Categorie astratte e scatoloni pseudo economici. Dialoghi rurali

Tratto da:

Nuovi saggi

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/11/1934

Categorie astratte e scatoloni pseudo economici. Dialoghi rurali[1]

«La Riforma Sociale», novembre-dicembre 1934, pp. 637-677

Nuovi saggi, Einaudi, Torino, 1937, pp. 108-136

 

 

 

CREDITO AI CONTADINI

 

 

L’economista agrario ambulante. – Discorre saviamente di credito a buon mercato, di contributo dello stato dell’1,50, del 2, o del 2,50 per cento nel pagamento degli interessi, di credito agrario e di credito fondiario, di anticipi sui raccolti pendenti, sugli ammassi di grano e di bozzoli, intesi a sottrarre i contadini alla necessità di svendere i prodotti al momento del raccolto, ad organizzare il mercato, a debellare la speculazione, ecc.

 

 

Il rustico contadino. – Non gli pare si tratti di regalargli denari; e quindi non capisce di che cosa si inquieti quel signore. Danaro a prestito non ne piglia, neanche se glie lo offrono senza interesse. Dove tenerlo, se non lo spende? E se lo spende, sarà sicuro di restituirlo? Grandine, siccità, peronospera, fillossera sono nemici nati dei debiti. Anticipi sul raccolto pendente o sul frumento in granaio? Perché? Non certo su quello che mangerà. Quanto ai sacchi che gli avanzano, li venderà se e quando il prezzo gli parrà buono; e sul ricavo non ha alcuna voglia di pagare interessi, magazzinaggio, sfrido ed altre malvagità. Riscuoterà i denari quando venderà il frumento od il vino. Fa più piacere contemplare un bel mucchio di grano che qualche biglietto da cento o da mille. Se avesse bisogno di qualche soldo, lui, conosciuto come uomo che ha sempre pagato i debiti, è sicuro di trovare i denari sul posto, presso l’amico o parente o signore del paese; e costoro non andranno a raccontare a nessuno i fatti suoi. Lui ha fatto altrettanto quando altri aveva bisogno. Riempir formulati, far far perizie, parlare a un signore che sta dietro uno sportello in un ufficio, dove tutti possono sentire, son cose che non gli vanno giù.

 

 

 

POLVERIZZAZIONE E ARROTONDAMENTO TERRIERO

 

 

L’economista agrario ambulante. – Discorre dei vantaggi sperimentati in Germania, nel Trentino, nelle zone di guerra francesi e belghe con l’arrotondamento dei terreni, dei danni prodotti dal polverizzamento del suolo, della difficoltà di coltivare piccoli fazzoletti di terreno sparpagliati in luoghi diversi, delle divisioni ereditarie fra fratelli e sorelle che distruggono l’unità del podere e ne rendono anti economica la coltivazione. Auspica il giorno in cui una legge benefica imponga la messa in monte di tutti i brandelli di terra oggi incoltivabili e la loro nuova divisione in unità poderali di giuste dimensioni.

 

 

