Capitolo IX – Il Mercante

Tratto da:

Un principe mercante. Studio sull’espansione coloniale italiana

Data di pubblicazione: 01/01/1900

Capitolo IX

Il Mercante

Un principe mercante. Studio sull’espansione coloniale italiana, Ed. F.lli Bocca, Torino, 1900, pp. 84-87

 

 

 

L’Italia che all’Argentina aveva dato costruttori, coloni, industriali ed imprenditori, diede anche numerosi rappresentanti della classe sociale che maneggia capitali e traffica in merci. I risparmi di un milione di italiani dovevano depositarsi in qualche istituto prima di ricevere un definitivo impiego; e sorsero così nel 1872 il «Banco de Italia e Rio de la Plata» che ora ha un capitale sottoscritto di 40 milioni e versato di 25, un fondo di riserva di 2 milioni, depositi per circa 70 milioni di lire, ed un movimento di cassa di circa 2 miliardi di lire; nel 1885 il Nuovo Banco Italiano, con un capitale di 6 milioni di lire e depositi per 12 milioni di lire. Il Banco di Commercio, florida istituzione di Buenos Ayres, deve la sua prosperità agli Italiani che seggono in maggioranza nel suo Consiglio di Amministrazione. Sono italiane due potenti Società di Assicurazione: «La Italia» e «La Immobiliaria». Nella Borsa di Buenos Ayres su 4000 sono 1000 i soci italiani.

 

 

Nel commercio interno i nostri connazionali hanno una grande importanza ed una parte notevole, per quanto non nella misura dovuta, nel commercio internazionale.

 

 

Nella esportazione, l’Italia viene nel 1897 settima in ordine d’importanza; sui 580 milioni di lire di merci argentine esportate in quell’anno, appena 20 andarono in Italia. Nel 1898 la nostra posizione non è di molto migliorata. L’Italia assorbe 26 milioni e mezzo dei 670 milioni di lire (oro) di merci esportate dall’Argentina. La ragione della nostra inferiorità è chiara. L’Argentina esporta sovratutto materie prime e prodotti agricoli: lane, cuoia, carni conservate, residui animali, frumento, granoturco, lino, arachide, prodotti vegetali e minerali, ecc. Di questi, alcuni noi prendiamo da paesi più vicini a noi, come il grano dalla Russia, altri respingiamo con alti diritti doganali, come la carne salata e conservata; ed altri infine non possiamo consumare, perché le industrie paesane sono ancora troppo meschinamente sviluppate per poter provvedersi direttamente sui luoghi di produzione. Alcune case commerciali italiane si levarono perciò a grande fortuna, commerciando non coll’Italia, ma coi paesi dell’Europa più industriali, come l’Inghilterra, la Germania e la Francia. Il commercio di importazione dall’Italia si iniziò quasi esclusivamente colle «paccottiglie» che i capitani e gli equipaggi delle navi, dedicate al trasporto degli emigranti, traevano a Buenos Ayres. Vini ed olii in poca quantità, marmi per le costruzioni, frutta secca, carta, riso, paste alimentari e fiammiferi erano quanto, press’a poco, arrivava d’Italia fino a pochi anni or sono. Gli altri prodotti industriali erano forniti dall’Inghilterra, dalla Francia e dal Belgio prima, poi dalla Germania ed a Buenos Ayres erano incettati dai commercianti italiani, i quali li distribuivano in tutta la Repubblica.

 

 

Ma nell’ultimo decennio si è verificato per fortuna un enorme progresso nelle importazioni dall’Italia. Questa, che nel 1887 su 117 milioni di pezzi importava appena 7 milioni e veniva ad esser sesta fra le nazioni importatrici, che la distanziavano di molto, ora (1896) importa 11.394.910 pezzi su 112.163.591 ossia più del 10% e viene quarta stringendo molto davvicino la Francia, la Germania e gli Stati Uniti. Nel decennio 1887-1896 il commercio d’importazione aumentò per l’Italia del 25% mentre quello della Germania e degli Stati Uniti rimaneva stazionario, quello dell’Inghilterra cresceva soltanto del 13%, quello del Belgio diminuì del 20% e quello della Francia del 40 per cento.

 

 

Il miglioramento si è accentuato ancora maggiormente nel 1898. Sopra una importazione totale di 537 milioni di lire (oro), viene prima l’Inghilterra con 195 milioni e seconda l’Italia con 78 milioni e mezzo. La Francia, la Germania e gli Stati Uniti che venivano prima di noi, ora sono già superati. La Germania ci segue con 63 milioni, e vengono poi gli Stati Uniti con 56 milioni e la Francia con 53. Nell’Argentina l’Inghilterra oramai non deve più lottare in prima linea colla merce made in Germany ma con la merce made in Italy. Segnalata vittoria è la nostra e tale da indurci a raddoppiare di lena e di energia nelle feconde battaglie commerciali.

