Tratto da:

La condotta economica e gli effetti sociali della guerra italiana

Capitolo V – Verso la restaurazione

La Condotta economica e gli effetti sociali della guerra italiana, Laterza, Bari – Yale University Press, New Haven, 1933, pp. 337-395

 

 

 

1- L’inflazione monetaria

 

146. – L’inflazione monetaria e l’elemosina del pane. – 147. La situazione monetaria italiana allo scoppio della guerra. – 148. Il cominciamento dell’inflazione: i provvedimenti di fortuna temporanei. Le somministrazioni e le anticipazioni e loro diversa indole. – 149. La moratoria dell’agosto 1914 e gli altri scopi economici delle somministrazioni. Eliminazione progressiva di queste. – 150. Le anticipazioni di biglietti per causa di guerra al tesoro. – 151. L’incremento della circolazione per causa del commercio. Come anche essa abbia origine nelle esigenze del tesoro. – 152. In generale dell’inflazione cartacea e delle sue vicende. La caduta della lira. – 153. Gli accordi con gli alleati e la fissazione del cambio a un punto artificialmente basso. Danno morale e perciò economico dell’artificio.

 

 

146. – Quel che le moltitudini operaie in rivolta chiamavano capitalismo ed i ceti medi sofferenti dicevano ingordigia dei profittatori della guerra e degli intermediari, traendone argomento le une per muovere all’assalto delle fabbriche e della terra e le altre per invocare provvidenze di stato e freni legislativi, quel che pareva sommuovere dal profondo la società intiera e preparare la rivoluzione sociale, fu invece, dagli economisti che allora e poi analizzarono gli accadimenti del tempo, chiamato con parola tecnica inflazione monetaria. Subdolamente cresciuta, negata fino all’ultimo, vituperata quando era troppo tardi e quando a ridursi alle origini sarebbero state necessarie nuove convulsioni, la inflazione monetaria fu strumento necessario del grandioso rivolgimento di fortune e di classi verificatosi tra il 1914 ed il 1921.

 

 

Strumento, non causa; che questa era più profonda; ma strumento necessario, senza il quale quel rivolgimento non avrebbe avuto luogo, pur persistendo le cause di esso. Alla inflazione monetaria si accennò già frequentemente e può dubitarsi se non convenisse parlarne subito dopo avere (nel capitolo secondo) esposta la insufficienza dei mezzi, imposte e prestiti, usati per la condotta economica della guerra. Fu invero l’insufficienza di quei mezzi che indusse il governo a stampare carta moneta per provvedere alle spese urgenti della guerra; e la carta moneta crescente cagionò a sua volta aumenti di prezzo, agitazioni di operai, di impiegati, di pensionati, profitti di imprenditori e di intermediari, rovina delle classi medie a redditi fissi, vincoli di fitti dei terreni e delle case, trapasso della proprietà terriera da vecchi a nuovi ceti di proprietari, domande di confisca contro gli arricchiti, inquietudine generale. Ma ne fu rinviato il cenno sino all’ultimo, sia perché, ora che se ne sono veduti gli effetti grandiosi, meglio sarà apprezzata l’importanza del fatto in apparenza così insignificante dello stampar carta e del crescere delle cifre che ne figurano l’ammontare, sia perché quel fatto, che era effetto della debole struttura economica e morale del paese, si aggravò oltremisura quando il malcontento ed il malessere sociale da esso creato spinsero a nuova spesa di elemosina statale ai ceti rovinati e più alle moltitudini esacerbate. Il prezzo politico del pane non fu il solo esempio di elemosina statale[1] derivante dalla inflazione monetaria; fu certo il più solenne per le conseguenze di totale disfacimento minacciato al corpo politico nazionale.

 

 

Dalla visione del baratro entro il quale si stava precipitando venne l’inizio della salvezza. Giova perciò, volgendo al termine queste pagine, dire dell’inflazione monetaria strumento primo degli attriti economici e sociali studiati e di quello fra questi attriti, l’elemosina sul pane, che provocando nuove inflazioni, tutti gli altri attriti avrebbe esacerbato sino a rompere la macchina sociale, se a tempo non ci si fosse fermati sulla china pericolosa.

 

 

147. – Alla vigilia dello scoppio della guerra (30 giugno 1914) i tre banchi di emissione, d’Italia, di Napoli e di Sicilia avevano all’attivo una riserva totale di 1.656 milioni di lire (1373.7 oro, 115.5 argento e 166.8 valute equiparate) ed impieghi propri bancari per 851.1 milioni di lire (669.4 cambiali in portafoglio, 140.5 anticipazioni su titoli, 41.2 anticipi giornalieri per prorogati pagamenti alle stanze di compensazione). Alle quali attività in contanti o liquide per 2.507,1 milioni di lire si contrapponevano al passivo 2.629 milioni di lire di debiti parimenti liquidi, di cui 2.199 milioni di lire di biglietti in circolazione, tutti per conto del commercio e 430 milioni di debiti a vista (102.2 milioni di conti correnti fruttiferi, 120.8 milioni di conto corrente verso il tesoro e 207 milioni per assegni e vaglia bancari). Narrando nel 1920 lo sforzo da esse compiuto ben poteva perciò Bonaldo Stringher parlare di «banche di emissione già risanate, rinvigorite e saldamente agguerrite nell’organismo e nei mezzi» sì da sostenere la crisi del 1914 «con spalle ben resistenti»[2].

 

 

Gran cammino invero si era percorso dal giorno in cui 20 anni prima, dopo la caduta della Banca romana e la fusione delle due banche toscane, la circolazione bancaria al 31 dicembre 1894 ammontava a 1.126 milioni, a cui si dovevano aggiungere 600 milioni di biglietti di stato, al 30 giugno 1914 ridotti a 499.1 milioni di lire; ma ben 639.5 di quei 1.126 milioni erano immobilizzati in operazioni a lunga scadenza e di assai dubbio risultamento.

 

 

Dai 1.097 milioni della legge bancaria fondamentale del 10 agosto 1893 il limite massimo normale della circolazione dei biglietti di banca da coprirsi col 40% di riserva metallica era stato via via ridotto a 908 milioni, oltre a 13 milioni assegnati al Banco di Sicilia a titolo di supplemento speciale per gli zolfi e per la Libia. Libere le emissioni al di sopra di tal cifra purché interamente coperte da riserva metallica ed autorizzate altre emissioni scoperte od insufficientemente coperte ma soggette ad una tassa restrittiva la quale andava gradatamente crescendo da un quarto del tasso dello sconto per la prima eccedenza fino a 97 milioni all’intiero saggio per le eccedenze oltre i 291 milioni di lire.

 

 

148. – L’inflazione bellica ebbe cominciamento inavvertito da necessarie provvidenze rivolte a fronteggiare il panico dei primi giorni di sorpresa e di incertezza universali. Era ovvio che il limite delle emissioni normali venisse successivamente (coi R.D. 4 e 13 agosto e 23 novembre 1914 convertiti nella legge 30 aprile 1916) aumentato di un terzo per volta e così raddoppiato portandolo a 1.816 milioni e si allentasse il freno della tassa, rimanendo la tassa ordinaria del 0,10% (cresciuta con le addizionali al 0,145%) ferma sino ai 908 milioni, ed essendo colpite con contributi speciali dell’1 e del 2% oltre la tassa ordinaria le zone da 908 a 1.513,3 e da 1.513,3 a 1.816 milioni di lire, e con tasse straordinarie, alla lor volta cresciute poi del 25% uguali ad un quarto, una metà e tre quarti del saggio dello sconto le zone superiori, finché le eccedenze oltre i 2.107 milioni erano assoggettate a tassa uguale alla ragione dello sconto.

 

 

Una emissione di carta moneta tenuta entro i limiti ora detti non avrebbe dato luogo ad inflazione monetaria intesa nel senso di specifico fattore proprio dell’Italia volto ad incremento dei prezzi. Il tesoreggiamento, anche cartaceo, ritornato in onore per la diffusa sfiducia nelle banche, il maggior fabbisogno di moneta per la preferenza data ai pagamenti a contanti in confronto con quelli a termine o per assegni bancari, il deprezzamento via via cresciuto nell’oro, consentivano, anzi richiedevano, pure serbando la parità con la moneta aurea, di allargare alquanto la circolazione.

 

 

Siffatta condotta non si poté e non si volle seguire. Il desiderio di evitare commovimenti sociali, la preoccupazione di evitare ragioni di malcontento in una popolazione, la quale in una sua troppo grande parte andava in guerra invita o inconsapevole delle ragioni di essa, indussero il tesoro e gli istituti a forme straordinarie di circolazione. Le quali furono dette «somministrazioni od anticipazioni», a seconda che i biglietti erano «somministrati» al tesoro per scopi determinati, attinenti principalmente all’economia del paese, ovvero ad esso «anticipati» per i bisogni suoi propri. La ragion tecnica della distinzione si sarebbe dovuta trovare in ciò che i biglietti anticipati al tesoro erano definitivamente spesi per la condotta della guerra, né si sperava potessero per virtù propria rientrare nelle casse della banca; ed infatti il tesoro si liberò del suo debito, dopo il tempo considerato nel presente volume, solo attraverso la svalutazione legale del tipo monetario e l’accreditamento a suo favore delle plusvalenze delle riserve metalliche, laddove i biglietti somministrati avrebbero dovuto rientrare a mano a mano si liquidavano le operazioni economiche per sovvenire alle quali essi erano stati creati.

 

 

Perciò i biglietti «somministrati» si conteggiavano con quelli ordinari e dicevansi parimenti «per conto del commercio»; laddove quelli «anticipati» furono detti «per conto del tesoro». Ma la distinzione non fu sempre osservata; ché talvolta le anticipazioni al tesoro prendevano la forma di sconti di buoni del tesoro o di anticipazioni su titoli di stato posseduti da enti statali, ed erano allora iscritti tra i biglietti ordinari per conto del commercio, come se traessero origine da sconti di carta commerciale vera e propria. Accadde anche che la banca di emissione, a facilitare abbondanti sottoscrizioni ai prestiti nazionali, largheggiasse in anticipazioni ai privati, che è come se facesse indirettamente prestiti al tesoro. Tuttavia speravasi che i sottoscrittori restituissero le anticipazioni avute o gli enti pubblici non avessero più d’uopo di anticipi, sicché i biglietti emessi rientrassero.

 

 

149. – In parte la speranza si avverò. Prima a ricorrere a somministrazioni di biglietti fu la Cassa depositi e prestiti, il grande istituto di stato il quale raccoglie ed amministra, insieme con quelli di altri enti di previdenza, i depositi delle casse postali di risparmio.

 

 

Quando, allo scoppio della guerra europea, la folla accorre agli sportelli delle banche e delle casse di risparmio a chiedere rimborsi, né gli istituti debitori avrebbero potuto realizzare le attività anche liquide, rapidamente si concede (con decreti del 4 e del 16 agosto, del 27 settembre e del 20 dicembre) moratoria a favore delle casse di risparmio ordinarie, dei monti di pietà, degli istituti di credito, esclusi quelli di emissione, i quali acquistano perciò nuova clientela, delle banche mutue e cooperative e delle casse rurali, autorizzando a limitare i rimborsi al 5% dell’importo del deposito fino al 20 agosto, ad un ulteriore 5% fino al 10 settembre, ad un terzo 5% dal 15 al 30 settembre, con eccezioni più larghe per i ritiri di somme necessarie al pagamento di mercedi, all’acquisto di materie prime, al pagamento dei tributi e per il servizio di cassa degli enti morali. Col decreto del 27 settembre il limite dei rimborsi e rialzato al 10% al mese per l’ultimo trimestre del 1914, esteso poi al 20% al mese per il primo trimestre del 1915. Col 31 marzo 1915, scomparsa ogni traccia di panico, la moratoria cessava.

 

 

Frattanto, sia perché la moratoria non fosse stata estesa alle casse postali di risparmio, le quali erano solo tornate ad osservare i limiti, in pratica trascurati, che la legge del 1875 fissava per i rimborsi ed i depositanti si fossero rivolti a questa fonte di rimborsi rimasta aperta, sia perché dapprincipio si fosse diffusa sfiducia, i depositi delle casse postali scesero da 2.121 milioni di lire al 31 luglio 1914 a 1.860 milioni al 31 luglio 1915. La Cassa depositi e prestiti la quale aveva impiegato 1.446 milioni di lire in titoli di stato e non poteva buttarli sul mercato a far concorrenza a quelli che nuovamente lo stato emetteva (cfr. parag. 23 a 27), chiese aiuto. Il quale le fu dato (R.D. 22 settembre 1914) sotto forma di biglietti somministrati dalla Banca d’Italia fino a concorrenza di 100 milioni di lire per agevolare la concessione di straordinari mutui a comuni ed a province per opere pubbliche e di altri 200 milioni, recati poi a 400 il 25 novembre 1914 ed a 600 il 23 maggio 1915, per attendere al rimborso dei depositi. Sormontata la prima bufera di panico ed iniziato l’adattamento del paese alle industrie di guerra, non si sentì più discorrere di quella disoccupazione la quale si sarebbe dovuta combattere con opere pubbliche ed a partire dall’agosto 1915 venne meno altresì ogni preoccupazione di ritiro di depositi. Anzi questi riprendono a salire, toccando il 31 dicembre 1919 i 5.078 milioni di lire. La Cassa depositi può quindi riprendere i mutui agli enti locali per opere pubbliche e crescere gli investimenti in titoli di stato a 3.497 milioni di lire. Se essa non restituì subito i 700 milioni ricevuti dalla Banca d’Italia (i rimborsi cominciarono solo nel 1924), ciò vuol dire che si era preferito per questa via farli anticipare al tesoro per le spese di guerra.

 

 

Quando i biglietti vennero, come insegnava la tradizionale pratica bancaria, in aiuto non più di enti pubblici, ma di casse ordinarie di risparmio, di monti di pietà, di società cooperative di credito, di casse rurali cooperative, i rimborsi furono assai più pronti. Toccato il massimo di 103 milioni di lire nel luglio 1915, l’ammontare di queste somministrazioni rapidamente si ridusse sino a 3 milioni e mezzo nell’ottobre del 1917. Il panico diffuso, dopo Caporetto, in talune province dell’Alta Italia le fece risalire temporaneamente il 20 novembre ad un massimo di 186 milioni e mezzo; ma già alla fine del 1917 si riducevano a 102 milioni, che diventavano appena 1.4 in fin del 1922 e scomparivano del tutto nel 1923.

 

 

Non diverso fu l’esito di altre emissioni a cui le banche si indussero per sovvenire a scopi urgenti o di importanza nazionale o per fornire allo stato i mezzi finanziari per intraprendere gestioni economiche belliche. Svariate le occasioni dell’intervento. Ai concessionari di costruzioni ferroviarie impediti di pagare l’importo dei lavori compiuti, furono concesse sovvenzioni su deposito di certificati di avanzamento dei lavori firmati dai ministri dei lavori pubblici e del tesoro. Emessi nel 1914, questi biglietti rientrarono nel 1920. Così pure 117 milioni furono concessi nel 1917 per dare incremento alla coltivazione del grano, di altri cereali e di tuberi commestibili; nel 1919 vi si aggiunsero 60 milioni portati a 120 per prestiti ad agricoltori del Veneto; 28 milioni furono dati nell’autunno del 1919 agli agricoltori meridionali, i cui raccolti erano stati danneggiati da invasione di topi campagnoli; e prestiti furono concessi per agevolare la ricostituzione del patrimonio zootecnico del Veneto o per anticipare il pagamento delle indennità dovute ai danneggiati dalle invasioni nemiche.

