Capitolo XIII – La formazione della Società

Tratto da:

Un principe mercante. Studio sull’espansione coloniale italiana

Data di pubblicazione: 01/01/1900

Capitolo XIII

La formazione della Società

Un principe mercante. Studio sull’espansione coloniale italiana, Ed. F.lli Bocca, Torino, 1900, pp. 107-113

 

 

 

Ridotto alle sole sue forze, il Dell’Acqua non si perdette di coraggio. Per sormontare la crisi sarebbe stato per lui necessario di essere fornito di un forte capitale, il quale gli permettesse, a guisa di una riserva contro le oscillazioni dell’aggio, di far fronte al continuo deprezzamento dei suoi crediti in carta nell’Argentina e di tenere in magazzino i suoi stocks di merci, finché l’orizzonte non si fosse rischiarato e non si fosse nuovamente ravvivato il consumo delle campagne, le quali in quella universale catastrofe erano rimaste salde e solvibili, ma alquanto intorpidite. Quando egli nell’estate del 1889 ritornò in Italia, il suo piano era formato. Se i suoi fornitori di merci e di capitali esigevano di essere pagati in oro, come era loro diritto, egli non poteva offrire se non una liquidazione con una perdita enorme, per lui di tutto il capitale e di tutta l’opera di parecchi anni, e per i fornitori di una fortissima percentuale dei loro crediti. Era, in poche parole, un fallimento. Ma il Dell’Acqua, convinto di aver creato un saldo organismo economico nel quale tutte le spese d’impianto erano già ammortizzate ed a cui convergevano numerose forze intellettuali munite di una conoscenza minuta ed insuperabile del mercato dell’America latina, non voleva un fallimento che lo avrebbe esentato a buon mercato da gravi responsabilità, ma gli avrebbe impedito di raggiungere quell’ideale di conquista che egli si proponeva a favore dell’industria italiana.

 

 

Malgrado l’ora nera, egli volle persistere nella sua iniziativa e tentare di accomunare di diritto, come lo erano di fatto, alle sue le sorti degli industriali suoi fornitori. A questi egli propose perciò, invece di una liquidazione a perdita, la conversione dei loro crediti in azioni della Società di cui egli era capo. Ai creditori egli diceva: «Tutto il meccanismo del mio lavoro io lo offro alla Società, netto, limpido: è un impianto solido che io offro con spese ammortizzate.

 

 

Non si domanda compenso pel passato; solo pel vostro, pel mio interesse non lasciate che tanta forza vitale intisichisca. Non mi lamento se per circostanze eccezionali mi sono lasciato sorprendere dall’improvviso aumento d’aggio, perdendo in un sol colpo quasi tutto il frutto di tanto lavoro. Mi sento forte abbastanza per riguadagnare il perduto. Non si tratta, più di costruire, ma di raccogliere. Io sono leale: mi si accordi questo capitale necessario, non per salvare una situazione, ma per poter continuare a fronte alta nella via battuta, per ricominciare un lavoro attivo e non sprecare l’intelligenza a difendermi dalle male lingue. Si dirà che ebbi troppo slancio, che dovevo prendere le cose con maggior calma. Io invece ho la convinzione ferma che se non mi fossi imposto colla grandiosità delle operazioni, la casa non avrebbe raggiunto lo sviluppo attuale, né mi sarei formata una clientela così solida e numerosa. Avrei guadagnato di più lavorando in piccolo, ma l’uomo non vive di solo pane. Fu il concetto di formare una grande casa che mi spinse a scegliere questa via; ed ora, forte della affezione di un numeroso personale, che sempre seguì la mia bandiera, condividendo disagi e fatiche, sono sicuro dell’esito, solo che mi appoggi il capitale».