 

 

Questa lieta vittoria (di cui le ragioni possono particolareggiatamente leggersi nell’opera «Gli Italiani nell’Argentina» nella monografia di Ausonio Franzoni. Le relazioni commerciali fra l’Italia e l’Argentina, alla quale rimando chiunque – e dovrebbero essere molti – desideri conoscere quale immenso campo sia aperto nella Repubblica del Plata alla iniziativa nostra) è stato sovratutto cagionato da un fatto: l’impianto di filiali da parte di case industriali italiane, le quali non trovando più nel mercato interno uno sbocco sufficiente alla loro produzione, deliberarono di muovere alla conquista dei mercati esteri e prima di tutti del mercato dove si accentrava in masse enormi e compatte una popolazione di origine italiana.

 

 

E così sorsero numerose case importatrici dall’Italia di vini, olii, prodotti industriali, mobili, seterie, tappezzerie, gioiellerie, prodotti chimici, tabacchi e sigari, ombrelli e ventagli, armi e coltellerie, marmi, quadri, bronzi, porcellane e persino libri ed opere letterarie e scientifiche.

 

 

Era naturale che si giungesse fino a questo punto. Un milione di persone della stessa nazionalità non si stabilisce in un paese, colonizzando, creando fabbriche ed industrie, costruendo porti e ferrovie, edificando case ed intiere città, creando una fioritura meravigliosa di uomini audaci, intraprendenti e fortunati senza che si sviluppino nel suo seno nuovi e raffinati bisogni. L’immigrante sbarcato sulle rive del Plata senza un soldo in tasca, cogli abiti a brandelli, può contentarsi di carne salata e di pane come cibo e può ridurre al minimo i suoi bisogni di vestiti e di comodità domestiche; ma il colono proprietario di una fiorente fattoria, ma l’artigiano, il fabbro, l’industriale, l’impiegato, il professionista, il banchiere, sente il bisogno di vestiti nuovi, di mobili che allietino e rendano comoda la sua abitazione, di bevande riconfortanti, di libri istruttivi. Quando sorge un bisogno, subito si forma una classe di uomini intenta a soddisfarlo. Ed è naturale che, nella concorrenza fra commercianti di varia nazionalità tutti desiosi di soddisfare i bisogni dell’antico immigrato italiano, siano preferiti i commercianti italiani.

 

 

Essi conoscono già per esperienza quali sono le merci che soddisfano i desiderii del loro connazionale; e questi, abituato a consumare oggetti di una data provenienza, preferisce agli altri i vini e gli olii del suo paese perché soddisfano meglio i suoi gusti, i mobili ed i panni italiani perché hanno le forme ed i colori che a lui piacciono.

 

 

Numerose sono le case che hanno saputo giovarsi con profitto di questa favorevole condizione di cose per spingere il commercio italiano fino al punto in cui si trova; ed è probabile che, se l’iniziativa italiana non fallirà al compito, l’importazione di prodotti delle nostre industrie giungerà, nell’Argentina, a più eccelsa meta. Chi volesse delle principali case importatrici conoscere i nomi e le gesta, non ha che da rivolgersi al libro più volte ricordato. Noi fedeli al metodo finora costantemente seguito, sceglieremo fra le case degne di lode, quella che sovra tutte come aquila vola e dalla quale abbiamo preso le mosse nel presente scritto.

 

 

Ausonio Franzoni parlando nel volume Gli italiani nell’Argentina dei commercianti ed industriali saliti a grande fortuna e fama afferma: «Distinguesi fra tutti il commercio d’importazione delle maglierie e dei tessuti di filo e di cotone, il quale deve quasi unicamente il credito immenso acquistato, tale da escludere i prodotti similari inglesi e germanici, allo spirito d’iniziativa, al sicuro colpo d’occhio ed alla pertinacia straordinaria di Enrico Dell’Acqua lombardo».

 

 

Eccoci ritornati al punto donde eravamo partiti. Il modesto industriale cotoniero di Busto Arsizio che noi abbiamo visto studiare incerto e dubbioso i trattati di geografia dell’America meridionale, chiedere notizie economiche e commerciali agli uffici postali, si è in un decennio trasformato nel principe mercante emulo e vincitore dei grandi commercianti inglesi e tedeschi. In qual modo si è operata la meravigliosa trasformazione?[1].

 

 



[1] I capitoli che seguono sono stati scritti su materiale in gran parte manoscritto, fogli volanti, bilanci, relazioni stampate e dirette agli azionisti, ecc.

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