 

 

Tipica fra queste somministrazioni destinate a rientrare col liquidarsi della operazione economica che vi aveva dato origine fu quella di 384 milioni di lire destinata ad acquistare 2 milioni e mezzo di chilogrammi di seta a mezzo dell’ufficio serico istituito presso la Banca d’Italia (cfr. 70 ed 83). Provocato dal precipitato ribasso dei cambi avvenuto nel 1918 per accordo fra gli stati alleati, il tentativo di valorizzazione della seta ebbe esito favorevole quando i cambi, abbandonati a sé medesimi, ritornarono a salire; sicché lo stato, dopo aver rimborsato alla Banca d’Italia i biglietti ricevuti, conseguì notevole beneficio netto.

 

 

Quando lo stato nel maggio 1915 intraprese su vasta scala all’interno ed all’estero acquisti di grano o nel settembre 1919 approvvigionò le popolazioni con derrate alimentari o nell’aprile 1917 intervenne a controllare la produzione o la distribuzione degli zolfi, chiese all’uopo agli istituti di emissione somministrazioni di biglietti da restituirsi a mano a mano il frumento, le derrate alimentari, i combustibili fossero ceduti ad enti pubblici od a privati e da questi pagati. Col venir meno dei compiti straordinari di approvvigionatore assunti dallo stato, prevedeva lo Stringher dovesse scendere «il livello di questa marea cartacea, se le somme dei rimborsi recate dai consumatori saranno destinate per intiero a coprire i disborsi fatti dallo stato per l’acquisto delle derrate e delle merci cedute … La circolazione bancaria costituita da semplici somministrazioni di biglietti, quando non venga rivolta meno legittimamente a usi meno corrispondenti a quello per il quale fu originariamente creata, dovrebbe trovare la via del ritorno alle casse, dopo esaurito il suo ufficio: vorremmo dire dopo aver compiuta la sua funzione di ponte provvisorio fra lo stato che anticipa i fondi e i cittadini cui le provvisioni sono destinate e ne devono corrispondere il prezzo o i quali hanno fruito del credito a scopi di feconda produzione»[3]. La tabella seguente[4] chiarisce i limiti e le vicende delle somministrazioni a scopo economico compiute dai tre istituti di emissione (in milioni di lire al 31 dicembre degli anni segnati):

 

 

1917

1918

1919

1920

1921

1922

1923

Ad istituti di risparmio di credito ed altri enti a facilitare i rimborsi dei depositi

102.3

13.8

8.6

3.0

3.0

1.4

Ai concessionari di ferrovie pubbliche

45.0

45.0

45.0

Ai danneggiati dai topi campagnoli

13.9

5.7

3.2

3.1

3.1

3.1

3.1

Per l’incremento della coltura cerealicola

16.2

45.3

71.2

113.1

90.9

94.0

89.1

Per la ricostruzione del patrimonio zootecnico nelle province invase

7.2

1.0

0.5

Agli agricoltori del Veneto

107.8

120.0

113.3

118.7

120.0

All’istituto nazionale di credito per la cooperazione

7.0

9.6

61.0

59.8

59.3

6.3

All’istituto feder. di credito per il risorgimento delle Venezie

115.0

320.0

320.0

320.0

320.0

All’ufficio centrale per il mercato serico

26.8

Allo stato: per provviste di:materiale di guerra

100.2

99.8

89.3

4.3

combustibile

2.0

9.2

per acquisti di:grano

1084.7

1490.7

1372.0

1220.5

5.7

derrate alimentari

1091.7

1087.3

1000.0

per approvvigionamento di zolfo

56.5

Totale a debito dello stato

1364.3

1750.5

2914.4

2932.8

1590.1

602.2

595.0

Totale a credito dello stato

21.6

29.1

924.4

364.7

409.0

Residuo netto dei biglietti somministrati per conto dello stato

1364.3

1750.5

2892.8

2903.7

665.7

237.5

185.1

 

 

Il massimo delle somministrazioni autorizzate a favore dello stato in 3.350 milioni di lire non fu mai raggiunto; e le somministrazioni in corso già alla fine del 1922 erano ridotte a lieve importo.

 

 

150. – Non così i biglietti emessi per i bisogni diretti della guerra, per i quali non vi era ragione di pronto ritorno agli istituti emittenti. Avevano queste emissioni nome di anticipazioni ed erano divise in ordinarie, straordinarie e straordinarie per scopi speciali. Quelle ordinarie, dette anche statutarie, perché contemplate negli statuti degli istituti di emissione, recavano a favore di questi l’interesse dell’1,50% l’anno, erano garantite da riserva di un terzo ed erano esenti da tassa. Fissate prima della guerra in 155 milioni, il limite ne fu raddoppiato quasi subito (R.D. 19 settembre 1914) e recato poi a 485 milioni (R.D. 23 maggio 1915). Le anticipazioni straordinarie furono garantite da speciali buoni del tesoro fruttanti il 0,25% all’anno, non importarono obbligo alcuno di riserva e furono fissate dapprima (27 giugno 1915) in 200 milioni. Rapidamente il limite è aumentato a 400 (23 dicembre 1915), ad 800 (4 gennaio 1917), a 1.300 (26 luglio), a 1.803 (9 settembre), a 2.500 (4 novembre), a 3.300 (9 dicembre), a 4.050 (9 maggio 1918) ed a 4.850 milioni di lire (28 giugno 1918), a mano a mano che urgevano i bisogni del tesoro.

 

 

Ebbero uguale indole 1.000 milioni di biglietti emessi in virtù del D.L. 15 giugno 1919 allo scopo di estinguere un miliardo di buoni del tesoro ordinari ceduti prima dell’1 gennaio 1919 agli istituti di emissione e che questi avevano acquistato stampando biglietti, iscritti nella circolazione per conto del commercio invece che in quella di stato, perché destinati ad investimenti in titoli. Passati i biglietti a far parte delle anticipazioni straordinarie, il tesoro risparmiò la differenza tra l’interesse dovuto sui buoni del tesoro ordinari e quello del 0,20% fissato per i buoni speciali dati in garanzia della ricevuta anticipazione. Altra anticipazione a scopo particolare fu concessa (D.L. 27 febbraio 1919) per il ritiro dei buoni della cassa veneta dei prestiti, istituita dal nemico nelle province invase. I capi famiglia, i quali fecero entro il 23 marzo 1919 dichiarazione di possesso di buoni veneti emessi ed introdotti in Italia prima del 5 novembre 1918, ottennero una sovvenzione di 40 lire italiane per ogni 100 lire venete. L’anticipo fu poi recato a 60 lire; e l’ammontare dei biglietti all’uopo emessi fu di 40.5 milioni di lire. Analoga è l’anticipazione al tesoro per il cambio delle valute austro ungariche nel Trentino e nella Venezia Giulia, alle quali il corso legale venne meno il 20 marzo 1919. Il rapporto di baratto fissato prima in 40 centesimi di lira per ogni corona, fu poi elevato a 60 centesimi; e si ragguagliarono anche ad 80 centesimi di lira per corona le monete divisionali austro ungariche d’argento. Le anticipazioni concesse per ciò al tesoro toccarono la somma di lire 764.055.000.

 

 

In tutto le anticipazioni ordinarie e straordinarie, incluse fra queste quelle che furono inizialmente somministrazioni alla Cassa depositi e prestiti per fronteggiare ritiri di depositi dalle casse postali di risparmio, ma presto divennero anticipazioni indirette al tesoro, si riassumono così (in milioni di lire ed al 31 dicembre):

 

 

1914

1915

1916

1917

1918

1919

1920

1921

1922

Anticipazioni ordinarie

310.0

485.0

485.0

485.0

485.0

485.0

485.0

485.0

485.0

Id. straordinarie

350.0

400.0

3300.0

4230.0

4850.0

4850.0

4850.0

4850.0

Id. straordinarie per estinzione di buoni del tesoro

1000.0

1000.0

1000.0

1000.0

Id. Id. per il cambio dei buoni della cassa veneta dei prestiti

40.0

40.0

40.0

40.0

Id. Id. delle valute austro-ungariche

661.9

764.1

764.1

764.1

Somministrazioni per la cassa depositi e prestiti

400.0

700.0

700.0

700.0

700.0

700.0

700.0

700.0

700.0

Totale delle anticip. e somministrazioni al tesoro

710.0

1535.0

1585.0

4485.0

5415.0

7736.9

7839.1

7839.1

7839.1

Totale, di cui in precedente tabella delle somministrazioni nette per scopi economici vari

24.9

534.3

969.2

1348.0

1750.5

2892.7

2903.7

665.7

237.5

Totale delle anticip. e somministrazioni

734.9

2069.3

2554.2

5833.0

7165.5

10629.6

10742.8

8504.8

8076.6

 

 

151. – L’incremento della circolazione per conto del commercio solo in piccola parte trasse origine diretta da provvidenze legislative. Sconti di cambiali agrarie, a saggio inferiore di un punto a quello ufficiale, presentate da istituti di credito agricolo, da casse di risparmio, da società cooperative di credito, da unioni e federazioni di società agrarie legalmente costituite (D.L. 17 giugno 1915) – risconti al saggio del 4,50% di effetti bancari garantiti con privilegio sopra merci e derrate (D.L. 3 ottobre 1918); – risconti all’istituto nazionale di credito per le cooperative di cambiali emesse da cooperative di produzione e lavoro e ai loro consorzi e garantite dalla cessione dei mandati delle pubbliche amministrazioni appaltanti lavori pubblici (L. 26 settembre 1920); – sovvenzioni alla Camera agrumaria di Messina garantite da pegno di merci o da privilegio speciale (L. 7 aprile 1921); – sconto di cambiali dei consorzi agrari provinciali e poi dei consorzi provinciali di approvvigionamento (D.L. 20 dicembre 1914 e 18 aprile 1918); – risconto, a saggio inferiore di un punto e mezzo a quello ordinario, di cambiali per crediti concessi da casse di risparmio, banche e monti di pietà ai profughi dalle terre venete invase dal nemico (D.L. 10 febbraio 1918) – ecco le principali specie di operazioni di sconto determinate da leggi speciali. Il grosso delle operazioni commerciali crebbe non per ordine o consiglio di legge, ma per quello che allora fu detto incremento di affari determinato dalla guerra. Che fosse in verità tale si può dubitare. La circolazione intitolata per conto del commercio fu invero, in milioni di lire, questa:

 

 

Circolazione per conto del commercio

Variazione intervenuta

nel semestre

nell’anno

chiusa alla data controscritta

30 giugno 1914 2.199.0
31 dicembre 1914 2.201.1 + 2.1
30 giugno 1915 2.242.5 + 41.4
31 dicembre 1915 1.898.7 – 343.8 – 302.4
30 giugno 1916 2.158.2 + 259.5
31 dicembre 1916 2.458.2 + 300.0 + 559.5
30 giugno 1917 2.521.0 + 62.8
31 dicembre 1917 2.592.0 + 71.0 + 133.8
30 giugno 1918 3.589.6 + 997.6
31 dicembre 1918 4.584.7 + 995.1 + 1.992.7
30 giugno 1919 4.254.9 – 329.8
31 dicembre 1919 5.651.6 + 1.396.7 + 1.066.9
30 giugno 1920 7.483.9 + 1.832.3
31 dicembre 1920 8.988.9 + 1.505.0 + 3.337.3
30 giugno 1921 9.436.6 + 447.7
31 dicembre 1921 10.704.1 + 1.267.5 + 1.715.2
30 giugno 1922 9.773.9 – 930.2
31 dicembre 1922 9.935.4 + 161.5 + 768.7

 

 

Si osservi che nei primi tre anni di guerra l’incremento della circolazione per conto del commercio fu esiguo, in tutto, fra il 30 giugno 1914 ed il 31 dicembre 1917, di appena 393 milioni di lire, il 17,8% della circolazione bancaria iniziale; che i grossi incrementi del 1918 e del 1920 coincidono con i prestiti nazionali in rendita perpetua assorbiti a stento mercé favore di anticipazioni da parte degli istituti di emissione; che la parte di gran lunga più importante dell’incremento ebbe luogo dopo la fine della guerra e coincise con il gonfiarsi delle imprese sovvenute ed incoraggiate dallo stato, nel tempo dell’economia associata o collettivistica a profitto di privati interessi; e parrà, dopo ciò, logico dubitare che imperiose necessità industriali e commerciali richiedessero lo slargarsi così impetuoso della fiumana cartacea. Si possono spiegare le necessità del tesoro; fin d’allora v’era chi non si inchinava alle ragioni dell’economia privata: «Vero flagello di dio» lo dichiarava un commentatore, solo tollerabile «nei frangenti estremi in cui è in gioco l’avvenire della patria» (C.d.S., 195 del 16 luglio 1915); e si faceva augurio che il governo sapesse «resistere a tutti gli incitamenti ad aumentare la circolazione per fini privati» (C.d.S., n. 304 del 3 novembre 1914). Contro la Lega nazionale delle cooperative, la quale, appena scoppiata la guerra, aveva diramato un questionario per chiedere l’inizio di «una coraggiosa politica finanziaria, che aumenti la circolazione, che faciliti la esecuzione dei lavori pubblici, che aiuti l’agricoltura, che sproni le rallentate attività dell’industria e del commercio» si ammoniva invece essere dannosa l’esecuzione di lavori pubblici in un momento in cui tutte le energie del paese dovevano essere indirizzate alle opere belliche, essere inutile spronare ed aiutare industria ed agricoltura, fin troppo eccitate, dal rialzo dei prezzi, a produrre beni richiesti per l’esercito. (C.d.S., n. 221 dell’11 agosto 1915).

 

 

Per qualche tempo le dighe poste dalla prudente legislazione e dalla tradizione bancaria resistettero. Anzi nel 1915 i biglietti circolanti per conto del commercio si contraggono. Cessata la moratoria nella primavera (cfr. parag. 149), i biglietti tesaurizzati durante il periodo della neutralità ritornano alle banche. L’esaurimento progressivo delle scorte, la vita forzatamente sobria, riducono il fabbisogno dei biglietti. O forse, come osserva il cronista sagace osservatore, «la progressiva concentrazione del movimento economico nelle mani dello stato riduce la frequenza dei trapassi di beni e così il bisogno di moneta» (Bachi, 1918, 35).

