Capitolo VIII – Da Muratore ad Architetto

Tratto da:

Un principe mercante. Studio sull’espansione coloniale italiana

Data di pubblicazione: 01/01/1900

Capitolo VIII

Da Muratore ad Architetto

Un principe mercante. Studio sull’espansione coloniale italiana, Ed. F.lli Bocca, Torino, 1900, pp. 78-83

 

 

 

Ed erano davvero capanne di fango e di paglia quelle in cui abitavano gli argentini prima che venissero i muratori e capimastri italiani. «Muri di verghe e bastoni, intonaco d’argilla, tetto di rami o di paglia. La campagna ne è piena ancora, massime nelle provincie dell’interno. Nelle città non ne mancavano di più solide e comode, in mattoni cotti, col tetto ad embrici o a tegoli. Eran sempre case di un sol piano, somiglianti nella forma a quelle dell’Andalusia. Un gran cortile nel mezzo, con piante e fiori; intorno una galleria formata dalla gronda, molto sporgente, sorretta da travi che imitavano le colonne». Dopo la cacciata del tiranno Rosas, si cominciò per opera di ignoti capimastri italiani «a trasformare davvero la fisionomia della città e da spagnuola che era a divenire italiana. Erasi allora fatta una divisione generale di tutta l’area della città in piccoli lotti di 15 metri per 60; talvolta il lotto era diviso in due per lungo, risultando così di m 7 1/2 per 60. La larghezza era sulla strada; la lunghezza sprofondavasi in dentro. Queste fette di terra si andavano vendendo ai privati che ne facevano domanda». La terra era a buon mercato ed agli abitanti del luogo rincresceva di fare molte scale. I capimastri italiani seppero mirabilmente combinare il sentimento di pigrizia degli abitanti colle forme del terreno edilizio e ne vennero fuori case alla pompeiana con due cortili interni, preceduti e circondati dalle camere di abitazione e di ricevimento.

 

 

L’opera compiuta dai costruttori italiani nel periodo 1852-1897 è davvero meravigliosa. Il seguente specchietto indica il numero delle costruzioni nella città di Buenos Ayres distinte per periodi:

 

 

Periodi

Case costruite

Numero medio annuo

CARATTERISTICHE DEI PERIODI

1835-51

2.660

151

Tirannia di Rosas
1852-61

3.845

385

Periodo di preparazione. Separazione di  Buenos Ayres dalle Provincie.
1862-74

9.167

705

Presidenza Mitre e Sarmiento; slancio.
1875-80

2.540

423

Presidenza Avellaneda. La piccola crisi.
1881-89

12.718

1413

Periodo di grandi affari.
1890-93

4.729

1182

La grande crisi.
1894-97

³ 6.892

1724

Periodo di assetto.

 

 

La costruzione delle case obbedisce alle leggi cicliche della vita economica; si intensifica quando gli affari vanno bene e diminuisce quando imperversa la crisi. Malgrado arresti momentanei si può dire che, facendo le dovute eccezioni, tutte le case esistenti ora a Buenos Ayres furono costrutte ora dopo il 1852 ed il 60 per cento dopo il 1880. Una vera bazza per costruttori, capimastri ed operai. I costruttori furono sempre in maggioranza italiani. Nei primi 10 mesi del 1897 furono conceduti 1654 permessi di edificazione; di questi 899 furono rilasciati ad italiani, 220 a svizzeri, quasi tutti del Canton Ticino, in complesso il 67 per cento del numero totale.

 

 

La Plata, la capitale della Provincia di Buenos Ayres, sorta come per incanto in sette anni, fu disegnata da due italiani, gli ingegneri Lavalle e Medici, ed i suoi 10 mila edifizi furono quasi tutti costruiti da italiani, compresi i Banchi della Provincia, la Stazione ferroviaria, il Teatro, ecc.

 

 

Dappertutto nelle città dell’interno, a Rosario, Santa Fé, Entre Rios, Corrientes, i muratori italiani rappresentano l’80/90 per cento.

 

 

Accanto agli umili costruttori ed ai semplici muratori non mancarono nell’Argentina gli architetti italiani che costruirono splendide chiese e grandiosi palazzi pubblici e privati. La enumerazione sarebbe troppo lunga; basti ricordare il Fossati, il Canale, il Pellegrini, il Tamburini, il Buschiazzo, il Meano, l’Avenati, il Levacher, il Bernasconi, il Besana, ecc.

 

 

È certo che oramai, grazie sovratutto a questi eminenti, nella Repubblica Argentina gli Italiani godono di un primato indiscutibile nella architettura e nella costruzione di edifici. Titolo speciale d’onore per l’Italia fu il concorso per il Palazzo del Congresso. Malgrado un’affluenza grandissima di progetti venuti anche d’Italia e di Francia da parte di distintissimi artisti, la palma della vittoria spettò al nostro connazionale, architetto Meano. è un italiano l’ing. Buschiazzo, che progettò l’«Avenida de Mayo», la più bella via di Buenos Ayres ed uno dei corsi più belli delle città americane.

