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La Stampa

Catastrofe di idee o fatale diversità di tendenze?

«La Stampa», 4 gennaio 1902

 

 

 

L’ottimo prof. Lombroso ha voluto intervenire nella polemica tra Ferri e Turati, e coll’autorità che gli viene dall’età, dalla scienza e dall’essere stato maestro dell’uno e dell’altro, diede una paterna ed affettuosa tiratina d’orecchi ai suoi antichi allievi in un articolo pubblicato dall’Avanti! e che ci fu largamente riassunto ieri telegraficamente.

 

 

L’intonazione dell’articolo è melanconica: il prof. Lombroso dal ricordo della terzina dantesca

 

 

Ed ora in te non stanno senza guerra / Li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode / Di quei che un muro ed una fossa serra

 

 

va fino a porre ansiosamente il quesito se il dissidio Ferri-Turati non prepari la catastrofe del socialismo, catastrofe preannunciata nientemeno che dalle allegre, premurose accoglienze con cui gli accenti d’ira dei due rappresentanti il socialismo d’Italia vengono accolti dagli avversari, i quali si fanno telegrafare persino i punti esclamativi «delle loro insolenze».

 

 

Il buon Lombroso non ha applicato il metodo sperimentale alle sue affermazioni: poiché – per poco avesse riflettuto – avrebbe capito che i grandi giornali si fanno telegrafare testualmente non solo quanto succede di notevole nel partito socialista, ma quanto succede in tutto il mondo quanto si esplica in tutti i campi intellettuali, fra tutti i partiti: né più né meno di quello che avrebbero fatto se, per esempio, domani scoppiasse una polemica fra Sonnino e Giolitti, entrambi costituzionali e rappresentanti di due tendenze meno opposte di quelle rappresentate da Turati e Ferri.

 

 

Ed ha torto quando crede che gli avversari assistano con “gioia feroce” a questi dibattiti, perché per avere questi sentimenti nel cuore bisognerebbe avere il vuoto nel cervello ed ignorare completamente la storia dello svolgimento delle idee socialiste, e, diremo di più, delle idee politiche in generale. In tutti i partiti, sian essi costituzionali, clericali, socialisti, anarchici, o quanti la storia politica registri, si manifestano sempre diverse tendenze quando uno di questi partiti ha raggiunto un determinato sviluppo; per cui il sorgere di due tendenze in un partito non significa già la catastrofe del partito, ma un grado di maturità raggiunto.

 

 

Perché in tutti gli Stati d’Europa vi sono due partiti di governo? Perché vi sono i liberali ed i conservatori in Inghilterra, in Francia, in Germania, in Italia, ovunque? Perché il partito costituzionale ha avuto ed ha grandissimi aderenti, i quali – appunto per l’abbondanza dei seguaci – devono fatalmente scindersi in due tendenze, dove i varii temperamenti trovano maggiore ragione di soddisfacimento. Lo stesso accade del socialismo: finché aveva pochi seguaci, era uno, ferreamente uno; sviluppandosi, attirando nel suo seno un numero più considerevole di seguaci, necessariamente, fatalmente dovevano sorgere le due tendenze, le quali se non si sono ancora chiaramente riaffermate nel fatto – come notò giustamente l’Avanti! – si sono già riaffermate nelle idee, nei temperamenti, e senza dubbio avranno fra non molto una chiara consacrazione dai fatti.

 

 

Ne vuole una prova il prof. Lombroso, se non è irriverenza ricordare a lui quanto meglio di noi conosce? Segua il movimento socialista in Francia, in Germania, e troverà che o presto o tardi si è manifestato lo stesso fenomeno, il quale si va oggi delineando in Italia.

 

 

Esaminiamo l’evoluzione del partito socialista in Francia: oggi lo troviamo diviso in parecchi gruppi, i quali sono divisi – come purtroppo capita in tutti i partiti del mondo – un pò da divergenze di vedute, un po’ da ricordi storici e un po’ da ire personali.