 

 

152. – Il tesoro fu il vero responsabile della sciagurata caduta della lira accentuatasi a mano a mano che le imposte ed i prestiti non bastavano a coprire le spese crescenti della guerra. Ricordiamo (cfr. parag. 18 e 23) che in lire antebelliche, i pagamenti per spese di guerra, rimasti a coprire col reddito nazionale, ammontarono dall’1 agosto 1914 al 30 giugno 1919 a 25.640 milioni, che i prestiti d’ogni genere ed i buoni del tesoro fornirono solo 21.644 milioni, che le imposte non bastarono nel frattempo a coprire le spese normali, anch’esse cresciute, e si vedrà quale fosse l’origine prima delle emissioni cartacee. Le quali, tolta di mezzo la distinzione fra circolazione commerciale e quella statale, che ora può a ragion veduta dirsi insussistente, così crebbero, in milioni di lire:

 

 

Circolazione bancaria totale

Variazioni intervenute

Corso medio in centes. di lira oro antebellica della lira carta nel mese succ. alla data controscritta[5]

nel semestre

nell’anno

chiuse alla data controscritta

30 giugno 1914

2.199.0

100.0

31 dicembre 1914

2.936.0

+ 737.0

96.1

30 giugno 1915

3.856.0

+ 920.0

83.5

31 dicembre 1915

3.968.0

+ 112.0

+ 1.032.0

77.2

30 giugno 1916

4.315.8

+ 347.8

80.5

31 dicembre 1916

5.012.3

+ 696.5

+ 1.044.3

73.6

30 giugno 1917

5.815.7

+ 803.4

71.4

31 dicembre 1917

8.425.0

+ 2.609.3

+ 3.412.7

61.1

30 giugno 1918

10.071.1

+ 1.646.1

58.8

31 dicembre 1918

11.750.2

+ 1.679.1

+ 3.325.2

81.5

30 giugno 1919

12.281.0

+ 530.8

61.2

31 dicembre 1919

16.281.3

+ 4.000.3

+ 4.531.1

36.9

30 giugno 1920

17.817.0

+ 1.535.7

28.4

31 dicembre 1920

19.731.7

+ 1.914.7

+ 3.450.4

18.2

30 giugno 1921

18.158.9

– 1.572.8

23.7

31 dicembre 1921

19.208.9

+ 1.050.0

– 522.8

22.5

30 giugno 1922

17.823.0

– 1.385.9

23.5

31 dicembre 1922

18.012.0

+ 189.0

– 1.196.9

25.2

 

 

La caduta della lira, non preoccupante fin allora, si accentua dopo la sciagura di Caporetto. Nel tumulto delle spese cagionate dalle perdite di uomini, di materiale bellico e di approvvigionamenti, dall’urgenza di rifornire le leve in massa che si mandavano a reggere l’urto del nemico sul Piave, posti dinnanzi ad imposte che fruttavano di meno ed a prestiti i quali non si potevano collocare abbastanza rapidamente, gli uomini di governo dovettero ricorrere a furia al torchio a stampa dei biglietti. Il fervore doloroso degli italiani non bastò a fornire volontariamente quanto occorreva allo sforzo: nel secondo semestre del 1917 la marea dei biglietti cresce di 2.609 milioni di lire, nel primo semestre del 1918 di 1.646, nel secondo di 1.679.

 

 

153. – Il cambio che, sotto la pressione di tanta carta e più di quella che si prevedeva dovesse essere stampata in avvenire, si apprestava a precipitare ben sotto i 58.8 centesimi oro per lira carta del luglio 1918, fu fermato temporaneamente dagli accordi intervenuti tra il giugno e l’agosto 1918 con le tesorerie degli Stati Uniti, dell’Inghilterra e della Francia per stabilizzare il corso del cambio sul dollaro a 6,33 sulla sterlina a 30,30 e sul franco francese a 1,16 lire. Il fermo fu possibile perché le importazioni avvenivano quasi in tutto a mezzo dello stato e questo pagava, dove non bastavano le divise tratte dalle esportazioni, con tratte sui crediti aperti dai governi esteri. Il cambio mantenuto così artificialmente basso fu causa, come era prevedibile, si importassero merci superflue; ed è dubbio se l’accentramento della più parte delle ordinazioni nelle mani dello stato abbia del tutto eliminato i consumi inutili[6]. Il danno diretto non fu rilevante, ché i debiti contratti dallo stato furono grandemente ridotti in occasione della liquidazione compiutasi di poi; ma fu grave il danno morale e gravissimo il danno indiretto economico che da quel danno morale derivò. Popolazioni e uomini politici immaginarono che il corso tanto vicino alla pari (6,33 lire per dollaro contro la pari di 5,18) mantenuto per qualche mese fosse naturale; che naturali e «giusti» fossero i prezzi delle merci e sopratutto delle derrate alimentari equilibrate con quel corso; che il prezzo del pane, in particolarissimo modo, dovesse essere mantenuto al livello basso determinato dai cambi legati dagli accordi interalleati. Quando il 25 marzo 1919 Londra e Nuova York aboliscono il controllo sui cambi italiani e le lire, sebbene controllate in Italia, possono liberamente essere negoziate all’estero, i cambi precipitano dagli 81.5 centesimi vincolati a 61.2 nel luglio 1919, a 36.9 nel gennaio ed a 28.4 nel luglio 1920. La caduta inasprisce le popolazioni, che ne risentono il contraccolpo attraverso un costo rapidamente crescente della vita ed allarma gli uomini di governo i quali vedono aprirsi una voragine, in cui il credito dello stato pare destinato ad inabissarsi. Invece che dar di scure sul tronco della causa, si infierisce con provvedimenti persecutori contro coloro che l’opinione popolare accusava del delitto di affamamento, di accaparramento, di arricchimento. Decreti incalzanti del 13 maggio 1919, del 29 gennaio, del 14, 18 e 24 aprile 1920 ordinano monopoli di cambi, vietano l’invio di lire all’estero, limitano la consegna di divise forestiere a chi dimostri di averne bisogno, rendono obbligatoria la riscossione delle merci esportate in valuta locale nei paesi dove questa fa aggio sulla lira o in lire italiane o valute pregiate nei paesi a valuta avariata; si riserva la contrattazione dei cambi ad un gruppo di banche privilegiate sotto l’egida dell’istituto dei cambi[7]. Il privilegio favorisce le oscillazioni dei cambi e non impedisce il deprezzamento della lira. Invano si fulminano sanzioni contro gli esportatori di capitali all’estero. Poiché nel tempo stesso si minacciano confische di patrimonio e cresce la paura della rivoluzione sociale, si indagano nuove sottili maniere di fuga dalla lira. A quanto ammontassero le somme messe in salvo all’estero non si seppe mai, sebbene taluno sussurrasse di 8 o 9 miliardi di lire; e questa stessa cifra o poco minore si ripetesse dopo, quando parve che la lira nuovamente corresse pericolo. Invano un commentatore, subito dopo l’abolizione del controllo alleato sui cambi, ammoniva che la vera difesa contro l’esportazione dei capitali «non sta nelle proibizioni, che sono inefficaci. Sta in un governo fermo e savio, in un buon sistema tributario, in una politica che tolga impacci e permetta alla produzione di ravvivarsi ed ai prezzi di ribassare gradatamente … Anzi in un paese dove il contrario accadesse, la fuga dei capitali sarebbe legittima e provvidenziale». Ma la lode delle sanzioni fatali e morali contro una cattiva condotta economica e finanziaria dei governi e contro le superstizioni popolari era tacciata di antipatriottica; né si voleva consentire nella verità che «il cambio alto, se sarà alto senza artifici governativi, se andrà su da sé, riuscirà grandemente benefico» impedendo le importazioni prorogabili e favorendo le esportazioni. (C.d.S., n. 99 del 9 aprile 1919). Una stampa scarsamente istrutta e uomini politici intenti a popolarità, assumendo i sintomi per le cause della malattia, additavano al pubblico la speculazione interna, le banche, gli alleati come i veri colpevoli per l’ascesa dei cambi. Cominciava quell’opera di falsificazione della realtà, che fece credere a molti non essere stata nostra la colpa del deprezzamento della lira. Non noi i colpevoli, con le disordinate emissioni di carta, ma gli americani, i quali pretesero di venderci il dollaro, invece che a 5 lire, a 10 e poi a 15, a 25 ed a 30 lire, ma gli inglesi che giunsero a chiedere 150 lire per ogni sterlina invece delle solite 25.

 

 

Invano si ammoniva non essere «onesto pretendere di dare solo 6 lire per un dollaro, quando nel tempo stesso raddoppiamo il numero delle nostre lire e ne diminuiamo così il valore reale». Il comandamento, enunciato in quel torno di tempo: «rompere il torchio dei biglietti», avrebbe potuto, se ubbidito, risparmiare al paese le più gravi o almeno le ultime e più penose convulsioni: «Anche i più esaltati sarebbero lieti di una tregua, di vivere, almeno dal punto di vista economico, un po’ tranquilli. Tutti desiderano sapere quanto in realtà vale lo stipendio, il salario, il reddito proprio. Se si cominciasse a vedere che per qualche tempo i prezzi non crescono più o non crescono più in generale, i nervi comincerebbero a distendersi, a quietarsi» (C.d.S., n. 233 del 23 novembre 1919).

 

 

Non si poté o non si riuscì a frenare la marea montante. Nel secondo semestre del 1919 la massa dei biglietti bancari crebbe di miliardi di lire (da 12.281 a 16.281 milioni). Doveva ancora crescere, con ritmo un po’ meno veloce, sebbene sempre pericolosissimo, di altri 3 miliardi e mezzo nel 1920, per giungere al 31 dicembre a 19.731.7 milioni di lire; ma allora la lira precipitava a 18.24 centesimi oro. Non mancava negli uomini i quali ressero la cosa pubblica nel 1919 e nel 1920 la buona volontà di contrapporre un solido argine alla marea devastatrice, la quale distruggeva quei ligamenti invisibili, i quali avevano durante un secolo dopo le guerre napoleoniche fatto si che gli uomini si fossero adattati a rimanere nella situazione in cui erano nati ed a fidare, per elevarsi, nello sforzo individuale ed aveano consentito miglioramenti graduali nella legislazione sociale e nei metodi produttivi e distributivi atti a far partecipare le classi più numerose ai vantaggi del progresso economico. L’instabilità monetaria distruggeva in sul nascere il rendimento delle imposte anche ragionevoli a cui si volesse ricorrere e moltiplicava richieste esagitate di confisca dei patrimoni di guerra, di fucilazione degli arricchiti, di decimazioni delle grandi fortune. Gli uomini di governo ubbidivano, immaginando di poter restaurare l’erario con imposte straordinarie sui patrimoni, con imposte successorie inasprite sino alla confisca, con l’avocazione dei profitti di guerra (cfr. sopra parag. 105 a 109). Ma in tempi fortunosi quando la gente si arricchiva per variazione di valore di cose materiali, non si sa da qual fonte i contribuenti avrebbero ricavato i mezzi di pagare imposte tanto alte: «Soltanto gente dottrinaria e demagoghi senza coscienza potevano supporre sul serio lo stato potesse farsi pagare imposte balorde come quelle messe su da un anno a questa parte, le quali supponevano che i contribuenti tenessero il mucchio dei quattrini nel sacco, mentre l’hanno investito in macchine, edifici, migliorie, merci». La persecuzione fiscale gonfia; oltre il reale, la circolazione apparente: «parecchi miliardi di biglietti stanno nascosti nei materassi dei contadini o nei ripostigli dei cittadini per la paura del bolscevismo e per salvarsi dalla persecutoria e pazza politica del governo» (C.d.S., n. 290 del 3 dicembre 1920). La paura dei colpiti eccita i frenetici a chiedere il regime del terrore. I sindaci dei comuni conquistati dai socialisti chiedono, in un convegno dei primi del dicembre 1920 a Milano, che i consigli comunali elevino a loro piacimento le tassazioni, senza rispettare i massimi stabiliti dalle leggi vigenti, aumentino progressivamente e senza limiti la tassa di famiglia, e quella di esercizio; istituiscano una speciale imposta sui vani vuoti e su quelli esuberanti; rechino a 60 centesimi almeno per ogni lira d’imposta dovuta allo stato non solo l’imposta di ricchezza mobile, ma anche quella sui sopraprofitti di guerra, che dallo stato era già stata innalzata sino ad assorbire l’intiero profitto; creino, senza uopo di legge, imposte nuove sui profitti di puro capitale, della speculazione, degli intermediari, sugli aumenti di patrimonio, sulle migliorie e sulle aree fabbricabili, mettano al posto del dazio consumo agili imposte sui consumi voluttuari e sulle classi privilegiate.

 

 

2- Il prezzo politico del pane e la corsa all’abisso

 

154. Inutilità di tentativi demagogici di frenare la marea montante della carta moneta. Il prezzo politico del pane minaccia l’estrema rovina e induce a consigli di salvezza. – 155. Nell’inverno 1920-21 la perdita statale sul pane sale a 400 e poi a 500 milioni di lire al mese. I partiti estremi minacciano la rivolta se il prezzo politico sia abolito. La camera vota un ordine del giorno che ne rende impossibile l’abolizione. Incertezze di propositi. – 156. Il progetto Nitti e le sue complicazioni.

 

 

154. – Erano, dopo l’insuccesso della invasione delle terre e della occupazione delle fabbriche, gli ultimi guizzi della malattia monetaria che aveva guasta le menti ed esagitati gli uomini. Anche l’uomo di governo che volle – egli che aveva governata l’Italia per lunghi anni con blandi strumenti finanziari e sempre aveva parlato di imposta progressiva senza attuarla mai – tradurre in legge taluni dei provvedimenti suggeriti alla piazza inconsapevole da consiglieri di demagogia, ben sapeva che con quei mezzi non si frenava il salire della marea cartacea. Se essa fu fermata; se il 31 dicembre 1920 segna con 19.731.7 milioni di lire il massimo della inondazione cartacea; se questa lentamente si ritira, a 19.208.9 milioni il 31 dicembre 1921, ed a 18.012.0 il 31 dicembre 1922; se questo iniziale e più faticoso ritirarsi segna l’alba della ricostruzione, il merito è degli uomini che, pur deboli ed ossequenti a demagogia, tentarono, come l’on. Nitti, in tempo meno propizio, o seppero, come l’on. Giolitti, meglio aiutato dal coraggio e dalla fortuna dei prezzi, ambi attraverso a fierissime opposizioni, a cui il primo soccombette, risolvere il vero grande problema dal quale dipendevano il risanamento del bilancio italiano e le fortune avvenire della lira. Il problema era quello del prezzo politico del pane.