Il rustico contadino. – Si è distratto, supponendo che il predicatore discorresse degli orti che si trovano nelle vicinanze del concentrico del comune e che gli sono sempre parsi in verità un po’ piccoli per mettervi dentro un paio di buoi. [L’ortolano vicino, pensava, per conto suo, ad altro, perché nell’orto i buoi non li ha mai messi; e sul suo ha da lavorare tutto il santo giorno colla vanga e col badile, senza intaccare il terreno del vicino]. Ma Poiché sembra proprio che il professore si rivolga a lui: «io non c’entro», pensa; «quando mio padre morì, le sorelle avevano già ricevuto la dote e per quel poco che rimaneva di legittima, ci ingegnammo noi fratelli a disinteressare i cognati. [Che alle ragazze spetti qualcosa più della legittima, valutata nel modo più prudenziale immaginabile, non passa per la mente a nessuno, né al padre né ai figli. Neppure alle sorelle, ché, da che mondo è mondo, le ragazze, si sa, si sono sempre dovute contentare della legittima, salvo quelle che, per disgrazia, non hanno fratelli ed allora si cerca un marito il quale “sposandosi nell’eredità” venga da giovane a lavorare in casa dei genitori della ereditiera e si meriti, col lavoro di una vita, il premio di entrare poi, col tempo, in possesso del fondo]. Vorrebbe forse costui, che non ci fossimo divisi quel che era di nostro padre? Era roba nostra e ciascuno prese la sua parte del buono e del cattivo. La casa, divisa, non bastava più. Siccome avevamo, in comune, un po’ di soldi, la facemmo allargare, prima della divisione, cosicché ci fossero due stalle, due fienili, due porticati e tante camere che ognuno di noi due potesse allogarsi. Poi ci dividemmo ed ognuno lavora il suo. Forseché dovrei io lavorar la roba di mio fratello? Il raccolto, chi lo piglierebbe? Grazie a Dio, ho sempre lavorato. Quel poco mi ha fruttato quasi tanto come il podere intiero prima della divisione. Con i figli, lo spazio mi è venuto un po’ stretto. Ho fatto allungare il portico e nel portico vecchio, che era vicino alle camere, ho fatto fare due camere, una sotto, e una sopra. Abbiamo l’aia in comune, ed ogni tanto le donne strillano per le galline. Ma abbiamo cintato un appezzamento di terreno con siepe metallica ed all’epoca della vendemmia e della semina, le galline le teniamo chiuse, per evitar litigi. Nel resto dell’anno, diamo loro il largo; e tanto meglio se vanno a beccare nel terreno del vicino. La Dio mercé, le nostre ragazze hanno un’arte speciale di far finta di chiamarle a sé e invece spingerle sul terreno del “signore” che sta in città e il cui massaro non ci dice niente, perché siamo buoni amici e, se la vacca è in punto di partorire, ha bisogno di noi per aiutarlo a tirar fuori il vitellino. Cosa discorre costui della comodità di avere tutti i terreni attorno a casa? Lo sappiamo anche noi che sarebbe meglio. Ma non pretenderà mica che io mi debba contentare dei tre ettari che ho vicino a casa mentre mio fratello dalla sua parte ne avrebbe sette! Per forza, io mi sono dovuti prendere due ettari un po’ lontani. Non potevo certo tenermi solo terreni a mezzanotte e lasciare a lui tutti quelli a mezzogiorno; per me il campo e a lui tutta la vigna! Forseché, per quei quattro passi che mi tocca di fare per recarmi sul posto, non sarò più buono a zappar bene ed a tenere le viti in ordine? Vada a contarle a un altro queste storie!».

 

 

 

DEI CONTRATTI COLLETTIVI AGRARI COME FATTORE DI RIDUZIONE DEI COSTI

 

 

L’organizzatore sindacale – È finita l’epoca della prepotenza, nella quale alle classi proprietarie era lecito dettare d’autorità i patti agrari ai contadini, e costringerli ad accettare condizioni jugulatorie. Oggi i contratti mezzadrili sono discussi fra i rappresentanti legali delle due associazioni ed hanno per fine supremo di instaurare e di massimizzare la produzione.

 

 

