Capitolo XI – Le prime vittorie e lo scoppio della crisi

Tratto da:

Un principe mercante. Studio sull’espansione coloniale italiana

Data di pubblicazione: 01/01/1900

Capitolo XI

Le prime vittorie e lo scoppio della crisi

Un principe mercante. Studio sull’espansione coloniale italiana, Ed. F.lli Bocca, Torino, 1900, pp. 92-98

 

 

 

Ritornato in Italia alla metà del 1887 si diede subito a cercare nuovi capitali. La ricerca del capitale è la maggior difficoltà incontrata dal Dell’Acqua durante la sua fortunosa carriera. Il capitale in Italia non manca: ma è diffidente, guardingo, pieno di paure: e non si concede mai senza mille precauzioni che ne divorano buona parte. E qui dove trovò più da lottare. Gli altri furono ostacoli passeggeri, per quanto alcuni di non poca gravità: questo invece fu un male cronico e avrebbe da ultimo minato ogni cosa se in un modo o nell’altro non fosse giunto a rimuoverlo.

 

 

Finora il fido aperto dal Mylius era precario, e poteva essere tolto. Nel 1887 fu stretto un contratto fra la casa Dell’Acqua e la casa Mylius e fratelli Venzaghi in forza di cui la direzione restava al signor Enrico Dell’Acqua, le due ditte spedivano le merci a Buenos Ayres e garantivano le obbligazioni comuni. Il signor Mylius poneva a disposizione del Dell’Acqua un capitale, di 600 mila lire, che si obbligava a lasciare fino alla fine della associazione, che doveva scadere col 31 dicembre 1889. In questo modo il fido puro e semplice veniva cambiato in una partecipazione, grazie alla quale si vincolava il capitale fino al termine dell’impresa, si otteneva che gli interessi fossero subordinati agli eventuali utili, si impegnava il Mylius a sostenere l’impresa del suo meglio; si otteneva la garanzia dei fratelli Venzaghi per una somma considerevole, e si nominava a procuratore della casa in Buenos Ayres uno dei fratelli Venzaghi, il quale avrebbe avuto interesse a far prosperare l’impresa. D’altra parte la durata dell’accordo solo fino al 1889 era tale che mentre da un lato lasciava tempo all’impresa di mettere solide basi, dall’altra porgeva modo di scioglierlo, quando la stessa sua prosperità rendesse gravoso il continuarlo.

 

 

Quest’accordo, caratteristico dei ripieghi a cui gli uomini d’affari devono ricorrere per ottenere la possibilità di ampliare le loro imprese, non doveva durare a lungo; alla fine dell’anno 1887 era disciolto per comune consentimento; il capitale del signor Mylius convertivasi in un fido, che doveva essere pagato a rate uguali in tempo determinato.

 

 

Mancata la collaborazione del Venzaghi, fu necessario al Dell’Acqua di recarsi egli stesso in America sui primi del 1888. Non era solo; un gruppo di persone capaci e volonterose si era già stretto accanto a lui; fra i primi Angelo Gagliardi, Giacomo Grippa ed Ernesto Castiglioni, giovani tutti e fiduciosi nei disegni del loro capo. Una delle caratteristiche più notevoli di questo intraprendente conquistatore di mercati esteri è l’abilità con la quale ha saputo scegliere i suoi collaboratori. Giacomo Grippa, uno dei procuratori della Casa Dell’Acqua a Buenos Ayres, è l’autore di una memoria sull’Industria e gli Italiani nel volume più volte citato: Gli Italiani nell’Argentina. Ce ne siamo valsi ripetutamente nella descrizione dell’ambiente italiano nell’Argentina ed è scritto tale che rileva un uomo capace di comprendere i problemi curiosi ed interessanti dei paesi nuovi e di sapere delineare con tratti vigorosi e scultori le ragioni per cui le industrie a poco a poco sorgono e fioriscono in un determinato ordine. In Inghilterra sono frequenti gli uomini d’affari, i banchieri, gli industriali che riescono ad imprimere un’orma profonda nella scienza. È di buon augurio per l’Italia il fatto che uno dei collaboratori del Dell’Acqua abbia saputo dettare una monografia che può considerarsi come uno dei saggi meglio riesciti e scritti senza preoccupazioni teoriche o scolastiche di filosofia dell’industria nei paesi nuovi. Degli altri collaboratori il lettore può giudicare leggendo le relazioni annesse alla presente memoria. Spirito d’osservazione, praticità di intenti, non disgiunta da larghezza di vedute, si rivelano in tutte queste relazioni dei viaggiatori della Casa Dell’Acqua. Alcuni di essi, viaggiando per smerciare tessuti e liquori ed osservando i costumi, il tenor di vita, i bisogni, la ricchezza degli abitanti, sanno elevarsi a considerazioni tali che il lettore è costretto invincibilmente a considerare gli autori di queste succinte e modeste monografie come capaci di fornirci, se le occupazioni della vita ne fornissero loro l’agio, studi preziosi e fedeli sulle condizioni sociali dei paesi dell’America latina.