 

 

Il problema era sorto inavvertitamente, dalla pratica della requisizione dei cereali a prezzi d’impero, dal monopolio statale delle importazioni dall’estero e dalla distribuzione del pane e delle farine per tessere ugualitarie assegnate secondo il bisogno fisiologico delle diverse categorie dei consumatori, senza riguardo anzi inversamente alla ricchezza (cfr. parag. 91). Durante la guerra e finché i cambi furono mantenuti entro i limiti convenuti coi governi alleati, ed i prezzi di requisizione non furono troppo più alti di quelli antebellici – solo il 22 novembre 1918 il prezzo del frumento tenero fu portato a 60 lire al quintale – il collettivismo imposto dalla situazione di piazza assediata non cagionò troppo grave danno all’erario. Il problema ingigantì d’un tratto quando da un lato fu necessario consentire aumenti di prezzo per la requisizione del frumento interno: da 60 a 75 lire per la messe del 1919, a 90 e poi a 100 lire per la messe del 1920 ed a 125 per quella del 1921 e dall’altro lato scaddero gli accordi per la fissazione interalleata dei cambi. Quando nel luglio 1919 l’on. Murialdi confessò che il tesoro perdeva ogni mese 200 milioni di lire per mantenere il pane ad un prezzo di centesimi 80, quasi la metà del costo di produzione, molti rifletterono che la spesa terrificante avrebbe, se non si poneva subito riparo, come una valanga di neve seppellito in breve il bilancio italiano. Desideroso di procedere gradualmente, un commentatore chiedeva che si dessero pure «buoni speciali ai veramente bisognosi, a coloro per cui il reddito per famiglia non superi le 1.200 lire all’anno; ma l’erario non può continuare a perdere 200 milioni al mese a beneficio di alcuni poveri, di moltissimi in grado di pagare il pane quel che costa, di molti in grado di pagarlo più del costo, dei cavalli buoi vitelli mucche a cui oggi è più conveniente dare pane a 80 centesimi il chilogrammo che fieno a 50, 60, 80 centesimi ed anche una lira. Il fatto sarà lamentevole, ma non c’è polizia capace di scoprire le riserve nascoste di cereali e di impedire, in tempi di siccità ai contadini di fare il calcolo semplicissimo della convenienza di alimentare il bestiame colla farina a buon mercato invece che col fieno caro» (C.d.S., n. 218 dell’8 agosto 1919). Il governo si era proposto il problema insolubile: «ridurre i consumi, mantenendo bassi i prezzi e dando dei buoni consigli; ha aumentato i consumi ed ha accollato al paese debiti di miliardi verso l’estero … Esclusa quella che chiamasi popolazione produttrice, ossia i contadini diretti produttori di frumento, il consumo mensile da 9.751.380 quintali nel 1917-18 crebbe a 3.447.500 quintali nel 1918-19 ed a 3.718.000 quintali nel 1919-90. Quali le cause dell’aumento? Innanzi tutto il più elevato tenor di vita delle popolazioni; che fa loro rinunciare progressivamente ai cereali inferiori, come il grano turco … Oltre all’aumento nei consumi, vi è lo spreco dovuto alla forma grossa del pane antipatica alle masse che possono spendere. Vi è il fatto che i contadini produttori diretti nascondono il frumento prodotto e si iscrivono nelle liste di coloro che hanno diritto alla tessera del pane e della pasta. Qual contadino si induce a consegnare a 75 lire il frumento al governo, quando per dar da mangiare alle bestie deve comprare il fieno a 50 lire ed il grano turco a 100 lire? Esso lo nasconde e lo dà alle bestie da ingrasso. Per il suo consumo va a farsi dare dal governo il pane a 85-90 centesimi … A poco gioveranno i premi di 30 lire per il grano e di 25 per il granturco per la maggior produzione oltre quella del 1918. Il distacco fra i prezzi d’impero e quelli di mercato resta enorme e nulla prevarrà contro l’interesse dell’agricoltore a non sprecare, dal suo punto di vista, i cereali da lui prodotti dandoli al governo a sotto prezzo, quando li può utilizzare più convenientemente nella stalla. Perché il governo … non limita il calmiere del prezzo del pane alla qualità di guerra, al pane da soldato? Chi vuole la razione al prezzo basso – il quale del resto potrebbe essere fissato ormai subito al prezzo di 1 lira al chilogramma, eguale in sostanza a meno di 20 centesimi dell’anteguerra, ossia a meno della metà, più probabilmente al terzo del prezzo antico, compri al prezzo di mercato. Il governo provveda il pane ordinario più scuro e più nutriente dell’altro con le requisizioni interne. Chi vuole pane fino, bianco, in piccole pagnottelle, in grissini, lo paghi quanto vale: 2,3 lire al chilogrammo e faccia venire per mezzo del commercio privato il frumento dall’estero.

 

 

È probabile che il pane ordinario sarà richiesto solo dai veri poveri che sono pochi e dalla vecchia e minuta borghesia. Gli altri, che più vociferano contro le iniquità sociali, andranno a gara nel pagar caro il pane fino. Il che dimostrerà a chiarissime note quanto sia grande lo scandalo odierno di dare un sussidio, sotto forma di sotto prezzo del pane, a chi può pagare, accollandone il peso ai contribuenti, i quali, nove volte su dieci, stanno peggio dei sussidiati, decisi per giunta a non pagare imposta» (C. d. S., n. 52 del 29 febbraio 1920).

 

 

155. – Lo sfavorevole raccolto frumentario del 1920 fece sì che soltanto 12 milioni di quintali sui 39 necessari nella campagna 1920-21 per la popolazione civile e per l’esercito si potessero ricavare dalla produzione interna, il resto dovendosi trarre dall’estero. Poiché il costo medio del grano importato raggiungeva le 230 lire al quintale ed il prezzo di cessione ai consorzi granari era di sole 60 lire per il frumento tenero e di 70 per quello duro, prevedevasi per l’erario, nonostante si mantenessero bassi i prezzi di requisizione all’interno, una perdita spaventosa di 4 miliardi e mezzo di lire in un anno solo. Perdita, la quale non potendo essere fronteggiata d’un tratto se non mercé stampa di biglietti, non poteva fermarsi a tal punto; ma, provocando un deprezzamento progressivo della lira, era foriera di sconvolgimenti peggiori. All’imminenza della sciagura non erano chi usi gli occhi degli uomini di governo; ma non osavano pigliar di fronte i partiti estremi, i quali minacciavano rivolte di popolo se si fosse toccato il prezzo politico del pane. Fra il 1919 ed il 1920 i consigli comunali socialisti, primo quello di Milano, suonavano campane a martello contro i governi i quali avessero osato un aumento; e dopo vivacissima discussione la camera dei deputati il 30 marzo 1920 votava ad unanimità una mozione presentata da un deputato socialista, nella quale si affermava dovesse essere «mantenuto il prezzo politico del pane a favore delle classi lavoratrici già duramente colpite dalla guerra», consentendo così, implicitamente, l’aumento a carico delle classi non lavoratrici e non disagiate. Quanto ai mezzi di provvedere al vuoto di bilancio di parecchie centinaia di milioni al mese derivante dal mantenimento del prezzo politico, la camera respinse un ordine del giorno Matteotti, il quale chiedeva l’effettiva decurtazione del patrimonio dei ricchi e la confisca dei sopraprofitti di guerra e votò, assenziente il gabinetto Nitti, il seguito dell’ordine del giorno del socialista on. Casalini, con cui si dichiarava doversi «provvedere al conseguente fabbisogno finanziario non con inasprimenti, che renderebbero ancor più penosa la vita alle classi disagiate, ma con la confisca dei sopraprofitti di guerra e con la tassazione rigorosamente progressiva del reddito fino ad eliminare i larghi margini destinati ai consumi di lusso e superflui».

 

 

La volontà della camera era inapplicabile; poiché una perdita continuativa, che per l’inasprirsi dei cambi dopo il dicembre 1919 era giunta oramai a 500 milioni di lire al mese, non si poteva fronteggiare con confische di sopraprofitti straordinari, del resto, in quanto erano noti, già aspramente falcidiati dalla imposta o con imposte progressive, per la esazione delle quali mancavano in tutto gli opportuni strumenti tecnici.

 

 

Per questa mancanza non si poteva distinguere efficacemente fra disagiati e benestanti e quasi nullo era il numero di coloro a cui si sarebbe potuto vendere, senza viva protesta di gruppi sociali e politici influenti, il pane a prezzo di costo. «Per crescerne la cifra oserà il governo far fare lo spoglio delle denuncie delle paghe operaie ai fini dell’assicurazione infortuni? Oserà mettere in luce che tutta la campagna contro le due qualità di pane è una montatura ipocrita sollevata da una minoranza faziosa, la quale riceve paghe alte e preferisce crescere il consumo del vino pur di non pagare il pane al costo? Chi tra i socialisti ha osato parlare alla camera contro il prefetto di Firenze, il quale ha emanato un’ordinanza per requisire il vino nella sua provincia e fornire di vino abbondante ed a prezzo mite, le tavole «popolari» e quelle delle «osterie fiorentine»? (C.d.S., n. 80 del 2 aprile 1920).

 

 

Gli animi si inasprirono in quella primavera del 1920 disputandosi intorno ai modi migliori di attuare il proposito manifestato dalla camera dei deputati delle due qualità di pane l’una per i disagiati e l’altra per i così detti abbienti. Divisione operata d’autorità dai cittadini in due gruppi, con tesseramento inteso ad impedire che il pane a buon mercato fosse richiesto anche da coloro che non vi avevano diritto? Ovvero produzione di due qualità di pane a prezzi diversi, l’uno politico ed inferiore al costo e l’altro corrente ed atto a coprire il costo intiero, con facoltà di scelta per i consumatori? Se il primo sistema era più farraginoso ed avrebbe provocato contrasti vivi fra i veri disagiati appartenenti ai ceti medi rovinati dalla svalutazione monetaria e le clientele relativamente grasse dei partiti politici, il secondo era avversato dalle organizzazioni operaie le quali affettavano di vedere nel pane bigio una dichiarazione di inferiorità sociale per i lavoratori e paventavano in realtà fosse dimostrata la capacità di questi ad acquistare il pane bianco e fino, quello bigio essendo accettato solo dalla gente sclassificata dalla svalutazione monetaria.

 

 

156. – Tentava di risolvere il dissidio un decreto reale promulgato, su proposta del secondo ministero Nitti, al principio del giugno 1920. In ossequio alle esigenze ugualitarie delle associazioni operaie, il tipo del pane rimaneva unico, ed il prezzo ne era fissato a lire 1,50 al chilogrammo. In ubbidienza all’ordine della camera di non far gravare l’aumento del prezzo del pane sulle classi lavoratrici, il decreto imponeva ai datori di lavoro, allo stato ed agli enti pubblici di corrispondere ai propri dipendenti e pensionati una indennità giornaliera di 25 centesimi per ogni persona di famiglia a carico. L’assegno non era dovuto a coloro i quali ricevessero salari in natura o possedessero frumento esente dalla requisizione o fossero tassati per la imposta di famiglia rispetto ad un reddito non inferiore a 12.000 lire annue, o, dove quella non esisteva, possedessero un reddito non inferiore a 10.000 lire ovvero possedessero automobili o vetture o cavalli di lusso. Un fondo di 100 milioni era istituito a favore degli istituti di beneficenza e degli enti pubblici affinché essi potessero sovvenire gli indigenti ed i disoccupati. Un contributo di 350 o 500 lire annue a carico dei reddituari oltre le 30 o le 25 mila lire accertate rispettivamente per l’imposta di famiglia e la imposta complementare avrebbe dovuto compensare lo stato per la rimanente perdita. Ma la perdita dell’erario, pur aumentando il prezzo di cessione del frumento da parte dello stato da 65 a 115 lire al quintale, si riduceva solo da 4.100 a 9.400 milioni di lire, ai quali si dovevano aggiungere 275 milioni di spesa per gli assegni agli impiegati e 100 milioni per gli indigenti; né sarebbe stata compensata dai contributi a carico di un limitato numero di abbienti. La novità delle sovvenzioni di famiglia agli operai, introdotta, non come in altri paesi, in seguito a propaganda persuasiva, per conseguire scopi sociali, ma quasi per incidente a scopo politico, avrebbe avvantaggiato, nella preferenza di occupazione, gli scapoli e gli improli. A tutti spiacente, il progetto provocò agitazioni e scioperi e da ultimo la caduta del ministero.

 

 

3- La salvezza del bilancio e l’inizio della restaurazione

 

157. L’on. Giolitti, con l’offa di provvedimenti demagogici, salva il bilancio dal baratro. – 158. La crisi dei prezzi nell’inverno tra il 1920 ed il 1921 fiacca la pugnacità degli estremi e potentemente aiuta la soluzione economica del problema del pane. Improvviso capovolgimento della situazione. – 159. La legge del 27 febbraio 1921, abolitiva del prezzo politico del pane, segna il momento della rinuncia al mito collettivistico e l’inizio della restaurazione.

 

 

157. – L’on. Giolitti mise innanzi proposte più semplici e queste furono abilmente difese dal ministro Soleri. Il grano nazionale destinato alla panificazione ed alla produzione delle paste comuni doversi cedere ai consorzi granari al prezzo medio di costo comprensivo del prezzo base di requisizione, dei premi e sopraprezzi regionali e delle spese di gestione. Ma doversi giungere allo scopo gradatamente: avanzando dalle 60 vigenti alle 90 lire per il grano tenero ed a 110 per quello duro nel marzo 1921, a 115 e 132,25 nell’aprile ed a 143,75 e 166,75 nel luglio. Coperta così la spesa di acquisto del frumento nazionale, i 24 milioni di quintali che si dovevano comprare all’estero ad un prezzo di 210 lire (corrente al principio del 1921) e si dovevano cedere ad un prezzo medio di 150 lire, davano luogo ad una perdita di 1640 milioni di lire. A coprirli l’on. Giolitti propose e fece approvare provvedimenti feroci di imposte, che furono dianzi (cfr. parag. 22, 105, 107) descritti: raddoppiamento dell’imposta complementare sui redditi superiori a 10.000 lire, di quella già altissima sui dirigenti ed amministratori di società commerciali, l’anticipazione di un’annata dell’imposta straordinaria sul patrimonio; l’aumento di lire 20 per ettolitro dell’imposta sul vino. Poco innanzi erano stati avocati intieramente allo stato i profitti di guerra e si era inasprita l’imposta successoria fino a superare in taluni casi il 100 dell’ammontare della quota ereditaria.

 

 

Il prodotto degli specifici inasprimenti deliberati per il pane, insieme con 400 milioni di un presunto maggior ricavo derivante dalla elevazione della tariffa dei tabacchi, si doveva versare ad un «conto del grano» incaricato di fronteggiare l’onere del prezzo politico residuo. Per la loro natura apertamente demagogica e per la loro ferocia empirica, i provvedimenti tributari avevano scopo dimostrativo. Fiscalmente improduttivi, ché le aliquote delle imposte erano oramai giunte a massimi non superabili, essi volevano dimostrare che i ricchi erano chiamati a raccolta nel momento in che si aumentava il prezzo del pane a carico delle moltitudini. Tentativo vano questo di cattivarsi i popoli con imposte sui ricchi; ché si replicò essere quelle imposte inapplicabili, od ostentatorie; ben altro facendo d’uopo per costringere i ricchi antichi e più gli arricchiti nuovi a pagare. Ma l’opposizione rossa fu stavolta meno viva: l’insuccesso della occupazione delle fabbriche avendo fiaccato lo spirito di rivolta delle classi operaie. L’ostruzionismo dei deputati socialisti contro l’abolizione del prezzo politico del pane fu straccamente condotto alla camera, più a modo di ritirata verbalmente dimostrativa che di energica battaglia.

 

 

158. – Incombeva sulla pugnacità dei rinnovatori sociali l’incubo della crisi economica, la quale s’era all’estero iniziata in quell’inverno tra il 1920 ed il 1921 e si estendeva nella primavera in Italia, persuadendo ad opera di difesa più che di offesa.