L’agricoltore dai capelli bianchi. – Benissimo. Ho cominciato io, in tempi in cui nessuno ne discorreva, ad esonerare i miei mezzadri da ogni obbligo di contribuire, col loro lavoro, alle migliorie dei miei poderi. Ho piantato vigne, costruito strade poderali, dissodato terreni a sole mie spese, pagando i mezzadri, se avevano tempo e voglia di lavorare, come se fossero manovali estranei, ed ho sempre consegnato ad essi le mie vigne al quarto anno in perfette condizioni di produttività, ben lieto già se essi sapessero mantenerle. Il contratto mezzadrile provinciale oggi sancisce il principio che i lavori di miglioria siano ad esclusivo carico del proprietario. Benissimo. Plaudo alla estensione di una norma, che avevo applicato da tempo, perché la ritenevo ottima nell’interesse della produzione. Ma non son sicuro se tutte le altre norme di quel contratto siano ugualmente approvabili. Alcune mi paiono roba da professori che non sono mai stati in campagna e non hanno mai saputo come siamo fatti noi rustici. Ci fu un tempo quando la messe si trebbiava coi correggiati e coi rivoltoni sull’aia, ad opera esclusiva dei mezzadri e con fatica bestiale di settimane. Quando comparvero, un quarant’anni fa circa, le trebbiatrici, ai contadini, al solito, rincresceva spendere. Tirar fuori di tasca 20 lire par sempre al rustico sacrificio più duro di una fatica che vale 100 lire. A deciderli in favore delle trebbiatrici, i proprietari offersero di sostenere metà delle spese per il nolo di esse; la metà, cioè, di quel tre o quattro per cento del frumento trebbiato che si paga al conduttore. Essi si accollarono così una parte della spesa o della fatica che secondo il contratto e la consuetudine spettava interamente al mezzadro. Un favore tira l’altro. Nei nuovi contratti, non solo il proprietario deve pagare metà del nolo della trebbiatrice, ma anche metà della spesa di vitto e bevanda per il macchinista, l’aiutante, la famiglia mezzadrile ed i vicini accorrenti a scambio di opera. Roba da professori, seminatori inconsapevoli di zizzania fra gente la quale è sempre vissuta d’amore e d’accordo. Già non si comprende perché il proprietario oltre a pagar metà di un nolo che non gli spetterebbe in principio, debba ancora contribuire a mantenere chi lavora sul suo terreno. Di questo passo, perché non mantenere gli opranti all’epoca della vendemmia e della mietitura e della palificazione e della potatura e della scacchiatura e della solforazione, ecc. ecc.? Non forse a questo fine si dà al mezzadro la metà del prodotto? Il peggio, tuttavia, non è la sostanza, ma il modo del contributo. Se ad un tale si dà “diritto di pranzo” a spese altrui, quando mai le tagliatelle saranno abbastanza ben condite, e quando i pollastri sufficientemente grossi e grassi? Tartufi ci vogliono sulle tagliatelle e vin di barolo al posto dell’acquetta agra colorata in rosso che quel sordido avaro di padrone ha mandato! Se si vuole e se i sindacati son d’accordo nell’aumentare da 52 (50 quota tradizionale e 2 metà del nolo della trebbiatrice) al 53 la percentuale del mezzadro, sia. Ma sia 53 chiaro, preciso, non discutibile e non 52, più un “diritto di pranzo”, fomite di litigi ed asprezze. Fioccano già adesso amici vicini e lontani che, non invitati, arrivano per lo scambio di opere all’ora di mettersi a tavola. Immaginate voi come si moltiplicheranno gli amici quando si sappia che c’è il diritto ai tartufi ed al vin di barolo a spese del padrone!

 

 

Altra causa di moltiplicazione inutile delle superfici di attrito: l’accollo esclusivo di certe macchine (solforatrici, irroratrici di solfato di rame) al proprietario per l’acquisto e al mezzadro per la manutenzione. Non so che ragionamento abbia fatto al tavolino il professore che fece questa bella pensata. Certo non conosce la natura umana. Se di due persone una, che non l’usa, deve comperare uno strumento e l’altra, che l’usa, deve ripararlo, il secondo sfrutterà lo strumento senza ripararlo fino all’estremo della inservibilità. A questo punto, anche l’altra parte deve riconoscere che non franca la spesa di ripararlo e lo ricompra. Spreco inutile, che non giova al mezzadro, il quale ha una macchina destinata dopo poco tempo a lavorare male, e danneggia il proprietario, il quale deve comprare due o tre macchine nel tempo in cui una poteva bastare. Bisogna cercare tutti i modi di ridurre i costi e non di aumentarli. C’erano cento modi di ottenere lo scopo, senza provocare sprechi ed attriti. Quando le due parti hanno buon senso, trovano da sé la via d’uscita. Per esempio, proprietario e mezzadro calcolano, secondo l’esperienza passata, suppergiù la vita probabile della solforatrice; ed il proprietario paga al mezzadro ogni anno una somma uguale al prezzo capitale della macchina diviso per il numero degli anni di vita probabile. Se la solforatrice dura quattro anni invece di tre, il proprietario paga ugualmente ed il mezzadro guadagna. Tutti i mezzadri guadagnerebbero. Una piccola variante nel contratto trasforma una causa di attrito in una ragione di tranquillità per una parte e di lucro per l’altra. Perché il principio corporativo e sindacale produca i suoi benefici effetti, occorre esso trovi il rimedio anche a questi piccoli malanni. Gli uomini talvolta non sono all’altezza del grande principio che in essi si deve incarnare per la attuazione. Bisogna scegliere bene gli organizzatori, i segretari locali, i delegati di zona, i capi delle federazioni provinciali. Ho un’idea e la metto fuori. Nelle campagne, un gran passo sarebbe compiuto se la scelta venisse fatta considerando come titolo negativo la laurea, il diploma, il certificato di studio conseguiti nelle facoltà di giurisprudenza, negli istituti superiori economici, nelle scuole di ragioneria, nelle scuole di studi corporativi. Tutt’al più potrebbero essere apprezzati i diplomi delle scuole pratiche di agricoltura.

