Capitolo V – Dal Fabbro all’Industriale metallurgico

Tratto da:

Un principe mercante. Studio sull’espansione coloniale italiana

Data di pubblicazione: 01/01/1900

Capitolo V

Dal Fabbro all’Industriale metallurgico

Un principe mercante. Studio sull’espansione coloniale italiana, Ed. F.lli Bocca, Torino, 1900, pp. 56-61

 

 

 

E la efflorescenza della pianta uomo continua splendida nella vita industriale. Lo sviluppo dell’industria nell’Argentina avvenne secondo una legge naturale. All’inizio della colonizzazione agricola, sorse il bisogno di delimitare i confini fra le varie proprietà. Mancando ogni arbusto per la campagna, le siepi si dovettero fare di fil di ferro, tese, con certe morse speciali, tra pali posti a una certa distanza. Il dover provvedere questi fili e queste morse in così grande abbondanza, fu il primo passo verso la fortuna di quasi tutti i fabbri. Il secondo si fece quando all’allevamento brado delle pecore, vaganti liberamente in cerca di pascoli e di sorgenti d’acqua, si sostituì l’allevamento razionale delle pecore di razza Rambouillet entro terreni cintati e provveduti di trombe o norie per fornire l’acqua necessaria all’abbeveramanto. I fabbri già arricchiti per la provvista dai fili di ferro mutarono le loro oscure botteghe in stabilimenti metallurgici.

 

 

Alla pastorizia frattanto succedeva la agricoltura estensiva la quale non è possibile senza macchine seminatrici, aratrici, mietitrici a trabbiatrici. Le prime furono importate dall’America del Nord ma ben presto i nostri fabbri impararono a ripararle a poi ad imitarle. «Alle officine si andarono man mano aggiungendo le fonderie pei pezzi più complicati; la riuscita in una macchina era stimolo a provarsi in un’altra e presto alcune case cominciarono a godere di rinomanza speciale. L’abbondanza dei raccolti faceva nascere il pensiero di nuove industrie. Così il frumento chiamava i mulini, le fabbriche di paste a di pane, e il bisogno di rispondere a tutte le domande col minor impiego di operai possibile faceva naturalmente pensare alle macchine, le quali ad un dato tempo dovettero trasformarsi per nuove invenzioni. Il molto mais faceva sorgere l’idea delle distillerie, la mancanza di olio di oliva quella di utilizzare i semi del lino, degli arachidi, del ravizzone e di altre sostanze oleose».

 

 

Vennero poscia lo sviluppo della navigazione sui fiumi, la luce elettrica, le opere di sistemazione delle acque, le opere di bonificamento, le costruzioni di mercati coperti, le fognature, i ponti, ecc. Un lieto avvenire è assicurato a questa industria, la quale trovasi quasi tutta in mano di italiani. In Buenos Ayres su 70 officine meccaniche 35 fra le più importanti sono di italiani e 30 le fonderie di nostri connazionali sulle 50 esistenti nel 1895. La proporzione numerica è indice imperfetto della importanza reale delle case italiane, perché le sole case Zamboni, Rezzonico, Vasena, Ottonello, Negroni, Merlo, Spinola, Merlini, Pasquali fanno da sé sole più dei 3/5 del lavoro totale in ferro non della sola città di Buenos Ayres ma di tutta la Repubblica. Nella capitale su 29 fabbriche di letti di ferro 25 sono di italiani, e fra queste la maggiore, di Eugenio Cardini, il quale ha saputo utilizzare il bisogno sentito dagli immigranti di avere un letto solido, facilmente portabile nelle peregrinazioni attraverso le pianure argentine, di poco volume e di poco costo. Non solo si debbono ad italiani quasi tutti gli orologi dei campanili, ma italiana era anche l’unica fonderia di campane che si aveva nel 1895 ed una delle due fabbriche di campanelli. Le tre principali fabbriche di cucine economiche sono di italiani. Due fabbriche sulle tre di tubi di piombo o di zinco erano di connazionali nostri e italiana l’unica di tubi di ferro. Nostro è l’unico stabilimento di carrozzoni ferroviarii. Su quattro case che si danno esclusivamente all’impianto di molini due appartengono ad italiani; una delle due che fabbricano torchi; una delle due che preparano ferro galvanizzato, due di stampi e modelli per fonderie; una di stampe di paste; una delle due di velocipedi; le due uniche che preparano congegni per l’illuminazione a gas e a luce elettrica, una di bagni di ferro, otto sulle 10 fabbriche di bilancie di bronzo; infine su 90 lattonai che hanno fabbrica, ben 70 sono italiani.