 

 

Una frazione che dal punto di vista politico vive sovratutto del passato, è quella degli allemanisti o blanquisti o partito socialista rivoluzionario. I suoi capi sono Aldemane e Vaillant. Crede che il parlamentarismo sia una istituzione borghese, destinata a scomparire per far parte al Governo diretto del popolo, con un sistema di Commissioni amministrative elette dal popolo. Il partito rivoluzionario è l’erede del comunismo del 1848 e della Comune di Parigi del 1871, e quantunque mandi dei deputati alla Camera e questi spesso votino pel Governo, i suoi oratori non tralasciano mai occasione per additare agli operai il ridicolo verbiage dei parlamentari e per dire cose poco piacevoli riguardo ai socialisti che vanno al Governo. La sua forza è negli operai di Parigi e di alcuni dipartimenti vicini. I Sindacati operai, che sono organizzati, non politicamente, ma per raggiungere scopi di mestiere e sono vere Leghe di resistenza, sono imbevuti di socialismo rivoluzionario allemanista. Ma oramai gli allemanisti non sono più a capo del movimento socialista francese. Sia pure recalcitranti e di mala voglia, sono rimorchiati dalle due frazioni più giovani e battagliere: i guesdisti con Guesde, Lafargue e Deville alla testa e col «Partito operaio francese» come organizzazione base, ed i possibilisti con Millerand, Jaurès, Rouanet a capo e la Revue Socialiste e la Petite Répubblique come organi principali, scientifico e quotidiano.

 

 

Uniti dal parlamentarismo, i due partiti sono divisi per più rispetti.

 

 

I guesdisti sono gli eredi della dottrina pura di Marx, gli intransigenti che vogliono organizzare il proletariato come classe a sé contrapponendola alle altre classi sociali ed aborrono da ogni impuro contatto colla borghesia governante e fanno gridare anatema ai Millerand che accettano di far parte di un Ministero di capitalisti. Sono un po’ come i Labriola di Napoli ed i Ferri. Nei Congressi invocano sempre l’autorità del maestro Marx, e quando la sua autorità non basta ad ottenere l’ostracismo dei reprobi transigenti e non basta nemmeno l’autorità di Lafargue, genero di Marx, fanno intervenire i socialisti tedeschi Liebneckt o Bebel in persona o quanto meno delle loro lettere.

 

 

I possibilisti in Francia sono di data antica. Il loro capo storico fu Benedetto Malon, che aveva l’anima mite ed aveva creato il socialismo integrale ove tutti potevano trovare, insieme con le oneste e liete accoglienze, tutto ciò di cui avevano bisogno. Adesso ne sono a capo lo Jaures, un filosofo dalle larghe vedute, che male si adatta entro le rigide strettoie marxiste, ed il Millerand, un politico astuto che cerca di propiziarsi le masse operaie offrendo loro ogni giorno qualche tangibile vantaggio. Sono socialisti riformisti, che non pretendono la palingenesi sociale, ma si contentano anche d’una legge sulle pensioni alla vecchiaia e sull’arbitrato obbligatorio. Sono un po’ come i Turati di Milano.

 

 

I guesdisti sono meglio organizzati; il partito operaio francese è organizzato, per quanto lo consente il carattere poco disciplinabile del popolo francese, alla foggia tedesca, ed a Lilla ed al Nord è forte e compatto.

 

 

I possibilisti sono male organizzati; ma hanno per sé la forza delle idee – gli intellettuali sono per loro – e dell’opinione pubblica.

 

 

Ogni tanto si discorre di unificare il partito socialista francese; ed allemanisti, gusdisti e millerandisti si radunano a Congresso, dove, in mezzo ad un sacco di reciproche villanie, si vota l’unità del partito. Ma un mese dopo si è da capo. Il che non toglie che alla Camera nelle grandi occasioni, quando si tratta di salvare il Ministero Waldeck-Rousseau e la patria e le prossime elezioni dal pericolo reazionario, tutti i deputati socialisti votano concordi pel Ministero, anche quelli che in pieno Congresso unificatore avevano gridato più forte che Millerand era un «sale coquin».

 

 

E in Germania non accade lo stesso benché in un regime costituzionale, e non parlamentare, il partito sia necessariamente più unito? Non ricorda il Lombroso le polemiche fra Volmar e Bebel, che ricordano – mutatis mutandis – i dissensi Turati-Ferri?

 

 

E potete voi, prof. Lombroso, che avete con tanta genialità studiate le fatalità della psiche umana nel delitto negare le fatalità storiche di tutti i partiti?

 

 

Vedete, noi del partito costituzionale portiamo sul dissenso una nota tranquilla di studiosi dei fenomeni sociali, senza «gioie feroci» per le discordie intestine degli avversari, e senza speranze nella «catastrofe delle nuove idee», da voi con tanta ansia temuta.

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