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Corso di scienza delle finanze

Capitolo VII – Dell’ammortamento dei prestiti pubblici

Corso di scienza delle finanze, Tipografia E. Bono, Torino, 1914, pp. 907-956

 

 

 

Sezione prima.

La logica dell’ammortamento.

 

708. Richiamo a nozioni già esposte. – Argomento del presente capitolo è l’ammortamento del debito pubblico, come chiamasi il rimborso fatto dallo Stato della somma mutuata al creditore suo, quasi significare colla parola «ammortamento« che non usasi degli Stati rimborsare il debito tutt’insieme, come spesso si fa dai privati, bensì a piccole frazioni ogni anno, secondo un piano più o meno regolare d’ammortamento. Poiché le partizioni che si adottano nell’esporre la materia di una qualsiasi disciplina scientifica sono puramente arbitrarie ed hanno per iscopo di chiarire la soggetta materia esponendola partitamente e non in confuso tutto insieme, così è accaduto che di «ammortamento» si sa già necessariamente discorso trattando delle diverse maniere di debiti ammortizzabili. Nono potevasi fare a meno di fare tal discorso; né avrebbe giovato premettere la teoria dell’ammortamento a quella delle diverse maniere di debito perché, discorrendo di essa, si sarebbero dovute alla loro volta anticipare nozioni relative alla specie del debito pubblico. In questo capitolo si procurerà di non ripetere nozioni già avvertite; sebbene qualche volta non sarà volta non sarà possibile evitare di riandarle.

 

 

709. Obbiezione fondamentale alla pratica dell’ammortamento – I prestiti pubblici si ammortizzano da sé stessi – Teoria del De Viti De Marco, del quale autore si riproduce un lungo brano. – Contro la pratica dell’ammortamento si oppone un’obbiezione di principio, al quale si connette con le nozioni già esposte rispetto al fondamento del debito pubblico (cfr. par. 581) ed al suo peso per le diverse classi sociali (cfr. par. 582 e segg.) e per le generazioni successive (cfr. par. 587).

 

 

Si parta dalla premessa che il debito pubblico non grava sulle generazioni future, bensì sulla generazione presente e danneggia le generazioni future, così come l’avrebbe danneggiata una imposta straordinaria, solo in quanto la generazione presente abbia commesso degli errori (guerre inutili, ferrovie elettorali, ecc.). In ogni caso le generazioni future non devono preoccuparsi della possibilità di poter sostenere il peso del debito; poiché, se lo sostenne la generazione attuale, perché non dovrebbero sostenerlo esse, che ne hanno ricevuto l’eredità attiva, come la passiva?

 

 

A questa prima premessa si aggiunga l’altra che il debito e metodo economicamente più conveniente di ripartire il carico dell’imposta straordinaria sui contribuenti sostituendo ai debiti privati onerosi il debito pubblico mite; e si giungerà alla logica illazione che provvederanno i contribuenti stessi a sostituire in avvenire il metodo dell’imposta a quello del debito, quanto in prosieguo di tempo il primo appaia più conveniente del secondo.

 

 

Ricordiamo, come tipico, il caso di Caio capitalista proprietario di case (cfr. par. 584), il quale aveva preferito soggiacere ad un’imposta – interessi di L. 250 all’anno (debito pubblico), piuttosto che fare un debito privato, più oneroso, di L. 5000 allo scopo di pagare l’imposta straordinaria. in prosieguo di tempo Caio risparmia 5000 lire, le quali egli non è capace di impiegare ad un frutto maggiore del 5 per cento. Che cosa gli converrà di fare? Acquistare sul mercato titoli di debito pubblico 5% per l’ammontare capitale di 5000 lire e pel reddito annuo di L. 250, quegli stessi titoli forse che lo Stato aveva emessi per non far gravare su di lui l’imposta straordinaria di 5000 lire. In tal modo Caio da un lato, in qualità di contribuente, paga 250 lire all’anno di imposta-interessi allo Stato affinché questo possa solvere gli interessi sul debito pubblico di L. 5000; e dall’altro lato, in qualità di capitalista-creditore, riceve dallo Stato, quelle medesime 250 lire a titolo di interessi. L’imposta-interessi si risolve per lui una partita di giro; ed è tale anche per lo Stato il quale paga l’interesse sul suo debito compensandolo col credito che ha verso lo stesso contribuente a titolo di imposta-interessi. Il debito esiste ancora sui libri dello Stato; ma in realtà è stato estinto od ammortizzato. Mutate le condizioni di fatto, cresciuta la ricchezza, ed accumulati risparmi, i contribuenti, i quali prima avevano preferito il debito pubblico all’imposta straordinaria, come quello che per loro era meno oneroso, ora si decidono a pagare in ritardo l’imposta straordinaria, riscattando sul mercato i titoli di debito pubblico i quali danno il diritto ai loro possessori – intermediario il fisco – di esigere il pagamento dell’imposta interessi. Continua in seguito il giro vizioso di scritturazioni, ma oramai i contribuenti posseggono essi il titolo di credito verso sé stessi; e pagano a sé stessi gli interessi portati dal titolo. Con il versamento tardivo delle 5000 lire essi hanno raggiunto l’intento di annullare di fatto il loro obbligo di pagare 250 lire d’imposta all’anno.

 

 

Così si può affermare che, in quanto ciò convenga ai contribuenti, il debito pubblico si estingue da sé, e rimane invece in vita, in quanto non convenga ai contribuenti estinguerlo, in quanto cioè ad essi convenga piuttosto continuare a pagare le 250, o 200, o 100 lire di imposta-interessi annua piuttosto ché solvere d’un tratto le 5.000, o 4.000 o 2.000 lire d’imposta straordinaria che essi continuano a non possedere ed a poter impiegare più fruttuosamente.

 

 

«Ogni volta – dice A. De Viti De Marco, che indagò con molta profondità la teoria dei prestiti pubblici – che un contribuente acquista un titolo di debito pubblico, è come se estingua una parte del debito, ch’egli aveva contratto od avea ereditato dai suoi antenati. Di modo che, col diventare creditore dello Stato, egli in ultima analisi compensa il dare con l’avere, l’imposta che paga con l’interesse che riceve; si libera, in altre parole, dell’onere contratto o ereditato; e la somma degli interessi del debito pubblico, che continua a figurare nel bilancio, è per altrettanto una semplice partita di giro. Quindi le ingenti somme che figurano nei bilanci degli Stati moderni non soltanto non rappresentano e non misurano nel loro complesso un aggravio lasciato dalle generazioni passate alle presenti, ma neppure rappresentato per tutto il loro ammontare rapporti reali di debiti e crediti privati.

 

 

A misura che i titoli di debito pubblico si collocano presso un numero sempre più grande di detentori, per altrettanto il debito medesimo deve sostanzialmente considerarsi come estinto e quindi minore e meno gravoso, nei rispetti individuali, del debito originario, quantunque la massa degli interessi resti numericamente la medesima.

 

 

A questa conclusione non contrasta la circostanza che il prestito sia stato contratto all’estero.

 

 

Quando ciò sta in fatto, allora è come se i forestieri formino la prima delle tre categorie, in cui abbiamo divisi i contribuenti ragionando sotto l’ipotesi del mercato chiuso, e tutti i nazionali siano compresi nella seconda e terza categoria. Gli elementi del problema restano integralmente i medesimi, e tutte le considerazioni già fatte e le conclusioni formulate possono ripetersi nei rapporti della nozione debitrice rispetto all’estero creditore.

 

 

Anche qui, a misura che i nazionali acquistano titoli di debito pubblico esistenti all’estero, estinguono una parte del debito loro personale, nel senso che compensano, in parte o in tutto, l’imposta che pagano allo Stato pel servizio del debito pubblico con gli interessi che ora riscuoteranno dallo Stato. E, dentro questi limiti, una corrispondente somma inscritta in bilancio diventa una partita di giro.

 

 

Il giorno, quindi, che il debito pubblico fosse nazionalizzato, e poi fosse nell’interno dello Stato, per ipotesi, ripartito fra tutti i cittadini, in modo che ogni contribuente ricevesse tanto d’interessi quanto paga d’imposta a quel titolo, il gran libro del debito pubblico potrebbe essere soppresso senza danno né giovamento d’alcuno. L’utilità di questi registri contabili cesserebbe sostanzialmente pel fatto della compensazione avvenuta rispetto a tutti e a ciascuno.

 

 

Adunque, da queste osservazioni risulta che l’ammortamento dei debiti pubblici si compie da sé, a misura che nelle classi e nella nazione debitrice aumentano le preferenze per gli investimenti nei consolidati nazionali. L’accumulazione del capitale e la riduzione del saggio dell’interesse libero, relativamente alla stabilità contrattuale degli interessi del debito pubblico, producono nella realtà questo risultato.

 

 

Restano quindi infirmate alla base le teorie poste innanzi in difesa dei sistemi escogitati, per ammortizzare il debito pubblico, mercé graduali rimborsi a mezzo di acquisti, sorteggio, ecc. L’insuccesso costante di tali tentativi è una riprova storica dell’anzidetta verità, la quale si riassume in questo, che l’ammortamento automatico, essendo un risultato libero dell’apprezzamento utilitario subiettivo delle varie classi di contribuenti, e potendosi, mercé la negoziabilità dei titoli, riaggiustare ad ogni mutamento di tali apprezzamenti realizza il massimo d’utilità sociale ad ogni momento dato.

 

 

Invece, manca tale sicurezza quando si ricorre ad un sistema d’ammortamento rigidamente fissato a priori dalla legge, nel quale la domanda di rimborso per parte del creditore, o la compera di titoli per parte dello Stato, suppone o produce una modificazione del prezzo corrente in qualche modo e misura profittevole ai creditori dello Stato. Il premio, che l’ammortamento così accorda ad essi, costituisce un nuovo onere non necessario, che s’impone ai contribuenti debitori.

 

 

La perpetuità dei consolidati è quindi la condizione economica essenziale, perché i debiti pubblici possano gradualmente estinguersi, ripartendosi fra tutti i contribuenti nel modo che s’è visto. E nessun governo deve far getto di quella condizione, ammeno che si tratti di conversione, per la sola paura e considerazione, che il debito sia diventato troppo grande».

 

 

710. Riduzione della teoria del De Viti De Marco entro i suoi limiti logici. Il problema ulteriore che si deve discutere è se si debba restituire ai contribuenti il fondo che essi avevano anticipato, con imposte straordinarie o con prestiti, per il compimento di una impresa pubblica a lunga scadenza. – La teoria esposte dianzi, sulle traccie del De Viti De Marco è indubbiamente logica, entro i limiti in cui fu concepita.

 

 

Che cosa dice invero questa teoria? Essere preferibili i debiti perpetui perché essi ad ogni momento possono essere convertiti dai contribuenti nell’imposta straordinaria, che si sarebbe dovuto pagare, come alternativa, nel momento iniziale, se non si fosse creato il debito.

 

 

Quid, se però al momento iniziale l’alternativa del debito non era l’imposta, ma il prezzo pubblico?

 

 

Quid, nel caso di alternativa tra imposta straordinaria e prestito, del problema ben diverso: conviene rimborsare ai contribuenti il capitale che essi hanno anticipato, col mezzo del debito pubblico o dell’imposta straordinaria non monta, per una impresa pubblica a lunga scadenza?

 

 

La teoria cioè della utilità dell’ammortamento del debito pubblico è cioè esatta entro i limiti logici in cui fu posta: posto che, per conseguire un fine pubblico straordinario, i contribuenti debbono pagare a fondo perduto un’imposta straordinaria, nello stesso modo come tutte le imposte ordinarie si pagano a fondo perduto o meglio per ricavarne un vantaggio immediato esaurientesi nell’anno finanziario, certamente il metodo migliore sarebbe il prestito perpetuo senza ammortamento legale. Poiché essendo esso un surrogato più perfetto dell’imposta straordinaria, e questa pagandosi senza più speranza di restituzione, così come tutte le imposte ordinarie, anche il debito non deve essere rimborsato ai contribuenti; liberi questi, volendo, di riscattarne l’onere col pagar dopo quell’imposta straordinaria che non pagarono prima.

 

 

Il qual concetto è chiarissimo nelle imposte ordinarie che ogni anno si pagano. I contribuenti solvono due o tre miliardi ogni anno di imposta e si contentano di ricevere in cambio i servigi pubblici dell’anno; né più chiedono. L’anno seguente tornano a pagare imposte od a ricevere i corrispondenti servigi pubblici, la cui utilità si esaurisce nell’anno.

 

 

Non così per le spese e le imposte straordinarie. Già dicemmo (cfr. par. 564) che le spese straordinarie dello Stato si possono rassomigliare alle spese in conto capitale delle aziende private. L’analogia è più sostanziale di quanto fosse non appaia a prima vista. Se si impiega un capitale di un miliardo in una ferrovia, i contribuenti o consociati, non s’attendono a riceverne il servigio, a goderne l’utilità insieme, in un solo anno finanziario; ma riceveranno il servigio o godranno l’utilità diluita lungo 50 o 60 o 90 anni. Se si deve spendere un miliardo per la condotta d’una guerra coloniale, l’utilità di esso non riceverà subito dai consociati, ché anzi l’utile immediato è certamente nullo. Il vantaggio eventuale si avrà poco a poco, coll’andar degli anni e probabilmente di molti anni. La partita non è chiusa, come nel conto delle entrate e spese ordinarie; ma si prolunga nel tempo, così come nel tempo si prolungano i conti capitali d’impianto nelle imprese private.

 

 

Questa circostanza influisce sulla convenienza dell’ammortamento non diremo più del debito pubblico ma delle spese straordinarie compiute col metodo sia del debito o sia dell’imposta straordinaria. Poiché, se si giunge alla conclusione che quelle spese straordinarie si devono ammortizzare, è chiaro che si forma un fondo nelle mani dello Stato e cotal fondo converrà sia rimborsato ai contribuenti che l’avevano anticipato. Se essi l’avevano anticipato coll’imposta straordinaria, al restituzione avverrà diminuendo l’imposta ordinaria o provvedendo a nuovi servigi pubblici senza aumento di tributi; se l’avevano anticipato col metodo del prestito, la restituzione avverrà rimborsando la somma mutuata ai creditori dello Stato, e riducendo così l’onere degli interessi passivi e quindi delle imposte-interessi prelevate sui contribuenti.

 

 

711. Dei prestiti pubblici conchiusi per provvedere alle spese d’impianto di un’impresa pubblica, i cui proventi sono bastevoli a coprirne il costo totale di esercizio. – Necessità logica dell’ammortamento graduale di questi prestiti, se non si voglia scemare il patrimonio dello Stato. – Due tipi opposti di prestito pubblico si possono concepire: quello il cui servizio di interessi grava del tutto sugli utenti di servigi pubblici (ferrovia) e quello il cui servigio pubblico grava onninamente sui contribuenti (guerra). Tra i due tipi estremi vi sono gradazioni, a cui converranno soluzioni intermedie tra quelle date per i tipi estremi.

 

 

E prima del prestito il cui servigio grava sugli utenti di un servigio pubblico, per esempio di una ferrovia costruita col costo di un miliardo, preso a prestito al 4%. Qui non v’è scelta iniziale possibile tra imposta straordinaria e prestito pubblico di un miliardo. Poiché si tratta di una ferrovia costrutta per ragioni economiche, i cui proventi in prezzi pubblici pagati dagli utenti per i servigi di trasporti di persone e di merci si suppone bastino a coprire il costo totale di esercizio, non v’è ragione di chiedere il miliardo ai contribuenti a titolo di imposta straordinaria.

 

 

Perché dovrebbero pagarla essi, che dalla ferrovia non ricavano alcun beneficio, essendo la ferrovia, per ipotesi, stata costruita per ragioni di pura convenienza economica? L’imposta dovrebbe essere richiesta agli utenti della ferrovia; ma, poiché essi sono consumatori volontari dei servigi della ferrovia, è assurdo parlare di imposta, straordinaria od ordinaria che sia, su di essi; ed è quindi giocoforza ricorrere al prestito.

 

 

Ora la ferrovia, appunto perché costruita per ragioni economiche, se non si commisero, è in grado di far fronte, coi suoi proventi di prezzi pubblici pagati dagli utenti a tutte le spese della sua gestione. Fra le quali spese fu già dimostrato sovra (cfr. par. 660) che si deve noverare l’ammortamento del capitale preso a prestito per la costruzione e l’arredamento della ferrovia. Se questo capitale non venisse dagli utenti rimborsato un po’ per volta nel prezzo pubblico dei trasporti ferroviari: a) si farebbe uno scorretto regalo agli utenti, i quali otterrebbero un servigio al disotto del costo totale; b) lo Stato si troverebbe, dopo 50 o 75 anni, di fronte a un attivo di valore zero, essendo la ferrovia completamente logora[1], mentre il suo onere di debito continua ad essere di un miliardo, il cui servizio andrebbe a cadere, non si sa perché, sugli omeri dei contribuenti.