 

 

Il quadro è confortante per il nostro amor proprio nazionale; ma ciò che è più notevole ancora è l’origine della fortuna di tutti questi industriali. La capitale dell’Argentina attraversa ora un periodo molto simile a quello che durò nell’Inghilterra dalla metà del secolo passato al principio del presente e nel continente ebbe inizio dopo la unificazione nazionale: il periodo della formazione. Come nell’Europa, fioriscono nell’Argentina i self made men. L’industria è una carriera aperta a tutti gli uomini nuovi, i quali sanno col loro ingegno e la loro abilità scoprire ed utilizzare una domanda nuova per elevarsi da umile condizione a grande fortuna. Verrà poi l’epoca, per così dire, di consolidamento in cui non sarà possibile muovere concorrenza alle fabbriche esistenti se non con impianti richiedenti capitali colossali; ed allora l’ascensione dai più umili gradini al supremo fastigio della scala industriale sarà più lento ed arduo; e gli ultimi venuti dovranno contentarsi di divenire i cooperatori e gli impiegati delle imprese già esistenti. Ma questo periodo di consolidazione e di predominio delle case antiche non è ancora giunto; e noi dobbiamo rallegrarci che i self made men, gli uomini nuovi siano nell’Argentina in maggioranza italiani. La loro storia è quella stessa di tutti gli uomini che dal nulla seppero colla energia e colla intraprendenza elevarsi a grandi cose: «Venuti qui senza un soldo, senza molte cognizioni, con severa economia e lavoro indefesso accumularono il primo capitale che andò poi centuplicandosi per un complesso di circostanze fortunate. Le cognizioni meccaniche le acquistarono a mano a mano col lavoro che fu per essi anche una scuola. I figli di questi operai delle prime ore, ebbero cura quasi tutti di procacciarsi quelle cognizioni la cui mancanza aveva reso più difficile ai padri la riuscita, andando a studiare in Europa e quivi ottenendo lauree e diplomi; per modo che neppure la scienza manca più a questi stabilimenti».

 

 

Gli industriali metallurgici italiani nell’Argentina sono una legione; per fare opera adeguata al soggetto sarebbe d’uopo ricordare almeno quelli la cui monografia si legge nell’opera «Gli Italiani nell’Argentina»; ma sarebbe lavoro improbo ed inutile, perché ognuno può leggere quel volume. Ne sceglierò a caso qualcuno fra i più tipici e caratteristici pel nostro scopo, che è quello di far vedere come dalle masse indistinte e rozze dei fabbri primitivamente sbarcati dall’Italia a Buenos Ayres si siano svolte alcune individualità eminenti.

 

 

Silvestro Zamboni di Domodossola era «uomo di volontà ferrea, di mente perspicace, di fibra instancabile; uno di quelli che sembrano nascere predestinati a piantare una famiglia o uno stato, o a rialzarne le sorti, secondo la vastità del campo concesso alla loro attività».

 

 

Buon fabbro ed insofferente della ristretta cerchia del paese natale si imbarcò nel 1856 per Buenos Ayres; e quivi fu ricercato a gara da tutti i fabbri con buoni salari. Cominciò a farsi conoscere quando il Municipio lo incaricò dei lavori in ferro della dogana. D’allora la sua fortuna fu assicurata. Nel 1869 impiantò bottega per conto proprio e quella bottega, allargata a poco a poco, si è trasformata nel grande stabilimento attuale. Il fabbro, per le circostanze descritte più su, si mutò ben presto in industriale metallurgico. Il figlio Carlo, allevato alla sua scuola, vi aggiunse la fonderia e nel 1881 ad una esposizione tenuta a Buenos Ayres stupì gli argentini con un motore di nuova concezione e di ardita esecuzione. Uno dei nipoti, salendo sempre nella gerarchia industriale, si è laureato ingegnere in Europa e già ha introdotto nuovi e perfezionati metodi di produzione e di organizzazione dell’Azienda. Lo stabilimento esteso su 3000 mq ha diffuso i suoi prodotti in tutta l’Argentina.

 

 

Antonio Rezzonico di Como arrivò a Buenos Ayres nel 1869 all’età di 13 anni. Ragazzo da commissioni, apprendista, operaio, egli passò successivamente attraverso a tutti i gradini professionali, finché, giovane ancora, mise fabbrica egli stesso in via Cordoba. «La solennità del nome di fabbrica non ispaventi alcuno. Era una stanza delle più anguste, con un torno, una fucina, una morsa, un’incudine, qualche lima, qualche martello, qualche scalpello». Avendo egli inventato una macchina semplicissima per far catene di filo di acciaio, in capo a due mesi la fabbrica era raddoppiata. Grazie ad un piccolo capitale apportato da un socio e rimborsato 30 volte dopo appena otto anni, la fabbrica si ampliò in breve volgere di tempo da 180 a 1300 mq ed il numero degli operai giunse a 170.