 

 

Quella crisi diede insperato e validissimo compimento all’opera risanatrice voluta dalla legge del 27 febbraio 1921. Questa pose le fondamenta dell’opera; ma, se prezzi e cambi avessero continuato a mantenersi alti, i provvedimenti tributari deliberati non bastavano certamente alla perdita ingente prevista per l’acquisto dei grani forestieri. La sensazione diffusa che si fosse finalmente pronti a chiudere la più grossa e minacciosa falla del bilancio fece ribassare i cambi: da 28,25 lire per il dollaro nel gennaio a 18,73 nel maggio 1921. L’abbondanza generale del raccolto del frumento nel mondo – anche in Italia la messe del 1921 diede 52.2 milioni di quintali contro 38.5 nel 1920 e 49 in media negli ultimi anni antebellici – fece declinare il prezzo del frumento estero da 225-30 lire in principio del 1921 a 150 lire nel giugno ed a 125-30 sul finire dell’anno. Per una delle consuete ironie della storia, la situazione d’un tratto parve capovolta. Allo stato il quale si era impegnato col decreto del 4 maggio 1920, quando il prezzo dei frumenti esteri era altissimo, ad acquistare o requisire il raccolto del 1921 ad un prezzo di 125 lire per i grani teneri e semiduri e di 145 lire per i grani duri, oltre agli speciali sopraprezzi per la produzione in speciali zone, mancò la convenienza di requisire a prezzi divenuti notevolmente superiori a quelli correnti all’estero sicché novò la requisizione generale in impegno di assorbimento, alle condizioni promesse, di quelle sole partite di grano che i produttori avessero offerto allo stato entro l’agosto, escluse le quantità per le semine e per l’alimentazione delle famiglie dei coltivatori. Questi, persuasi che il ribasso dei prezzi fosse transitorio, fecero scarse offerte allo stato, il quale poté così liquidare la gestione frumentaria assai più agevolmente di quel che si fosse sperato. Per qualche tempo tra la metà del 1921 ed il febbraio 1922, lo stato vende anzi ai consorzi a prezzi uguali ai suoi di requisizione e perciò superiori di quelli di mercato, con profitto suo e dei mugnai i quali importavano dall’estero a prezzi liberi, rivendendo ai consorzi la farina a prezzo di calmiere. Il 15 febbraio 1922 anche lo stato ribassa i suoi prezzi di cessione a 115 e poi a 110 per il grano tenero ed a lire 135 e poi a 122 e 117 per il grano duro; il 15 aprile il prezzo di cessione è ridotto a quello corrente, medio fra il prezzo del grano nazionale e quello del grano estero. Nel gennaio 1922 i consorzi granari provinciali sono messi in liquidazione e nell’agosto successivo le scorte granarie sono esaurite. Se la fortuna del tempo di crisi consentì allo stato di spendere nei due esercizi finanziari 1920-21 e 1921-22 appena 3.500 milioni di lire invece dei 6.300 milioni che erano stati preveduti per il solo esercizio finanziario 1920-21, conviene ricordare che la fortuna va colta al varco; e poiché la minor perdita fu sopratutto dovuta al ribasso dei cambi, e questo, già lo si avvertì, all’effetto psicologico dell’iniziato ricupero della sanità finanziaria, importa registrare qui la benemerenza degli uomini i quali seppero porre un argine alla marea montante di una perdita che, variamente calcolata, fu per fermo la parte più cospicua di quella complessiva, giudicata dai 12 ai 15 miliardi di lire, che l’erario sofferse per approvvigionare di derrate alimentari il paese negli anni di guerra e più del dopoguerra[8].

 

 

159. – In un commentario economico l’argine posto alla perdita dell’erario va ricordato in primo luogo. Ma quella perdita era l’indizio esteriore di uno sconvolgimento più profondo il quale veniva fermato con l’abolizione del prezzo politico del pane. Quel febbraio del 1921 in cui il parlamento deliberò di porre fine ad uno sperimento durato fin troppo a lungo, fu deciso anche lo smantellamento dell’edificio economico collettivistico che, in un paese impreparato psicologicamente alla guerra, era stato frutto fatale di questa e tendeva a perpetuarsi perché coincideva con un mito sorto assai tempo prima e divenuto potente per la attuazione che di esso dicevasi avvenisse in un grande paese, le cui fragili assisi sociali erano dalla guerra state intieramente distrutte. Il prezzo politico del pane affermava invero il principio che gli uomini avessero diritto ad acquistare un alimento fondamentale non in ragione di un prezzo di mercato, ma in quella del prezzo che si riteneva potesse essere pagato dal ceto più disagiato e numeroso di essi. Il principio non può essere ammesso per il pane e negato per gli altri beni economici; ché se si consente sia giusto tutti gli uomini ricevano pane in quantità eguale, anzi in quantità sufficiente ai loro bisogni e quindi più i lavoratori manuali che gli intellettuali, più gli operosi che gli oziosi, perché non gli altri beni? La legge del 27 febbraio 1921 salvò, attraverso una sciagurata, forse inutile, certo pericolosa ostentazione di provvedimenti fiscali demagogici, il bilancio italiano, e perciò arginò la fiumana della carta moneta, la quale traeva all’estrema rovina le classi medie: ma distrusse sopratutto un mito, ben più dissolvitore dei disavanzi di bilancio e dei deprezzamenti monetari, quello della uguaglianza economica.

 

 

4- Profezie lugubri e sforzi di ripresa

 

160. Mutevoli sensazioni degli italiani nel dopo guerra. Voci di ripresa. – 161. Prognostici di fame; profezia di disavanzi e di svalutazione monetaria. – 162. Ancora lo spettro della scomparsa delle materie prime e la sua scomparsa dopo il ribasso dei prezzi del 1921. Il ritorno alla sanità mentale tra industriali a commercianti. – 163. Persistono la lugubri profezie di indebitamento a miseria. Si replica che il pericolo sta nella classe politica. – 164. Fantasmi contabili di disavanzi paurosi. La situazione vera era assai mano grave dalla descrizioni fatte dai politici. – 165. Fantasmi di debito pubblico opprimente e sua realtà. Come la situazione del bilancio ad un tratto appaia migliorata grandemente. I provvedimenti tributari demagogici non ne hanno merito.

 

 

160. – In quegli anni torbidi nei quali il buon senso degli uomini di governo e la fortuna dei prezzi salvavano il bilancio dello stato e dal collettivismo di guerra ritraevano l’economia italiana a battere nuovamente le vie antiche, le sensazioni degli uomini mutavano quasi di ora in ora, alternatamente, dalla sfiducia nera alla fede nell’avvenire. Prima della occupazione delle fabbriche, ma dopo che l’esito del grande sciopero metallurgico torinese aveva dimostrato la capacità delle due parti contendenti a fronteggiarsi (cfr. parag. 141), taluno scriveva queste parole di fede: «Dopo la fine della grande guerra, vi fu realmente un momento in cui l’Italia parve spaventata dalla grande impresa compiuta, si sentì sola, sfiduciata, in mezzo ad un mondo di alleati indifferenti e di nemici in dissoluzione, priva di materie prime e di alimenti. Vi fu quasi del panico, allora, in Italia; parve a molti di sentirsi l’acqua alla gola e si invocò disperatamente aiuto; non si sa da chi, purché l’aiuto venisse e ci salvasse dall’estrema rovina. Quel momento, oggi, nel paese, è scomparso. Ci sono dei segni esteriori i quali cominciano a dircelo: il cambio, per quanto ora abbia subito una ripresa, ribassato; le esportazioni cresciute; la circolazione, la quale ha subito un punto d’arresto. E questi fatti visibili e numerici sono gli indici esteriori di fatti ben più confortanti, i quali si verificano nel paese, fra industriali, commercianti, agricoltori, contadini. Vi è un nuovo fervore di iniziative fra gli uomini, i quali lavorano e producono. Si prospettano impianti, si vorrebbero allargare stabilimenti. Si pensa: almeno potessimo sapere quale è la sorte che ci attende, quali imposte saremo chiamati a pagare, anche gravi, purché definite e certe! Purché lo stato ci dicesse chiaramente quale è la parte sua e poi ci lasciasse in pace, noi penseremmo al resto. La paura di rimanere privi di materie prime era un fantasma irreale giornalistico ed è sfumato come nebbia al sole. Se anche non l’hanno ancora pensato o non l’hanno ancora detto, gli industriali italiani agiscono come se fossero convinti di potersi approvvigionare ai prezzi di mercato quando e dove vorranno alle stesse condizioni degli altri paesi. Si vede, si sente che il monopolio dei paesi produttori è una chimera; che quei paesi hanno altrettanto bisogno di vendere quanto noi l’abbiamo di comprare; e si ha la sensazione di un cambiamento di rotta nei prezzi. Anche il problema del lavoro non appare più così pauroso.

 

 

Durante lo sciopero temporalesco di Torino c’è stata come una scarica di elettricità. La tensione eccessiva si è allentata; molti operai sono stanchi delle vociferazioni continue dei comizi dentro la fabbrica, delle discussioni interminabili. Si sono persuasi che, qualunque siano gli ideali delle due parti, c’è un tempo di lavorare ed un tempo di discutere.

 

 

Stabilimenti di prim’ordine, dove prima c’era molta inquietudine ed un grosso calo nella produzione, notano un aumento di produttività operaia; del 5 del 7% in un mese, in due mesi. Cifre non grandi ma significative.

 

 

Lasciate a sé, le due parti, imprenditori ed operai, proprietari fittavoli e contadini, troverebbero la via per intendersi. Transazioni, accomodamenti, tregue; non pace vera e propria. Ma il mondo sociale è sempre vissuto di transazioni; e la pace sociale è un continuo compromesso» (C.d.S., n. 144 del 16 giugno 1920).

 

 

161. – Altri però dagli stessi fatti traeva conclusioni lugubri. Quando già la crisi, venuta dagli Stati Uniti, aveva cominciato a far crollare l’edificio artificioso dei prezzi di guerra ed a ricondurre gli industriali a più sano operare economico, quando già il fallimento della occupazione delle fabbriche e la minaccia salutare della disoccupazione avevano persuaso gli operai della necessità di lavorare, quando il crollo dell’Ansaldo e della Banca italiana di sconto avevano tolto di mezzo taluni fra i più ingombranti relitti del mito dell’economia associata; quando già l’abolizione del prezzo politico del pane aveva ricondotto il disavanzo del bilancio statale a condizioni non paurose; quando perciò si poteva prevedere la rinascenza alla vita ordinaria, che è un operare duro e continuo, l’on. Nitti ripeteva nel marzo 1922 a Melfi il suo vecchio monito, in altri anni vero (nel 1919, cfr. sopra parag. 113) che «l’Italia corre pericolo di fame» ed ammoniva malinconicamente «che la fame per un paese è preceduta dalla caduta del credito, dalla incapacità di acquisto determinata dalla ascesa dei cambi, dalla chiusura delle fabbriche, dalla disoccupazione e dagli alti prezzi». Della lugubre profezia l’on. Nitti dava la prova: bilancio in disavanzo di 5 miliardi, disavanzi proporzionatamente più forti nei bilanci delle ferrovie, delle poste, dei comuni, delle province; eccedenza di 1 miliardo al mese in oro dei consumi sulla produzione; la lira ridotta al quinto od al quarto del suo antico valore; caduto uno dei maggiori istituti di credito d’Europa; 31 miliardi di buoni del tesoro in circolazione, indice patologico di sfiducia dei risparmiatori nelle industrie e stimolo pericoloso allo spreco del denaro pubblico; perseguitato il capitale con confische e con minacce di nominatività. Il presidente del consiglio del tempo, on. Facta, ripeteva compuntamente la lezione che il suo predecessore gli forniva. Il difficile momento economico attraversato dal mondo con la crisi del 1921 «si è manifestato più violentemente nel nostro organismo». Noi stiamo peggio della Francia, la quale ha ferro, ha carbone, basta a sé per il grano; stiamo peggio della Germania, che ha segala e carbone e lignite; peggio dell’Inghilterra, la quale ha carboni, ha cotoni, ha il mare libero.

 

 

162. – L’opinione pubblica, ascoltando codesti profeti di sventura, si allarmava; e l’inquietudine disperata ritardava la guarigione. In realtà parecchi dei sintomi interni di malattia davano, come si è detto sopra, segni di minor violenza. Retorica la tesi che l’Italia consumasse 1 miliardo di lire al mese di più di quanto produceva, in un tempo in cui avevano avuto termine i prestiti esteri. Aveva sapore puramente politico l’altra tesi di un’Italia obbligata a pagare le materie prime a prezzi proibitivi (cfr. parag. 73), la quale nel 1919 aveva già eccitato gli italiani, inquieti per i non conseguiti frutti della vittoria, a dolersi degli alleati anche per una fantasticata oppressione economica. Le materie prime erano monopolizzate, dicevasi nel 1919, dalla «grande lega franco anglo sassone, di cui l’Italia sarebbe divenuta la schiava economica. Stati Uniti Inghilterra e Francia ci jugulerebbero in pace, ci costringerebbero a pagare loro enormi tributi in denaro per la concessione, ad altissimo prezzo, di limitate quantità di materie prime. L’Italia, famelica per abbondanza d’uomini e priva di materie prime, sarebbe in una situazione persino più disperata della Germania, la quale può disporre, nonostante la perdita della Lorena, della Sarre e forse dell’Alta Slesia, di abbondanti giacimenti di carbone, di discreta riserva di minerale di ferro, di ampie ricchezze in potassa». Sebbene in quel momento quando i prezzi erano altissimi per il passaggio dall’economia di guerra a quella di pace, la leggenda avesse qualche parvenza di vero, taluno contrapponeva pianamente al farnetico che se i paesi consumatori di materie prime debbono comprarle, quelli produttori debbono venderle. Venute meno le ragioni militari della distribuzione di esse d’autorità, le materie prime debbono nuovamente andare a chi è meglio in grado di «lavorarle a minor costo, di trarne un prodotto più finito, più pregevole, meglio atto a soddisfare i gusti degli uomini … Il problema delle materie prime è davvero un grande problema: non però economico, bensì morale … La fiducia nell’avvenire, che la vittoria ha rinsaldato, la sicurezza di essere in grado di stare a paro con gli altri, quando non sia vanteria di torpidi, quando sia congiunta a senso del dovere, a volontà tenace di applicazione, è coefficiente prezioso di vittoria economica. Dipende da noi, esclusivamente da noi, ottenere la vittoria economica dopo la vittoria politica. I veri nemici del paese sono quelli che pretendono dimostrargli di essere stato vinto e così lo scoraggiano e lo inferociscono e lo fanno vittima dell’invidia impotente.

 

 

Bisogna reagire vivamente contro questa predicazione di disfacimento e di immiserimento. Dinnanzi ad un popolo serio, lavoratore, tecnicamente capace, tutti i provveditori di materie prime si metteranno in ginocchio. Essi, non noi» … (C.d.S., n. 322 del 12 agosto 1919). Tre anni dopo lo stesso scrittore commentava: «I fatti mi hanno dato ragione; le materie prime sono ora preoccupanti, non per noi che le consumiamo, ma per i paesi produttori che non trovano a venderle … Il mondo economico va a cicli; a periodi di rialzo, di allegria, di ottimismo, seguono periodi di ribassi, di fallimenti, di pessimismo … Non si poteva mantenere in piedi il castello di carta dei prezzi alti, degli investimenti febbrili nelle industrie, degli accaparramenti di merci, di fidi larghi concessi dalle banche. Se avessimo continuato a sovrapporre altre carte sulle carte già esitanti del mirabile castello costrutto in passato, allora si sarebbe venuta la rovina irrimediabile od almeno lunghissima. Ed invece si liquida. Ossia si torna alla sanità mentale; si guarda con occhi chiari l’avvenire; si discerne il grano dal loglio; ci si arresta sulla china sdrucciolevole degli investimenti malsani … L’acme della crisi è anche il segno della riscossa» (C.d.S. n. 65 del 17 marzo 1922).

