Carta od oro?

Tratto da:

L’Italia e il secondo risorgimento

Data di pubblicazione: 28/10/1944

Carta od oro?

«L’Italia e il secondo Risorgimento», 28 ottobre 1944

 

 

 

Qualche dubbio sembra sia sorto nella mente dei lettori rispetto all’articolo sull’«incantamento dell’oro». Che cosa vuole in fin dei conti costui?

 

 

Moneta di carta o moneta d’oro?

 

 

Prima pare di capire che l’oro non serve a nulla e poi lo si esalta come difesa contro le pazzie dei governanti. La si decida! par di sentir dire.

 

 

Ecco. Se, nelle faccende economiche, fosse possibile sempre decidersi risolutamente, lo si dovrebbe fare. Purtroppo, le circostanze di fatto esistenti, le urgenze del momento costringono a compromessi, a soluzioni provvisorie, delle quali si riconoscono gli inconvenienti, ma delle quali non si può fare a meno.

 

 

Oggi, ad esempio, che cosa può fare un disgraziato ministro del tesoro nell’Italia liberata, il quale dispone, si e no, di un terzo delle entrate da imposte (i due terzi e forse più delle imposte debbono essere pagati nell’Italia occupata dai tedeschi) ed ha scarse possibilità di ottenere prestiti per somme rilevanti da concittadini impoveriti? Che cosa può fare se non dar mano al torchio dei biglietti e lasciare che gli alleati spendano biglietti in lire di loro fattura?

 

 

Per questi ultimi, il presidente Roosevelt ha l’11 ottobre dichiarato che, in aggiunta agli 11 milioni di quintali di cereali e farine ed ai 12 milioni di quintali di carbone, fertilizzanti, medicinali, vestiti ecc. spediti o da spedirsi dagli alleati in Italia entro il 31 dicembre 1944, ed in aggiunta ai 150 milioni di dollari di altre provviste particolari già deliberate, il tesoro americano ha autorizzato il governo italiano ad acquistare negli Stati Uniti altre merci per un ammontare equivalente a tanti dollari quanti biglietti da 100 lire il tesoro americano avrà consegnato come paga alle truppe sue combattenti in Italia.

 

 

Se ho capito bene, effetto del provvedimento sarà che per ogni biglietto in lire di fattura americana speso in Italia dai soldati e ufficiali americani per comprare merci italiane entrerà in Italia altrettanta merce americana. Il che avrà certo il buon effetto che i soldati americani non diminuiranno con i loro consumi la quantità di merci disponibili per la popolazione civile italiana. Se il soldato americano consumerà un litro di vino nostro, entrerà in Italia l’equivalente: forse non vino, ma carbone o cotone o farina.

 

 

Benissimo. Ma ciò non toglierà di mezzo i biglietti da 50 e da 100 lire di fattura americana già spesi in Italia dei soldati americani. Se a quelli fabbricati in America ed in Inghilterra aggiungiamo quelli fabbricati dal governo italiano e quelli sfornati dei tedeschi e neo fascisti nell’Italia occupata, a quale cifra giungeremo nel giorno della liberazione? Sui giornali si legge la cifra di 270 miliardi di lire per il settembre scorso. Poiché il 20 luglio 1943 la cifra era di 96 miliardi e mezzo, l’incremento medio mensile giungerebbe ad 11/12 miliardi. Alla fine del ’44 avremmo, a questa stregua, superato il traguardo dei 300 miliardi; a metà del 1945, Dio guardi, dato l’inevitabile crescita, saremo sui 400 miliardi. Per farsi un’idea del valore di questa cifra, si pensi che la moneta, cartacea e metallica, d’argento, nickel e rame, circolante alla metà del 1914 era di 3 miliardi circa, alla fine del 1922 di 18 miliardi, all’entrata in guerra (10 giugno 1940) di 25 miliardi.

 

 

Supposte uguali tutte le altre circostanze (massa di beni e di servigi da far circolare, velocità della circolazione ecc. ecc.) la potenza d’acquisto della lira alla fine del 1944 risulterebbe uguale ad una centesima parte della lira di prima del 1914. Un centesimino! ossia una cosa così minuta che prima del 1914 nessuno osava dare in elemosina nemmeno ai mendicanti assisi alle porte delle chiese. Persino il «Gazzettino» di Venezia, così piccolo di formato, costava allora due centesimi. Ecco cosa sarà diventata la lira alla fine del 1944!

 

 

È evidente che noi si potrà continuare a contrattare con una unità così minuta. Converrà inventare un multiplo della lira antica, composto, per esempio, di 100 lire, e chiamarlo con un nome qualunque, supponiamo «lira grossa». Ma è anche evidente che questa è una riforma di pura nomenclatura, che non gioverà a niente se non sia accompagnata da una riforma sostanziale.

 

 

La quale non potrà essere l’immediato ritorno puro e semplice alla moneta permutabile in oro; e non potrà essere per mille ed una ragioni, delle quali basti ricordare la millunesima che di oro la Banca d’Italia non ne possiede più neppure un grammo. Forse forse, al punto di vista monetario, è meglio sia così; eviteremo l’illusione che quel poco oro che c’era e che i tedeschi ci hanno rapinato ci potesse sul serio garantire la moneta cartacea della quale per un pezzo dovremo contentarci. Tutte queste pretese garanzie sono mera polvere negli occhi. Gli uomini della rivoluzione francese pretesero di «garantire» il valore degli assegnati con una specie di ipoteca sui beni confiscati al clero ed agli emigrati; e gli assegnati finirono a zero. Il ministro tedesco Schacth garantì dopo la disfatta, il nuovo rentenmark con una specie di ipoteca su tutta la terra e la ricchezza tedesca e, finché lui durò al governo della moneta, il «rentenmark» e poi il «Reichsmark» si tennero alla pari. Perché tanta disparità di risultati?

