Tratto da:

Un principe mercante. Studio sull’espansione coloniale italiana

Capitolo X

L’Arrivo ed il Programma

Un principe mercante. Studio sull’espansione coloniale italiana, Ed. F.lli Bocca, Torino, 1900, pp. 88-91

 

 

 

La descrizione dei tipi sociali dell’America italiana avrà potuto persuadere il lettore che l’industriale cotoniero di Busto Arsizio non si era ingannato quando nel lavoro di eliminazione dal quale abbiamo preso le mosse sull’inizio del presente scritto, scelse l’Argentina a campo principale della sua attività. Alla scelta tenne dietro subito l’esecuzione. A tutti i grossisti, il cui nome conosceva a causa del questionario spedito agli uffici postali, inviò un campionario di tessuti scelti fra quelli indicati dal clima e dagli usi del paese. Per non perdere tempo, il 12 gennaio 1887 spedì a Buenos Ayres colla marca E.D.F. (Enrico Dell’Acqua e Fratello) un ricco assortimento di tessuti scelti fra i migliori che si fabbricavano allora in Italia ed aprì senz’altro casa in via San Martin, una delle più centrali della città.

 

 

Ben presto giunsero in italia le risposte delle varie case che avevano ricevuto il campionario. «Alcuni univano alla lettera dei piccoli pezzi delle stoffe più ricercate e promettevano un successo sicuro se si potesse provvederle. Altri consigliavano di piantare una casa in qualche città principale dello stato e garantivano certa riuscita. Non mancarono italiani che risposero con entusiasmo e si dissero pronti ad aiutare il Dell’Acqua nell’impresa del loro meglio. In generale tutti si dicevano disposti a trattare con lui, quando le condizioni fossero vantaggiose». Incoraggiato dalle liete promesse, il Dell’Acqua ottenne dall’amico suo Federico Mylius l’apertura di un credito fino a 600.000 lire per attuare i suoi vasti disegni e nell’aprile del 1887 partì per Buenos Ayres.

 

 

Nell’America del Sud, come in tutti i paesi dove non esistono industrie, i commercianti di manufatti si dividono in tre categorie:

 

 

  • La prima, composta di Case Importatrici (importadores);
  • La seconda, di Case Grossiste (registreros);
  • La terza, di Negozi al minuto (tiendas).

 

 

Le Case Importatrici sostituiscono ad un dipresso i fabbricanti dei paesi industriali. Esse ritirano la merce di prima mano dall’Europa, provvedono allo svincolo della dogana e la vendono in casse chiuse, su cartelle di referenze, alle case grossiste. Queste ultime la ripartiscono ai dettaglianti. Le Case importatrici sono stabilite nei porti di mare o nelle capitali; nelle capitali e nei centri principali i registreros e le tiendas dappertutto. Il commercio è in massima parte alimentato dalla clientela dell’interno. Le tiendas dell’interno, specialmente nei luoghi lontani dove la viabilità è difficile, tengono un po’ di tutto: tessuti, mercerie, ferramenta, vini, generi alimentari, macchine agricole, ecc. Il negoziante fa forti provviste, persino di cento e più mila lire, due volte od anche una sol volta all’anno. Di solito essi sono tutti proprietari; e quelli che vivono nelle zone più lontane sono anche incettatori dei prodotti del paese che poi portano alle Capitali nei loro viaggi periodici, servendosi del ricavo per pagare le mercanzie che comprano.

 

 

Data questa solida organizzazione del commercio nell’America latina, importava al Dell’Acqua di conquistare la fiducia almeno di un anello della catena intermediaria. Egli cominciò il giro dai grossisti; e si accorse che davvero c’era da sperar poco. Uno gli mostrava gli scaffali pieni di roba e gli diceva che non si vendeva più nulla; un’altro esaminava i campioni e pure lodandoli, si diceva legato ad una data casa importatrice. Non mancò chi, confidando essergli la poca clientela costata anni ed anni di fatica, lo consigliò senz’altro a ritornarsene in Italia. Lasciati i grossisti si rivolse ai negozianti al minuto nella capitale; e dopo una lunga lotta offrendo condizioni più vantaggiose, riuscì ad attirarne a sé qualcuno.

 

 

Una quarta via gli si apriva dinanzi ed egli coraggiosamente vi si innoltrò: la discesa fino alle tiendas delle colonie agricole dell’interno.