 

 

È chiaro che nei 50 o 75 anni di vita della ferrovia, i proventi di questa debbono essere sufficienti a restituire allo Stato il miliardo di lire speso nell’impianto. E lo Stato non potrà non servirsene a rimborsare il debito incontrato all’inizio appunto per la costruzione e l’arredamento della ferrovia. Considerare le rate di rimborso come un reddito netto e devolverle a sopperire alle spese ordinarie sue, equivarrebbe a scemare a poco a poco la propria consistenza patrimoniale, a sprecare in piccole spese, forse inutili e ad ogni modo di interesse dei contribuenti, ciò che dagli utenti viene pagato allo scopo di rimborsare il capitale speso nella costruzione della ferrovia; ed a preparare ai contribuenti il triste risveglio di 40 milioni di lire di nuove imposte, che dopo, 50 o 75 anni, si renderanno necessarie per pagare gli interessi sul miliardo di lire di debito, non più coperti dai proventi della ferrovia oramai tutto logora ed improduttiva.

 

 

L’ammortamento, per questa categoria di prestiti, il cui servigio grava sugli utenti dell’opera pubblica compiuta col provento del prestito, si palesa dunque una necessità logica indeclinabile.

 

 

712. Del debito contratto per una guerra d’indipendenza. Nell’ipotesi che il vantaggio della guerra sia perpetuo, anche il prestito deve essere perpetuo. – È questa la ipotesi, data la quale la teoria del De Viti De Marco è corretta. – Al polo opposto sta il debito – supponiamolo altresì di un miliardo di lire – contratto per la condotta di una guerra d’indipendenza. – Il debito fu contratto al luogo dell’imposta straordinaria che avrebbe dai contribuenti dovuto essere pagata; ed il suo servizio di interessi grava sui contribuenti.

 

 

Devesi in questo caso, che è il caso tipico dei prestiti pubblici, escludere la convenienza dell’ammortamento della spesa straordinaria occorsa per la condotta della guerra?

 

 

Due ipotesi si possono fare: o che l’utilità della guerra d’indipendenza sia perpetua o sia temporanea.

 

 

Se l’utilità fosse perpetua, il vantaggio dei consociati – e tutti i consociati sono contribuenti, nelle proporzioni determinate di tempo in tempo dalle variabili norme di ripartizione dei tributi – sarebbe da considerarsi uguale, per es., dato un tasso d’interesse del 4%, a 40 milioni di lire all’anno in perpetuo. il bilancio dei contribuenti si formerebbe così:

 

 

ATTIVO

PASSIVO

Valore annuo del vantaggio dell’indipendenza nazionale ottenuto colla guerra

L. 40.000.000

Imposta annua pagata per far fronte agli interessi sul debito contratto dallo Stato ossia dalla consociazione dei contribuenti, per la condotta della guerra

L. 40.000.000

 

 

Il bilancio dello Stato sarebbe il seguente:

 

 

ATTIVO

PASSIVO

Imposte annue incassate dai contribuenti

L. 40.000.000

Interessi annui pagati ai creditori che hanno mutuato il miliardo necessario per la condotta della guerra

L. 40.000.000

 

 

Il bilancio dei capitalisti creditori dello Stato sarà a sua volta questo:

 

 

ATTIVO

PASSIVO

Interessi annui ricevuti dallo Stato

L. 40.000.000

Interessi che i capitalisti avrebbero lucrato se avessero mutuato ad altri che allo Stato il miliardo di lire

L. 40.000.000

 

 

Tutti i tre bilanci sono in perfetto pareggio od equilibrio; né v’è ragione di turbarlo con un ammortamento ufficiale. L’ammortamento si opera spontaneamente a mano a mano che le persone dei capitalisti si identificano con le persone dei contribuenti, a mano a mano cioè che questi acquistano titoli di debito pubblico, onde fare la compensazione coll’imposta da essi pagata, secondo il processo dianzi descritto (cfr. par. 709). Supponendo che il processo sia compiuto e che tutti i contribuenti siano diventati altresì creditori dello Stato in esatta proporzione del tributo annuo da essi pagato, i due bilanci dei contribuenti e dei capitalisti si potrebbero fondere così:

 

 

ATTIVO

PASSIVO

Valore annuo del vantaggio dell’indipendenza nazionale ottenuto dai contribuenti colla guerra

L. 40.000.000

Imposta annua pagata come contribuenti, per far fronte agli interessi sul debito contratto dallo Stato

L. 40.000.000

Interessi annui ricevuti dallo Stato in qualità di capitalisti,

L. 40.000.000

Interessi che i capitalisti avrebbero lucrato se avessero mutuato ad altri che allo Stato il miliardo di lire

L. 40.000.000

 

 

Il bilancio dello Stato rimane immutato e chiude in pareggio. Il bilancio dei contribuenti-capitalisti anch’esso chiude in pareggio. Compensandosi – e noi abbiamo indicato questa operazione stampando in corsivo le quantità che si compensano reciprocamente – gli interessi annui ricevuti in qualità di capitalisti con l’imposta annua pagata in qualità di contribuenti, resta chiaro che i contribuenti o consociati pagano il vantaggio perpetuo ed equivalente della perdita di 40.000.000 lire all’anno che essi medesimi subiscono in qualità di capitalisti, non potendo lucrare il frutto del 4% del capitale che essi possedevano e che diedero allo Stato, prima o dopo, per la condotta della guerra.

 

 

Non pare che vi sia nessuna ragione per turbare questo stato di equilibrio; e quindi – data l’ipotesi della perpetuità del vantaggio della guerra dell’indipendenza nazionale – non sembra che ci sia alcuna ragione logica la quale consigli l’ammortamento del debito.

 

 

713. Se l’ipotesi della perpetuità dei vantaggi ricavati da una guerra di indipendenza sia conforme ai fatti – L’esperienza storica dimostra che questi vantaggi sono invece limitati nel tempo – Calcolo del valore annuo dei benefici ricavati da una guerra, il cui pregio attuale è conosciuto. – Ma è conforme ai fatti l’ipotesi della perpetuità del vantaggio ricavato da una guerra, anche la più sacra fra tutte, come è quella dell’indipendenza nazionale? Non pare. Chi guardi alla storia passata non può nutrire l’illusione che uno Stato, una nazione si conservi in perpetuo.

 

 

Mutano i tempi, le necessità sociali di piccole o vaste aggregazioni; si succedono sul medesimo suolo i popoli. Nessuna generazione può presumere di imporre i suoi gusti, le sue idee politiche, le sue avversioni ed affinità di razza, i suoi metodi di convivenza sociale e politica alle generazioni venture.

 

 

Di qui si deduce che se un popolo vuole, con una guerra, procacciarsi l’indipendenza nazionale, od un ampliamento di territorio, od una colonia, non può calcolare su un vantaggio di durata perpetua. Il beneficio dell’indipendenza o dell’impero cresciuto o della colonia conquistata o dell’unità nazionale rinsaldata (ad es. guerra civile di secessione americana), o della forma di governo mutata (rivoluzione francese), si può presumere possa durare qualche secolo, non mai qualche millennio. Dal punto di vista economico-finanziario che cosa vuol dire ciò? Che il beneficio della spesa straordinaria è risentito dai popoli per un tempo limitato, ma per compenso con intensità più grande. Il fatto che la guerra costò un miliardo di lire non significa che i consociati ritenessero uguale ad un miliardo il beneficio ottenuto dall’indipendenza nazionale subito nel momento della guerra; ma che essi ritennero conveniente di sopportare oggi il costo di un miliardo per ottenere in cambio una serie di vantaggi futuri, i quali avevano però un valore attuale di almeno un miliardo di lire. È vero che quando si lotta per l’indipendenza nazionale non si fanno questi calcoli di dare ed avere. I calcoli li facciamo noi al solo scopo di tradurre, per precisare una teoria, in una valutazione numerica tutta quella folla di pensieri, di sentimenti, di tradizioni, da cui erano mossi in quel tempo gli uomini. Dire che essi si sottoponevano ad un costo di un miliardo di lire perché intravvedevano nell’avvenire una serie di benefici morali ed ideali equivalenti o superiori al costo è dire, in parole tecniche, che gli uomini seppero durare sacrifici e privazioni per raggiungere una grande meta nazionale, perché ritenevano che lo scopo desiderato aveva un valore ideale siffatto che in suo confronto si oscuravano i sacrifici che essi dovevano sopportare.

 

 

Procediamo ora – fatta la premessa necessaria per non vedere interpretato erroneamente il nostro pensiero – nel ragionamento.

 

 

Noi sappiamo che un popolo si è deciso a sopportare il costo di un miliardo perché reputò di ricavare dalla guerra nazionale vantaggi futuri aventi un valore attuale almeno equivalente. Quale è dunque il valore annuo dei vantaggi futuri medesimi? Tutto dipende dalla loro durata, e dal grado di riduzione che gli uomini fanno subire in quel momento ai vantaggi futuri per tradurli in vantaggi presenti, grado che è indicato dal tasso dell’interesse. Supponendo che questo sia il 4%, ove i vantaggi futuri durassero in perpetuo, il loro valore risulterebbe di 40 milioni all’anno, poiché 40 milioni di lire all’anno in perpetuo equivalgono appunto, al 4%, ad un miliardo in oggi; se la durata fosse di 100 anni, il valore annuo dei benefici equivalenti oggi ad un miliardo sarebbe di 40.808.000 lire; se la durata fosse di 75 anni, sarebbe segno che il popolo ha valutato in L. 42.229.000 il valore dei benefici annui equivalenti in oggi ad un miliardo; se la durata è di 50 anni, il valore del beneficio annuo sale a 46.550.000 lire; se di 25 anni, il valore ascende ancora a 64.012.000 lire. Insomma, il problema da risolversi è contabile: dato che gli uomini si sono decisi alla guerra perché ritenevano che i suoi benefici futuri equivalessero in oggi ad almeno un miliardo di lire, a quanto ammontano questi benefici futuri ogni anno, supponendo che la loro somma per tutta la loro durata, di 25, 50, 75, 100 anni o di durata perpetua, sia scontata al tasso di interesse corrente, per es. al 4%, e riportata al momento attuale, in guisa che lo sconto di questa somma dia precisamente un valore attuale di un miliardo di lire? Si risponde alla domanda col solito prontuario di conti fatti; ed ove si supponga, per non fissare un periodo troppo breve e nemmeno un periodo così fattamente lungo da eccedere la normale capacità sensitiva dell’uomo rispetto al tempo, che gli uomini d’oggi ritengano la guerra da essi intrapresa feconda di utili risultati per un secolo, noi concluderemo che essi si sono decisi al sacrificio, alla spesa straordinaria di un miliardo di lire, coperta con un prestito al 4%, perché prevedevano che essi ed i loro figli e nepoti ne avrebbero ricavato un vantaggio annuo in benefici morali ed ideali, valutabile economicamente in 40.808.000 lire all’anno per 100 anni. Importa fissare l’attenzione sulla cifra che è di 40.808.000 lire e non di soli 40 milioni di lire. Se essi avessero valutati i benefici futuri della indipendenza a soli 40 milioni di lire all’anno, non si sarebbero decisi alla guerra, perché 40 milioni di lire all’anno per 100 anni equivalgono, oggi, appena a 980 milioni di lire, mentre la guerra si prevede del costo di 1 miliardo di lire. Non si sarebbero decisi, perché noi dobbiamo supporre di avere riassunto in quella cifra di 40 milioni tutta la massa di sentimenti da cui gli uomini erano spinti alla lotta, massa che sarebbe stata insufficiente a far loro superare i formidabili ostacoli opposti dal nemico, dall’ignavia, dalla discordia interna, ecc. ecc.

 

 

714. – Nell’ipotesi, conforme ai fatti, di una durata limitata nel tempo dei benefici sperabili dalla guerra, il prestito perpetuo darebbe luogo ad una situazione di squilibrio nei bilanci dei contribuenti, dello Stato e dei capitalisti creditori. Durante il tempo per cui durano i benefici, lo squilibrio si ha solo nei bilanci dei contribuenti ed è squilibrio attivo. – Fatta l’ipotesi che il valore annuo dei benefici sperabili dalla conquistata indipendenza nazionale sia di 40.808.000 lire per 100 anni, è facile dimostrare che un prestito perpetuo al 4% di un miliardo darebbe luogo ad uno squilibrio durante e dopo il secolo assunto a base delle nostre ipotesi.

 

 

Ecco invero come si formerebbe, durante il secolo, il bilancio annuo dei contribuenti dello Stato e dei capitalisti creditori:

 

 

BILANCIO DEI CONTRIBUENTI

ATTIVO   PASSIVO  
Valore annuo del vantaggio dell’indipendenza nazionale ottenuto colla guerra L. 40.808.000 Imposta annua pagata per far fronte agli interessi sul debito perpetuo di 1 miliardo al 4% contratto dallo Stato, ossia dalla consociazione dei contribuenti, per la condotta della guerra L. 40.000.000

 

 

BILANCIO DELLO STATO

ATTIVO   PASSIVO  
Imposta annua incassata dai contribuenti L. 40.000.000 Interessi annui pagati ai creditori che hanno mutuato il miliardo necessario per la condotta della guerra L. 40.000.000

 

 

BILANCIO DEI CAPITALISTI CREDITORI

ATTIVO   PASSIVO  
Interessi annui ricevuti dallo Stato L. 40.000.000 Interessi che i capitalisti avrebbero lucrato se avessero mutuato ad altri che allo Stato il miliardo di lire L. 40.000.000

 

 

Durante questo primo secolo non accadono inconvenienti sensibili. Il bilancio dello Stato e quello dei capitalisti creditori sono in equilibrio; e solo quello dei contribuenti presenta un leggero avanzo, perché essi pagano un’imposta annua di soli 40 milioni di lire, mentre la somma dei vantaggi morali, ideali e forse anche materiali, ottenuti colla indipendenza nazionale e di cui essi sarebbero stati disposti a pagare il prezzo, ha il valore di L. 40.808.000. I contribuenti lucrano ogni anno per 100 anni 808.000 lire; piccola somma la quale si reputa possa non avere alcun effetto dannoso; mentre può piacere ai contribuenti di pagare imposte minori di quelle prevedute.

 

 

715. Quando i benefici sono venuti meno, lo squilibrio si estende a tutti i bilanci degli interessati ed è passivo – E prende nome di malcontento dai contribuenti, di rivoluzione politica e di ripudio del debito – Come cotal processo ben difficilmente possa essere impedito dall’ammortamento automatico del debito. – Le conseguenze dello squilibrio, verificatosi durante il secolo nel bilancio dei contribuenti a favore di questi, si vedono passato il secolo. Invero i tre soliti bilanci si presentano dopo trascorsi i 100 anni, nella seguente maniera: a far loro superare i formidabili ostacoli opposti dal nemico, dall’ignavia, dalla discordia interna, ecc. ecc.

 

 

BILANCIO DEI CONTRIBUENTI

ATTIVO   PASSIVO  
Valore annuo del vantaggio dell’indipendenza nazionale ottenuto colla guerra zero Imposta annua pagata per far fronte agli interessi sul debito perpetuo di 1 miliardo al 4% contratto dallo Stato, ossia dalla consociazione dei contribuenti, per la condotta della guerra L. 40.000.000

 

 

BILANCIO DELLO STATO

ATTIVO   PASSIVO  
Imposta annua incassata dai contribuenti L. 40.000.000 Interessi annui pagati ai creditori che hanno mutuato il miliardo necessario per la condotta della guerra L. 40.000.000

 

 

BILANCIO DEI CAPITALISTI CREDITORI

ATTIVO   PASSIVO  
Interessi annui ricevuti dallo Stato L. 40.000.000 Interessi che i capitalisti avrebbero lucrato se avessero mutuato ad altri che allo Stato il miliardo di lire L. 40.000.000

 

 

I tre bilanci si spiegano agevolmente. Il bilancio dei contribuenti è squilibrato, perché essi, mentre non ritraggono più alcuna utilità dall’indipendenza nazionale ottenuta colla guerra, debbono ancora pagare l’imposta annua di 40 milioni di lire allo Stato perché possa questo pagare l’interesse sul debito di un miliardo contratto per la condotta della guerra. Gli altri due bilanci, dello Stato e dei capitalisti-creditori sono in equilibrio instabile, il quale poggia tutto sull’ipotesi che i contribuenti, passato il secolo, continuino a pagare allo Stato i 40 milioni di imposte necessarie al servizio del debito.

 

 

Dovrebbero pagare, se fossero ragionatori perfetti; poiché è vero che essi hanno in questo secondo periodo un vantaggio di zero contro un passivo di 40 milioni di lire all’anno, sicché essi, se volessero tradurre queste cifre di bilancio annuo in cifre di valutazioni patrimoniali, dovrebbero considerarsi gravati di una passività patrimoniale di un miliardo di lire, quale è al principio del secondo secolo ed al 4 % il valore di un’annualità passiva perpetua di 40 milioni di lire; ma è vero altresì che durante il primo secolo il loro bilancio presentava un avanzo annuo di 808.000 lire, uguale alla differenza fra il vantaggio di 40.808.000 lire all’anno che essi sentivano per la conquistata indipendenza nazionale ed il danno di 40.000.000 lire d’imposta da essi pagata. Ed è certo che cotal risparmio di 808.000 lire, messo a frutto al 4 % all’anno durante un secolo, avrebbe fornito ai contribuenti un valsente di un miliardo di lire, precisamente uguale all’onere patrimoniale di cui nel secondo e perpetuo periodo essi sono gravati.