 

 

Le Società industriali e commerciali si costituiscono di solito in determinati periodi dei cicli economici. Se si esaminano le curve delle costituzioni delle Società in qualsiasi paese moderno, si vedrà che le loro ondulazioni collimano esattamente colle ondulazioni della vita economica, ed anzi ne sono uno degli indici più caratteristici e perfetti.

 

 

Le Società si costituiscono quando il mondo economico si trova sulla curva ascendente della prosperità; allora sorgono a folla i progettisti i quali dipingono a rosei colori le speranze di opimi guadagni in imprese numerose come le sabbie del mare e spesso aleatorie come il giuoco del lotto; ed allora gli animi dei capitalisti si trovano bene disposti e le tasche si vuotano con facilità incredibile, malgrado gli avvertimenti dei disastri antichi e recenti. I capitali accorrono in copia per qualsiasi intento, e le azioni delle Società costituite salgono con slancio irrefrenato fino a toccar vette eccelse ed arricchire i fortunati detentori. I capitalisti essendo di buon umore, sono di manica larga, e le Società si fondano per un lungo periodo di anni, 20, 30 ed anche 99 anni; si concedono larghi poteri agli amministratori ed i gerenti possono appropriarsi una forte quota degli utili eventuali.

 

 

Quando invece è incominciata la crisi ed il mercato si trova sulla curva discendente della rovina e del ristagno economico, la scena cambia d’aspetto. I capitalisti, bruciati dalle perdite sofferte, restringono i cordoni della borsa. Ogni nuova iniziativa desta sospetti come un tranello teso alla buona fede dei possessori di capitali. Imprese dall’avvenire splendido, aziende feconde di dividendi costanti e cospicui non possono ampliare le loro operazioni perché i capitali si rifugiano nei titoli di completo riposo, negli impieghi di padre di famiglia, nelle Casse di Risparmio a dormire i sonni del giusto, abborrenti da ogni impiego che sia anche minimamente rischioso.

 

 

In questa fase del ciclo economico Enrico Dell’Acqua venne in Italia per costituire una Società per la esportazione di prodotti italiani nell’America del Sud. Le sue proposte e le modificazioni che egli fu costretto ad apportare all’idea primitiva di fronte ad ostacoli numerosi e fortissimi, sono ampiamente esposte nello scritto del Capello che si trova nell’appendice del presente volume (cfr. appendice n. I). È però opportuno riassumerle brevemente qui, sia perché la narrazione non sia interrotta, sia perché la storia della formazione della Società E. Dell’Acqua e C. delinea al vivo in qual modo si costituiscono le Società cosidette di salvataggio, che, malgrado l’origine pericolosa, possono essere talvolta chiamate, come nel caso nostro, ad un prospero e brillante avvenire.

 

 

Malgrado i tempi avversi, Enrico Dell’Acqua non volle creare un organismo precario e che portasse su di sé i segni della debolezza. La Società doveva avere per iscopo la esportazione nell’America latina dei prodotti dell’industria nazionale. Secondariamente poteva occuparsi di importare nell’Italia prodotti americani. Il capitale non doveva essere minore di due milioni. La nuova Società per azioni doveva succedere all’antica ditta in tutto: nel passivo e nell’attivo; e siccome il passivo era coperto dall’attivo largamente, coll’unico inconveniente che questo era immobilizzato, la trasformazione dei debiti passivi in capitale azionario avrebbe permesso alla nuova Società di acquistare novello slancio. Le azioni dovevano essere di cinquemila lire. La sede era in Milano, e la durata doveva essere di quattro anni. I gerenti dovevano essere due: il Dell’Acqua ed il Castiglioni, sorvegliati dalla Commissione di vigilanza, nominata dai soci.

