Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Casta non classe

«La Stampa», 17 ottobre 1900

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 242-246

 

 

Vi sono frasi le quali hanno una fortuna grande e si impongono alla immaginazione pubblica senza che mai si sia pensato a sviscerarne l’intimo senso ed a mettere in chiara luce il nucleo di verità in esse contenuto, separandola dalle nebulose aggiunte a cui l’ardore della lotta ed il tumulto della passione possono avere dato occasione.

 

 

Una di queste frasi si è quella di «lotta di classe». Da tanti anni essa è diventata familiare, sì che quasi inavvedutamente noi l’abbiamo accolta allargandone a poco a poco i confini ed opponendo un debole schermo alla estensione ognora più grande che alcuni partiti hanno dato al suo significato.

 

 

Sembra verità dimostrata che tra gli interessi delle classi alte, borghesi, capitaliste, industriali, proprietarie e gli interessi della grande massa della popolazione esista un irremediabile contrasto ed una invincibile lotta si sferri tra gli individui appartenenti alle classi opposte.

 

 

Noi non vogliamo oggi indagare se la teoria della lotta di classe sia vera o falsa in tesi generale. Vogliamo solo mettere in luce come male si parli di lotta di classi nell’Italia nostra e come da noi una vera opposizione di interessi si abbia soltanto fra tutte le classi sociali da una parte ed una ristrettissima casta, e non classe, politica che del potere si giova per esaltare se stessa e deprimere gli altri.

 

 

È vero: in Italia si sono verificati e si verificano tuttodì molti fatti dolorosi, i quali sembrano giustificare l’idea che davvero la storia si componga di una eterna lotta fra classi dominanti e classi soggette, tra sfruttatori e sfruttati, secondo i dettami del vangelo marxista.

 

 

È vero: in quarant’anni di vita nazionale si è riusciti soltanto a rendere di giorno in giorno peggiore un sistema tributario, del quale il più misericordioso giudizio possibile è questo: che, pur opprimendo senza discernimento ogni classe sociale, ogni iniziativa utile ed ogni operosità feconda, grava in misura molto maggiore sui poveri che sui ricchi. Abbiamo costituito un organismo bancario ed una circolazione cartacea siffatti che riescono di grave ostacolo allo sviluppo dei nostri rapporti coll’estero; e, dopo avere contratto un grosso debito per abolire il corso forzoso, abbiamo saputo soltanto far ripigliare la via d’Oltralpi all’oro, ripiombando il paese nei malanni della carta moneta, delle immobilizzazioni bancarie e nelle depredazioni della cosa pubblica sotto forma di garanzie governative concesse ai biglietti di banche che si trovavano in stato di fallimento.

 

 

Noi manteniamo una burocrazia numerosa ed inutile, moltiplichiamo a dismisura tutti gli organi della vita amministrativa, e per conservare intatto il numero delle sotto-prefetture, delle preture, delle università, dobbiamo elevare ad aliquote altissime le imposte esistenti ed andare alla cerca di sempre nuovi metodi per tassare il pane, la luce, la casa, i vestiti di chi lavora e suda nei campi e nelle officine.

 

 

Tutto questo è vero: ma sarebbe grave errore trarne la conseguenza che il popolo minuto sia oppresso da una classe sociale borghese od aristocratica tutta intenta a servirsi degli organi di governo per crescere la sua potenza e la sua ricchezza. In realtà, invece, aristocrazia e borghesia, professionisti ed industriali tutti, insieme col popolo lavoratore, hanno motivo di dolersi di un sistema politico il quale ne limita le spontanee energie a profitto di una ristretta casta politica, la quale ha saputo elevarsi al disopra delle classi sociali estranee all’andamento della macchina governativa.

 

 

Noi non vogliamo muovere meschine accuse personali. Esistono nel mondo parlamentare e nell’alta burocrazia caratteri adamantini ed ingegni eletti, i quali mai non si piegherebbero ad accattar favori od a brigare posti per conto dei propri devoti. È pur d’uopo riconoscere però che tutto il congegno dello stato è costruito per modo da concedere potenza ai pochi i quali vivono attorno al governo e possono dispensare le mille e mille grazie governative alla gente affamata che si affolla e grida attorno ai politicanti e da cui questi attendono alla loro volta appoggio e plauso.

 

 

Non la borghesia si giova del fatto che molti sono gli organi di stato eccessivi di numero, male distribuiti e troppo costosi. È invece la casta politica, la quale riesce in tal modo a collocare i figli dei suoi grandi elettori ed a rendersi necessaria e temuta dispensiera dei mezzi di vita a quella piccola borghesia su cui pesa il gravame massimo delle imposte.

 

 

Agli industriali ed ai proprietari preme, tanto quanto agli operai, che le banche di circolazione si mantengano sane ed insospettate, che nessun dubbio offuschi mai la solidità del biglietto fiduciario e che l’oro circoli alla pari colla carta nel paese. Sono invece alcuni pochi, che della politica e del giornalismo avevano fatto una fonte di lucri poco onesti, coloro che hanno dato origine agli scandali bancari e, convertendo il portafoglio delle banche in una raccolta di cambiali in sofferenza e di crediti immobilizzati, hanno ricondotto l’Italia al regime del corso forzoso e dell’aggio permanente, dannosissimi alle classi borghesi industriali e commercianti.