 

 

163. – Il contrasto dura sino all’ultimo momento. Contro i profeti di sciagure, i quali ancor nell’ottobre 1922 facevano pensare ad un’Italia che precipitasse nell’abisso, si elevavano voci le quali subito dichiararono quelle essere «esagerazioni enormi lontanissime dalla verità».

 

 

Indubbiamente sarebbe stato strano che «una scossa così profonda come fu la guerra mondiale non avesse lasciato traccia sull’organismo economico italiano». Ma la situazione non appare tragica a chi la guardava con l’occhio dell’osservatore sereno. Vi sono industrie in crisi e principalmente la siderurgia, i cantieri navali, lo zolfo ed alcune altre; e sono quelle che crearono in passato e più persistono a non volere liquidare situazioni false e insostenibili. Ma ve ne sono altre, come le tessili, cotone, lana, seta, le quali vanno splendidamente. Se in talune regioni l’agricoltura subì perdite, ciò accadde a cagion della siccità, la quale fece perdere gran parte dei prodotti dei prati e spopolò le stalle … Altrove, la vendemmia andò magnificamente ed i viticultori ammucchiarono tesori. Nel Veneto l’energia degli agricoltori è tale che, pur senza aver ricevuto le indennità ad essi liquidate, ricostruiscono le case ed intensificano le culture. Ci sono, è vero, alquanti disoccupati; ma il loro numero scema ed è artificiosamente cresciuto dal modo di presentare le statistiche relative. Ci sono, è vero, molti che percepiscono pensioni e sussidi; ma qualunque siano le dichiarazioni da essi fatte per non perderli, in grandissima parte costoro lavorano altresì e producono. Dire che è diminuita la popolazione lavoratrice è dire cosa assolutamente irreale; il numero dei disoccupati è una piccola frazione di quelli che la guerra ha abituato a lavorare distogliendoli dal dolce vivere di piccole rendite e dalla dipendenza dal capo famiglia … C’è oggi in Italia un grande tramestio, un grande sommovimento di classi e di occupazioni. Se ciò dà luogo a malcontenti ed a lagnanze, ciò è causa altresì di gran bene. Il numero dei lavoratori cresce e scema quello degli oziosi. Si consuma di più? Non pare, se si pensa che nei tre anni dopo l’armistizio si consumarono 60 milioni di quintali di frumento in media all’anno, appena 1 milione in più che nei tre anni prima della guerra, sebbene la popolazione sia nel frattempo cresciuta. Per mangiare di più ci indebitiamo coll’estero? Dove sono le prove di questo fatto? Ci indebitammo all’estero nel tempo di guerra per cagione di vita e ci indebitammo dopo finché il cambio fu mantenuto artificialmente basso dai governi. Ma non si può sostenere sul serio che l’Italia si sia indebitata per 15 miliardi nel 1920 e per 11 miliardi nel 1921. Non si indebitò lo stato, ché i suoi 21 miliardi di debito estero hanno origine anteriore; né consta che si siano indebitati in quella misura i privati. Chi sono questi misteriosi creditori di tanti miliardi? è aumentato il cambio? Si, in confronto al 1918 ed al 1919, quando la sterlina era tenuta dai governi a 37 lire. Ma quello era un prezzo di artificio di cui subiamo duramente le conseguenze. Appena i governi tolsero i vincoli, la sterlina salì rapidamente verso il 100 e su tale punto rimase, con oscillazioni che sarebbe compito del tesoro e delle banche di emissione temperare. Anzi il dollaro, che è la sola moneta tipica perché è la sola permutabile in oro, l’anno scorso a questa data valeva 25 lire circa; e toccò un giorno quasi le 30 lire». Tuttavia i pessimisti possono forse aver ragione: «La sterlina può ancora salire ad altezze ora insospettate; la crisi può dilaniare le nostre industrie; la nostra economia può precipitare nel baratro. Non svalutiamo questo pericolo; ma attribuiamone la responsabilità ai veri colpevoli. Questi non sono i cittadini italiani in quanto produttori e lavoratori. L’economia italiana non ha nulla da temere per quanto si riferisce alla capacità di lavoro e di sforzo degli italiani. Ha tutto da temere per quanto si riferisce alla loro incapacità di scegliersi un governo decente. Chi consuma troppo, chi spende e spande non è il privato, o almeno non è la più parte dei cittadini privati; è lo stato dilapidatore senza freni del denaro altrui … Vada su o vada giù il marco, paghi o non paghi la Germania, se noi avremo l’elementare coraggio e la semplice onestà di mettere ordine nel nostro bilancio pubblico, saremo alla fine di altri malanni. Avremo questo coraggio e questa onestà? Noi siamo pessimisti appunto perché vediamo uomini politici che furono o saranno al governo … gettare … troppa colpa sugli altri, sulla Francia ostinata, sugli italiani che non lavorano e mangiano troppo … Quando avremo visto costoro battersi il petto e fare, d’accordo con i partiti nuovi, non responsabili del passato, il contrario di quello che si fece, allora saremo ottimisti. Non occorre altro, ma purtroppo finora, gli uomini politici italiani si sono dimostrati incapaci di fare questo poco» (C.d.S., n. 253 del 21 ottobre 1922).

 

 

164. – A disanimarli dallo sforzo produttivo incombeva sugli uomini politici di quegli anni fortunosi lo spettro del disavanzo colossale. Il mito si sposava alla realtà in questa materia e trasformava fantasmi contabili in paurosi ostacoli, che parevano insormontabili. Alla vigilia della sua ultima ascesa al potere, l’on. Giolitti nel giugno del 1920 dichiarava in 18 miliardi di lire il disavanzo annuo del bilancio dello stato: 10 miliardi di entrata o 28 di spesa. «Questo fatto brutale, impressionante» non da tutti era tuttavia preso sul serio: «sui 28 miliardi di spese solo 13 appartengono – altri osservava – al bilancio ordinario. Un disavanzo ordinario di 3 miliardi all’anno non sarebbe tale da impressionare soverchiamente. Purché si metta un freno al crescere incomposto delle spese, i 3 miliardi dovrebbero essere coperti in pochi anni. Le imposte già in atto e decretate sono capaci di questo sforzo … Se il ministero perfezionerà i tributi esistenti, sopratutto se esso si metterà al lavoro ingrato, ma unico fruttifero, di esigere le imposte vigenti, se darà i mezzi all’uopo, in pochi anni il bilancio ordinario sarà a posto e l’economia del paese, libera dall’ossessione del fallimento, rifiorirà». Quanto ai 15 miliardi di spese straordinarie, calcolavasi si distinguessero in 5 miliardi di residui passivi rinviati al 1920-21 dagli esercizi precedenti, 5 miliardi di spese di guerra da liquidare, risarcimenti di danni alle province invase, disavanzo ferroviario e marittimo e 5 miliardi di perdita sul pane. Tolta di mezzo quest’ultima dall’on. Giolitti, quel che restava di spesa straordinaria poteva essere eliminato con uno sforzo energico di volontà. (C.d.S., n. 148 del 20 giugno 1920).

 

 

Taluno intuiva che, per una parte di quei residui di guerra, lo sforzo di volontà si limitava ad una epurazione contabile. La somma dei pagamenti operati nell’esercizio 1919-20 per le spese militari (esercito e marina) appariva di 11 miliardi di lire, più di 900 milioni di lire al mese, quasi il doppio della perdita per il prezzo politico del pane. Dalla quale paurosa cifra traevano partito i fautori del disordine per chiedere si cominciasse col ridurre le spese militari innanzi di crescere il prezzo del pane a danno dei poveri. Chi era persuaso che la spesa reale fosse ben inferiore a quella apparente incitava (C.d.S., n. 246 del 13 ottobre 1920) il ministro della guerra a chiarire l’enigma contabile; ed il ministro Bonomi chiarì infatti che sui 9.5 miliardi pagati nel 1919-20 per il suo ministero, ben 5 miliardi si riferivano a pagamenti regolati e registrati in ritardo, del tempo proprio di guerra; e che i restanti 4.5 si erano già ridotti nel 1920-21 a 3 miliardi circa e tendevano a ridursi ancor più, ad una somma la quale, tenuto conto della svalutazione monetaria, appariva minore di quella del 1914: 151 milioni di lire svalutate al mese contro 50 milioni antebellici. (C.d.S., n. 254 del 22 ottobre 1920).

 

 

165. – Antichi neutralisti e nuovi rivoluzionari comunisti anche si compiacevano ad additare come massimo e solo frutto della guerra un debito pubblico cresciuto per modo da ingoiare l’intera fortuna nazionale, pubblica e privata. Negli ultimi giorni del 1920 l’esposizione finanziaria del ministro del tesoro, on. Meda, aveva ingigantita l’impressione di peso del debito pubblico: al 30 ottobre 77.5 miliardi di lire correnti di debito interno e 20.6 milioni di lire oro di debito verso l’Inghilterra e gli Stati Uniti, equivalente, al cambio del giorno, ad altri 100 miliardi di lire. Ma contro il quadro millenario, si osservò subito che dei 20.6 miliardi di debito estero non occorreva preoccuparsi perché si sarebbe certamente convenuto, come poi di fatto accadde, «un regolamento di esso che non implichi rimborso» a nostro carico; e neppure occorreva preoccuparsi dei 12.7 miliardi di debito per biglietti di banca e di stato, perché non solo non richiedevano interessi, ma anche non imponevano, come in realtà poi non imposero, rimborso, bastando all’uopo lasciare operare la vis medicatrix naturae e la sola cosa veramente importante essendo di non crescere ancora l’inflazione monetaria esistente. «Importa arrestarci ad ogni costo e restar fermi. Non salire per non crescere il disagio delle classi a reddito fisso; non diminuire per non produrre fallimenti nelle industrie, disoccupazione, necessità di ridurre i salari, epperciò malcontenti nuovi ed agitazioni perenni. Il tempo aggiusterà ogni cosa, se gli si lascia modo di intervenire». Il vero debito oneroso riducevasi perciò a 64.8 miliardi di lire ossia a 4.36 volte il debito prebellico di 14.8 miliardi di lire; i quali, tenuto conto del mutato valore d’acquisto della lira, non cagionavano ai contribuenti un sacrificio maggiore di quello sopportato prima della guerra. (C.d.S., n. 308 del 24 dicembre 1920).

 

 

Il problema di un bilancio non più oneroso che nell’anteguerra non era dunque insolubile. Quel medesimo on. Giolitti, il quale prima di salire al potere aveva terrorizzato un’opinione pubblica paurosa di cadere nell’abisso bolscevico con lo spettro di un disavanzo di 18 miliardi di lire, alla fine del febbraio 1921 nel discorso con cui strappava, e fu, già si disse, grande e decisiva vittoria del rinato buon senso, alla camera il consenso all’abolizione del prezzo politico del pane, annunciava che, dopo ciò, il disavanzo poteva dirsi ridotto a 4 miliardi di lire. Troppo grossa ed improvvisa riduzione se il disavanzo precedente non fosse stato, all’infuori del pane, frutto di residui bellici e di allucinazioni contabili. (C.d.S., n. 50 del 27 febbraio 1921). Non passano due mesi ed i ministri Schanzer e Bertone annunciano non solo ridotto il disavanzo ma ormai avviato il bilancio al pareggio. (C.d.S., n. 103 del 30 aprile 1921). Ne eravamo ancora lontani; non tanto perché il pareggio non fosse potenzialmente in atto, per la progressiva eliminazione delle spese ereditate dalla guerra, quanto perché lo spirito pubblico era ancora pervaso da sentimenti i quali spingevano a costosi interventi statali nell’economia privata, ad incremento di numero dei pubblici impiegati, a rilassamenti disciplinari che importavano spreco del denaro pubblico, a provvedimenti demagogici tributari, i quali terrorizzavano il risparmio, provocavano inizi di fuga dalla lira ed inducevano allo sperpero. Faceva forse d’uopo terrorizzare e confiscare (cfr. parag. 157) per dare alle moltitudini arra di energia contro i profittatori della guerra? «Che lo spirito pubblico – scriveva un contemporaneo – non sia più acceso come due anni od un anno fa, che il pericolo della distruzione bolscevica sia scomparso, è certo. Forse che il risultato era stato ottenuto coll’indulgere a provvedimenti demagogici? Lo stesso osservatore rispondeva «recisamente» che questi «non vi contribuirono né punto né poco. Essi ebbero invece un altro effetto, diverso e deplorabilissimo: rinfocolarono nelle masse i sentimenti d’odio e di sprezzo delle classi dirigenti, le quali furono accusate, oltrecché di sanguinoso arricchimento, di ipocrisia.

 

 

Fu detto e ripetuto le mille volte dai giornali e dagli oratori socialisti che quei provvedimenti erano una lustra; che non sarebbero stati applicati; che trattavasi di polvere negli occhi per far star tranquille le plebi; che appena passato il pericolo sarebbero stati posti nel dimenticatoio … Si seguitò a dire che nessuno denunciava, che nessuno pagava, che non era vero che l’imposta successoria facesse piangere vedove e pupilli, che era tutta una farsa combinata; e la pacificazione degli animi fu dalla politica della finanza demagogica ritardata e non affrettata. Essa avvenne non per merito, ma nonostante quella politica» (C.d.S., n. 60 dell’11 marzo 1929).

 

 

5- La più grande riforma tributaria e il ritorno alle tradizioni

 

166. Il merito è dell’abolizione del prezzo politico del pane e del ritorno alle tradizioni. La nomina di Pasquale D’Aroma a direttore generale delle imposte dirette fu la vera riforma tributaria.

 

 

166. – La salvezza del bilancio fu massimamente dovuta, oltreché alla vittoria della sanità mentale nella questione del pane, al ritorno alle tradizioni, le quali avevano sempre voluto a capo delle grandi amministrazioni finanziarie uomini di alta levatura intellettuale e di carattere energico. Con Cavour e con Sella avevano lavorato uomini non famosi tra il pubblico, ma conosciuti ed apprezzati dai ministri; e la tradizione da essi creata aveva dato ai ministeri finanziari, attraverso a varie vicissitudini politiche, una salda struttura, arra di continuità e di forza. L’Italia politica ed amministrativa era stata costrutta da quegli uomini probi, laboriosi e capaci. Al momento della guerra e dopo, erano ancora vive le tradizioni ed esse davano potere a qualcuno attissimo a spaventar ministri e uomini politici con fantasmi di paurosi disavanzi immaginari, persuaso, forse non a torto, di salvare così il paese dal dilagare delle spese inutili[9]. Fioriva ancora un’antica tradizione gonfiare nei preventivi le spese ed impicciolire le entrate per salvare il bilancio e l’economia nazionale dai dilapidatori. Se vi era l’uomo atto a difendere l’edificio logorato dal tempo, mancava chi fosse atto a ricostruirlo, rispettando tradizioni, ed annullando, pur tra l’indulto verbale, i perniciosi effetti delle nuove esigenze demagogiche.