 

 

Costituita la Società in Italia, era intenzione del Dell’Acqua di formare una specie di cooperativa con la clientela d’America. Nulla di più facile che ottenere sottoscrizioni presso la Colonia italiana dell’Argentina e del Brasile, presso di cui la casa godeva grande stima e simpatia. Le azioni si sarebbero potute suddividere in piccole frazioni da mille lire, in modo da renderle accessibili a tutti i clienti. Si sarebbe ottenuto in tal modo il vantaggio che una volta vincolati i compartecipi negli utili, i clienti avrebbero fatto, per quanto è possibile, gli acquisti dalla casa, con minori stiracchiature nei prezzi.

 

 

Il programma era grandioso, ed appunto perciò non era di possibile attuazione in quelle critiche circostanze. Come già abbiamo veduto, il signor Mylius si era ritirato dalla Società in partecipazione, convertendo il proprio apporto, salito ad 850 mila lire, in un fido a conto corrente pagabile in tante mensilità tra il 31 dicembre 1888 ed il 31 dicembre 1892.

 

 

Dopo questo ritiro di uno dei più importanti creditori, la diffidenza si diffuse fra coloro i quali si erano già dimostrati ben disposti a convertire i loro crediti in azioni della nuova Società. La fiducia dei creditori nel Dell’Acqua, alle notizie poco liete che arrivavano dall’Argentina, la quale non fu mai in più cattive condizioni di allora, cominciò a vacillare. «Agli utili ingenti realizzati sulle montagne di mercanzie fornite al Dell’Acqua non pensavano più; non erano preoccupati che del pericolo che sembrava correre la merce affidata a lui, che pure se ne stava al sicuro nei magazzini di Buenos Ayres. Intanto le Banche gli chiudevano gli sportelli. Egli era in continua relazione con la casa di Buenos Ayres, mandando dispacci su dispacci perché si realizzasse quanto più potevasi della mercanzia, col minore danno possibile. Ogni giorno doveva mendicare il riporto della metà, del quarto delle scadenze, ogni giorno convincere qualche nuovo capitalista ad appoggiarlo, per vederselo dileguare davanti prima di sera».

 

 

La paura di perdere tutto salvò tuttavia la situazione. Dinanzi alla franca dichiarazione del Dell’Acqua di ritirarsi qualora la Società non si costituisse, i creditori compresero che loro non restavano aperte se non due vie: o sottoporsi all’alea di un fallimento e di una liquidazione forse disastrosa, oppure entrare coi loro crediti nella Società.

 

 

Essi sapevano che il capo della casa era uomo attivo, intelligente ed onesto, e preferirono la seconda alternativa. Forse balenò per un istante alla loro mente il pensiero che essi, entrando nella Società, facevano un buonissimo affare e ponevano le basi della grande Società d’esportazione attuale; ma il loro scopo precipuo, se non unico, fu quello di garantire i proprii crediti concedendo al Dell’Acqua un po’ di respiro per il pagamento.

 

 

Una Commissione propose di accettare le proposte del Dell’Acqua e di invitare i creditori a convertire metà dei loro crediti in azioni, nel qual caso l’altra metà sarebbe stata pagata nel 1890, oppure di concedere una proroga al pagamento fino al primo semestre del 1891, nel qual anno il debito sarebbe stato pagato dalla Società integralmente in sei rate.

 

 

Dopo lunghe trattative, il 25 febbraio 1890 la Società si costituiva su queste basi. Il capitale era appena dei tre quarti di quello che dalla Commissione stessa era stato giudicato a stento sufficiente allo svolgimento degli affari. Parte del capitale era rappresentato dall’attivo della ditta Dell’Acqua e F.llo, che dovevasi liquidare (e cioè per tre decimi), parte era rappresentato da crediti convertiti in azioni. Il capitale nuovo entrato nell’azienda non era gran cosa; più che una Società, questa doveva chiamarsi una liquidazione. Il liquidatore fu nominato dai soci coll’incarico di verificare materialmente in America il bilancio presentato dal Dell’Acqua. In conto delle enormi spese di impianto non si riconosceva nessun credito.