 

 

Ma ai contribuenti normali codesti conti poco piacciono; sia perché non ne vedono la logica correttezza, sia perché le 808.000 lire risparmiate non si sa se siano state messe a frutto, ed il miliardo, sebbene probabilmente esista, è compreso nel patrimonio dei singoli cittadini, i quali hanno perso di vista la connessione che esiste fra quella frazione del loro patrimonio ed il debito di un miliardo dello Stato. Il patrimonio di 1 miliardo accumulato dai singoli col risparmio per 100 anni delle piccolissime frazioni componenti il risparmio totale annuo delle 808 mila lire sembra di proprietà dei singoli; mentre il debito di 1 miliardo sembra essere debito dello Stato, ossia di un ente diverso dai singoli, sebbene sia solo l’organizzazione dei singoli per il conseguimento di certi fini comuni.

 

 

Non vedendo i contribuenti la necessità logica della compensazione fra il loro patrimonio di 1 miliardo[2] e l’onere tributario di un miliardo, diventano irrequieti e malcontenti.

 

 

Essi pazientano alquanto tempo; ma a mano a mano che nuovi ideali sorgono, che nuove forme di vita sociale e di aggregazione politica si vanno accentuando, il ricordo degli antichi fasti, delle lotte coraggiosamente sostenute svanisce; e si sente soltanto il peso dei 40 milioni di lire annui che si devono pagare. Il debito pubblico viene dagli agitatori descritto nei comizi come un peso morto, come un tributo pagato dal popolo lavoratore ad una classe oziosa di parassiti. Ultimo termine di questa nuova situazione di cose è la rivoluzione, col ripudio del debito. Forse il ripudio del debito non è totale, come quando, durante la rivoluzione francese, colla legge del 9 vendemmiaio dell’anno VI, si ridussero al terzo le iscrizioni di debito pubblico, annullando gli altri due terzi. Teoricamente però è ragionevole supporre che i due terzi ripudiati corrispondessero ai debiti più antichi, quelli compiuti in epoche storiche la cui opera sembrava meno importante o meno utile agli uomini della rivoluzione.

 

 

Col ripudio del debito, lo squilibrio si estende ai bilanci dello Stato e di capitalisti-creditori. I contribuenti, essendosi rifiutati di pagare i 40 milioni di lire di imposte o di consentire a devolverli al servizio del debito, lo Stato, più non li incassa e quindi dovrebbe pagare gli interessi ai suoi creditori, senza aver ricevuto dai contribuenti le corrispondenti imposte; ed i creditori, vedendosi sospeso il pagamento degli interessi dallo Stato subiscono una perdita equivalente agli interessi che riscuoterebbero se avessero altrimenti impiegato il miliardo di lire. Nella tabella l’estendersi dello squilibrio dal bilancio dei contribuenti al bilancio dello Stato e dei capitalisti-creditori fu indicato collo stampare in corsivo la parte attiva di quei due bilanci.

 

 

Cotal processo rivoluzionario di ripudio non si avvererebbe se durante il secolo si fosse compiuto il processo di ammortamento automatico del prestito teorizzato dal De Viti. Se alla fine del secolo i contribuenti fossero diventati possessori di titoli di debito verso lo Stato ossia verso sé stessi, ciascuno in esatta proporzione dell’ammontare dell’imposta pagata per il servizio del debito, cosicché nel bilancio di ognuno l’imposta pagata fosse esattamente compensata dall’interesse percepito sul titolo di credito verso lo Stato, mancherebbe lo stimolo al ripudio; poiché i contribuenti non pagherebbero più i 40 milioni di lire di imposte, ma non riscuoterebbero neppure più i 40 milioni di lire di interessi.

 

 

Sembra però che una ipotesi siffatta, sebbene teoricamente immaginabile, sia di ben difficile effettuazione. Poiché sempre vi saranno poveri, sprovvisti di titoli di rendita e pagatori di imposte, uomini intraprendenti pagatori di imposte e spregiatori degli investimenti in titoli di rendita, proprietari che amano la terra e su di essa pagano tributo e non apprezzano i valori mobiliari. Lungamente anzi ci siamo intrattenuti dianzi sulla dimostrazione di una verità: che i titoli di debito pubblico tendono bensì a discendere in strati sociali più ampi, ma tendono altresì ad essere abbandonati dalle classi che prima li prediligevano; e perciò li chiamammo i pionieri degli investimenti mobiliari (cfr. par. 598 e 685). E dicemmo altresì che i titoli di debito pubblico tendono ad essere posseduti di preferenza da quei capitalisti, i quali attribuiscono il minor pregio ai proprii risparmi o, meglio, sono disposti a venderli al minor prezzo (cfr. par. 583-88). Il che esclude che di fatto si compia quel processo che il De Viti aveva teoricamente ipotizzato. Entro i limiti in cui si compie, esso per fermo è una forza opposta al ripudio del debito. Sembra però che la sua forza sia insufficiente ad impedirlo, poiché sempre saranno più numerose le classi, escluse dal possesso di titoli di debito pubblico e che immagineranno di avere interesse al ripudio. Immagineranno, poiché il ripudio dei debiti passati diminuisce il credito dello Stato per l’avvenire, ma in tempi di rivoluzione e di gravi distrette finanziarie poco si bada a tali pericoli ed il ripudio appare, e talvolta è mezzo efficace a ristabilire l’equilibrio finanziario ed a consentire il sicuro pagamento degli interessi sul debito conservato.

 

 

716. Dalle considerazioni precedenti si deduce che il prestito ammortizzabile in un periodo di tempo adatto è la maniera ottima di prestito – La determinazione del periodo di ammortamento avviene ad opera della esperienza storica. – Se perciò si parte dall’ipotesi che convenga contrarre il prestito in maniera tale che esso non conduca a squilibri nei bilanci dei contribuenti, dello Stato e dei capitalisti-creditori, né durante il secolo, per cui dura l’apprezzamento dei vantaggi recati dalla guerra d’indipendenza, né dopo trascorso il secolo, uopo è che il prestito sia ammortizzato od estinto dentro il secolo. Lo schema dei bilanci, che si possono chiamare bilanci di equilibrio stabile durante un secolo è dunque il seguente:

 

 

BILANCIO DEI CONTRIBUENTI

ATTIVO   PASSIVO  
Valore annuo del vantaggio dell’indipendenza nazionale ottenuto colla guerra L. 40.808.000 Imposta annua pagata per far fronte agli interessi sul debito perpetuo di 1 miliardo al 4% contratto dallo Stato, ossia dalla consociazione dei contribuenti, per la condotta della guerra L. 40.808.000

 

 

BILANCIO DELLO STATO

ATTIVO   PASSIVO  
Imposta annua incassata dai contribuenti L. 40.808.000 Interessi annui pagati ai creditori che hanno mutuato il miliardo necessario per la condotta della guerra L. 40.808.000

 

 

BILANCIO DEI CAPITALISTI CREDITORI

ATTIVO   PASSIVO  
Interessi annui ricevuti dallo Stato L. 40.808.000 Interessi che i capitalisti avrebbero lucrato se avessero mutuato ad altri che allo Stato il miliardo di lire L. 40.808.000

 

 

Questa maniera di bilancio è in perfetto equilibrio in tutte le sue parti; di cui ciascuna si lega all’altra logicamente in maniera che nessuno dei contraenti in nessun momento durante il secolo ha un attivo maggiore del passivo o viceversa e nessuno sente quindi la spinta ad uscire dalla posizione in cui si trova. Trascorso il secolo, cessa ogni ragione di dare ed avere; i contribuenti più non sentono i vantaggi della guerra e più non pagano imposte, lo Stato più non riceve imposte, né paga interessi sul debito già estinto; né i capitalisti hanno ragione di pretendere interessi su un mutuo il cui valore fu loro restituito.

 

 

Non è forse inutile di avvertire che lo schema sovra costruito è puramente ipotetico e dimostrativo. L’esperienza di ogni singolo caso deve insegnare:

 

 

  • quale sia il periodo per cui dura la sensazione del vantaggio della guerra o dell’altra impresa pubblica straordinaria, se 100 anni o 150 o 50 od altro numero di anni, per adattare ad esso il periodo dell’ammortamento;
  • quale sia la curva delle variazioni nel tempo della sensazione del vantaggio della guerra o dell’impresa pubblica. Nel ragionamento sovra fatto si suppose che cotal curva fosse una linea retta, la quale d’un subito fosse troncata e si riducesse a zero al centesimo anno. Le forme reali di essa probabilmente sono diverse; potendo darsi che la sensazione dell’utilità o vantaggio della guerra d’indipendenza sia vivissima dapprima e vada via via decrescendo a mano a mano che ci allontaniamo dal momento in cui essa fu combattuta; o potendo darsi che il sentimento nazionale vibri potentemente a tratti, con oscuramenti intermedi, seguendo la forma di molti altri fenomeni economici e sociali, i quali hanno dei periodi alternanti di ascensione e di depressione, od ancora si verifichino altre modalità del fenomeno. Qualunque forma abbia questa curva, ad essa dovrebbe teoricamente adattarsi, di volta in volta, il metodo prescelto per l’ammortamento del debito. Avvertenza importante, la quale giova a togliere alle nostre conclusioni quella apparente rigidità contabile che esse hanno assunto a scopo di dimostrazione. Possiamo perciò concludere che, astrazione fatta dai metodi più opportuni a seguirsi per raggiungere il fine, il prestito pubblico deve logicamente essere ammortizzabile od estinto; e che solo il debito pubblico ammortizzabile può condurre i bilanci pubblici e privati ad una situazione di equilibrio stabile.

 

 

717. Si dimostra come il prestito perpetuo tenda ad essere più costoso del prestito ammortizzabile in un periodo adatto di tempo. – La qual conclusione si rafforza riflettendo ai diversi effetti che nascerebbero, se i capitalisti attuali, del momento in cui il prestito si conchiude, fossero antiveggenti e prevedessero le diverse vicende del prestito ammortizzabile e del prestito perpetuo.

 

 

Col primo, essi sono sicuri di riscuotere l’interesse pattuito del 4 %[3] e di ottenere, entro il secolo, il rimborso del capitale mutuato; – col secondo essi prevedono che l’interesse sarà pagato per 100 anni ed in seguito avverrà il ripudio totale o parziale del debito.

 

 

Prevedendo il qual fatto, essi si vogliono premunire ricorrendo al consueto metodo del rialzo nel tasso dell’interesse; e, poiché i capitalisti esagerano sempre i rischi previsti dell’avvenire, essi richiederanno, ad es., il 4.25 % per concedere il mutuo perpetuo, mentre si contenteranno del 4 % per il mutuo ammortizzabile in un secolo. Quindi, logico e facile è argomentare che il prestito ammortizzabile il quale costa 40.808.000 lire all’anno per 100 anni, è di peso più lieve del prestito perpetuo, il quale non richiede alcuno stanziamento per la estinzione, ma impone un interesse più elevato e quinti costa 42.500.000 lire all’anno. Sembra cioè improbabile che i contribuenti debbano, per mezzo dello Stato, pagar più caro il rischio del ripudio nel caso del debito perpetuo che il costo dell’ammortamento nel caso del debito ammortizzabile. Il metodo, il quale instaura un equilibrio stabile nei bilanci pubblici e privati, sembra perciò meno costoso di ogni altro metodo, il quale avvantaggi o danneggi primo o dopo, l’uno o l’altro degli interessati.

 

 

718. – Come i finanzieri pratici abbiano veduto la bontà della teoria dianzi svolta, affermando l’opportunità di scemare il carico dei debiti pubblici per crescere il credito degli Stati, di non far gravare onere eccessivi su generazioni venture, di eliminare subito gli effetti degli errori attuali. – Gli uomini sperimentali nella pubblica finanza forse non hanno avuto un’idea compiuta della teoria dianzi svolta a dimostrare, contro l’opinione autorevolissima del De Viti De Marco, che il prestito ammortizzabile produce effetti massimamente convenienti per i consociati in confronto ai prestiti perpetui; ma l’hanno intuita quando affermavano l’utilità dell’ammortamento:

 

 

  • a) allo scopo di diminuire l’onere degli interessi per i debiti antichi e di consentire così ai bilanci maggiore snellezza ed agli Stati credito più elevato, sì da permettere ad essi di contrarre nuovi prestiti a miti condizioni.

 

 

A parità di ricchezza dei cittadini, di apprezzamento dei beni pubblici, di bilancio complessivo pubblico ecc. ecc., è più facile invero ottenere prestiti a buone condizioni allo Stato, il quale ha diminuito il suo debito da 15 a 10 miliardi, che non a quello che lo ha conservato costante a 15 miliardi di lire. Ciò si spiega dai pratici, notando che la massa di titoli di debito pubblico esistenti sul mercato è più piccola nel primo che nel secondo caso, che quindi, supponendosi pari la richiesta, il prezzo dei primi è più elevato o il tasso d’interesse pagato più tenue che nel secondo caso; sicché anche i nuovi titoli da emettersi possono essere venduti a più favorevoli condizioni. Osservazioni corrette, in quanto esse traducono in linguaggio ordinario la vicenda dei fatti verificatisi prima, di contribuenti, i quali nel primo caso hanno pagato imposte uguali alla somma dei vantaggi ricevuti dall’impiego del mutuo ed hanno così consentito l’ammortamento del debito, il quale non corre verun rischio di ripudio e può essere rinnovato per altri fini che in prosieguo di tempo alle nuove generazioni siano apparsi importanti ed utili, mentre nel secondo caso hanno bensì pagato forse l’identica somma di imposte, ma l’hanno devoluta in parte al conseguimento di altri scopi temporanei, immediati, di utilità forse immaginaria, lasciando permanere immutata la cifra del debito, il quale, per le ragioni dianzi svolte, corre perciò il rischio del ripudio. Di qui lo scadimento del credito pubblico e le più dure condizioni a cui lo Stato deve sottostare nelle urgenze di una guerra o di altro grande straordinario bisogno pubblico.

 

 

  • b) allo scopo di non trasmettere alle generazioni lontane il debito conchiuso dalla generazione presente per fini la cui utilità si esaurisce in una o in poche generazioni. La quale formulazione contiene l’errore di reputare che il debito, diversamente dall’imposta, gravi sulle generazioni venture (cfr. par. 587); ma contiene un nucleo di verità, la quale consiste in ciò che, siasi compiuta la spesa straordinaria col debito e con l’imposta, medesimamente la spesa straordinaria ha un’utilità la quale trascende l’anno finanziario e si appalesa per un più o meno lungo periodo di tempo. Cosicché – ferma rimanendo la necessità di coprire la spesa con fondi oggi esistenti – perfetto appare soltanto quel piano di ripartizione nel tempo dell’onere della spesa sui contribuenti, il quale si adatti alla ripartizione nel tempo dei vantaggi dell’impresa pubblica. E poiché nessuna impresa pubblica produce vantaggi perpetui, sibbene soltanto variamente temporanei, l’onere della spesa deve ripartirsi sui contribuenti con una imposta interessi la quale duri tanto tempo quanto è bisognevole ad estinguere, al tasso di interesse pattuito, il mutuo contratto all’inizio per il compimento della spesa nello stesso periodo di tempo per cui nei contribuenti dura la sensazione dell’utilità dell’impresa pubblica;
  • c) allo scopo di non far gravare sulle generazioni venture gli eventuali errori, per guerre sbagliate o sfortunate, per impianti ferroviari resi dal tempo e dalle nuove invenzioni tecniche inutili, per scopi fantastici ed immaginati reali solo in seguito ad un sommovimento effimero di passioni ecc. ecc., commessi dalla generazione attuale. Il che di nuovo è un errore di principio, ogni generazione pagando coi proprii capitali già formati i proprii errori e non coi capitali non ancora esistenti delle generazioni venture: ma vuol dire che, sia pure la spesa sostenuta coi capitali esistenti oggi e presi a prestito oggi, la ripartizione della spesa sui contribuenti attuali è conveniente sia fatta in modo che essi paghino non soltanto l’interesse ma anche la rata d’ammortamento dal loro proprio errore. Pare sia corretto di far corrispondere al beneficio di 53.577.000 lire all’anno per 35 anni che essi immaginano di andar ricavando dall’impresa pubblica un onere di imposte di 53.577.000 lire all’anno, cosicché il prestito di un miliardo che fu contratto al 4 % per condurre a termine l’impresa sia tutto estinto entro i 35 anni; mentre i contribuenti, i quali verranno dappoi ed, avendo riconosciuto l’errore dei loro predecessori, non immagineranno più di godere alcun beneficio, neppure siano costretti a pagare l’imposta corrispondente.