Via i dottori, i professori, gli intellettuali, tutto ciò che sa di cittadino, di libresco! Costoro per irriducibile incapacità a sentire gli interessi di chi lavora e produce, mettono problemi che non interessano nessuno di coloro che attendono alla terra. Come l’oratore, così l’organizzatore si fa. Per rappresentare sul serio braccianti, mezzadri, proprietari diretti coltivatori, proprietari capitalisti bisogna essere stati per anni ed anni nei panni di appartenenti ad ognuna di queste categorie; aver fatto il bracciante, essere stato mezzadro, essere proprietario. Questa è la vera scuola, il semenzaio fecondo dei dirigenti dei sindacati e delle corporazioni. Gli altri, più diplomi hanno, più lezioni hanno sentito di professoroni celebri all’università, peggio è: burocrazia, scartoffie, pratiche da evadere, casi da risolvere, raffinatezze giuridiche nell’impostar problemi. Costi inutili per la produzione, sangue gramo per i proprietari, malcontento per i contadini. Forse ho torto e parlo da scarpone; ma non di rado è capitato che in alto si prestasse orecchio più volentieri agli scarponi che ai professori.

 

 

 

DEL CONCETTO DI FORTE E DI DEBOLE IN AGRICOLTURA

 

 

Il cultore della nuova scienza economica. – I vecchi economisti, i quali partono dal concetto di homines aeconomici tutti uguali, tutti mossi esclusivamente dal principio del massimo tornaconto individuale, son lontanissimi dalla realtà. Gli uomini non sono uguali; partono da punti diversi. Gli uni sono deboli, perché privi di fortuna, perché assillati dal bisogno urgente di procurare il sostentamento a sé ed alla famiglia. Non possono istruirsi; partono male e arrivano tardi o non arrivano affatto. Gli altri sono forti, perché provveduti di fortuna, figli di genitori ricchi, forniti di istruzione e di aderenze. Costoro si avvantaggiano alla partenza di molti tratti, primeggiano, schiacciano i concorrenti ed arrivano presto e lontano. Lo stato deve proteggere i deboli, garantirli contro le sopraffazioni dei forti.

 

 

L’osservatore rustico scettico. – Partendo dalla teoria del forte e del debole, durante la guerra e nell’immediato dopo guerra, predominando i rossi ed al ministero di agricoltura i popolari in concorrenza elettorale con i rossi, accadde che si reputarono deboli i mezzadri e forti i proprietari; e fu vietato ai proprietari di licenziare i mezzadri se non «per giusto motivo». Fortunatamente per la produzione agraria, il fascismo abolì il divieto, il quale, se durava a lungo, avrebbe portato all’ultima rovina gran parte dell’agricoltura italiana. I mezzadri, sotto quel regime, non potevano essere licenziati mai. Come si fa a dimostrare in concreto e non sui libri, che un mezzadro coltiva male, ruba sui raccolti, è pelandrone, insolente? Qualunque dimostrazione più evidente fornita dal proprietario sarebbe considerata come atto di sopraffazione del forte a danno del povero lavoratore sfruttato, carico di famiglia. Come impedire che un mezzadro, il quale ha diritto di insistenza sul fondo, lo coltivi male allo scopo di ridurre alla disperazione il proprietario e costringerlo a fuggire, lasciando lui fare il comodo suo di vero proprietario utile, esente dal pagamento delle imposte, od a vendere male, a lui od a un suo compare? Il contratto di mezzadria è imperniato tutto e soltanto sul diritto del proprietario di licenziare «senza motivazione» il mezzadro. Sta con quel principio. Cade senza di esso. Ed in certe colture e regioni, per le quali non esiste altro contratto pensabile, la produzione sta o cade con quel diritto. Il riconoscimento, oggi avvenuto nuovamente, del diritto di licenziamento senza motivazione non è una vittoria del forte contro il debole. Solo un professore preoccupato di creare una nuova scienza fondata sui punti di partenza potrebbe immaginare una fandonia simile. Chi è il forte e chi il debole?