 

 

Perché i governanti della rivoluzione francese non seppero impedire il diluvio degli assegnati; e, terra o non terra, gli assegnati finirono per non valere neppure più la carta su cui erano stampati. Invece Schacht regolò la quantità dei biglietti emessi; e mentre raccontava ai connazionali le frottole che essi erano garantiti dalla terra, dalla ricchezza, dal lavoro tedesco, che erano cose senza senso, ma si sa che ai popoli conviene sovratutto raccontare cose incomprensibili per farli star contenti, provvedeva a far sì che di biglietti in giro ce ne fossero pochi, tanti quanti occorreva perché il pubblico li accettasse in cambio delle proprie merci e servigi ad un rapporto non dissimile da quello osservato prima del 1914 per i vecchi marchi oro.

 

 

Finché la quantità fu ben regolata, i marchi conservarono la propria potenza d’acquisto. Poi a causa della preparazione alla guerra e della guerra, ricominciò il diluvio; ed oggi il marco non si sa più che cosa sia, che di marchi ce ne sono quattro o cinque o dieci varietà, delle quali ognuna vale una frazione della precedente, e tutte insieme compongono un bel pasticcio, che chi ci capisce dentro qualcosa è bravo.

 

 

Dunque, se si vuole che la lira, già ridotta al centesimo, non faccia la fine degli assegnati francesi e dei marchi vecchi, occorre ad un certo punto fare punto e basta. Saremo arrivati ai 300 miliardi di lire piccole? Lasciando stare i rapporti esistenti di dare e di avere provvisoriamente invariati nelle loro espressioni in lire piccole – ad una revisione si dovrà pensare poi, con calma e con molta ponderatezza – potremo inventare il multiplo necessario, ad esempio, come si disse sopra, la lira grossa, composta di 100 lire piccole.

 

 

Ecco, «nominalmente», ridotta la circolazione da 300 miliardi di lire piccole a 3 miliardi di lire grosse; ed ecco offerta nuovamente agli italiani la possibilità di contrattare di nuovo in cifre non pazzescamente astronomiche. Possibilità e non obbligo. Chi voglia, potrà seguitare a contrattare in centesimi, ovverosia lire piccole. Per quanto tempo sui mercati del bestiame, i contadini non seguitarono a contrattare i buoi in marenghi, che era una moneta morta e sepolta? L’essenziale è che, si contratti in centesimi (attuali lire) ovvero in lire (ipotetiche lire grosse), le contrattazioni avvengano in una unità monetaria ferma, stabile.

 

 

Il che si può fare, senza bisogno di alcuna garanzia, né d’oro, né di lavoro, né di terra o di altro incantamento. Se occorrerà per inspirar fiducia, si potrà inventare un incantamento; ma sia ben chiaro che l’unico incantamento efficace è quello di non stampare più nuovi biglietti. E sia, in aggiunta, ben chiaro che, a far ciò, vi è un solo metodo: contenere le spese correnti, periodicamente rinnovantisi ogni anno, dello stato e degli altri enti pubblici entro i limiti del provento delle imposte; e contenere le spese in conto capitale, di ricostruzione, entro i limiti del provento dei prestiti propriamente detti.

 

 

Le imposte dovranno essere poche, e distribuite secondo un criterio di equità compatibile colla sufficienza. In un paese povero le imposte non saranno bastevoli se non siano dure per tutti, anche per i redditi bassi, a cominciare, dalle 640 lire in lire del 1914: e non saranno considerate eque se, dure per tutti, non siano durissime per i più facoltosi. I prestiti non dovranno essere finti, ossia sottoscritti con anticipazioni ricevute dalle banche e cioè emissioni di nuovi biglietti. Dovranno essere prestiti veri, sottoscritti con biglietti vecchi, messi da parte dai risparmiatori. A sussidiare i prestiti interni, i vincitori dovranno concedere prestiti esteri, il che vuol dire che essi dovranno venderci, con pagamento a respiro di parecchi anni, ferro, acciaio, carbone, cotone, lana, macchine, navi, rotaie, locomotive e beni strumentali in genere.

 

 

Un paese deciso a lavorare, a risparmiare, a pagare imposte per servizi pubblici ben congegnati, a sottoscrivere a prestiti necessari per la ricostruzione, a far buon uso dei prestiti esteri è sicuro di riavere una buona moneta e di risorgere a nuova vita.

 

 

Quando saremo stati capaci di ridarci una buona moneta di carta, se vorremo ritorneremo anche alla moneta d’oro. Non ci sarà bisogno di nessun decreto. L’oro ritornerà da sé, colle sue gambe. Stufo di starsene sotterrato in quella tale fortezza del Kentucky (U.S.A.), se ne tornerà da sé in quei paesi d’Europa, che avranno saputo governare bene la propria moneta di carta. In quelli e non negli altri. Oh! non tornò forse da sé l’oro in Francia, non appena, col 18 brumaio con Napoleone console pacificatore, si ebbe la sensazione che al luogo del disordine, della corruzione e dell’anarchia fosse sottentrato l’ordine, la tranquillità, l’impero della legge?

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