 

 

Sezione seconda

Il miraggio delle casse di redenzione e le condizioni ed i metodi di un ammortamento reale.

 

719. Distinzione tra i prestiti «generali» gravanti sugli utenti delle imposte pubbliche ed i prestiti «speciali» gravanti sui contribuenti. – Per i primi il periodo di ammortamento è determinato da dati fisici ed economici. – Questi mancano invece per i prestiti generali. – Necessità di una ricerca apposita. – Se l’ammortamento è la conseguenza logica della dottrina del prestito quale fu sovra delineata, i metodi dell’ammortamento possono variare moltissimo. Quando il prestito vuole provvedere alle spese d’impianto di un’impresa pecuniariamente remunerativa, il che vuol dire di un’impresa i cui servigi saranno volontariamente pagati dagli utenti sotto forma di prezzi pubblici, il metodo migliore sembra quello che fu dianzi esposto (cfr. par. 658 e segg.), del prestito con obbligazioni ammortizzabili in un dato periodo di tempo. Imperocché si potranno far calcoli intorno alla durata fisica ed economica delle varie parti dell’impianto, per esempio delle gallerie, della linea, della massicciata, delle rotaie, dei ponti, delle locomotive, dei carri, delle carrozze ecc. ed la reddito netto dell’impresa e si potrà adattare il piano dell’ammortamento a questi dati fisici ed economici.

 

 

Così, dato un tasso d’interesse da pagarsi ai creditori, ad es. del 4%, e dato che l’impianto si logori in 25 anni, converrà scegliere il venticinquesimo come periodo di ammortamento, inscrivendo nel bilancio speciale dell’impresa la annualità costante del 6,40 per cento per pagare l’interesse ed estinguere il prestito in 25 anni. Se invece risulti che la durata dell’impianto sia di 50 anni, fermo rimanendo al 4% il tasso dell’interesse, basterà iscrivere il 4,65%; ed il 4,22% se il periodo sia di 75 anni, il 4,12% se di 90 anni ed il 4.08 % se di 100 anni. Al di là di 100 anni non si usa andare nei piani di ammortamento dei prestiti incontrati per le imprese statali o comunali produttive di servigi venduti agli utenti (ferrovie, tranvie, acquedotti, imprese di illuminazione a gas od elettricità, imprese idroelettriche), poiché non si può prudentemente supporre che la durata degli impianti ecceda cotal lunghissimo lasso di tempo.

 

 

Il problema dell’ammortamento è più complesso e da luogo a soluzioni varie e dubbie per i prestiti, i quali furono contratti per le spese che volgarmente si sogliono chiamare improduttive e che meglio si direbbero gravanti sul fondo delle imposte (cfr. par. 567).

 

 

Di un prestito di un miliardo contratto per la costruzione di una ferrovia i contribuenti non devono preoccuparsi; poiché, se la ferrovia è economica, ossia coi suoi proventi di prezzi pubblici basta da sé stessa a coprire tutte le spese e quindi anche l’interesse e l’ammortamento del capitale di impianto, i contribuenti non dovranno subire alcun sacrificio per essa. Il prestito per il bilancio generale dello Stato si può persino supporre inesistente; gravando sugli utenti della ferrovia e sui prezzi pubblici da essi pagati ed affluenti al bilancio speciale dell’amministrazione ferroviaria.

 

 

Invece se il prestito fu contratto per la condotta di una guerra, siccome la guerra, anche vittoriosa, non frutta nulla, il costo di interessi e di ammortamento incide sui contribuenti, sul fondo delle imposte le quali affluiscono al bilancio generale dello Stato.

 

 

Per questa seconda maniera di prestiti sono dubbie le indicazioni forniteci da criteri tecnici ed economici intorno alla durata ed al metodo dell’ammortamento.

 

 

Nei prestiti gravanti su utenti di servigi di imprese pubbliche, siccome gli utenti pagano volontariamente prezzi pubblici e li pagano finché l’impresa è in stato di rendere servigi, noi abbiamo nel quantum e nella durata dei pagamenti fatti dagli utenti, pagamenti che dureranno finché durano i servigi dell’impresa, un criterio per determinare il periodo dell’ammortamento del prestito. È possibile commettere errori anche in questo calcolo; ma sembra che siano errori di non grande importanza.

 

 

Invece nei prestiti gravanti sui contribuenti, i quali dalla forza della legge sono costretti a pagare imposte per i servigi pubblici generali ed indivisibili, da essi non richiesti volta per volta, fanno difetto i criteri opportuni per la determinazione del periodo e del metodo d’ammortamento.

 

 

Poiché i contribuenti debbono per forza pagare le imposte, anche quando essi non risentono il vantaggio del servizio pubblico corrispondente, così il legislatore può, a suo arbitrio, ammortizzare in un periodo lungo o breve, o non ammortizzare affatto, in modo regolare od irregolare; poiché il contribuente dovrà pagare il tributo nell’ammontare e per la durata voluti dal legislatore. Con la sola riserva di non provocare le reazioni dei contribuenti, che si chiamano frodi fiscali, contrabbando, emigrazione di uomini e di capitali, mutamenti di governo, rivoluzioni.

 

 

Compito delle pagine seguenti sarà appunto di esaminare le soluzioni che furono date in passato al problema dell’ammortamento per questa seconda maniera di prestiti: quella gravante sul fondo delle imposte. Della prima, gravante sui prezzi pubblici di imprese economiche statali o comunali, già dicemmo abbastanza trattando dei prestiti ammortizzabili (cfr. par. 658 e segg.). Poiché vi sono prestiti che partecipano alla natura dell’una e dell’altra specie, ad es. ferrovie sbagliate, o ferrovie militari o politiche, le quali costano il 5% per interessi ed ammortamento e fruttano solo il 2%, sicché il 2% grava sul fondo dei prezzi pubblici pagati dagli utenti ed il 3% residuo, rimasto scoperto, deve finire per forza a gravare sul fondo delle imposte pagate dai contribuenti, per essi bisognerà idealmente fare una ripartizione: ed una quota supporla regolata dalle norme che regolano i prestiti “speciali” ed un’altra da quelle che disciplinano i prestiti «generali».

 

 

720. – Dei calcoli, aritmeticamente esatti, che erano di moda durante il secolo XVIII per dimostrare gli effetti dell’impiego di somme ad interesse composto – Il testamento del dott. Ricard – Ostacoli economici e politici che si oppongono al successo di questi calcoli. – Vi fu un tempo in cui gli uomini di Stato avevano immaginato che si potessero adottare per l’ammortamento dei prestiti «generali», ossiano gravanti sul fondo delle imposte pagate dai contribuenti, le medesime regole semplici e costanti con cui sembra opportuno disciplinare l’ammortamento dei prestiti «speciali» o gravanti sul fondo dei prezzi pubblici pagati dagli utenti. Specialmente durante il secolo XVIII in Inghilterra, in Francia, in Piemonte ed altrove, abili calcolatori, tra cui andava famoso l’inglese dottor Price, dimostrarono la possibilità, che contabilmente è indiscutibile, di ammortizzare i prestiti pubblici con una piccola aggiunta all’interesse normale, dissero cioè, come nelle pagine precedenti fu ripetutamente dimostrato, che, invece di contrarre debiti perpetui al 4%, era opportuno sobbarcarsi ad un sacrificio lievemente più alto pagando per 50, 75, o 100 anni, il 4,655, il 4,2229 od il 4,08 per cento, estinguendo a poco a poco il debito.

 

 

Messisi sulla china sdrucciolevole dei calcoli, essi farneticarono intorno ai mirabili vantaggi che si potevano ricavare dall’impiego di piccoli capitali ad interessi composti, compiacendosi nel prevedere in quanto tempo si potevano estinguere i debiti più colossali, col solo mettere a frutto per un tempo lunghissimo una somma inizialmente piccolissima. Riportiamo dall’opera citata di Paul Leroy – Beaulieu (II, 455) un brano classico di Roberto Hamilton:

 

 

«Si attribuirono all’aumento dei capitali col mezzo dell’interesse composto effetti che sono veri paradossi. Un soldo impiegato all’interesse composto del 5 % al principio dell’era cristiana sarebbe già divenuto una somma più grande di quella che potrebbe essere racchiusa in 500 milioni di globi delle medesime dimensioni delle terra e così massicci come l’oro.

 

 

Il signor Ricard dichiarò nel suo testamento che una somma di 500 lire sterline doveva essere divisa in 5 parti. La prima, alla fine di 100 anni, essendo cresciuta sino a 13.100 lire avrebbe dovuto essere distribuita in premi per dissertazioni intese a provare l’equità degli impieghi ad interesse. La seconda, alla fine di due secoli, essendo ascesa a 1.700.000 lire, doveva essere impiegata a creare un fondo perpetuo per distribuire premi a prò della letteratura, delle arti e per azioni virtuose. La terza, ascendendo dopo tre secoli a più di 25 milioni di lire, doveva servire a fondare banche patriottiche, e musei con ampie dotazioni. Alla fine del quarto secolo, coi 30 milioni di lire della quarta parte si costruiranno in Francia un centinaio di città, capaci ognuna di 150.000 abitanti. Alla fine del quarto secolo, la quinta parte, ascendente alla somma di 4 miliardi di lire (sterline), doveva essere impiegata a rimborsare i debiti pubblici della Gran Bretagna e della Francia, a produrre un reddito annuo da dividersi fra tutte le potenze d’Europa, a riscattare gli uffici inutili, a comprare un demanio reale, ad aumentare i redditi del clero, abolire il pagamento delle messe; allevare tutti i fanciulli nati in Francia sino all’età di tre anni, dissodare lande deserte per regalarle a contadini ammogliati, comprare feudi ed esentare i vassalli da ogni servitù, fondare case d’educazione, di lavoro, di salute, asili per le donne, dotare le ragazze giovani, dare al merito ricompense sotto forma di onorari; ed il vistoso avanzo rimanente doveva essere impiegato ad arbitrio degli esecutori testamentari”.

 

 

Sulla carta, tutti questi calcoli sono correttissimi. Ma non possono tradursi in realtà, per molte circostanze. Innanzitutto il fatto medesimo di un fondo, il quale non deve mai essere consumato ed i cui redditi debbono essere impiegati ad interesse composto, basta a spostare i fattori del calcolo; poiché il tasso d’interesse non potrà conservarsi al 5%, ma, per la costante ed ognora più vistosa produzione di risparmio, dovrà discendere al 4, al 3, al 2, all’1%; né sarebbe da meravigliare, se l’accumulo del fondo durasse sul serio per molti secoli, nel vedere il tasso dell’interesse discendere anche a saggi minori e fors’anco diventare negativo, convertendosi in un premio per il rischio della custodia degli incalcolabili fondi accumulati. Sicché, a mano a mano che l’accumulo prosegue, l’incremento del cumulo o fondo procede meno rapidamente, finendo per diventare lentissimo e poi cessare del tutto.

 

 

Forse questa non sarebbe una obiezione perentoria contro il cumulo di fondi per l’ammortamento del debito pubblico; poiché prima del momento in cui il cumulo più non cresce, esso è già arrivato a dimensioni cosiffatte da consentire la estinzione totale del debito; onde l’opera sua, essendo compiuta, può aver termine senza alcun danno. Ma un pericolo più grave, incombe su questi cumuli: quello delle malversazioni o della inesperienza dei suoi amministratori, per cui non solo gli interessi possono ridursi a zero, ma buona parte del fondo capitale andar disperso. E sovratutto questi fondi, appena diventano un po’ vistosi, eccitano la cupidigia dei governanti, i quali con mille pretesti se ne impadroniscono, mandando a vuoto l’opera lungamente continuata.

 

 

721. – Congegno delle casse d’ammortamento – Differenze con i prestiti ammortizzabili moderni – Il paradosso della reazione di un debito maggiore del necessario. – L’esperienza provò che l’ammortamento del debito pubblico, a mezzo di cumuli di fondi era una illusione. Partendo dal principio che una somma iniziale, di 2 lire, impiegata all’interesse composto del 4 % diventa in 100 anni uguale a 100 lire, mentre ne occorrono 5 lire per ottenere lo stesso effetto al 3% e bastano circa 75 centesimi per ottenere in 100 anni le 100 lire se essi 75 centesimi si possono impiegare al 5% composto, molti governi durante il secolo XVIII seguirono il seguente sistema. Volendo fare un prestito di 100 milioni di lire al 4% lo fecero di 102 – avrebbero dovuto farlo di 105 se l’interesse era del 3% o di 100,75 se era del 5% – ma sui 102 milioni di lire di titoli di debito pubblico così creati, soltanto 100 milioni vendettero al pubblico, incassando 100 milioni di lire in moneta da impiegarsi per i fini pubblici prestabiliti, mentre i rimanenti 2 milioni di titoli non furono venduti ma consegnati ad un apposito ente che ora direbbesi autonomo e che allora si chiamò Sinking Fund Commissioners in Inghilterra, Caisse d’amortissement in Francia, Cassa di Redenzione in Italia. Questa cassa divenne creditore verso lo Stato come ogni altro capitalista; e ad essa lo Stato doveva pagare l’interesse al 4% sui 2 milioni di titoli che essa possedeva, come doveva pagarli sui 100 milioni di titoli posseduti dai capitalisti privati. E così, il primo anno lo Stato doveva pagare 4 milioni di lire – il 4 % su 100 milioni – ai creditori privati ed 80 mila lire – il 4 % su 2 milioni – alla cassa di ammortamento; in tutto 4.080.000 lire costanti ogni anno, precisamente come nei sistemi di ammortamento che furono già descritti.

 

 

Ma vi era questa differenza fra il sistema d’ammortamento oggi usato e quello invalso nel secolo XVIII; che oggi lo Stato destina le 80.000 lire a rimborsare, per estrazione a sorte, una parte delle obbligazioni emesse, cosicché alla fine del primo anno il suo debito si trova ridotto a 99.920.000 lire. Mentre col metodo che qui si esamina, lo Stato per tutto il secolo rimane apparentemente debitore sempre della medesima somma di 102 milioni di lire. Però, mentre al principio del primo anno, esso è debitore di 100 milioni di lire ai creditori privati e di 2 milioni verso la cassa d’ammortamento, alla fine del primo anno i rapporti sono mutati. La cassa ha acquistato sul mercato od in borsa, colle 80 mila lire di interessi riscossi sui 2 milioni di titoli di sua proprietà, altrettanti titoli dei creditori privati; sicché alla fine dell’anno la proprietà dei privati si riduce a 99.920.000 e quella della cassa sale a 2.080.000 lire. I due sistemi in sostanza tornano allo stesso fine, poiché siccome la cassa è un ente fittizio, creato dallo Stato e che collo Stato medesimo si confonde, il credito suo di 2.080.000 lire verso lo Stato è un credito immaginario ed il vero debito dello Stato è di sole 99.920.000 lire. Ma intanto sulla carta la finzione esiste e si prolunga. Teoricamente ogni anno la cassa aumenta i titoli da essa posseduti, perché cogli interessi spettantile compra continuamente titoli, facendo diminuire la parte che i creditori privati ancora posseggono; sinché alla fine del secolo è certissimo che la cassa dovrebbe possedere tutti i 102 milioni di titoli, i 2 originari suoi ed i 100 emessi nel pubblico; ed in quel giorno si potrebbe decretare la morte della cassa e, facendo una bella fiammata dei titoli da essa posseduti, dichiarare felicemente estinto il debito.

 

 

721 bis – Pericoli a cui vanno incontro le casse di ammortamento: a) aumento del prezzo di borsa dei titoli oltre la pari; b) incameramento dei titoli posseduti dalla cassa e loro nuova emissione: c) creazione di nuovi debiti per pagare la rata d’ammortamento alla cassa. – L’esempio classico citato dal Mac Culloch per la cassa inglese d’ammortamento dal 1794 al 1816. – Sennonché, durante la loro vita, queste casse vanno incontro a non poche avventure.

 

 

Una prima si è che, per la richiesta obbligatoria di titoli fatta dalla cassa sul mercato, i titoli salgono di prezzo al disopra della pari.

 

 

Ed allora la cassa, ossia in fondo lo Stato, dovrebbe pagare ossia rimborsare a 102, 105, 110 lire quel titolo per cui si ricevettero solo 100 lire. Inconveniente non lieve, il quale prolungherebbe da 100 a 110, 120 e forse più anni il periodo di ammortamento del debito, così come la possibilità di poter acquistare in borsa i titoli al disotto della pari lo abbrevierebbe. Non è però questo un inconveniente grave ed anzi può volgersi in un beneficio, poiché il rialzo di un titolo del frutto di 4 lire a 105 o 110 vuol dire che il tasso dell’interesse sul mercato è diminuito; sicché lo Stato potrà offrire ai creditori il rimborso del mutuo ove essi non si contentino del 3.50% di interesse. Dopo di che il titolo, rendendo solo 3.50 lire, tornerà a ribassare a 100 lire e la cassa potrà ricominciare le sue compre, accelerandole anzi se lo Stato verserà ad esse tutto il risparmio derivante dal ribasso sul tasso dell’interesse.