 

 

Non posso, per la brevità che debbo conservare in questo saggio, parlare di tutti meritamente; ligio al programma impostomi di delineare l’ascensione graduata e continua dei varii tipi sociali di immigranti italiani, narrerò ora le vicende di un muratore che in brev’ora seppe elevarsi fino ad essere uno dei più fecondi e fortunati costruttori dell’Argentina.

 

 

Giuseppe Bernasconi, di Uggiate, borgo tra Como e Varese, apprese l’arte a Como con un capomastro che la sera gli faceva imparare un po’ di disegno nelle scuole serali. Nel 1868, spinto da ardente amore di novità, venne a Montevideo, con 15 marenghi in tasca ed una immensa voglia di fabbricare. A Montevideo trovò subito da lavorare sotto l’ing. Cerutti, direttore dei lavori pubblici; in poco tempo risparmiò tanto da potersi fabbricare una casetta che poi vendette per recarsi a Buenos Ayres. A 20 anni, sbarcato in questa città, si imbatte` in due famiglie che, conosciutane l’abilità, lo scelsero come capomastro per la costruzione delle loro case. Una sola di esse gli fece costruire case pel valore di ben tre milioni. Il primo gruzzolo era fatto ed il Bernasconi lo seppe utilizzare bene per giungere a più alta fortuna.

 

 

Spesso per riescire nella conquista della ricchezza basta intuire il punto verso cui si dirigono le ondate della prosperità; quando si è nella corrente, gli affari ed i guadagni si moltiplicano quasi spontaneamente. Il Bernasconi giunto a Buenos Ayres vide che i prezzi dei terreni erano bassi e previde che la popolazione della città sarebbe rapidamente cresciuta. Ne trasse la naturale conseguenza che bisognava comprar terreni a prezzi bassi, edificarvi sopra case per rivenderle od affittarle quando la popolazione si fosse affittita e la cresciuta domanda avesse fatto aumentare i prezzi dei terreni e degli affitti. Egli applicava inconsciamente in questo modo la legge che regola la dinamica della rendita edilizia.

 

 

Non sempre l’applicazione delle leggi economiche e sovratutto delle leggi dinamiche della rendita edilizia è cosa facile. In decadenza di una città è un fenomeno evidente, perché nelle vie cresce l’erba e gli abitanti diminuiscono; ed allora nessun costruttore erige nuove case perché si affittano a prezzi irrisori intieri palazzi. Ma non è altrettanto facile prevedere se l’incremento di popolazione in una città è un fenomeno normale oppure destinato ad arrestarsi dopo un certo periodo. Non era difficile, ad esempio, vedere che Roma era aumentata in popolazione dopo il 1871 perché il trasporto della capitale vi aveva richiamato un gran numero d’impiegati, professionisti, lanciatori d’affari o speculatori d’ogni genere ed era evidente che dopo un po’ di tempo doveva venire un punto di saturazione di cotesti elementi eppure molta gente immaginò e fece credere ad altri che Roma era destinata a diventare una città di un milione di abitanti. La previsione era sbagliata, e meno alcuni più avveduti che seppero realizzare in tempo, i costruttori che aveano comprato il terreno colla speranza di vederlo crescere di prezzo andarono in rovina e rovinarono anche chi aveva loro imprestato i capitali necessari all’opera.

 

 

Il Bernasconi ebbe invece l’intuito felice. Buenos Ayres, il porto naturale e la capitale di un paese immenso e fecondo non poteva non aumentare in popolazione appena le ferrovie avessero percorso e gli immigranti avessero colonizzato le sue pianure. Il prezzo dei terreni, indice perfettissimo degli incrementi della popolazione e della ricchezza, della intensificazione dei traffici e delle pulsazioni accelerate della vita economica, dovea, attraverso ad ondulazioni momentanee, aumentare costantemente a Buenos Ayres per cause naturali e durature.

 

 

Al Bernasconi «bastò un’occhiata per comprendere le condizioni della città e la via che doveva tenere. Poco allora costavano i terreni, ma poco ci voleva anche a capire che il loro prezzo si sarebbe presto moltiplicato».