 

 

La accortezza nella scelta dei collaboratori è un tratto rivelatore degli uomini superiori. I commercianti e gli industriali mediocri sopportano a malincuore fra i proprii dipendenti persone intelligenti e piene d’iniziativa. Sospettandole, finiscono per odiarle e per sottoporle ad una disciplina insopportabile togliendo loro ogni iniziativa; e siccome non tutti amano di essere trattati come servitori, così i dipendenti intelligenti ed audaci alla prima occasione abbandonano il principale pedante e dispotico. Non così il Dell’Acqua. Egli per esprimerci colle parole di uno che davvicino esaminò il funzionamento della sua casa, ha per principio che non vi è di peggio di quello strafare di chi comanda, che inutilizza i chiamati a dividere il lavoro. Invece di molte intelligenze concorrenti nella pienezza delle loro forze a un intento comune, non si hanno così che degli inutili spettatori; il dipendente che non può farsi valere nei limiti della parte assegnatagli, si disamora della parte stessa.

 

 

Attratti nell’orbita dell’attività della casa, i collaboratori suoi non rinunziarono per questo mai alla propria personalità; ed alla collaborazione intera e volonterosa dei suoi dipendenti devesi in parte il successo e la prosperità della casa. Il Dell’Acqua si guadagna l’affezione dei suoi collaboratori col rispettare intieramente la loro libertà.

 

 

Pretende da ognuno l’adempimento del dovere; nel rimanente padroni tutti di comportarsi come vogliono, purché non dimentichino mai il nome onorato della casa a cui appartengono.

 

 

Appoggiato da collaboratori così attivi e valorosi era impossibile che al Dell’Acqua non sorridesse la vittoria.

 

 

L’avviamento era così pieno di promesse che egli si decise di impiantare due succursali a Montevideo ed a San Paulo. Della casa di Montevideo il discorso sarà breve: nel 1888 fu impiantata e liquidata nel successivo anno 1889 con un attivo netto di 500 pezzi oro. Ma quella del Brasile ebbe ben’altra importanza. Allo sviluppo della succursale di San Paulo concorrevano le stesse condizioni favorevoli esistenti a Buenos Ayres: abbondante la immigrazione italiana, composta di contadini e di artigiani in gran parte. Per coprire le spese generali egli ottenne la privativa pel Brasile del Fernet Branca e dei medicinali della casa Carlo Erba di Milano, ed in breve il solo Fernet giunse a fare le spese degli impiegati. Da Buenos Ayres e da S. Paulo il Dell’Acqua sguinzagliò una schiera di commessi viaggiatori i quali apportarono presto alla casa una massa crescente di affari e guadagnarono una clientela affezionata e puntuale pagatrice.