 

 

Ma un secondo pericolo attende al varco la cassa. Supponiamo che essa, in 50 anni di esistenza, sia riuscita a possedere un fondo di 14.200.000 lire; ed in quel momento sorga un bisogno straordinario nuovo per lo Stato, per cui esso dovrebbe appunto contrarre un nuovo debito di 14 – 15 milioni di lire.

 

 

Indebitarsi è sempre cosa spiacevole per tutti ed anche per i governanti, poiché ha un certo sapore di finanza cattiva od allegra, la quale potrebbe impressionare poco favorevolmente l’opinione pubblica; e noi sappiamo che, appunto per questo motivo, essi governanti sono propensi moltissimo ai debiti larvati od improprii. Invece che far un debito palese di 14 milioni di lire, preferiscono farsi consegnare dalla cassa d’ammortamento i 14 milioni di titoli da essa posseduti e venderli senza troppo rumore in borsa, in guisa da ottenere la somma desiderata. In sostanza è questo un vero nuovo debito, poiché dianzi il debito apparente era di 102 milioni di lire; ma il debito reale era di 102 milioni meno i 14 posseduti dalla cassa, ente fittizio creatura dello Stato, ossia 88 milioni; e dopo il debito ridiventa di 88 milioni più i 14 milioni venduti al pubblico, ossia di nuovo 102 milioni. Aumentare un debito vecchio vuol dire fare un debito nuovo. Collo spediente ora descritto il debito nuovo si farebbe senza dar nell’occhio al pubblico, vendendo i 14 milioni di titoli che sostanzialmente dovrebbero essere estinti, ma apparentemente sono ancora in vita sulla carta. La cassa viene soppressa, protestando che essa è errata od antiquata: ovvero viene conservata in vita, assegnandole come dotazione, invece dei 14 milioni di lire, un credito figurativo verso lo Stato sulle scritture del tesoro e della cassa e versando ad essa figurativamente interessi senza fine; di che si hanno ridicolissimi esempi nelle storie finanziarie dell’Inghilterra, della Francia e del Piemonte.

 

 

Peggio accade, quando lo Stato per pagare ogni anno l’annualità costante di 4.080.000 lire ai suoi creditori privati ed alla cassa, non avendo fondi disponibili in bilancio, si indebita con nuovi prestiti. Ed allora si assiste al curioso spettacolo di una cassa la quale via via estingue il debito vecchio di 100 milioni al 4%, sicché alla fine del secolo l’ha tutto estinto, con un risparmio per lo Stato di 4.080.000 all’anno; mentre dall’altro lato l’erario, per potere pagare le 80.000 lire, le 83.200, le 90.000 lire e così via crescendo, di interessi spettanti alla cassa si indebita al cinque per cento, sicché alla fine del secolo, lo Stato ha estinto, mercé la cassa, il vecchio debito al 4% e ne ha creato uno nuovo al 5%, surrogando ad un onere annuo di 4.080.800 lire un onere di 5.038.300 lire, ché questa è l’annualità costante necessaria per estinguere in un secolo il nuovo debito di 100 milioni al 5 per cento.

 

 

Della qual grottesca maniera di estinguere i debiti, aumentandoli, si hanno molti esempi nelle storie; ma basterà citare quello classico addotto dall’economista inglese Mac Culloch riguardo all’ammortamento del debito pubblico in Inghilterra dal 1794 al 1816. Durante quel periodo di tempo i commissari del fondo d’ammortamento (sinking fund commissioners) ricevettero dall’erario una somma di lire sterline 188.500.000, con cui riscattarono e comprarono sul mercato tanti titoli che costavano all’erario il pagamento il pagamento di un interesse passivo di lire sterline 9.168.000; e questo fu il beneficio dell’operazione. Disgraziatamente l’erario, per poter pagare quelle lire sterline 188.500.000 ai commissari incaricati di estinguere il debito pubblico, dovette far tanti debiti nuovi che importavano un onere annuo di interessi di lire sterline 9.726.000; e questo fu il passivo dell’operazione. Il risultato di 22 anni di cabalistici calcoli ed andirivieni di fondi era dunque stato questo: d’aver surrogato ad un carico di interessi minore uno maggiore, a lire sterline 9.168.000 la maggior somma di lire sterline 9.726.000, con una perdita per l’erario di 558.000 lire sterline di maggiori interessi all’anno.

 

 

Non è necessario che questa sia la fine delle casse d’ammortamento; ma di fatto questo ne è il termine consueto. Poiché, se teoricamente il sistema sulla carta funziona perfettamente, in realtà esso fa astrazione dalle passioni politiche, dagli errori dei governanti, dalle rivoluzioni storiche fatali. È assurdo supporre che i governanti sappiano resistere alla tentazione di fare un debito larvato invece di un debito proprio e palese; supporre che un fondo cospicuo, che è di nessuno, possa indefinitamente crescere senza eccitare le cupidigie di alcuno: peggio che assurdo è immaginare che, in tutti gli anni futuri per cui dura l’ammortamento del debito, i bilanci dello Stato siano sempre in equilibrio e possano far fronte all’onere delle rate di ammortamento del debito vecchio senza ricorrere a nuovi debiti, mentre l’esperienza dimostra che ai periodi di avanzo succedono i periodi di disavanzo, ed in questi occorre far nuovi debiti se ci si vuole ostinare a rimborsare i vecchi; ed è probabile, appunto perché trattasi di periodi di disavanzo o di guerre o di calamità nazionale, che i nuovi debiti si debbano conchiudere ad alto tasso di interesse, mentre i vecchi debiti si erano potuti stipulare a più favorevoli condizioni od, almeno, già si erano potuti convertire da un alto ad un basso tasso di interesse durante i precedenti anni di avanzo e di tranquillità.

 

 

722. Gli errori della casse d’ammortamento: conservano i titoli acquistati, invece di subito distruggerli; obbligano a rimborsare il debito anche quando non v’è margine sufficiente nel bilancio – I principii fondamentali dell’ammortamento secondo Lord Grenville – Fra i grandi Stati, solo l’Inghilterra e gli Stati Uniti li hanno applicati. – L’esperienza lunga di quasi un secolo, tutta materiata di insuccessi persuase finalmente studiosi e uomini politici che il metodo delle casse d’ammortamento non poteva condurre al fine desiderato. Due errori principalmente gli si possono rimproverare.

 

 

In primo luogo l’errore di non distruggere subito i titoli che la cassa ha comperato. La differenza tra il metodo della cassa d’ammortamento, la quale ha una dotazione iniziale e via via l’accresce acquistando, cogli interessi della sua dotazione, ogni anno alquanti titoli di debito pubblico fino a che giunge a possederli tutti e li può distruggere tutti d’un tratto ed il metodo delle obbligazioni ammortizzabili per estrazioni a sorte, per cui lo Stato ogni anno estrae e rimborsa e distrugge una parte delle obbligazioni emesse sino ad averle tutte estratte e rimborsate è differenza puramente formale. Ma spesso accade che l’apparenza dei fenomeni influisce sulla loro sostanza. Col metodo della estrazione a sorte, rimborso e distruzione immediata di una parte dei titoli emessi, siamo certi che se i governanti vogliono fare un nuovo debito debbono emettere nuove obbligazioni e di ciò devono avvertire parlamento, mercati finanziari, borse, capitalisti, contribuenti. Col metodo delle casse di ammortamento, invece, i governanti, i quali vogliono contrarre un nuovo prestito, possono impadronirsi dei titoli posseduti dalla cassa, che in realtà sono titoli estinti e, per così dire, farli rivivere, rimettendoli in circolazione, senza che il parlamento, i contribuenti, i mercati finanziari abbiano una impressione precisa del fatto che in realtà il debito che lo Stato ha contratto è un debito nuovo. Il debito sembra vecchio; le cifre del debito pubblico non paiono mutate; e più facilmente quindi il debito viene consentito. Dunque la prima regola insegnata dall’esperienza è di ammortizzare, senza creare casse che immagazzinino i titoli estinti, facendoli crescere via via col gioco degli interessi composti, distruggendo invece anno per anno subito i titoli rimborsati e facendo risultare chiaramente il fatto dell’avvenuto rimborso e della conseguita riduzione del debito pubblico.

 

 

In secondo luogo alle casse d’ammortamento si può muovere l’appunto, comune però con i metodi soliti d’ammortamento, i quali distruggono via via i titoli estinti, che ogni maniera rigida, prestabilita d’ammortamento, la quale obblighi lo Stato a destinare ogni anno 1 milione o 10 o 50 o 100 milioni alla riduzione del debito pubblico, a seconda dell’importanza degli Stati e della massa totale dei loro debiti, è dannosa perché obbliga lo Stato a rimborsare debiti anche quando il suo bilancio non presenta il margine necessario, anche quando le spese sono uguali o forse eccedono le entrate, cosicché il rimborso del debito si riduce ad una finzione contabile, finzione dannosa, poiché per lo più accade che il debito nuovo sia contratto ad interesse superiore a quello del debito vecchio che si pretende di estinguere. In un celebre Saggio sull’ammortamento pubblicato nel 1827, Lord Grenville indicò in modo lapidario quali dovevano essere i principii fondamentali di un buon sistema di ammortamento:

 

 

  • a) l’ammortamento può funzionare bene solo allorquando vi ha un’eccedenza netta e reale delle entrate dello Stato in confronto alle spese;
  • b) ogni ammortamento, il quale funzioni a mezzo di prestiti, o, ciò che è la stessa cosa, nel tempo medesimo in cui lo Stato contrae nuovi prestiti, deve essere condannato;
  • c) un sistema di ammortamento, il quale funzioni in tempo di guerra o quando i bilanci sono in disavanzo è pernicioso. L’ammortamento non può sinceramente funzionare fuorché in tempo di pace; e soltanto in tempo di pace si può ragionevolmente discutere sul ristabilimento o sull’abbandono di un sistema di riduzione del debito pubblico.

 

 

Un comitato della camera inglese dei comuni raccomandò nel 1828 l’adozione delle idee di Lords Grenville, concludendo un suo rapporto col consiglio di escludere ogni fondo d’ammortamento, che non fosse alimentato esclusivamente dall’eccedenza netta dell’insieme delle entrate sull’insieme delle spese. Il comitato manifestò il convincimento essere opportuno di destinare le eccedenze di reddito nei tempi di tranquillità al rimborso dei debiti accumulati in tempi difficili. Non provvedere – aggiunse il comitato – in tempo di pace alla diminuzione dei carichi straordinari delle guerre, sarebbe un preoccuparsi ben poco del credito pubblico e della salute del paese, che potrebbero essere messi in pericolo delle difficoltà e dai pericoli dell’avvenire.

 

 

A questi principii si ispirò l’Inghilterra dal 1828 in poi ed, unico grande paese d’Europa, seguendo il consiglio di ammortizzare soltanto quando ciò si poteva fare sul serio, ossia negli anni d’avanzo, riuscì a ridurre il debito pubblico, che era di 861 milioni di lire sterline (21.5 miliardi di lire italiane), con un carico annuo di interesse di 32,6 milioni di lire sterline (816 milioni di lire italiane) nel 1815, a 635 milioni di lire sterline (15.9 miliardi di lire italiane) con un carico annuo per interessi di 23.6 milioni di lire sterline (595 milioni di lire italiane) nel 1899, innanzi allo scoppio della guerra anglo – boera. Questa fece risalire il debito pubblico inglese al 31 marzo 1903 a 798.3 milioni di lire sterline (20 miliardi di lire nostre); ma subito l’ammortamento cogli avanzi di bilancio fu ripreso con energia, sicché al 31 marzo 1910 il debito era già ridotto a 762.4 milioni di lire sterline (19.1 miliardi di lire italiane); ed al 31 marzo 1913 la diminuzione era proseguita sino a far discendere il totale del debito pubblico inglese a 716 milioni di lire sterline, ovverossia 17.9 miliardi di lire italiane, con una diminuzione di 82.3 milioni di lire sterline o 2.1 miliardi di lire italiane dopo la fine della guerra anglo boera.

 

 

Nessuno dei grandi Stati Europei può vantare un successo somigliante; anzi si può affermare che solo alcuni piccoli Stati come l’Olanda, il Belgio, la Danimarca, durante alcuni periodi della loro recente storia finanziaria hanno provveduto alla diminuzione reale del loro debito pubblico. Tutti gli altri Stati andavano a gara nell’aumentare le cifre, già colossali, dei loro debiti. Fuori d’Europa, soltanto gli Stati Uniti scemavano notevolmente il loro debito, grazie a due circostanze eccezionali: il ricavo della vendita dei beni del territorio nazionale, prima deserto e dichiarato di proprietà della confederazione; e le eccedenze fortunate dei dazi doganali negli anni buoni sulle spese della confederazione che per lunghi periodi si conservavano assai tenui.

 

 

723. Significato della regola, per cui i debiti si debbono ammortizzare solo con gli avanzi di bilancio: l’avanzo deve essere sincero. – Ma qual è il significato della regola: si deve ammortizzare il debito pubblico soltanto cogli avanzi effettivi di bilancio? Basta che il bilancio di uno Stato in un anno si chiuda con 2.000 milioni all’entrata e 1.900 milioni all’uscita, perché i 100 milioni si debbano dedicare all’estinzione di altrettanta somma di titoli di debito pubblico?

 

 

Mai no, si risponde. Poiché un avanzo di 100 milioni può derivare da moltissime cause. A cagion d’esempio, può essere la conseguenza dei metodi contabili seguiti nella formazione del bilancio medesimo. Se una spesa di 500 milioni, tutta compiuta durante l’anno finanziario considerato, e supponiamo sia il 1915, non fu addebitata intieramente all’esercizio, ma in rate eguali ad esso ed a quattro esercizi successivi, in realtà la spesa sostenuta fu di 1900 milioni, compresi nei 1900 la rata di 100 milioni della spesa surricordata, più i 400 milioni spesi, ma iscritti nei quattro bilanci successivi ed in tutto 2300 milioni. E poiché la entrata dell’anno fu di 2000 milioni, risulta un disavanzo reale di 300 milioni. Invece, grazie al metodo contabile di iscrivere nel bilancio della spesa dell’anno solo 100 dei 500 milioni, figura un avanzo immaginario di 100 milioni di lire, che si consacra all’estinzione di altrettanto debito.

 

 

È chiaro che questo genere di ammortamento non è corretto; poiché, mentre si estinguono 100 milioni di debito vecchio, si fa un debito nuovo di 400 milioni. Invero si può ordinare, se ciò piace, agli anni venturi di pagare 400 milioni di lire spesi oggi; ma poiché gli anni venturi ancora non sono in vita e tutte le entrate (2000 milioni) dell’anno sono assorbite dalle spese iscritte in bilancio (1900 milioni), più dall’ammortamento del debito vecchio (100 milioni), è giuocoforza ricorrere al debito per ottenere i 400 milioni con cui oggi far fronte a spese, che sui libri figurano addebitate agli anni ancor da nascere. Si conclude perciò cotal genere di ammortamento deve essere condannato; e che l’avanzo di bilancio deve essere vero, sincero, non ottenuto con artifizi contabili, sia pure sanciti da leggi appositamente approvate. Solo un avanzo effettivo può essere impiegato a ridurre il debito pubblico.

 

 

724. L’avanzo di bilancio non è reale quando non si provvede ai servizi pubblici. – La condizione della sincerità dell’avanzo non è però sufficiente. Può darsi che l’avanzo di 100 milioni risultante dalla differenza fra le entrate e le spese sia sincerissimo; ma sia stato ottenuto riducendo le spese al disotto di quanto sarebbe assolutamente indispensabile per raggiungere i fini che in quel momento i consociati reputano doversi conseguire. Che cosa monta che vi siano 100 milioni d’avanzo, quando nei magazzini militari fan difetto polveri e munizioni o vestiti per i soldati o carriaggi da campo? Quando, supponendo che la istruzione elementare sia considerata come un compito dello Stato, vi sono scuole tenute in stalle, affollate di 100 ragazzi per classe, senza riscaldamento d’inverno e senza ventilazione d’estate? Quando la giustizia deve essere amministrata in case, le quali non testimoniano di soverchio rispetto per la pulizia, e mancano i giudici ed i cancellieri, sicché le cause si trascinano per lunghi mesi ed anni prima di essere spedite? Quando vi sono le pendici dei monti dilavate dalle piogge ed urge l’opera del rimboschimento per porre riparo alle inondazioni ed alla malaria nel piano?

 

 

In siffatta ipotesi, l’avanzo di bilancio è effettivo contabilmente, ma non è vero in realtà. Esiste soltanto perché lo Stato non adempie ai suoi uffici primi, che sono di difendere il territorio nazionale, amministrare giustizia, impartire l’istruzione alle nuove generazioni, difendere contro le insidie del tempo l’integrità fisica del paese. Se a questi fini si provvedesse adeguatamente, forse non vi sarebbe avanzo, bensì disavanzo; sicché il discorrere di ammortamento di debito pubblico pare una crudelissima ironia.