 

 

Ora lo stabilimento si estende su 3000 mq; ed è diviso in tre sezioni, consacrate l’una alla costruzione di macchine, l’altra alla fonderia e la terza alla fabbricazione di bolloni, di viti e di chiodi, di cui se ne producono 50 mila al giorno. Il ferro che si lavora ogni giorno sale a 10 tonnellate, non compresa la fonderia. Gli operai sono 210, in gran parte italiani.

 

 

Pietro Vasena percorse anch’egli la stessa strada per arrivare a meta eccelsa. «Arrivò tredicenne in America, senza un soldo, senza conoscenti, e in capo a pochi anni diventò padrone di ben tre grandi stabilimenti. Si dirà che è la fortuna, le circostanze favorevoli. No; con la fortuna fu sempre in lotta. Gli si arrese da ultimo, ma dopo aver tentato tutte le vie per abbatterlo. La fortuna di Pietro Vasena sta unicamente nel suo amore al lavoro, alla fatica. Non un’ora d’ozio nella sua vita; solo un po’ di riposo quando proprio gli cascano le braccia. È lombardo, di Lecco. Di statura regolare, ma di atletica muscolatura; un pugno che cade con la forza di un maglio, due braccia da scuotere una colonna. Coltura poca o punta, ma mente svegliata, attenta; ingegno naturale, straordinario, senso della vita, del positivo. Operaio, era pagato come un ministro anche da padroni tutt’altro che prodighi: 700 e persino 800 pezzi la settimana; a nessuno pareva di pagarlo abbastanza». Con queste qualità, caratteristiche di tutti i capitani dell’industria, il Vasena è ora a capo di tre stabilimenti della superficie rispettiva di 10, e 15 mila mq. La specialità della casa è la fonderia delle colonne, delle quali se ne producono annualmente circa 3000.

 

 

Il Vasena ha costruito molte fra le opere in ferro più grandiose dell’Argentina. È suo il grande Mercado de Abasto, il maggiore mercato aperto della Repubblica, esteso su 13 mila mq e del costo di circa 100.000 pesos. È sua la gran tettoia pel mercato dei frutti del paese in Bahia Blanca di 120 m di lunghezza e 30 di larghezza con galleria, eseguita e messa in opera in 30 giorni con un materiale avente un peso totale di 150 tonnellate. Escirono dalle sue fabbriche le due grandi caldaie o depositi di olio della New Gaz Company di Buenos Ayres, ognuna delle quali ha la capacità di 3500 ettolitri. Fu costrutto da lui in 40 giorni un gran deposito pel miele della capacità di 1740 tonnellate pello stabilimento Bella Vista in Tucuman. È sua l’armatura del gran Ponte sopra il Rio della Valle in Catamarca di 53 metri di luce in un solo tracciato eseguito per conto del Genio civile Argentino. E le altre sue opere compiute per conto di privati o di enti pubblici sono innumerevoli. Il Vasena lavora annualmente in media fra ferro fuso, acciaio, ferro e bronzo ventimila tonnellate, impiegando da 450 a 500 operai.

 

 

Dopo gli industriali venuti dal nulla, un ingegnere fornito di sodi studi nelle migliori scuole italiane. È un nuovo tipo che comincia a sorgere nell’Argentina: i più sono figli di industriali già arricchiti, come i figli del Rezzonico, del Vasena e dello Zamboni. Alcuni sono ingegneri laureati in Italia che vanno nell’Argentina direttori di stabilimenti altrui e dopo ne impiantano uno proprio. Così fece il Pasquali. Direttore del laboratorio delle strade ferrate del Tucuman, dell’arsenale, dell’officina meccanica della Società Platense, egli si fece conoscere in tutte le città e quando fu certo che la clientela non gli sarebbe mancata, impiantò un laboratorio meccanico, che dovesse di preferenza attendere a riattare e costruire navi e alla fabbrica di macchine di precisione. Il suo è uno stabilimento modello, dove ogni giorno si inventano nuovi ordigni e si adattano le forme delle macchine antiche ai bisogni speciali dell’Argentina.

 

 

Anche qui è l’agile ingegno italiano che afferra a volo le occasioni di sfruttare le energie nascoste e le occasioni di guadagno che si presentano nei paesi nuovi. I contadini nell’Argentina fanno pel basso costo una grande dimanda di alpargatas, calzature nelle quali non entra il cuoio. Il Pasquali subito inventò una macchina ingegnosa che fabbrica con precisione e sveltezza le trecciuole di corda di cui si compone il suolo della pianella.

 

 

Il brevetto fu venduto per 9 mila scudi ad un fabbricante, il quale si mise in grado di risparmiare gran parte della mano d’opera. L’esempio mostra come la fortuna aiuti gli uomini d’ingegno che sanno intuire i bisogni latenti e sanno trovare il mezzo di soddisfarli col minimo sforzo.

 

 

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