 

 

Il Dell’Acqua spedì i suoi commessi viaggiatori nell’interno, fino nelle più remote colonie agricole, con gli occhi aperti su tutto: sul modo di vivere, sui gusti e le preferenze degli abitanti. Siccome il mercante grossista si rifiutava di proporre la nuova marca ai suoi clienti, il Dell’Acqua volle costringerlo a provvedersi da lui per mezzo dei clienti. Il successo, seppure non immediato, non tardò molto a coronare i suoi sforzi. Così il Dell’Acqua poteva scrivere al Mylius in una lettera del maggio 1887 da Cordoba:

 

 

«Assai ho studiato questi paesi e il grande e il piccolo commercio. L’impressione generale è la più bella, la più lusinghevole che si possa immaginare. Qui si possono fare immensi affari; ci vuole intelligenza, attività e capitali senza paura. Non è il caso in questi paesi di cominciare dal poco e ingrandirsi adagio adagio. Qui bisogna studiar bene, tracciare la linea di condotta e svilupparsi colla velocità del fulmine.

 

 

Casa nuova non deve lasciarsi soverchiare dalla influenza delle vecchie. Qui occorrono buoni personali che sappiano vedere la meta e raggiungerla senza badare ad ostacoli».

 

 

Ecco come egli tracciava il programma della sua grande Casa importatrice: «Per aprirsi i mercati dell’America latina bisogna che l’Italia si faccia conoscere, e per farsi conoscere il miglior modo è quello di fare ciò che fanno gli altri, cioè di stabilire in ciascuna capitale dei diversi Stati una Casa commerciale, la quale riceva le mercanzie, provveda al suo svincolo dalla dogana, e per mezzo dei viaggiatori le porti nel cuore del consumo, alla clientela dell’interno, concedendo le condizioni che concedono le altre Case, cioè le scadenze da tre a sei mesi. Questo sistema è anche il più sicuro ed il più remuneratore giacché permette di ripartire il fido e di vendere a prezzi vantaggiosi. E poi il sistema migliore ed il più adatto per raggiungere lo scopo di aprire un mercato giacché col negoziante dell’interno non è difficile mettersi in rapporti d’affari; le marche nuove entrano a poco a poco nelle abitudini del consumo e le Case importatrici, di qualunque nazione esse siano, sono costrette a seguire la corrente ed a rivolgere la loro attenzione sulle Case produttrici italiane, onde non lasciar mancare alla propria clientela l’assortimento che essa domanda.

 

 

L’industriale isolatamente non può fare questo lavoro, anzitutto perché egli ha bisogno della rapida circolazione del capitale; in secondo luogo perché non potrebbe rispondere al vasto assortimento che richiedesi per le Case d’America. Sorge quindi spontanea l’idea di una grande Società di Esportazione, la quale fornita di potenti mezzi aumentabili gradatamente di mano in mano che si aprono nuove succursali o che si sviluppano le vecchie, possa farsi centro del lavoro con sede in Italia e succursali in America. Le succursali sarebbero legate alla Casa Madre mediante speciali convenzioni sulle interessenze, ma autonome per lo svolgimento del lavoro nelle rispettive zone. E dico «fornite di potenti mezzi» giacché l’America non è il paese dei piccoli passi; o si fa o non si fa. La clientela buona non si risolve a comperare se non quando è sicura di mettersi in rapporti con una Casa seria ed importante. Una volta quindi studiato il mercato e deciso di lavorarvi bisogna mettersi in vista coll’abbondanza e colla ricchezza dell’assortimento e con tutta l’organizzazione di una vera Casa di commercio per ciò che riguarda l’amministrazione interna e il servizio di viaggiatori. Gli industriali italiani che tanto si lamentano della esuberanza di produzione dovrebbero concorrere generosamente alla formazione di una Casa d’Esportazione la quale è per loro altrettanto utile quanto l’ingrandimento di un opificio. L’opificio rappresenta il meccanismo che produce, la Casa d’Esportazione il meccanismo che consuma, colla sensibile differenza che il primo deperisce di mano in mano che lavora, il secondo aumenta di valore. A concorrervi avrebbero interesse non solo chi aspira a lavorare coll’estero, ma tutti gli industriali indistintamente, giacché la Casa di Esportazione non rappresenta solamente un affare, sibbene svolge un concetto, il concetto di aprire i mercati d’oltre mare allo smercio dei prodotti italiani in modo da lasciare posto colle manifatture che escono al buon collocamento delle manifatture che restano».

 

 

Alla fine del 1887 il Dell’Acqua avea venduto nell’Argentina, Uruguay e Paraguay per 824.839 lire di merci di cui 608.939 in tessuti di cotone, 144.860 in tessuti di lino e canape, 28.370 in tessuti di lana, 390 di seta, 850 in merletti e nastri, 8750 in busti per donne, 15.140 in cappelli di lana, di feltro e di paglia, 10.540 in ombrelli, 5270 in carta da involti, 1730 in vini, liquori e generi alimentari. La infiltrazione nel ceto dei consumatori e dei piccoli commercianti delle colonie agricole interne erasi iniziata in guisa incoraggiante; ed era già abbozzato il piano della grande Casa Esportatrice che doveva sorgere in seguito.

 

 

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