 

 

725. – L’avanzo di bilancio non deve esser ottenuto mercé imposte opprimenti e scorrette. – Ed è ironia atrocissima discorrere di ammortamento quando l’avanzo nasce, contrariamente al caso precedente, non perché le spese sono tenute indebitamente basse, ma perché le entrate sono spinte a limiti eccessivi. L’avanzo di bilancio è, per definizione, il supero delle entrate sulle spese. Ma che cosa vogliono dire le «entrate» per uno Stato? Se si eccettuino le entrate patrimoniali, che non hanno importanza, le entrate di prezzi pubblici, che qui non si considerano, lo Stato non ha altre entrate le quali non derivino dalle imposte pagate dai contribuenti. Queste sono la principalissima fonte di entrate degli Stati moderni. Or dunque «avanzo di bilancio» può voler dire soltanto «imposte eccessive e scorrette prelevate sui contribuenti». Si dirà forse che sia un avanzo vero di bilancio quello che s’ottiene mercé il dazio sul grano? Mai no; ché questa è la pessima fra le imposte immaginabili, come quella la quale colpisce un consumo necessarissimo all’esistenza fisica e quindi un consumo risparmio ed il cui provento non fluisce tutto nelle casse dello Stato, ma per la maggior parte va a beneficio di privati proprietari (cfr. parr. 7, 303, 304, 307) ed il cui mantenimento è di grave ostacolo al progresso dell’agricoltura, spinta a destinare superficie estese e disadatte di pianure basse ed umide, di colle o di monte con scarso strato vegetale alla coltura cerealicola mentre potrebbero essere più proficuamente destinate al pascolo od al bosco. Destinare, in siffatte condizioni, i 100 milioni di avanzo all’ammortamento di un debito al 4% è un assurdo; in quanto lo Stato ha un lucro di appena 4 milioni di lire all’anno per i minori interessi; mentre dall’abolizione del dazio sul grano i consumatori riceverebbero un vantaggio di 400/500 milioni di lire all’anno, e l’agricoltura, insieme coll’industria nazionale, una spinta notevolissima verso il suo progresso. Ugual ragionamento ripetasi per tutte le pessime imposte, le quali confondono il fine fiscale col fine protettivo; per i dazi sullo zucchero, sui tessuti, sui ferri ed acciai, sui vini, i quali arrecano un limitato vantaggio allo Stato per il dazio tuttora esatto sulle merci estere introdotte nell’interno, nonostante l’ostacolo opposto dal dazio medesimo, ma ben maggior danno arrecano ai consumatori – fra cui si annoverano altresì le industrie elaboratrici delle materie protette col dazio – col rialzo di prezzo provocato dalla protezione per tutta la massa delle merci e derrate prodotte all’interno.

 

 

Né i dazi doganali sono le uniche imposte, la cui abolizione può essere di gran lunga più benefica dell’ammortamento del debito pubblico; poiché vi sono moltissime imposte sui redditi guadagnati o sui trasferimenti dei capitali, le quali sono vessatorie nei loro metodi di esazione, oppressive per l’altezza esorbitante delle loro aliquote, distruttive di ben maggior ricchezza di quanto esse producono al fisco. Tutti gli studiosi sono d’accordo, ad es., nel ritenere che l’imposte di ricchezza mobile sia regolata rispetto alle società anonime secondo norme inutilmente vessatorie, le quali costringono i dirigenti di queste grandi organizzazioni di capitali ad impiegare notevole parte della loro energia a combattere le pretese scorrette del fisco. Una riforma, la quale rendesse meno fastidioso l’accertamento dell’imposta, sarebbe un modo ben più fecondo di impiegare parte dell’avanzo di un bilancio – supponendo, per ipotesi assurda, che una riforma siffatta potesse alla lunga far diminuire d’alcunché il gettito del tributo – che non l’ammortamento del debito pubblico.

 

 

726. – Quando siano soddisfatte le condizioni sovraricordate per la sincerità dei bilanci, l’ammortamento è logicamente possibile; ed i prestiti ammortizzabili sono teoricamente identici e praticamente preferibili ai debiti perpetui. – Che cosa rimane, si chiederà, per l’ammortamento del debito se:

 

 

  • a) ad esso si possono destinare solo gli avanzi di bilancio;
  • b) se questi avanzi devono essere reali e non immaginati con artifici contabili;
  • c) se deve essere considerato come vero avanzo solo quello che si ottiene dopo aver provveduto a tutte le spese necessarie per l’esistenza dello Stato;
  • d) …. e dopo aver abolito tutte le imposte dannose, oppressive, distruttrici di maggior ricchezza di quanta non sia la ricchezza procacciata all’erario, o scorrette secondo l’opinione dominante del tempo?

 

 

In apparenza non rimane nulla; in realtà solo a queste condizioni si hanno avanzi. Poiché, se queste condizioni non s’osservano, è chiaro che l’opera dello Stato non eleva ma immiserisce il paese; ed un paese povero non può fornire allo Stato avanzi di bilancio. Mentre, se quelle condizioni si osservano, l’opera dello Stato è benefica al progresso intellettuale, morale e materiale dei consociati; questi diventano migliori, capaci di maggior produzione economica e capaci di pagare maggiore quantità di tributi; sicché sorge l’avanzo effettivo del bilancio e lo Stato può sul serio ammortizzare i suoi debiti.

 

 

Se si osservano di condizioni ora dette – di sincerità negli ordini contabili, di adempimento dei compiti necessari dello Stato, e solo di questi, di abolizione delle imposte vessatorie o distruttrici di ricchezza – l’avanzo è un fatto certo, un premio sicuro all’opera paziente dei reggitori del paese. Uno Stato, il quale conservi la giustizia e la sicurezza e provveda all’elevamento intellettuale e professionale delle masse popolari e delle classi dirigenti ed alla tutela delle energie naturali del suolo, non può, per la logica delle cose, non essere l’emanazione di un paese progressivo, in cui imposte miti sono bastevoli a provvedere alle spese dello Stato.

 

 

In siffatte condizioni, un ministro del tesoro non deve pensare ad altro che a difendere l’avanzo di bilancio contro gli appetiti dei suoi parassiti, ossia contro le domande di spese inutili e di riduzioni incomplete o premature di tributi bene congegnati a puro intento di richiamo elettorale.

 

 

Epperciò, in queste condizioni, hanno di nuovo forza quelle considerazioni, che a suo luogo furono esposte (cfr. par. 666 e segg.), le quali consigliano di preferire il debito ammortizzabile, secondo un regolare piano d’ammortamento, al debito perpetuo.

 

 

La differenza tra i due metodi di debito si riduce invero, nelle condizioni ora ipotizzate, alla differenza tra i due schemi seguenti:

 

 

Bilancio con debito perpetuo

Attivo   Passivo  
Entrate

L. 2.000.000.000

Spese

L. 1.900.000.000

    Avanzo a pareggio, da destinarsi all’ammortamento del debito pubblico

L. 100.000.000

     

L. 2.000.000.000

Bilancio con debito ammortizzabile

Attivo   Passivo  
Entrate

L. 2.000.000.000

Spese salvo il servizio del debito

L. 1.400.000.000

    Interessi del debito pubblico

500.000.000

    Rata legalmente dovuta di ammortamento del debito pubblico

100.000.000

    Totale spese

L. 2.000.000.000

 

 

Il primo schema mette in evidenza che le spese sono soltanto di 1900 milioni di lire che esiste un avanzo di 100 milioni di lire, che il Parlamento potrebbe, volendo, destinare ad altre spese nuove invece che all’ammortamento del debito pubblico.

 

 

Il secondo schema, sostanzialmente identico al primo, non fa veder traccia alcuna di avanzo, poiché dimostra che è obbligo dello Stato di pagare, oltre gli interessi del debito, anche una rata d’ammortamento di esso. Il quale obbligo, oltreché scritto nelle leggi, è una necessità economica, se no si vuole che, dopo il trascorrere di un certo tempo, si debbano ancora pagare gli interessi del debito, quando i cittadini più non risentano i vantaggi dell’opera conseguita col prestito (cfr. parr. 712/718). Perciò il secondo schema è razionalmente più conforme alla logica dei fatti veduti a lunga scadenza; ed è altresì più conforme alla necessità pratica, altrove lumeggiata (cfr. par. 666), di far scomparire gli avanzi affinché i parlamentari non si lascino tentare dalla brama di largheggiare in spese inutili ed in popolari riduzioni di tributi.

 

 

727. – Identità sostanziale fra la regola empirica di Lord Grenville e la regola razionale sovra esposta. – La qual conclusione non è in contraddizione con l’altra, a cui sovra (cfr. par. 722) si giunge citando l’esperienza dei secoli scorsi e l’autorità delle regole poste da Lord Grenville: non doversi formare alcun piano rigido di ammortamento, ma doversi ammortizzare solo con gli avanzi di bilancio, veri ed all’uopo disponibili.

 

 

Imperocché la regola di Lord Grenville è una regola empirica, la quale ha per iscopo di evitar che si compiano ammortamenti, quando gli avanzi non esistono; mentre la regola, la quale consiglia di predisporre piani di ammortamenti svariati per le varie parti del debito pubblico, i quali siano in rispondenza con la durata del beneficio tratta dall’impresa per cui il debito fu contratto (cfr. par. 716), è una regola razionale, dettata nell’ipotesi di un bilancio «normale» o «perfetto», rispondente alle condizioni di sincerità contabile ed adeguatezza nell’ammontare e nella natura delle spese e delle entrate.

 

 

La risultante effettiva di queste regole diverse, empiriche e razionali, sarà diversa a seconda delle varie condizioni di fatto. Nei paesi e nei tempi in cui il bilancio dello Stato si avvicini all’ideale razionale di un avanzo vero e sincero, sarà opportuno seguire il metodo razionale:

 

 

  • sia per opporre una diga alle richieste di sperperi dei parassiti, sempre vigili ed ingordi, anche negli Stati ben governati;
  • sia in riconoscimento della verità che neppure un avanzo vero e sicuro può dirsi tale, finché non abbia provveduto all’ammortamento dei debiti in quella misura in cui vanno estinguendosi ed ammortandosi quei sentimenti, quegli ideali che avevano dato la spinta alla formazione del debito (cfr. par. 713).

 

 

Nei paesi e nei tempi, invece, in cui l’avanzo del bilancio dello Stato è saltuario, controverso, in cui fervono le lotte per la diminuzione delle imposte oppressive o sperequate, in cui lo Stato non sembra adempiere adeguatamente ai suoi fini precipui, è inopportuno imporre obblighi rigidi di ammortamento del debito pubblico; e la regola di Lord Grenville ha valore in tutta la sua interezza.

 

 

Sempre poi, anche nei paesi e nei tempi, in cui si attuino le condizioni di un bilancio ideale ed in cui si possa seguire ragionevolmente le regole di un piano di ammortamento dei debiti «generali» è opportuno includere nei piani la clausola, che essi possano essere variati, anticipando in tutto od in parte l’ammortamento, per cogliere l’opportunità di possibili conversioni (cfr. par. 661) nonché di avanzi di bilancio più vistosi di quelli previsti. Né è da escludere la convenienza di contrarre debiti sotto forma di rendite perpetue, allo scopo di potere dedicare gli avanzi di bilancio superiori al previsto all’acquisto in borsa di titoli ad un prezzo non superiore alla pari, senza dovere per ciò mutare i piani di ammortamento. Insomma la questione è tutta pratica, di applicazione e deve dal legislatore d’ogni singolo paese essere risoluta tenendo di mira l’aureo principio che gli ammortamenti si hanno da fare solo quando vi sono avanzi veri di bilanci e che in tal caso è doveroso provvedere all’estinzione graduale del debito.

 

 

728. Dell’ammortamento dei prestiti «speciali» gravanti sugli utenti delle imprese pubbliche e dei rapporti tra il bilancio di queste imprese ed il bilancio generale dello Stato. – Le regole ora esposte, valevoli per i prestiti «generali» gravanti sul fondo delle imposte debbono essere tenute in considerazione anche per i prestiti «speciali» gravanti sui prezzi pubblici dagli utenti delle imprese pubbliche statali e comunali. È vero che per questa maniera di prestiti (cfr. par. 719) si impone l’ammortamento regolare in rapporto alla durata fisica od economica degli impianti in che si investì il ricavo dei prestiti (cfr. par. 660); ma è pur vero che i bilanci speciali delle imprese pubbliche non sono in tutto separati dal bilancio generale dello Stato. È opportuno che vi sia indipendenza tra l’uno e l’altro, in guisa che sempre si veda quando gli uni e l’altro sono in avanzo o disavanzo, senza che il disavanzo di una specie di essi sia mascherato dall’avanzo dell’altra specie. Quindi, ove anche il bilancio delle ferrovie di Stato, ad es., per qualche anno presentasse qualche disavanzo, il quale impedirebbe di proseguire nell’ammortamento del debito proprio ferroviario, secondo la teoria ora esposta, sembra opportuno che si continui nell’ammortamento del debito proprio normale e regolare, anche a costo di fare un debito; purché – ed è questa la condizione essenziale – il debito venga contratto dall’amministrazione ferroviaria verso il tesoro, ossia verso il fondo del bilancio generale. Così, se per due o tre anni consecutivi il bilancio speciale ferroviario per se stesso presenta un disavanzo di 50 milioni e questi sono precisamente quanti occorrono per provvedere alle consuete rate d’ammortamento del debito ferroviario, pare opportuno che nell’ammortamento si prosegua, purché i 50 milioni siano ottenuti a prestito in conto corrente dall’amministrazione generale dello Stato, se il bilancio di esso presenta all’uopo i necessari avanzi. Ciò è consigliato:

 

 

  • a) dalla probabile temporaneità del fatto del disavanzo ferroviario (crisi economica, cattivi raccolti, ecc.); sicché sarebbe inopportuno sospendere un piano d’ammortamento regolare solo per circostanze le quali possono essere passeggere;
  • b) dalla opportunità di costringere l’amministrazione ferroviaria a restituire al tesoro gli anticipi ottenuti, prelevandoli sugli avanzi degli anni successivi, i quali correrebbero il rischio di essere assorbiti altrimenti dai parassiti ferroviari;
  • c) dalla spinta che per tal modo viene data agli amministratori delle ferrovie di Stato a fare economie od a promuovere il traffico, allo scopo di far scomparire il disavanzo e sottrarsi al penoso obbligo di doverlo confessare e dover chiedere l’aiuto degli anticipi del tesoro; mentre se essi potessero sospendere o prorogare gli ammortamenti, il disavanzo verrebbe mascherato e non si ecciterebbe il vigile controllo dell’opinione pubblica, la quale sempre si addormenta nei periodi di prosperità e solo si risveglia nei tempi avversi.

 

 

Ove però, accanto al disavanzo nei bilanci speciali vi fosse disavanzo nel bilancio generale, sarebbe davvero una menzogna procedere negli ammortamenti ordinari dei bilanci speciali; ma occorrerebbe virilmente confessare le distrette in cui si trova la cosa pubblica e cercare i rimedi opportuni, i quali non possono consistere altro fuorché in economie ed in aumenti di prezzi pubblici o di imposte.

 

 

729. Dell’ordine da tenere nell’estinzione dei debiti non ammortizzabili secondo un piano prestabilito. Convenienza di estinguere prima i debiti più onerosi per la collettività. – Poiché di fatto esistono molti debiti, i quali non sono ammortizzabili secondo un piano regolare, qual ordine dovrà essere tenuto nell’estinguerli, quando si verifichino veraci ed effettivi avanzi di bilancio? Trattandosi per lo più di opportunità variabili da caso a caso, la dottrina può enunciare una sola regola: l’ammortamento o riduzione deve cominciare da quei debiti i quali sono più onerosi per la collettività. Ed a bella posta si disse per la collettività e non per lo Stato, allo scopo di mettere in luce che si deve badare sopratutto all’onere reale e non all’onere apparente. Così in regime di corso forzoso, devesi preferire di ridurre il debito rappresentato da biglietti sovrabbondanti piuttosto ché un debito vero e proprio anche onerosissimo per interessi del 6 o 7 o 10%; poiché noi sappiamo che il debito in apparenza gratuito dei biglietti a corso forzoso in realtà è più nocivo al paese di ogni altra specie di debito.

 

 

Così pure deve preferirsi la riduzione dei buoni del tesoro, anche emessi a basso saggio di interesse, al 2 o 3%, alla riduzione di titoli di debito perpetuo al 3 1/2 per cento o 4 o 5 per cento. Poiché i buoni del tesoro sono titoli di debito a breve scadenza ed una soverchia quantità di essi può essere cagione di pericolo allo Stato, quando vengano a scadere in un momento di grave tensione monetaria ed occorra rinnovarli con usure troppo forti o con nocumento del credito pubblico.