 

 

Nel 1887 si erano importate merci per un valore di 824.839 lire esclusivamente nell’Argentina; nel 1888 se ne importarono per lire 2.264.154 di cui 1.877.025 nell’Argentina, Uruguay e Paraguay, 197.663 nel Brasile e 189.466 nei paesi sulla costa del Pacifico. Nel 1889 si sale a lire 2.974.238 di cui 2.593.963 nell’Argentina, 301.778 nel Brasile e 78.497 nei paesi del Pacifico. Il crescendo era continuo ed il futuro si presentava brillante e fecondo di commerci continuamente espandentesi quando nel 1889 scoppia a Buenos Ayres una crisi fierissima.

 

 

In tesi generale il commercio coll’America del Sud è solido. La stessa costituzione gerarchica del commercio lo dimostra. Il piccolo rivenditore al minuto dei paesi lontani per poter esercitare il suo traffico deve potere disporre di mezzi rilevanti, i quali garantiscono la sua solvibilità. Le Case Commissionarie di Londra, di Parigi e di Amburgo hanno milioni e milioni impegnati in quel commercio; eppure non una di esse ha fallito; e tutte guadagnano lautamente per la solidità delle case importatrici di Buenos Ayres le quali si basano su una clientela sicura e seria. La difficoltà sta nell’avere capitali sufficienti per comperare bene e persone serie da mettere alla direzione delle succursali. Date queste condizioni i rischi sono minori di quelli che si potrebbero avere in Italia perché l’America del Sud è un paese retto da principii uguali a quelli che reggono i paesi Europei, col vantaggio che essendo la miseria meno sentita ed i guadagni più elevati che in Italia, i consumatori non guardano tanto pel sottile al prezzo.

 

 

Anche le tanto temute rivoluzioni, che sono lotte fra i partiti locali e non si allargano fino ad abbracciare i coloni stranieri, portano uno sconcerto momentaneo ma non mai disastri.

 

 

I pericoli reali nell’esercizio del commercio sud americano sono due soli: la fallanza dei raccolti e le crisi economiche.

 

 

La fallanza dei raccolti, per le intemperie atmosferiche o per le invasioni delle cavallette, sono fatti contro i quali non si è ancora trovato un rimedio e che colpiscono dolorosamente le case importatrici, perché il grosso della clientela è costituito dagli abitanti delle colonie agricole. Il negoziante delle colonie vive della vita dei coloni; se i raccolti vanno bene, compera e paga; se vanno male non compera e si serve della sua scorta per pagare una metà dello scaduto riportando il resto al nuovo raccolto.

 

 

Chi vuole lavorare con loro bisogna che si adatti a vendere meno ed accordare dilazioni di pagamento. È certo che è richiesto a tale scopo un capitale maggiore, ma il buon negoziante tiene conto dei riguardi che gli si usano ed al momento del risveglio non ci sono prezzi che valgano a trarlo dalla vecchia strada; egli rimane fedele alla Casa che gli ha prestato appoggio.

 

 

Le crisi economiche sono fenomeni più terribili di una fallanza dei raccolti, e mentre un mediocre negoziante può avere l’abilità di prolungare i fidi quando le cavallette hanno portato via il raccolto agli abitanti delle campagne, solo i forti ed i potenti riescono a dominare le ondate al ribasso dei cicli economici. Non è questo il luogo di descrivere le ragioni della crisi terribile che si abbatté nel 1889 sull’Argentina, e che del resto fu caratterizzata dai sintomi che accompagnano di solito tutte le crisi economiche ed in ispecie quelle dei paesi nuovi. Il paese si era abbandonato ad un orgia di progetti; si costruivano canali, ponti, ferrovie, palazzi, si facevano sorgere come per incanto dal fango città intiere.

 

 

Tutto questo splendido edificio poggiava sull’arena: sui capitali portati dall’Europa e che al minimo accenno di pericolo potevano ritrarsi e su una circolazione fiduciaria spinta a limiti incredibilmente alti. Gli uomini di stato e d’affari dell’Argentina si erano immaginati, anche perché potevano trovarci il loro tornaconto pescando a man salva nelle casse delle banche, che si potesse creare la ricchezza emettendo della carta. E si emise carta di ogni colore e di ogni natura: obbligazioni ipotecarie su terreni non mai visti e lontani centinaia di miglia dai centri abitati, azioni di società inesistenti e cervellotiche, biglietti delle banche di emissione. E la carta avendo fatto fuggire la moneta metallica, la circolazione dell’Argentina era divenuta tutta cartacea. Finché gli affari andarono bene ed il ciclo economico si svolse nella sua fase ascendente la carta rimase alla pari con l’oro, e gli affari fra l’Italia e l’Argentina si potevano svolgere su una base sicura.