 

 

La Società era in accomandita per azioni. Gli amministratori illimitatamente responsabili o gerenti furono i signori Enrico Dell’Acqua ed Ernesto Castiglioni, i quali non potevano compiere, senza l’approvazione anche telegrafica della Commissione di vigilanza, nessuna nuova operazione di commercio all’infuori di quelle consentite dallo statuto, ossia: l’esportazione dei prodotti italiani nell’America del Sud, l’importazione in Italia dei prodotti americani e l’assunzione di commissioni commerciali. La sede è in Milano, con filiali a Buenos Ayres ed a San Paulo nel Brasile; queste si possono sopprimere o se ne possono fondare altre, previo il consenso della Commissione di vigilanza. La durata della Società è fino al 1893, ossia poco più di tre anni. Il capitale è fissato in un milione e mezzo di lire, ma potrà elevarsi sino a tre milioni. Le azioni liberate sono al portatore.

 

 

Le operazioni fatte in America non devono mai essere allo scoperto. I cinque membri della Commissione di vigilanza dureranno in carica fino al termine della Società. Il 10% degli utili va al fondo di riserva; agli azionisti è assegnato il 6% del capitale versato; oltre a ciò, il 5% degli utili va alla Commissione di vigilanza, il 50% degli utili rimanenti va agli amministratori ed il 50% va agli azionisti.

 

 

Per lanciare bene la idea vagheggiata dal Dell’Acqua della grande Società di esportazione, sarebbe stato necessario che a capo dei promotori si fosse trovato un nome conosciuto nel mondo finanziario e commerciale milanese.

 

 

Invece il nome del Dell’Acqua allora era oscuro e non ispirava molta fiducia. Per questo motivo il capitale della Società è limitato ad un minimo insufficiente a condurre innanzi le operazioni sociali. La scadenza della Società è limitata a poco più di tre anni, tempo insufficiente per iniziare e condurre a termine qualsiasi iniziativa importante, ma bastevole perché ciascuno dei soci potesse senza pregiudizio incassare il suo avere.

 

 

Basta dare un’occhiata al verbale delle sedute di costituzione della Società per accorgersi che unico scopo dei creditori e della Commissione di vigilanza era non già di attuare il programma della esportazione, che figurava apparentemente nello statuto, ma di realizzare ed incassare nel minor tempo quanto più potevasi dei crediti.

 

 

Tutte le caratteristiche della Società di salvataggio trovansi accentuate in questo caso: mora al pagamento delle passività, durata limitata, sfiducia verso gli amministratori, delimitazione restrittiva delle operazioni sociali, divieto di compiere operazioni allo scoperto, programma d’inerzia e di liquidazione da parte dei maggiorenti fra i soci. È il capitale che schiaccia il lavoro; la Società in accomandita, che nella sua forma classica serve al socio d’opera illimitatamente responsabile per procurarsi l’aiuto di capitalisti fiduciosi nella sua intelligenza ed abilità, serviva invece qui ai soci capitalisti per garantirsi contro la perdita dei loro crediti, giovandosi per un tempo limitato dell’opera del socio responsabile incaricato unicamente di liquidare l’azienda sociale.

 

 

Ma a questo capovolgimento degli scopi della Società in accomandita, a questo disinganno compiuto delle sue più belle speranze non si poteva acconciare il Dell’Acqua. «Egli tacque, tollerò, sicuro come era che alla fine avrebbe trionfato e confuso i suoi avversari; sopportò tutto perché ne andava del suo nome; era certo che da un momento all’altro avrebbe avuto dal successo la meritata giustificazione. Fu allora che egli ebbe la più grande testimonianza di affetto dal personale. Un solo pensiero era in tutti: guadagnar tempo, salvare al momento la situazione e ottenere col lavoro e la diligenza la rivendicazione più piena».

 

 

Da questi modesti, contrastati e malauguranti inizi ebbe origine la più grande fra le Società di esportazione di prodotti italiani nell’America meridionale.

 

 

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