 

 

Nell’ottobre del 1919 a capo della più gelosa branca dell’amministrazione tributaria, quella delle imposte dirette, la più tormentata dai tentativi di innovazioni distruggitrici fu posto un giovane, Pasquale d’Aroma, il quale aveva fatto fin allora ottima prova di funzionario dirigente di grandi uffici tributari locali e di membro di commissioni di riforma delle imposte dirette. Un biografo così parla dell’opera sua: «Aver consentito, a chi gliene faceva proposta, a nominar D’Aroma di botto direttore generale delle imposte è il maggior vanto del gabinetto e del ministro (Nitti e Tedesco) dell’ottobre del 1919. Probabilmente il Tedesco, coscienzioso e scrupoloso come era, ebbe, quella sera, qualche apprensione, di cui non diede poi segno mai, di fronte alla sua burocrazia, nel far fare un così gran salto ad un funzionario del ramo “esecutivo”; e, pur essendo ben consapevole del grande vantaggio che ne sarebbe derivato alla pubblica cosa, forse non vide pienamente che egli, con quella nomina, decretava la maggiore delle riforme tributarie che in Italia si sia compiuta dalla guerra in poi; e si potrebbe aggiungere anche per gran tempo prima. Non le leggi difettavano o la possibilità di mutarle agevolmente. Era fiacco l’impulso primo all’applicazione della legge; faceva d’uopo un uomo che quelle leggi antiche e quei decreti nuovi facesse vivere, per la salvezza della finanza dello stato. Perciò si poté fondatamente dire che D’Aroma era, per sé stesso, l’ottima fra le riforme tributarie che si potesse fare in Italia.

 

 

Contribuenti, funzionari, ministri venuti di poi ben lo seppero. Si seppe che a guardiano della più delicata branca dell’amministrazione tributaria, di quella che richiede la maggior somma di iniziativa, di rettitudine, di comprensione delle necessità dell’erario e dell’economia, era stato posto un uomo, degno erede di coloro che avevano costruito sessant’anni prima il meccanismo dell’Italia unificata tributariamente. L’idea fondamentale che, dal 1919 in poi, lo inspirò, fu di “ricostruire” l’edificio tributario che il trascorrere del tempo e le esigenze della guerra avevano guasto. “Ricostruire” è un’idea complessa e non v’era tra i funzionari posti a capo di una grande amministrazione pubblica chi, al par di lui, fosse meglio capace di tradurla in realtà vivente. Ricostruire significa avere in sospetto le costruzioni proposte dai riformatori. Ascoltava con ossequio le idee geniali espostegli dai suoi ministri e dai professori che i ministri avevano chiamato a consiglio; ma piano piano poi le demoliva, lasciando, se non il professore, persuaso il suo ministro che egli mai aveva pensato ad attuare quell’idea, anzi aveva visto fin dal principio quelle critiche che il D’Aroma gli aveva suggerito presentandogliele come contenute nella idea stessa primitiva. Non lasciò mai attuare, pur avendovi collaborato attivamente, nessun pragetto di “riforma tributaria” e se taluno tra essi giunse sino al momento del decreto legge, vi inserì una clausola che ne rinviava l’applicazione a tempi migliori, che non vennero mai. Ma fin dal 1919, il suo piano era di attuare medesimamente quelle riforme tributarie col metodo del pezzi e bocconi, metodo che maneggiò con arte finissima. Quel metodo consiste in due parti: nel demolire ad uno ad uno i falsi soffitti, i tramezzi posticci, il che vuol dire le pseudo imposte, le sovrastrutture ingombranti che, durante la guerra e prima della guerra avevano trasformato l’armonico edificio creato tra il 1860 ed il 1870 in una capanna d’affitto per povera gente acciabattata, riscoprendo così tra la polvere delle demolizioni, le linee pure dell’edificio originario; e nell’aggiungere nuovi piani e maniche laterali armonizzanti col vecchio edificio, e capaci di renderlo adatto alle esigenze nuove. Non avrebbe potuto attuare quel piano se fosse stato affezionato agli istituti vecchi solo perché fruttavano milioni all’erario dello stato. Il calcolo del costo e dei redditi delle imposte è altrettanto difficile quanto il calcolo dei costi e dei redditi di una qualsiasi impresa produttrice di beni congiunti. Le imposte del tempo di guerra costavano spesso assai più di quanto rendevano per il disturbo che recavano all’amministrazione, alla quale impedivano di curare le imposte fondamentali permanenti. D’altro canto, l’abolire di colpo gli imbrogli poco produttivi e il creare un nuovo ordinamento sarebbe stato causa di disorientamento nei contribuenti e nei funzionari ed avrebbe dato luogo ad una crisi transitoria gravissima. Il problema che il D’Aroma dovette risolvere era delicatissimo, e rassomigliava a quello che deve affrontare l’ingegnere architetto, incaricato del restauro di un antico monumento guasto dalle ingiurie del tempo e dalle manomissioni degli uomini, il quale, mentre lo si restaura, non può essere abbandonato dai suoi inquilini e deve continuare ad essere utilizzato dal pubblico, richiamatovi dai consueti festeggiamenti, da periodiche solennità o quotidiani affari. Quando egli lasciò la direzione della imposte dirette per andare alla Banca d’Italia l’opera della ricostruzione era chiusa»[10] .

 

 

Dell’opera sua il D’Aroma diede conto nel 1926, al momento di abbandonare l’ufficio. Laddove, fino a tutto l’esercizio 1918-1919 le sole imposte straordinarie erano velocemente cresciute in proporzione alla svalutazione monetaria: nulla nel 1914, 62 milioni nel 1915-16, 362.8 nel 1916-17, 779.3 nel 1917-18, 1.212,4 nel 1918-19 e quelle ordinarie stentatamente avevano aumentato il loro gettito da 552 milioni nel 1913-14 ad 855.1 nel 1918-19, a partire dal 1919-20 le cure maggiori sono destinate alle imposte antiche destinate a rimanere, mentre quelle temporanee create per il tempo della guerra rapidamente si vanno esaurendo. Di queste il gettito è nel 1919-20 di 1347,7 milioni, balza a 2819,9 nel 1920-21, rimane sui 2980,9 nel 1921-22 per cominciare a decrescere a 2129,4 nel 1922-23. Invece il cammino ascensionale delle imposte permanenti è continuo: 989.3 nel 1919-20, quando l’influenza della trascuranza precedente era ancora viva; ma 1311 nel 1920-21, 1925,1 nel 1921-22, 2305,9 nel 1922-23, 3219,7 nel 1923-24 e 3363,1 nel 1924-25. Effetto in parte del crescere dei redditi monetari a causa della svalutazione monetaria; ma effetto altresì della persuasione nel dirigente che occorresse por fine alla finanza demagogica del tempo di guerra, minacciosa di confische, confiscatrice dei capitali accumulati, e perciò incitatrice della dissipazione e ritornare ad imposte, sia pur dure, ma assise sul flusso annuo del reddito nazionale e capaci di crescere insieme con esso e di fronteggiare le spese[11].

 

 

6- Il turbamento morale cagionato dall’idea del prezzo giusto garantito dallo stato

 

167. Il successo tecnico del collettivismo bellico inietta il veleno dell’operare economico garantito dallo stato in tutte le classi economiche. – 168. Che il collettivismo bellico garantisse redditi sicuri a tutti era illusione inflazionistica. Il prezzo giusto ed il ricordo dei prezzi antebellici. – 169. Turbamento psicologico che derivò in tutte le classi sociali dall’idea del prezzo giusto. Invidia e malcontenti anche nei beneficiati dall’inflazione. – 170. Il sorgere di ceti operosi e rozzi e la distruzione dei vecchi ceti. – 171. La rivalità fra i gruppi organizzati industriali ed operai nel correre all’arrembaggio del tesoro statale.

 

 

167. – L’abolizione del prezzo politico del pane ed il ritorno alla tradizione nel campo tributario, di cui la scelta del D’Aroma era stato il simbolo e lo strumento, segnarono il momento della resurrezione finanziaria. Lo spirito demagogico era vinto nelle manifestazioni più direttamente pericolose per il meccanismo economico statale. Ma la guerra aveva inoculato nelle classi dirigenti e nel popolo germi di malattia morale più distruttivi di quelli che producevano guasti economici. Riparare ai mali economici, col sopprimere lo sperpero più grosso del denaro pubblico e col restaurare le fonti da cui questo fluisce, era opera necessaria. Più ancor necessaria, sebbene grandemente più ardua, era l’impresa di riparare ai guasti mentali e morali da cui i mali economici derivavano. Il veleno era stato sottilmente inoculato nell’animo degli uomini dal successo medesimo della condotta tecnica della guerra. Senza piano prestabilito, con sforzi disordinati dovuti alla capacità di improvvisazione di taluni dirigenti, l’Italia aveva sostituito all’antica organizzazione individualistica e libera del tempo di pace, una nuova organizzazione economica collettivistica. Tant’altre volte, nella storia, era accaduto che una piazza da guerra assediata si assoggettasse alla dura disciplina del razionamento, del tesseramento, della distribuzione ugualitaria dei beni di consumo, della sospensione delle industrie non necessarie ai fini della salvezza, del lavoro forzato nelle trincee e nella fabbricazione delle polveri e del pane, della sorveglianza segreta per impedire diserzioni e tradimenti (cfr. parag. 57). Ma non era mai accaduto che il territorio assediato si estendesse ad un intero grande paese di 35 milioni di abitanti, e che a poco a poco durante quattro lunghi anni di guerra l’intiera popolazione si abituasse a vivere secondo ordini venuti dall’alto, a vedere regolata la propria condotta economica da norme dettate dall’autorità statale intorno ai prezzi, ai salari, ai profitti, ai fitti, ai vincoli tutti fra l’una e l’altra classe sociale. Lo stato divenuto l’unico provveditore ed il solo compratore; tutto il risparmio nuovo acquistato dallo stato a condizioni remuneratrici. Costretti sì gli operai ad accettare gli orari ed i salari imposti dai comitati di mobilitazione civile; assoggettati a multe e talora a carcere se non adempivano agli obblighi di lavoro imposti d’autorità; ma nel tempo stesso garantito un salario sufficiente alle esigenze della vita, assicurata questa contro gli infortuni, la disoccupazione e la invalidità; risolute da un tribunale imparziale le controversie con gli industriali e negata a questi facoltà di licenziamento in tronco e di serrata (cfr. parag. 54 a 59). Obbligati si gli agricoltori e gli industriali a vendere i beni prodotti a prezzi «equi» fissati d’autorità; ma questa vegliava fossero «equi» non solo per i consumatori ma anche per i produttori, ossia tali da uguagliare i costi del produrre (cfr. parag. 66, 87, 91, 93, 94, 95, 97 a 101). Se, per il caro dei prezzi delle materie prime e dei prodotti intermedi sul mercato libero, il calcolo dei costi avrebbe giustificato un aumento dei prezzi giudicato eccessivo dal punto di vista sociale e politico, lo stato interveniva sottraendo le materie prime alla libera contrattazione, ed assoggettandole ad una distribuzione d’autorità a chi fosse reputato più degno (cfr. parag. 74, 80, 81, 84). Non mai, come in quegli anni di guerra, furono tanto piccoli i rischi dell’industria, e tanto piana e sicura la condotta economica dei capi di impresa.

 

 

Lo stato, con paterna cura, come provvedeva a non lasciar mancare ai soldati armi e vettovaglie, così curava che al combattente nell’arringo economico non mancasse il necessario alla vita, se consumatore, il salario «equo» se operaio, il giusto profitto se imprenditore. E poiché ognuno interpretava l’equo ed il necessario secondo i propri desideri, lo stato pietosamente assicurava a tutti guiderdone allo sforzo compiuto, non secondo il merito, ma secondo il bisogno. Era diffusissima la meraviglia che a tanto si potesse giungere, senza aumentare troppo le imposte, il cui peso effettivo cresceva assai moderatamente (cfr. parag. 19 e 22) e che il grande indebitarsi che faceva lo stato non partorisse le conseguenze catastrofiche che negli anni antebellici economisti e finanzieri prognosticavano a gara; sicché frequente argomento di ironici discorsi era un cosidetto fallimento della scienza economica. Pareva fosse stata scoperta una maniera nuova di distruggere ricchezze cogli immensamente cresciuti consumi bellici e con quelli non diminuiti di pace e tuttavia aumentare il benessere universale con guadagni più sicuri per il capitale e per il lavoro (cfr. parag. 126).

 

 

A che pro ritornare all’antico stato di lotta continua fra industriale ed industriale per strapparsi le briciole di un profitto troppo tenue, a che pro dare libero sfogo alle lotte dei poveri contro i ricchi, dei contadini contro i proprietari, degli operai contro gli industriali, a che pro oscillare tra il rialzo dei salari nei momenti di prosperità e la disoccupazione in quelli di crisi, se con il regolamento statale dell’industria insegnato dalla guerra e con l’arbitrato era possibile garantire a tutte le classi sociali equo e continuo compenso per l’opera compiuta? Se il nome di economia collettivistica spiaceva, ben poteva accogliersi quello di economia associata, antica aspirazione del resto delle classi imprenditrici italiane o di quelle tra esse (cfr. parag. 11, 116, 117), le quali guardavano allo stato come a tutore, a salvatore ed a garante.

