca, Santa Fè, Cordoba, La Rioja, San Luigi e Salta; ossia in tutto 43 mila ettari che producono 1 milione e mezzo di ettolitri di vino all’anno, oltre 14.000 tonnellate di uve fresche e passe destinate al commercio delle regioni vinicole ed all’esportazione per le littorali.

 

 

Alcuni fra i viticultori seppero elevarsi, come sempre, ad un notevole grado di prosperità; fra i più intraprendenti e fortunati vanno ricordati i fratelli Tomba, Gaetano Devoto, Giacomo Rolleri, Marenco e Cereseto e G.B. Medici.

 

 

Antonio Tomba, il più grande e famoso viticultore dell’America meridionale, deve tutto a se stesso ed al colpo d’occhio con cui egli, giunto a Mendoza, facendo il terrazziere nelle costruzioni ferroviarie, comprese che quella era la regione destinata a fornire di vino l’Argentina intiera. Dopo pochi anni di indefesso lavoro, Antonio Tomba si trovò, insieme coi suoi fratelli, a capo di uno stabilimento enologico che è uno dei primi del mondo. Dai numerosi edifici elevantisi a guisa di turriti castelli in mezzo ai suoi poderi, egli può contemplare una estensione di 10 chilometri quadrati (1000 ettari, ossia 1/10 della superficie coltivata a vite nella provincia di Mendoza) tutta coltivata a vite e tutta sua. «A vederli questi vigneti del Tomba presentano una vista meravigliosa. Sembrano città verdi divise in quartieri e regioni da ampie e dritte vie». All’epoca della vendemmia i carri aspettano, a 30 o 40 per volta, di poter essere introdotti nella tinaia per potere scaricare le uve. La cantina è una costruzione moderna dotata di tutti gli ultimi perfezionamenti dell’arte enologica. Le botti enormi che le cantine racchiudono sono più di 500; e siccome il prezzo di ciascuna di esse fu di circa 2000 pezzi, così il capitale investito nelle sole botti ammonta alla cifra di 1 milione di pezzi. Il prodotto medio è di 4920 litri per ogni ettaro ossia in tutto circa cinquanta mila ettolitri di vino all’anno.

 

 

Il viticoltore italiano, intelligente ed abile, non può dire di essere rappresentato male nell’America. Nella California la Colonia agricola Italo Svizzera, produsse nel 1898 ben 14 mila tonnellate di uva ossia circa 100 mila ettolitri di vino: nell’Argentina, Antonio Tomba produsse nello stesso anno 50 mila ettolitri. Non sembra che la vite spenga, come per la Francia afferma il Demolins, la energia e la intraprendenza nei suoi coltivatori, almeno quando i coltivatori sono italiani alle prese col vergine suolo dei paesi nuovi americani. Anzi una vera efflorescenza di opere modeste e di imprese grandiose si avvera nella vita agricola dell’Argentina, per opera di coloni partiti con un sacco di stracci dal porto di Genova per andare a cercar fortuna a caso nell’America.

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