 

 

Del pari se l’amministrazione dei fondi depositati a vista presso le casse postali di risparmio al 2 1/2 o 3% – che in Italia è la Cassa depositi e prestiti – avesse mutuato al tesoro in conto corrente qualche vistosa somma di centinaia di milioni a basso tasso di interesse ed anche al puro costo o forse al disotto del costo – il costo è per la cassa l’interesse corrisposto ai depositanti – sarebbe preferibile, cogli avanzi di bilancio, rimborsare questo mutuo in apparenza poco oneroso piuttosto ché invece un prestito al 4 o 5% rimborsabile a lunga scadenza o contratto sotto forma di rendita perpetua. Poiché i depositi di risparmio postali sono rimborsabili a vista, ed in caso di panico, nascente da gravi avvenimenti politici od economici, la cassa amministratrice si troverebbe imbarazzata a provvedere al rimborso, quando a sua volta dovesse chiedere la restituzione del mutuo in conto corrente allo Stato, il quale, in quelle gravi emergenze, avrà anch’esso scarsità di numerario disponibile.

 

 

Sezione terza

L’ammortamento del debito pubblico in Italia ed il consorzio nazionale

 

730. Partizione del debito pubblico in Italia in ammortizzabile e perpetuo – All’ammortamento del primo provvede lo Stato, del secondo il Consorzio Nazionale – Sua fondazione nel 1866 ad opera del dottor Botero e risultati finora ottenuti. – In Italia il problema di ammortamento del debito pubblico ad opera dello Stato non presenta particolarità degne di nota. Il debito pubblico italiano al 30 giugno 1912 poteva, in cifre tonde, ragguagliarsi in 14 miliardi di lire, di cui 10 miliardi erano costituiti in rendite perpetue e 4 miliardi in prestiti ammortizzabili con modalità varie e in periodi di tempo diversi. La seconda specie di prestiti può all’incirca dirsi consista di debiti speciali, il cui servizio dovrebbe gravare massimamente sul reddito netto delle ferrovie di Stato e di altre imprese pubbliche finanziariamente remunerative. Ciò non accade se non in piccola parte, perché le ferrovie e le altre imprese, per cui i debiti furono costituiti, danno un reddito netto assai scarso e del tutto insufficiente all’onere del servizio del prestito, sicché questo ricade sul fondo generale delle imposte. Ad ogni modo, sia coi mezzi pubblici che con le imposte, si provvede all’ammortamento di questa parte notevole del debito pubblico.

 

 

L’altra, e più cospicua, parte del debito, di ben 10 miliardi di lire, fu costituita in rendite perpetue e può dirsi sia l’eredità dei vecchi Stati, dalle cui ceneri sorse l’Italia, ed insieme la conseguenza delle guerre di indipendenza e degli anni fortunosi in cui l’unità d’Italia fu saldata, a traverso di grandissimi sacrifici e disavanzi. Essendo perpetua, questa parte del debito pubblico non viene ammortizzata. Fu questa circostanza, la quale negli anni in cui era fervido l’entusiasmo patriottico indusse il Dott. Botero, direttore della torinese «Gazzetta del Popolo», a lanciare – nel numero del 14 febbraio 1866 – l’idea di una sottoscrizione a fondo perduto tra i cittadini italiani allo scopo di formare un fondo, il quale doveva servire:

 

 

  • a) ad acquistare titoli di debito pubblico, e cogli interessi del fondo iniziale proseguire ininterrottamente nelle compre, in sino a che, pel gioco degli interessi composti, tutti i titoli di debito pubblico dello Stato italiano venissero a cumularsi nel fondo stesso e potessero essere estinti;
  • b) frattanto, assicurare allo Stato italiano un cliente sicuro, il quale avrebbe acquistato esclusivamente titoli di debito pubblico, contribuendo in tal modo a ricomprare dagli stranieri quei titoli che nei tempi dal 1860 in poi si erano dovuti collocare all’estero;
  • c) ed ancora con una domanda costante di titoli, ne farebbe crescere continuamente il pregio, contribuendo ad innalzare il credito dello Stato ed agevolando a questo il modo di contrarre prestiti a condizioni meno onerose di quelle che in quel tempo dovevano essere sopportate e giungevano al 7 od 8 per cento.

 

 

L’idea fu accolta con entusiasmo; numerose affluirono nell’anno stesso, per un ammontare di circa 40 milioni di lire, le sottoscrizioni di privati, di enti morali, di municipii; e primo fra tutti Vittorio Emanuele secondo offerse 1 milione di lire. Sicché il fondo fu costituito con decreto del 14 giugno 1866 in ente morale e, preso il nome di «Consorzio nazionale», ebbe e conservò sede in Torino.

 

 

Coll’andar degli anni, scemato l’entusiasmo patriottico, le sottoscrizioni tardarono a giungere; ed alcuni sottoscrittori pretesero financo che le loro offerte fossero nulle, come quelle che erano state fatte ad un ente non ancora giuridicamente riconosciuto.

 

 

I tribunali, aditi al consorzio, diedero torto ai sottoscrittori; ma una gran parte delle sottoscrizioni non poté tuttavia essere ricuperata sia per la scarsa autenticità delle sottoscrizioni, la quale rende difficile di pretenderne giudiziariamente l’importo, sia per la irreperibilità dei sottoscrittori e dei loro eredi; sicché dall’origine sino ad oggi (1913) poterono essere incassati 8 milioni circa di lire. Il fondo raccolto fu impiegato compiutamente in titoli di debito pubblico perpetuo 5 per cento e poi 3.75 – 3.50 per cento e così pure gli interessi, di modo ché il capitale al 30 giugno 1913 del consorzio toccò la cifra di L. 84.141.675,64 ed al 30 ottobre dello steso anno di L. 85.647.259,18. Egregia somma, per più di nove decimi prodotta dal cumulo degli interessi.

 

 

731. Differenza tra il consorzio nazionale e le antiche casse d’ammortamento – Il consorzio non è una creazione artificiosa del legislatore – Lo Stato non può sostenere che il fine del consorzio sia inutile e neppure irraggiungibile e quindi non può incamerare il patrimonio del consorzio senza rendersi colpevole di espropriazione senza indennità.

 

 

Se il consorzio nazionale fosse una amministrazione dello Stato, come le antiche casse di ammortamento o casse di redenzione del secolo diciottesimo (cfr. par. 720 – 22), il giudizio intorno ad esso non potrebbe essere favorevole e basterebbe un rinvio alle cose sovra dette per chiudere il discorso. Ma qui ci troviamo di fronte ad un caso onninamente diverso. Il consorzio non è una creazione artificiosa dello Stato, il quale abbia emesso un prestito maggiore del necessario, allo scopo di poter fingere di pagare un interesse al sovrappiù, la cui proprietà era attribuita ad un fondo appositamente creato dal legislatore. No. Il consorzio è un ente morale autonomo, sorto per oblazioni di privati, oblazioni fatte con uno scopo determinato, che era l’estinzione del debito pubblico. Perciò il consorzio non vive in virtù di interessi versati dallo Stato artificiosamente ad una sua propria amministrazione, ma di interessi che lo Stato versa sui titoli, per cui ottenne da capitalisti il prezzo convenuto, e che il consorzio acquistò sul mercato col provento di oblazioni versate generosamente da privati oblatori con quel determinato fine. Il consorzio è sorto per un fine che ridonderà a beneficio dello Stato; ma lo Stato ossia i contribuenti non dovettero all’uopo sottostare ad alcun sacrificio.

 

 

Lo Stato non può arrogarsi la facoltà di sopprimere il consorzio nazionale e di incamerarne il patrimonio, se non per quei fini di pubblica utilità e con quelle medesime guarentigie di indennizzo per esproprio che dovrebbero essere osservate in confronto di qualunque altro privato od ente; né può arrogarsi il diritto di incamerare il patrimonio del consorzio se non quanto sia chiaramente dimostrato che il fine dell’ente è irraggiungibile e più non risponde alle idee ed ai bisogni di tempi nuovi.

 

 

Ora, questa seconda dimostrazione certamente non può essere data oggi; né potrà essere fornita per lungo tempo. In quanto ché sovra noi abbiamo dimostrato che l’ammortamento od estinzione del debito pubblico è una logica necessità che si impone agli amministratori prudenti della cosa pubblica, sicché vie maggiormente se la possono proporre dei privati desiderosi di venire, a loro spese, in aiuto e conforto della previdenza, forse manchevole, dei governanti. E nessuno vi ha il quale non riconosca essere l’ammortamento del debito pubblico un fine per fermo desiderabilissimo a conseguirsi.

 

 

Né può essere dimostrato che il fine del consorzio è irraggiungibile. Od almeno questa è una dimostrazione (vedila sopra nel par. 721), la quale decentemente non può essere fornita dallo Stato.

 

 

Infatti gli avversari delle casse «statali» di ammortamento – e noi sovra con essi – dimostrarono che le casse non possono raggiungere il loro fine perché:

 

 

  • a) lo Stato ad un certo punto, quando i fondi della cassa sono divenuti bastevolmente vistosi, se ne impadronisce e sopprime la cassa, vendendo i titoli ad essa accumulati, per evitare l’obbligo di contrarre un nuovo debito;
  • b) perché lo Stato paga alla cassa gli interessi dovutile con fondi che s’è procacciato a prestito, forse ad un tasso d’interesse superiore.

 

 

Si osservi come nessuno di questi due argomenti può «dallo Stato italiano» essere apposto al “Consorzio nazionale” per dimostrare che il suo fine è irraggiungibile.

 

 

Non il primo, perché desso equivarrebbe a dire brutalmente: io, Stato, affermo che il consorzio nazionale, ente distinto da me ed alla cui creazione io non ho contribuito, non può raggiungere il fine suo, che è di acquistare 10 o 20 miliardi di titoli di debito pubblico, perché io Stato, oggi che i titoli posseduti dal consorzio nazionale giungono alla rotondetta somma di 85 milioni di lire, me ne impadroniscono; e, dopo essermi dimostrato così lesto di mano, dichiaro che, nulla possedendo più il consorzio, dal nulla niente può nascere e quindi lo scopo di esso non può essere raggiunto.

 

 

Cotal discorso può tenere il ladrone di strada al viandante che andava a recare una somma al suo creditore, consigliandogli di mettere il cuore in pace intorno al non poter pagare il debito, perché il fine del pagare i debiti è irraggiungibile quando ci si mettono di mezzo i rapinatori di pubblica strada. Ma non può essere tenuto dallo Stato italiano; ed invero mai si tenne e giova sperare che mai si terrà in avvenire.

 

 

Non il secondo, perché se lo Stato, per il fatto di dover pagare gli interessi del debito pubblico, deve confessare un disavanzo nel suo bilancio e deve contrarre un debito a colmarlo, cotal disavanzo non è dovuto all’obbligo di pagare gli interessi sul debito che ha verso il consorzio nazionale, bensì all’obbligo di dover pagare gli interessi «ai suoi creditori in genere», di cui il consorzio nazionale è uno solo. Dunque, se il disavanzo sorge da questa causa, si riducano gli interessi a tutti i creditori, compreso in essi il consorzio, come si fece nel 1894, quando si ridusse l’interesse della rendita 5 per cento lordo dal 4,34 al 4 per cento mercé l’aumento dell’imposta di ricchezza mobile. Ma qual ragione vi sarebbe di cessare il pagamento degli interessi ad un solo debitore, al consorzio nazionale, rappresentante degli interessi di tanti oblatori privati, i quali gli affidarono un compito che ancora oggi è necessario ed inutile! Siffatta procedura sarebbe una espropriazione senza indennità, odiosissima sempre, ma scorretta in particolar modo se esercitata contro un individuo od ente singolo. Provveda lo Stato, come può e come sa, a far scomparire il disavanzo delle imposte; riduca, insieme agli interessi del debito pubblico per tutti i creditori, le spese, dalla cui esagerazione, in confronto alle entrate, sarà derivato al disavanzo, aumenti di imposte; ma dalla sua ignavia o mala volontà nel far l’una o l’altra cosa non derivi un argomento per procedere alla espropriazione di un ente morale il quale non deve nulla alle sue cure.

 

 

732. Irrilevanza dell’obiezione secondo cui il fine del consorzio si potrà raggiungere solo dopo un tempo lunghissimo – Se il prolungamento del periodo dell’estinzione è dovuto al ribasso dell’interesse pagato dallo Stato, il consorzio ha raggiunto un altro suo fine.- Né si può dire, contro al consorzio nazionale, che il fine suo, se non impossibile, è di assai lunga consecuzione, e che il fatto medesimo della sua esistenza e dalle sue continue compre di titoli di debito pubblico ha contribuito in passato e vieppiù contribuirà in avvenire al rialzo di prezzo dei titoli di debito pubblico; sicché saranno facilitate le successive conversioni dei titoli stessi ad un più basso di interesse.

 

 

Come, in passato, i titoli 5 per cento dai corsi di 50 lire grado grado salirono a 100 lire e più, e quindi il reddito netto che se ne poteva ottenere discese dal 10 al 5 per cento lordo e poi al 4 per cento netto, ed in seguito al 3 e 1/2 netto, per la conversione del 1906, così in avvenire il debito pubblico, se il consorzio continuerà a comprar titoli in masse crescenti, potrà essere convertito al 3 e poi al 2 e poi all’1 per cento e fors’anco a tassi più bassi, diventando così lunghissimo il periodo di tempo necessario ad estinguere tutto il debito pubblico. Coloro che così discorrono, narrano un fatto che diventerà vero se il consorzio sarà lasciato in vita; ma un fatto il quale non contraddice punto al fine che il consorzio si propone.

 

 

Invero questo si propose non solo di estinguere il debito pubblico, ma anche di contribuire a che lo Stato italiano potesse fare mutui ad interessi più miti di quelli esorbitanti che in allora correvano. Oggi, il fine, in parte, sia pure minima per ora, per merito del consorzio si è ottenuto, e lo Stato italiano paga sui suoi prestiti il 3 e 1/2 od il 4 per cento invece del 7 od 8 per cento. Supponiamo anche, che, a poco a poco, il patrimonio del consorzio si ingigantisca in modo da giungere a due miliardi di lire, i cui interessi debbono esclusivamente, secondo gli statuti suoi, essere impiegati nella compra di altri titoli di debito pubblico. Supponiamo, per fare una ipotesi ardita, che, grazie a queste compre continue, il prezzo dei titoli si sia elevato in guisa che, con successive conversioni libere, il tasso dell’interesse sia ribassato dal 3 e 1/2 al 3 per cento. È vero che il consorzio nazionale riceverà dallo Stato soltanto un interesse del 3 per cento su 2 miliardi e quindi occorreranno 23 anni invece che 20 per raddoppiare cogli interessi composti, i 2 miliardi di lire e portarli a 4 miliardi. Ed è vero anche che, quando il patrimonio del consorzio giungerà ai 4 miliardi, lo Stato potrà ribassare l’interesse al 2 e 1/2 per cento e poi al 2 per cento finché potrà fors’anco ridurlo all’1 per cento od allo 0,5 per cento cosicché il consorzio dovrà aspettare all’anno 2100 o forse più in là per accumulare quei 10 miliardi che basterebbero ad estinguere del tutto il debito pubblico perpetuo attuale dell’Italia, e che, «se il tasso dell’interesse continuasse ad essere del 3,50 per cento», potrebbe avere accumulati intorno al 2050. E che perciò? Nella vita d’un individuo un ritardo di 50 anni è apprezzabilissimo; nella vita d’uno Stato è nulla. Tanto più che lo Stato comincerebbe a godere ben prima i vantaggi dell’opera di cumulo del consorzio, in quanto alle sue compre continue ed obbligatorie egli dovrebbe la possibilità di ribassare il tasso dell’interesse dal 3 e 1/2 al 3 e poi al 2 e 1/2 e forse al 2 per cento. È chiaro che un debito di 10 miliardi di lire su cui si paga un interesse di soli 100 milioni di lire all’anno all’1 per cento è ben meno gravoso di un egual debito su cui si paga il 3 e 1/2 per cento ossia 350 milioni di lire all’anno.

 

 

733. Si obbietta che il consorzio non può tener dietro all’indebitamento progressivo dello Stato ed anzi lo provoca – Questa obbiezione è incompatibile coll’altra, secondo cui il consorzio fa ribassare il tasso dell’interesse – La obbiezione è esatta fino ad un certo momento della vita del consorzio; dopo il quale sembra portare all’assurdo.

 

 

Maggior peso ha l’altra obbiezione che viene sollevata contro l’esistenza del consorzio nazionale e che dice: i calcoli, i quali fanno prevedere che verso il 2050 il consorzio nazionale avrà aumentato il proprio patrimonio dagli 85 milioni odierni a circa 10 miliardi e potrà quindi annullare tutti i titoli di debito pubblico «perpetuo» dell’Italia che esso avrà tutti accaparrati, sarebbero corretti se il debito pubblico perpetuo italiano restasse di 10 miliardi, come è attualmente. Ma se invece il debito aumenterà in avvenire come è aumentato in passato, nel 2050 il consorzio avrà accumulato un patrimonio di 10 miliardi e lo Stato italiano avrà debiti per 40 miliardi; nel 2090, quando il consorzio, raddoppiando ad ogni 20 anni, all’interesse del 3 e 1/2 per cento il suo patrimonio, sarà giunto a possedere i 40 miliardi di titoli che avrebbero «nel 2050» ammortizzato tutto il debito pubblico, questo sarà ancora cresciuto ad 80 miliardi di lire. Il consorzio dovrà riprincipiare la corsa, senza riuscire mai a raggiungere ed oltrepassare lo Stato, il quale nell’indebitarsi sarà sempre in grado di correre più velocemente di quanto non corra il consorzio nell’accumulare fondi.