 

 

Di solito il «poco che ci vuole a capire una cosa» è quello appunto che manca alla grande maggioranza degli uomini. I pochi che capiscono diventano i beniamini della fortuna. Verrà poi un tempo in cui non si ricorderà la cagione prima che ha dato la spinta alla fortuna dei pochi; ed i più si immagineranno che dessa sia dovuta ad usurpazioni od a sfruttameuti. Quando a Buenos Ayres i prezzi dei terreni e degli affitti saranno cresciuti in guisa insopportabile, sorgerà probabilmente una scuola di nazionalizzatori della rendita edilizia, la quale proclamerà ingiusto il dover pagare una rendita agli oziosi proprietari di un terreno pregiato per ragioni compiutamente indipendenti dal lavoro dell’imprenditore di costruzioni e dipendenti invece da fenomeni sociali. è la società, si dirà allora, la quale aumentando in popolazione ed in ricchezza, dà un valore crescente ai terreni edilizi; alla società, e non agli individui, spetta perciò la rendita edilizia.

 

 

Allora i nazionalizzatori della terra forse non avranno torto; ma la causa principale per cui le loro proposte incontreranno gravissimi ostacoli ad essere tradotte in atto consisterà in due fatti universali ed apparentemente inevitabili nella storia dei paesi nuovi. La incapacità da una parte delle masse, ossia della società intiera e cioè del governo organizzato a prevedere gli aumenti del valore della terra ed a riserbarne a sé il godimento mercé un razionale sistema di atti temporanei delle aree edilizie; e la previdenza dall’altra parte dei pochi che in vista appunto dell’aumento inevitabile del suo valore, accaparrano la maggior estensione possibile di terreno. Che meraviglia dunque se i pochi preveggenti riescono ad elevarsi al disopra della massa imprevidente e dei governi dilapidatori!

 

 

Essi utilizzano bensì un incremento di valore non guadagnato da loro e dovuto alla intiera società; ma soltanto l’intelligenza e l’intuito felice di cui essi sono dotati, li ha posti in grado di utilizzare questo fenomeno sociale e naturale a preferenza di altri. Se nelle epoche di formazione di una città tutti gli uomini fossero stati ugualmente intelligenti e previdenti, tutti avrebbero potuto acquistare terra a vil prezzo e tutti i loro discendenti sarebbero dei percettori di rendita; e questa per la sua universale diffusione sarebbe un fenomeno socialmente irrilevante. Il monopolio della intelligenza ed il monopolio dei doni gratuiti della natura o della società, sono sempre indissolubilmente connessi nella formazione delle grandi fortune; i mediocri conservano e gli sciocchi dilapidano le sostanze accumulate dai padri ma non ne acquistano delle nuove.

 

 

Uomo non comune si dimostrò il Bernasconi quando prese «la risoluzione di procacciarsi un capitale per fabbricare case ed affittarle. Le banche erano allora prodighe di credito e bastava una firma per avere quanto denaro si volesse. Il Bernasconi tolse a prestito da una di esse 100 mila pezzi della moneta d’allora, pari a 4 mila dell’attuale e fu questo il germe donde si svolse la sua fortuna. Questo delle case è il più utile impiego del denaro; oltre al dare il 12 per cento netto ogni anno, il loro valore va aumentando col crescere della città. In case, il Bernasconi ha ora impiegato un discreto capitale; ma, con non altra cura che di tenerle su e conservarle, il capitale tra poco si sarà da sé raddoppiato. Un terreno di 300 mq che pochi anni sono costava 1000 pezzi, vale ora 10 volte tanti e varrà anche di più tra qualche anno».

 

 

Il Bernasconi costruisce case per conto proprio ed altrui. La sua clientela è «numerosa e ricca e non gli concede mai pace. Egli non ha un momento di ozio; mentre di una casa fa gittare le fondamenta, ad un’altra pone il tetto, prende le misure di una terza e lavora al disegno di una quarta».

 

 

Dal 1873 al 1897 egli ha costrutto 147 case, secondo le sue annotazioni che non sono complete, perché delle prime case costrutte ha perduto la lista.

 

 

Se si allineano le case secondo la facciata si ha una lunghezza di 3948,50 metri; se si allineano pei lati la lunghezza sarà di metri 5786,29 e la superficie coperta di mq 138.039,29. Alle 147 case di abitazione di cui 25 sono di proprietà del Bernasconi, devonsi aggiungere il palazzo di campagna e la casa di amministrazione del signor Bosch, una ventina di edifici ad uso di fabbriche, due ponti, incubatori, molini, ecc. Se si pensa che il Bernasconi è ancor giovane, che nella cifra suddetta non sono comprese le case che sta costruendo, che il lavoro gli cresce di continuo, si può a ragione affermare che «una intera città resterà ad attestare il suo passaggio fra gli uomini». Come bene dice il suo biografo «questo comasco la cui rapidità nel murare una casa non è minore della rapidità con cui la immagina, che Omero chiamerebbe certo costruttore di città, è ora per Buenos Ayres quello che per tutta l’Europa, sul finire del medio evo, erano i mastri Comacini, e quelli di Campione, di cui i nomi non si conoscono, ma di cui l’opera resta in tante cattedrali, emule dei monti».

 

 

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