 

 

Del pari la classe borghese non trae nessun utile dal fatto che la giustizia si amministra tarda e lenta in Italia, frammezzo a lungaggini ed a costi infiniti. Dappertutto, dove la classe veramente borghese ha ispirato la legislazione, essa ha introdotto ordine, semplicità ed onestà nei tribunali e nei pubblici uffici. L’onestà e la rapidità sono la guida sovrana degli uomini d’affari, i quali vogliono compiere imprese importanti. Sono soltanto i commercianti dei paesi poco civili quelli che intendono ad arricchirsi coi piccoli imbrogli e colle eterne lungaggini. Nell’America, nell’Inghilterra ed ora anche in Germania l’influenza della classe borghese è stata sempre intesa ad introdurre norme di onestà e di semplificazione nelle magistrature giudiziarie ed amministrative. Se da noi non si è potuto ancora ottenere altrettanto, dobbiamo anche qui farne risalire la causa all’opposizione della casta politica, che è istintivamente contraria a tutte le riforme che possano condurre ad una amministrazione semplice, energica, aliena da soprusi e da inframmettenze indebite, ad una giustizia rapida ed indipendente, al disinteressamento dello stato da tutto ciò che non riguarda, in modo diretto, le sue essenziali funzioni.

 

 

Non è la borghesia quella che disorganizza febbrilmente alla vigilia delle elezioni generali tutte le pubbliche amministrazioni, cagionando un danno irreparabile agli interessi supremi dello stato e della nazione, ed infiltrando nell’animo del popolo lo sconforto e la sfiducia nell’opera di quell’ente sovrano, di cui non è spenta ancora da noi la venerazione. Non sono gli industriali, i professionisti, i commercianti quelli che richiedono al governo il trasloco di un procuratore del re troppo energico nella scoperta dei colpevoli, collocati in umile od in alto grado sociale.

 

 

Anzi, le classi borghesi, le quali, sovra ogni altra cosa pregiano la giustizia e la sicurezza delle persone e delle proprietà, sentono la coscienza loro profondamente offesa da tutte le violazioni di diritto imposte ai governi deboli dagli intriganti che vi si attaccano sopra come una piovra.

 

 

Da lunghi anni le intelligenze più elette, uscite dal seno della borghesia d’Italia, protestano contro le inframmettenze della politica nell’amministrazione della giustizia. Ancora la coscienza di tutte le classi sociali viene invece offesa spesso da esempi tristamente famosi di intrighi politici, di denegata giustizia, di cattedre universitarie concesse per favoritismo, di concorsi messi in non cale per arbitrio ministeriale, ecc. ecc.

 

 

Nulla è sfuggito alle inframmettenze deleterie della casta politica: dallo sconforto inoculato nel cuore dei giovani scienziati che si veggono passare innanzi persone il cui unico merito è la protezione di un uomo politico o di un alto funzionario; alla sfiducia disseminata frammezzo ai nostri rappresentanti diplomatici e consolari all’estero, per i quali unica norma d’azione è divenuta l’inerzia, se pur non si vuole vedere sconfessata l’opera propria dal lontano potere centrale o dai successori del ministro che aveva consigliata una determinata condotta a tutela del paese.

 

 

È dunque falso accusare la borghesia italiana di colpe non sue e dipingerla come un irreconciliabile nemico del proletariato.

 

 

Il sistema tributario cattivo, gli scandali bancari, la instabilità nelle pubbliche amministrazioni, la costosa farragine degli uffici governativi, la ingerenza indebita nella giustizia, la mancata tutela delle ragioni e della dignità d’Italia all’estero sono tutti fatti i quali offendono egualmente il capitalista ed il proletario, il professionista ed il commesso, il banchiere ed il bottegaio, il grande proprietario ed il contadino.

 

 

Forse la borghesia ha il torto comune di tutte le classi italiane di aver lasciato troppe volte cadere la macchina dello stato nelle mani di una casta politica composta di gruppi aventi di mira unicamente il loro interesse personale.

 

 

È dovere delle classi dirigenti, nel momento presente, non mancare alla missione storica che è loro affidata. Rinuncino desse ai piccoli favori ottenuti a sedicente compenso dei gravami loro inflitti, al dazio sul grano, alle protezioni doganali, ai premi governativi, alla poco lauta imbandigione dei numerosi posti inutili nelle pubbliche amministrazioni ed imprendano con sentimento di onestà e di giustizia a risanare l’organismo dello stato italiano!

 

 

Le classi alte e medie potranno allora non solo dimostrare di non aver ricavato alcun beneficio dalle disonestà e dai mali che vediamo compiersi intorno a noi; ma potranno arrogarsi il meritato vanto di aver ricondotto lo stato italiano a compiere il suo primo ed essenziale dovere di tutore della giustizia.

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