 

 

Anzi il fatto medesimo che i governanti conoscono l’esistenza del consorzio e sanno che esso lavora ad accumulare fondi per estinguere il debito pubblico è un incitamento a fare nuovi debiti. Oggi i governanti sanno che il debito perpetuo italiano è di 10 miliardi e, spaventati dalla enormità della cifra, fanno buoni propositi, in parte attuati, di serbarsi morigerati nelle spese, per non crescere l’immane debito. Quando in avvenire sapranno che fermo restando il debito perpetuo dello Stato in 10 miliardi di lire, il consorzio possiede 2 miliardi di titoli di debito pubblico, essi nella lor mente calcoleranno che in realtà il debito dello Stato è di 10 miliardi meno i due posseduti dal consorzio, e cioè di soli 8 miliardi, e si crederanno autorizzati a fare 2 miliardi di nuovi debiti, senza timore di creare un debito eccessivo, ché un debito di 10 miliardi era già prima agevolmente sopportato. Onde l’opera del consorzio sarebbe nei suoi effetti distruttiva di sé stessa.

 

 

Notisi, intanto, che se questa fosse la sequela dei fatti reali, sarebbe tolta l’obbiezione dianzi svolta (cfr. par. 732) della spinta che l’opera del consorzio darebbe al ribasso nel tasso dell’interesse. Imperocché il tasso dell’interesse non potrebbe dal 3 e 1/2 ridursi al 3 e poi al 2 e poi all’1 per cento, «a causa della rarefazione dei titoli sul mercato operata dal consorzio», perché lo Stato si affannerebbe a gettare sempre nuovi titoli sul mercato per ricoprire i vuoti lasciati dagli acquisti del consorzio; sicché il tasso dell’interesse potrebbe variare per altre cause ma non per queste due le quali esattamente si eliminerebbero l’una l’altro.

 

 

Quindi il consorzio potrebbe, almeno, nel conseguimento del suo fine fare assegnamento sulla permanenza del tasso dell’interesse del 3 e 1/2 per cento e sul raddoppiarsi dei suoi capitali ad ogni 20 anni.

 

 

Ma v’è di più. Il pericolo che ogni acquisto di titoli da parte del consorzio e quindi ogni effettiva, se non apparente diminuzione del debito pubblico ad opera sua venga eliminato da un’emissione di nuovi titoli da parte dello Stato per un ammontare uguale a quello dei titoli ritirati dal consorzio è grave nei primi tempi; ma sembra divenire più tenue a mano a mano che procediamo innanzi. Veggasi la seguente tabella, compilata nell’ipotesi che il consorzio raddoppi il suo capitale attuale di 84 milioni ad ogni 20 anni per il cumulo degli interessi composti al 3 e 1/2 per cento.

 

 

Si suppose che i governanti, agendo precisamente come suppongono gli autori della obbiezione ora esaminata, aumentino il debito precisamente della stessa somma per cui il consorzio ammortizza, in guisa da conservare il debito netto sempre alla stessa somma iniziale di 10 miliardi di lire. Ecco i risultati («in milioni di lire»).

 

 

Anni

Patrimonio del consorzio nazionale

Debito perpetuo dello stato

Totale

Incremento in confronto a 20 anni prima

Debito netto (debito totale dello stato – patrimonio del consorzio)

1913

84

10.084

10.000

1933

168

10.168

+ 84

10.000

1953

336

10.336

+ 168

10.000

1973

672

10.672

+ 336

10.000

1993

1.344

11.344

+ 672

10.000

2013

2.688

12.688

+ 1.344

10.000

2033

5.376

15.376

+ 2.688

10.000

 
2053

10.752

20.752

+ 5.376

10.000

 
2073

21.504

31.504

+ 10.752

10.000

 
2093

43.008

53.008

+ 21.504

10.000

 
2113

86.016

96.016

+ 43.008

10.000

 

 

 

Nei primi ventenni sarebbe probabile che le cose vadano precisamente come prevede la tabella; anzi sembra difficile che il debito sia per aumentare solo nelle modeste proporzioni indicate nella tabella per i primi 5 o 6 periodi. E si potrebbe anche agevolmente concedere che il debito netto perpetuo dello Stato italiano fra un secolo abbia ad essere di 30 o 40 miliardi invece dei 10 odierni. ma le cose mutano col procedere incessante del tempo durante il secolo ventunesimo. Durante esso il patrimonio del consorzio, se questo viene lasciato vivere cresce non più di centinaia di milioni, ma di 5, 10, 21, 43 miliardi ad ogni periodo di venti anni. Come è possibile supporre che in questa corsa fantastica di miliardi, i governanti, per quanto si immaginino pazzi e stravaganti, abbiano a correre più velocemente nel fare debiti che il consorzio nell’accumulare fondi?

 

 

Giunge necessariamente un momento, venti anni prima o venti anni dopo in cui il patrimonio del consorzio col semplice raddoppiarsi deve raggiungere tali fantastiche dimensioni da eliminare le conseguenze di ogni più stravagante mania precedente dei governanti nel far debiti. Ed in quel momento il fine del consorzio nazionale sarebbe raggiunto.

 

 

734. Il vero nemico del consorzio nazionale: l’illusionismo finanziario – L’incameramento dei titoli del consorzio sarebbe un vero debito nuovo – La leggenda dei milioni giacenti nelle casse del consorzio ed i progettisti – Coll’incameramento del patrimonio del consorzio non si impiegherebbero nuovi capitali, ma si sposterebbero capitali già impiegati – La vendita dei titoli del consorzio all’estero non torrebbe valore alle conclusioni sovra esposte.

 

 

Non dunque i disavanzi del bilancio dello Stato, od il ribasso nel tasso dell’interesse o la mania del far debiti dei governanti possono costituire un pericolo per il consorzio nazionale. Alla sua esistenza attenta un solo nemico, purtroppo potentissimo e tale da rendere ben dubbia la capacità del consorzio a sopravvivere ai suoi assalti, ed è «l’illusionismo finanziario», questo fatto primo ed irriducibile della finanza, i cui effetti moltissime volte ho cercato di mettere in luce nel corso di queste lezioni, illusionismo il quale preme medesimamente sui governanti e governati.

 

 

Vorranno illudere i governanti, quando proporranno di impadronirsi dei titoli del consorzio nazionale, allo scopo di nascondere un indebitamento nuovo (cfr. par. 598 e 721); e sarà una illusione perché se oggi si incamerassero gli 85 milioni di titoli posseduti dal consorzio e si vendessero, il debito pubblico verrebbe aumentato precisamente come se si facesse un prestito nuovo della medesima somma; poiché il debito perpetuo “effettivo”, il quale consiste esclusivamente dei titoli posseduti dal pubblico e cioè di 10.000 – 85 = 9.915 milioni, dopo diventerebbe di 10.000 milioni, ché anche gli 85 milioni posseduti dal consorzio, e che si possono considerare come non esistenti ai fini del debito verso lo Stato, sarebbero venduti a capitalisti privati ed andrebbero a crescere il debito. Quindi l’incameramento del patrimonio del consorzio vorrebbe dire aumento del debito; ma che importerà ciò a governanti desiderosi di far debiti, ma ancor più desiderosi di illudere i contribuenti, persuadendoli che essi non fanno debiti nuovi, ma unicamente mutano il modo con cui i debiti vecchi sono collocati? L’incameramento dei titoli del consorzio è una specie del genere amplissimo e diffusissimo dei debiti improprii, di cui a suo luogo a lungo si discorse; ed è alla vera situazione delle pubbliche finanze. Spesso, mentre i governanti vogliono illudere, i governanti vogliono essere illusi. E spesso hanno manifestato tal desiderio rispetto al consorzio nazionale. Sono moltissimi in Italia coloro i quali farneticano che il consorzio possegga sul serio 85 milioni di capitali e, vivendo in tal grottesca persuasione, si scagliano contro il legislatore il quale consente che nelle casse del consorzio giacciano inutilizzati 85 milioni di lire, i quali potrebbero ben più utilmente essere impiegati nella redenzione delle maremme toscane o della campagna romana, nel rimboschimento delle Alpi o degli Appennini denudati, nella ricostruzione di Messina o Reggio Calabria, nella costruzione di case popolari, nella colonizzazione della Libia ecc. ecc. Non v’è pubblica calamità che alle menti dei progettisti non faccia balenare il miraggio dei milioni del consorzio, i quali avrebbero, nei cinquant’anni di vita dell’istituto, dovuto servire a tanti fini, a cui non basterebbero forse decine di miliardi. Costoro – e fra essi purtroppo si noverarono persino uomini, i quali presiedettero al governo della cosa pubblica – vorrebbero che il legislatore sopprimesse il consorzio o lo trasformasse per modo che i capitali suoi venissero rivolti al conseguimento di quel fine, a cui favore spira l’aura popolare del momento.

 

 

Trascurasi l’obbiezione prima: che quei capitali, se fossero stati destinati a quegli scopi sociali ed umanitari a cui i progettisti li destinavano, più non esisterebbero sicuramente, essendo noto che il più delle volte le imprese progettate potranno forse nei secoli produrre qualche indiretto vantaggio, ma sono pecuniariamente infeconde di redditi netti; sicché il valore del capitale si ridurrebbe a zero e diverrebbe impossibile raggiungere il fine dell’estinzione del debito pubblico, non potendosi più fare a fidanza sul cumulo degli interessi composti.

 

 

Ma, per carità polemica verso le orde dei parassiti pubblici, si supponga l’assurdo: che gli 85 milioni del consorzio siano, dopo essere stati impiegati nelle novelle imprese consigliate dai riformatori e dai progettisti, fecondi di un reddito uguale a quello che forniscono con l’attuale investimento di titoli di debito pubblico. Forseché l’incameramento dei titoli del consorzio e la loro vendita producono l’effetto che in Italia ci siano 85 milioni di lire di capitale, prima sterile ed improduttivo, che si possono impiegare in un fine ritenuto più conveniente? Mai no. L’illusione procede dalla falsa credenza in che giacciono i progettisti che nelle casse del consorzio vi siano 85 milioni di denaro sonante ed improduttivo. Mentre in verità nelle casse del consorzio si trovano nulla più che dei pezzi di carta, chiamati titoli di debito pubblico dello Stato. Questo è il fatto reale, che i progettisti dimenticano. Essi non vedono che per poter disporre di 85 milioni di lire per il conseguimento dei loro fini – ed ammettiamo siano pure meravigliosamente fecondi – fa d’uopo vendere sul mercato gli 85 milioni di titoli posseduti dal consorzio, ossia fa d’uopo trovare dei capitalisti possessori di 85 milioni di lire, i quali siano disposti a dare le loro lire sonanti per avere i titoli di carta del consorzio. Dunque, coll’incameramento dei titoli del consorzio, non si creano ex nihilo 85 milioni di lire; ma «si spostano 85 milioni di lire di risparmi momentaneamente disponibili sul mercato, preesistenti all’operazione, che anche senza l’operazione si sarebbero impiegati, dai forzieri dei capitalisti ai forzieri dello Stato». La novità, che si produce sul mercato, è soltanto questa: che «prima» vi erano 85 milioni di risparmio in circa di impiego certi capitalisti privati; e «dopo» gli 85 milioni sono passati dai capitalisti privati, i quali hanno ricevuto in cambio 85 milioni di titoli di debito pubblico, allo Stato, ossia a disposizione dei parassiti o progettisti pubblici, affinché questi possano sbizzarrirsi a rimboschir monti, risanar maremme, popolar campagne romane, colonizzare contrade deserte di abitanti, popolare di elettori democratici case comunali ecc. ecc. Ma non un soldo di più v’è nel paese in confronto a quel che v’era prima.

 

 

Ora per raggiungere cotal risultato, franca la spesa di distruggere scorrettamente un ente morale, il quale ha diritto di rimanere in vita finché i suoi fini non siano dimostrati assurdi od inutili o dannosi?

 

 

Trattasi in sostanza di provveder denari ai parassiti o progettisti, illudendo l’opinione pubblica col persuaderla che i denari si traggono, senza spesa d’alcuno, da una fonte misteriosa e gratuita. Mentre fu dimostrato sopra che si traggono da un «nuovo» debito, contratto nella forma pessima che immaginar si possa, che è un debito «larvato».

 

 

Colla quale osservazione si risponde altresì all’obiettivo di coloro i quali dicono che gli 85 milioni di lire di titoli del consorzio si possono vendere all’estero e così far entrare in paese 85 milioni di lire di risparmio «che prima non v’erano», onde in realtà s’accresce la massa del risparmio che si trova a disposizione del paese. Il che è verissimo, ma è verissimo «in quanto si contrae un nuovo debito all’estero». Già vedemmo sopra (cfr. par. 588, 697 e segg.) che, in date ipotesi, può essere conveniente contrarre debiti all’estero; né di ciò qui si discute. La discussione verte qui unicamente sul punto se sia preferibile richiamare in paese capitali dell’estero contraendo un debito «nuovo larvato», mercé la vendita dei titoli incamerati del consorzio, ovvero un debito «nuovo proprio», mercé l’emissione di apposito prestito. Non si discute né se si possano con l’incameramento utilizzare capitali prima sterili né se si possa far a meno di contrarre un debito nuovo, né se si sia scoperto un metodo ignoto di importare capitali dall’estero senza far debiti o senza pagare interesse; ché tutte queste vedemmo già essere fantasmagorie grottesche. Solo si discute se il prestito, all’interno od all’estero, sia meglio contrarlo apertamente o nascostamente; con l’emissione di nuovi titoli vecchi, sostanzialmente annullati e rimessi, mercé l’incameramento, in circolazione.

 

 

Il problema, così posto, si risolve da sé. Un governo assoluto, tirannico, a reattivo preferirà l’incameramento dei titoli del consorzio, né si curerà di violare i principii fondamentali della privata proprietà, espropriando senza indennizzo coloro che avevano fatto loro oblazioni coll’intento di contribuire alla estinzione del debito pubblico e le vedranno distratte a fini da essi mai più immaginati, ma atti a procacciare il favore popolare ai governanti del momento. Un governo invece, il quale pregi il controllo dei consociati, il quale ami la sincerità dei conti, e voglia astenersi dal secondare illusioni popolaresche, preferirà il prestito nuovo. Dirà la storia degli anni che saranno quale di questi due tipi di governo prevarrà fra noi.

 

 



[1] Malgrado le riparazioni annue ogni impianto si logora col tempo per ragioni tecniche ed economiche. È vero che lo Stato comprerà nuovi carri, nuove locomotive, rinnoverà e le travate metalliche dei ponti ecc. ecc. Ma farà ciò col provento di nuovi prestiti, per cui occorrerebbe ripetere il ragionamento che nel teso si fa per il prestito iniziale.

[2] Qui si astrae dalla possibilità che il miliardo non esista, perché le 808.000 lire invece di essere poste a frutto, furono sperperate. E se ne astrae, dovendo noi studiare il problema in prima approssimazione, non introducendo in esso elementi estranei, che renderebbero assurdo il confronto fra le diverse situazioni ed impossibile la soluzione del problema. Del resto, in una società anche semplicemente stazionaria, si deve supporre che gli uomini sappiano risparmiare almeno quel tanto che valga a non lasciarli decadere dalla loro situazione precedente; ed essi decadrebbero se non risparmiassero le 808.000 lire all’anno e si trovassero alla fine del secolo con un onere di 1 miliardo senza il patrimonio corrispondente. Probabilmente pochissimi spingono la logica della previdenza sino a tal punto; ma sta di fatto che per altri motivi od inconsciamente non è ipotesi irragionevole supporre che il risparmio si sia compiuto. Che se esso non si è compiuto rimane rafforzata la tesi esposta nel testo. I contribuenti, irritati di dover pagare i 40 milioni all’anno senza il corrispondente vantaggio, divengono malcontenti e ripudiano il debito con rabbia ancor maggiore di quella che si sarebbe avuta se essi, pur non conoscendone l’origine, avessero posseduto il patrimonio di un miliardo corrispondente al valore dell’onere tributario.

[3] Può darsi che, in seguito a libere conversioni, il tasso di interesse discenda al 3 e 1/2 od al 3 %. Ma tal fatto è del tutto diverso da quello che qui ci occupa; né la sua considerazione potrebbe smuovere le conclusioni a cui siamo giunti, bastando mutare le cifre degli interessi e delle imposte o la durata del periodo di ammortamento, perché i bilanci ritornino tutti in equilibrio stabile.

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