 

 

Tutto ciò cambiò collo scoppio della crisi. L’aggio dell’oro sulla carta si diede a variare con oscillazioni continue e così rapide da rendere vana ogni previsione. Nell’Argentina l’aggio dell’oro sulla carta dipende da coefficienti numerosi ed imprevedibili. In gran parte esso varia in ragione della fiducia di cui godono le persone che salgono al potere.

 

 

All’avvicinarsi di ogni cambiamento di governo, come una specie di panico assale il commercio; la curiosità di sapere chi riuscirà l’eletto prende proporzioni enormi, essendo la soluzione del dubbio di capitale importanza.

 

 

Avviene così che un anno e più prima delle elezioni, l’esito è già conosciuto con certezza. Se il candidato preferito è uomo di nota serietà, l’avvenire si mostra pieno di speranza, e l’aggio ne dà subito segno con l’abbassare; se è il contrario, l’aggio se ne risente elevandosi.

 

 

Si potrebbe quindi dire che nell’Argentina si giudica dall’aggio del credito di un uomo politico; e l’aggio è un termometro di una delicatezza e di una sensibilità appena credibili. S’aggiungano poi le minaccie di guerra, il timore delle cavallette; e nei tempi di crisi come il 1889 i fallimenti delle banche d’emissioni, gli sforzi disperati dei capitalisti europei per realizzare in oro le carte ipotecarie ed i titoli di credito argentini che tenevano in portafoglio, e si avrà un’idea delle difficoltà da cui, per il rialzo repentino dell’aggio dell’oro fino al 500% e le sue repentine oscillazioni, si trovò circondato il Dell’Acqua.

 

 

Gli importatori che aveano venduto alla clientela dell’interno a fido quando la carta equivaleva quasi all’oro si trovarono ridotto il valore del portafoglio ad una metà, un terzo od un quarto del valore precedente. Gli affari che al momento della conclusione del contratto erano proficui diventarono disastrosi; specialmente per le ditte che aveano impiegato tutto o gran parte del capitale in fidi ai negozianti dell’interno, il rialzo dell’aggio significava la rovina.

 

 

Per il Dell’Acqua la condizione era ancora peggiore. Fiducioso per la buona piega presa dagli affari nel 1888 e nel principio del 1889 egli avea grandemente esteso le sue operazioni ed i suoi fidi ai negozianti al minuto. Per conseguenza il suo attivo si componeva in parte delle merci in magazzino divenute pel momento invendibili perché lo scoppio della crisi avea interrotto i consumi e di crediti e di cambiali in portafoglio espresse in carta, la quale sviliva ogni giorno più. Il suo passivo invece si componeva del fido di 600.000 lire del signor Mylius rimborsabile in oro a brevi scadenze e delle cambiali tratte su di lui pure in oro dai fabbricanti italiani, suoi fornitori di tessuti e di merci. La condizione sembrava disperata, e tale da far tremare anche una casa antica munita di forti riserve.

 

 

Enrico dell’Acqua, uomo nuovo, a cui gli sportelli delle banche erano chiusi del tutto in quei momenti di panico, non si scoraggiò. Se la fortuna mostrasse sempre il suo sorriso la riuscita senza lotta non darebbe soddisfazione, egli si disse; e cominciò una lotta accanita colla fortuna avversa, coi creditori impazienti di essere pagati in oro, contro le oscillazioni dell’aggio che distruggevano tutti i suoi calcoli, e col capitale che fuggiva dall’Argentina spaventato dalle perdite subite. È una lotta epica, la quale merita di essere narrata.

 

 

Torna su