 

 

168. – Era un’illusione prodotta dall’abbondanza crescente dei segni monetari che la necessità di portare via con un’imposta surrettizia quella parte del reddito sociale, la quale reputavasi imprudente assorbire con imposte aperte (cfr. parag. 27, 152), consigliava ai governanti di emettere. La abbondanza dei segni monetari, se diffondeva un senso di lieto stupore nel vedere toccate, senza apparente difficoltà, mete un tempo reputate irraggiungibili, nascondeva l’impoverimento che veniva al paese dalla distruzione che di giorno in giorno operavasi delle ricchezze acquisite. Tutto il reddito disponibile, incanalato con l’imposta, con i prestiti, con le emissioni cartacee verso lo stato, e dallo stato trasformato in beni di consumo immediato destinato alla guerra od in impianti bellici, di cui troppo piccola parte si rivelò utile poi alle opere di pace: qualche via navigabile, talune strade e ferrovie della zona di guerra, qualche iniziata bonifica, parecchie zone montane (ad es. la Sila) aperte ai beni ed ai mali della viabilità, non pochi impianti idroelettrici. Inutili invece i cantieri navali, gli stabilimenti dell’industria pesante, e quelli dell’industria chimica, i quali anzi lasciarono un’eredità pericolosa la quale non potrà essere liquidata per decenni. La secolare consuetudine di ereditate posizioni sociali e la difficoltà di uscirne attraverso sforzi durati per generazioni avevano persuaso gli uomini a starsi, rassegnati se non contenti, nella cerchia sociale nella quale erano nati ed a cercare nel risparmio il mezzo per il lento salire. Ogni classe, i contadini, gli operai, i ceti medi, le classi ricche avevano proprie abitudini di vita, le quali poco mutavano di anno in anno; ed ogni ceto o gruppo reputava naturale che il proprio tenor di vita fosse diverso da quello degli altri ceti o gruppi. La guerra, con la tessera ed il razionamento, radicò nelle menti il concetto della eguaglianza economica. Tutti eguali nel diritto al pane, agli alimenti, alla casa come dinanzi alla morte in difesa della patria. L’idea, necessaria nei tempi di guerra, ed innocua se contenuta in tempi brevi, applicata per lunghi anni si cangiò in fermento di dissoluzione. Essa prese sopratutto la forma del prezzo «giusto», per cui si intese quel prezzo il quale aveva avuto corso durante la vita delle generazioni operanti all’inizio della guerra e di quelle che le avevano educate. Queste generazioni erano vissute durante un secolo, quello corso dopo la fine delle grandi guerre napoleoniche, singolare nella storia umana per la mai veduta costanza nel contenuto metallico del segno monetario e per l’onestà, altrettanto inusata, dei governi. Così erasi radicata l’idea che il pane dovesse valere non più di 30 a 40 centesimi al chilogramma, che la carne valesse due lire, e che si potessero godere stanze pagando fitti non superiori a 100 lire all’anno. Ciò essendo «giusto», i governi furono costretti a vietare, con calmieri requisizioni e tesseramenti e con vincoli ai fitti che i prezzi salissero quanto sarebbe stato logicamente necessario in conseguenza delle emissioni cartacee compiuti dagli stessi governi.

 

 

Cosicché tutte le classi, salvo quelle sole i cui redditi erano rimasti fissi, si trovarono a possedere redditi disponibili per il divario fra il reddito crescente e la spesa costante o compressa per difetto di sussistenza. Se la compressione dei consumi nello stato fu lieve e se soltanto nelle città si poté osservare una contrazione sensibile (cfr. parag. 85 e 86), ciò accadde perché i consumi furono ridotti quasi soltanto dalle classi medie a redditi fissi e non dalle classi contadine, operaie ed industriali, i cui redditi monetari gonfiavano più o meno in rapporto alla moltiplicazione dei segni monetari.

 

 

169. – Gravissimo fu il turbamento psicologico che ne derivò in tutti i ceti sociali. Così li descriveva un osservatore del tempo: «La crisi politica e sociale del momento è in notevolissima parte dovuta alla sovrabbondante emissione di biglietti. Questa arricchì certi gruppi di industriali e speculatori, i quali seppero comprare ai prezzi bassi della moneta meno abbondante e rivendere ai prezzi alti provocati dalla moneta più abbondante; diede alla testa ai nuovi arricchiti e provocò da essi, dalle loro mogli e dalle loro amanti manifestazioni scandalose di lusso e di spreco; crebbe i guadagni degli operai delle città, in modo tale che, pur vivendo oggi assai meglio di prima, non ne sono contenti, e, per la natura propria dell’uomo, sono tratti a guardare a quel di più che guadagnano i loro principali. Non monta che, dei guadagni di guerra, la gran massa sia stata spartita fra operai, agricoltori, piccoli bottegai e alcune categorie di impiegati; e che il resto, lasciato in mano alla classe imprenditrice e speculatrice darebbe un ben piccolo dividendo, se ripartito fra le masse. Ciò che monta agli occhi del pubblico sono i milioni guadagnati dai pochi. Anche se dopo averli sommati tutti insieme e divisi per testa d’italiano, il quoziente sarebbe ridicolo, l’effetto d’ira e d’invidia è egualmente ottenuto; arricchì, come non mai nella storia di secoli, i contadini, braccianti, mezzadri, affittuari e proprietari, nelle cui tasche fluì, attraverso il vino, alle frutte, agli ortaggi, alle carni, al pollame cresciuti di prezzo, la maggior parte degli extra guadagni degli operai cittadini e qualche porzione dei lucri degli imprenditori. Questa classe che la guerra ha arricchito in modo durevole e solido, la quale sta comprando terre a qualunque prezzo, è anch’essa inquieta e si lagna e si proclama vittima delle più grandi ingiustizie. La causa è sempre la stessa; nell’arraffa arraffa provocato dal rialzo dei prezzi, tutti, anche i più fortunati, immaginano di essere stati peggio trattati degli altri e si accaniscono e si esasperano e gridano che qualunque rischio di novità è preferibile alla situazione odierna. I soli maltrattati sul serio, i soli che subirono danni economici effettivi dalla guerra e cioè i proprietari di case, il cui reddito in lire svalutate rimase fermo al lordo e diminuì al netto per le spese cresciute; i piccoli risparmiatori, vedove, pupilli, vecchi ritirati dagli affari con un modesto capitaletto, impiegato in rendita 3,50% o in cartelle fondiarie; i pensionati vecchi, incapaci di integrare la pensione invariata con il prodotto del loro lavoro; alcune categorie di impiegati, i più elevati in grado, i cui stipendi e salari furono aumentati di meno del 100%, mentre altre categorie, specie le più numerose, ebbero aumenti, compresi i caro viveri, dal 200 al 300%, tutti costoro, i veri stritolati dalla guerra o non si lamentarono o il loro lamento fu un lieve sussurro, che si perdé frammezzo al clamore dei malcontenti, non per sofferenze fisiche reali, ma per sofferenze psichiche, determinate dal paragone con le gioie altrui. Anch’essi sono dei malcontenti; e la loro mala contentezza trova uno sfogo nell’aspirazione alla novità, al meglio, all’indefinito, al millennio, che pare in ogni modo preferibile alla tristezza presente» (C.d.S., n. 233 del 23 dicembre 1919).

 

 

170. – Il malcontento universale nascondeva i germi di un nuovo assetto sociale, di una nuova classe dirigente, di un nuovo ceto medio, il quale era destinato a sostituire le vecchie classi travolte dalla rivoluzione monetaria. Quel contadino vercellese il quale aveva durato due secoli a progredire da un margine di 30 a 50 lire all’anno per le spese eccedenti il semplice vitto e vestito e casa (14-24% della spesa necessaria nei primi 40 anni del secolo XVIII) ad un margine di 236 lire (52% della spesa necessaria nel 1911-13) balzò ad un margine medio del 64% nel triennio di guerra 1916-18, del 77% nel quadriennio agitato 1919-22 per salire al 104% nel triennio 1923-25 di fase ascendente dal ciclo economico[12]. L’inflazione monetaria la quale era stata strumento necessario per concentrare il reddito presso le classi imprenditrici meglio atte ad essere taglieggiate con le imposte sui sopraprofitti e meglio disposte a dare i propri risparmi allo stato attraverso i buoni del tesoro ed i prestiti perpetui (cfr. parag. 27), aveva arricchito i ceti sociali attivi a danno di quelli inerti, gli affittuari ed i contadini a danno dei proprietari di terreni, gli inquilini a spese dei proprietari di case, i debitori in genere a danno dei creditori.

 

 

Lo stato, a cui tutti i malcontenti si rivolgevano per chiedere giustizia, ubbidiva alla voce dei più potenti e dei meglio organizzati. Nessun ascolto ottennero i proprietari di case, e scarso aiuto i proprietari di terreni; ché inquilini, negozianti, fittavoli, piccoli e grandi, e mezzadri erano assai più numerosi ed elettoralmente influenti. L’aiuto dato, coi vincoli di fitto di case e di conduzione delle terre, a coloro che l’inflazione monetaria più arricchiva, fu in prosieguo di tempo socialmente benefico; ché allora prese moto in Italia il frazionamento della proprietà edilizia fra coloro che prima si contentavano di essere inquilini (cfr. parag. 99); più frequentemente i mercanti diventarono proprietari delle loro botteghe; e la terra, venduta da proprietari disperati, fu acquistata da intermediari e frazionata fra fittavoli, mezzadri ed antichi coloni. L’ingiustizia monetaria e la debolezza statale, stritolando le vecchie classi, dovevano partorire col tempo nuova stabilità sociale, rigoglio di ceti medi agricoli tenaci e forti, se pur rozzi ed avidi, e di borghesia cittadina ancorata a mura ed a luoghi. Per il momento gli effetti visibili erano di invidia universale, dei vinti contro i vincitori e dei vincitori contro coloro che essi reputavano più fortunati.

 

 

171. – I gruppi industriali i quali nell’anteguerra avevano saputo attirare l’attenzione dell’opinione pubblica ed i favori dello stato (cfr. parag. 5, 9, 12) furono nuovamente i favoriti della guerra: l’industria pesante del ferro e dell’acciaio, le industrie chimiche, zuccheriera, dei cantieri navali, trionfarono in seguito alla piena forzata attuazione del loro ideale: la chiusura del mercato interno alla concorrenza straniera. Le perdite di miliardi che in seguito alla caduta ed al salvataggio di due grandi banche furono poste a carico dei contribuenti (cfr. parag. 120-125) sono indice della persistenza dell’antica politica economica prebellica, ignara del lavoro silenzioso della piccola e media industria e pronta ad accorrere in aiuto dei grandi interessi rumorosi. I presidi di legislazione sociale, di indennità di disoccupazione e di infortuni, di pensioni di vecchiaia crebbero durante la guerra (cfr. parag. 57); ma a pro degli stessi gruppi di operai privilegiati che gia prima del 1914 avevano saputo colla virtù della organizzazione strappare conquiste di salario agli industriali e di tutela legislativa allo stato.

 

 

Non è meraviglia se nuovi gruppi, fatti persuasi della facilità di trarre alla propria ubbidienza uno stato, il quale da decenni scivolava lungo la via dei favori ai gruppi più rumorosi ed elettoralmente influenti, corressero all’arrembaggio: «Ferrovieri che non lasciano partire militari, che fanno scendere dai treni carabinieri singoli in licenza per andare a dare l’ultimo saluto alla mamma moribonda, che scioperano perché non ottengono la punizione di chi fa il dover suo; postelegrafonici che fanno cadere ministeri e si burlano del pubblico, di cui sono i servitori; l’on. Giulietti, il quale mette il veto alla partenza delle truppe necessarie per difendere Valona; funzionari dei ministeri, i quali urlano e fischiano nei corridoi al passaggio dei ministri e dei sottosegretari; impiegati che ottengono d’un colpo 600 milioni di lire l’anno per un aggiunta di caro viveri e dopo avere assorbito così l’intiero provento dell’imposta patrimoniale, gridano che questo è nulla e che essi vogliono essere equiparati ai postelegrafonici, i quali hanno ottenuto, non si sa perché, 100 lire al mese di più degli altri impiegati dello stato» (C.d.S., n. 141 del 16 giugno 1920). Ed ancora nel 1922, quando sotto il violento uragano del crollo dei prezzi dall’alto livello bellico, gli industriali piccoli e medi, gli agricoltori e gli operai si adattano forzatamente ad abbandonare il sogno della ricchezza facilmente conquistata, i gruppi privilegiati chiedono aiuto allo stato, e questo, impaurito dallo spettro del crollo di imprese il cui capitale ammonta a decine e centinaia di milioni, si arresta, con nuove emissioni cartacee, sulla via del risanamento economico. «Il pericolo che l’azione sperperatrice del governo metta nel nulla la salutare azione liquidatrice, la quale va fortunatamente verificandosi anche da noi nell’economia privata, è un pericolo reale. È il solo serio grande pericolo che noi corriamo: emissione di biglietti per il salvataggio di questa o quella banca; debiti a miliardi per le ricostruzioni; interventi ed empiastri governativi … Se andremo in rovina, la colpa sarà tutta del piccolo mondo della gente la quale si agita ed agita altrui col pretesto di salvare, attraverso lo stato sperperatore, il paese lavoratore» (C.d.S., n. 65 del 17 marzo 1922).

 

 

 



[1] Cfr. per la carta il parag. 80, per i pannilana il parag. 84, per i fitti dei terreni il parag. 98, delle case il parag. 99, per le vendite a sottocosto di cooperative e di consorzi i parag. 116 a 118.

[2] Bonaldo Stringher, Su le condizioni della circolazione e del mercato monetario durante e dopo la guerra, cit. 1920, p. 20.

[3] Bonaldo Stringher, Su le condizioni della circolazione e del mercato monetario durante e dopo la guerra, cit. 1920, p. 8.

[4] Il modo particolare della compilazione della tabella dipende dalla circostanza che le cifre segnate a debito dello stato si riferiscono ai saldi creditori degli istituti di emissione verso il tesoro. D’altro canto gli istituti avendo effettuato direttamente incassi per conto del tesoro medesimo li accreditarono a suo favore, salvo poi effettuare in seguito le compensazioni. La tabella è ricavata da Bonaldo stringher, Memorie riguardanti la circolazione del mercato monetario, Roma, 1925, p. 40.

[5] Il corso al giugno 1914 si suppone = 100. Il ragguaglio è calcolato con riferimento al corso del dollaro.

[6] Cfr. quanto è detto sopra intorno alle ordinazioni americane di trattrici per l’agricoltura, nel parag. 68. Le pagine della relazione per le spese di guerra contengono troppe notizie di errori commessi perché non si debba rimanere pensosi intorno all’attitudine dello stato, anche in momenti gravi, ad attuare davvero la necessaria austerità dei consumi. Lo spreco assume la forma, invece che di oggetti di lusso, di materiale sovrabbondante o guasto o non utilizzabile. Cfr. tra l’altro quanto è detto sopra al parag. 68 a proposito della motocultura di stato, intorno a cui è da leggere Commissione, II, 586-648.

[7] Su questa legislazione veggasi Bonaldo Stringher, Legislazioni e disposizioni amministrative riguardanti il commercio dei cambi con l’estero, Roma, 1920.

[8] Bachi, L’alimentazione ecc.; opera contenuta nella presente collezione, pp. 362 a 372.

[9] Le parole del testo vogliono essere non piccolo tributo di lode a Vito De Bellis, ragioniere generale dello stato, uomo da lunghi anni odiatissimo da tutti gli attentatori alla saldezza del bilancio. L’arte sua nel difendere il denaro pubblico fu ed è mutabilissima e duttilissima. Anche chi gli parlò, come lo scrivente, non più di un paio di volte, si persuase agevolmente che, se egli volesse scrivere le sue memorie, queste sarebbero per i venturi documento stupendo di una fatica ignota e mirabile. [Queste righe, scritte quando il De Bellis era ancora vivo, sono conservate a titolo di tenue omaggio alla memoria di chi fu tra i migliori servitori dello stato nell’ultimo quarto di secolo. Nota aggiunta in occasione della correzione delle bozze di stampa].

[10] In memoria di Pasquale D’Aroma, Roma, 1929, pp. 53-56.

[11] La gestione delle imposte dirette dal 1914 al 1925, Roma, 1926, p. 202. Il giudizio del D’Aroma sulla natura delle imposte straordinarie del tempo di guerra è sintetizzato dalle parole prudenti con cui si chiude la introduzione: «materia che le esigenze belliche crearono e che doveva sparire con il cessare di esse», (p. 2).

[12] Salvator Pugliese, Produzione, salari e redditi in una regione risicola italiana, in «Annali di economia», III, 1926-27, p. 187.

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