 

 

Il teorico da tavolino risponde: i mezzadri sono molti, sono privi di beni di fortuna, sono carichi di famiglia: ecco i deboli. I proprietari sono in minor numero, sono possidenti, sono relativamente ricchi. Ecco i forti.

 

 

Non si vede innanzitutto come muterebbe il problema mettendo, col diritto di insistenza, al posto dell’antico proprietario il mezzadro. Dopo il periodo intermedio di attrito in cui la produzione andrebbe alla malora, i mezzadri sarebbero divenuti proprietari a buon mercato, e sarebbero essi i forti, nei limiti in cui è forte chi non sa le vie dure con cui si diventa sul serio tali.

 

 

Non è, tuttavia, questa la circostanza veramente importante e neppure quella che in una certa zona agraria i mezzadri siano pochi ed i terreni da coltivare molti.

 

 

Son decisive invece le seguenti circostanze:

 

 

  • il proprietario ha necessità di coltivare bene il podere per trarne il massimo prodotto;

 

  • nelle zone a mezzadria, non è pensabile la coltivazione a bracciantato, perché il prodotto non coprirebbe le spese vive di produzione, le imposte ed i salari convenuti, all’orario corrente, fra le associazioni sindacali. Le colture a vite, ad olivo, a frutto richiedono assolutamente la cura di qualcuno il quale sia interessato al prodotto ed utilizzi all’uopo per i lavori leggeri mano d’opera disponibile ed altrimenti non utilizzabile di ragazzi, donne, vecchi;

 

  • non è neppure pensabile l’affitto, perché si possono ad un affittuario consegnare terreni a frumento, a prato, a riso, non mai colture arboree, in cui il capitale terra conta poco e contano molto i capitali investiti in piantagioni, che un affitto di sei o nove anni può sfruttare a morte riducendole a valore zero;

 

  • è dunque necessario trovare un socio, a cui il proprietario possa affidare l’intiera sua sostanza, il quale possegga cognizioni tecniche, volontà di lavorare, famiglia proporzionata per ogni specie di lavori, grossi e leggeri, e sia provveduto di un certo minimo di scorte, di strumenti ed in certe regioni anche di bestiame.

 

 

Tanto val dire che se un proprietario è così fortunato da trovare una buona famiglia mezzadrile, non lo va a raccontare in piazza, perché un altro proprietario gliela porterebbe via subito; ma se la tiene cara come la pupilla degli occhi suoi e non la lascia andar via ad ogni costo. Quando parla a tu per tu col fattore, il discorso non verte sul modo di aumentare la propria quota a danno del mezzadro; ma sulla probabilità che non venga fuori qualche fattaccio a costringere il mezzadro ad andarsene. Si sposa il figliuolo? Chi sarà la nuora? Andrà d’accordo con la suocera o con l’altra nuora? Se si può, e senza ficcar il naso nelle faccende altrui, procuri il fattore di mettere pace, di dar qualche aiuto straordinario, affinché in casa siano contenti. Manca una stanza per gli sposi novelli? Facciamola. Purché non se ne vadano!

 

 

Chi è il forte e chi è il debole? Interroghiamo la realtà e non i tavolini dei professori che vogliono acchiappare una cattedra con una teoria che abbia sapore di novità. Il proprietario si sente ed è debole di fronte ai mezzadri buoni ed anche a quelli appena appena mediocri. Se li cova coll’occhio e ad ogni giorno con ansia si chiede: se ne vanno? Che cosa posso fare per trattenerli? La sua forza la esercita, in sua malora, solo quando si è accorto, dopo aver perso raccolti ed aver visto la sua terra invasa dalla gramigna e le piante deperite, che era stato informato male e che quel brav’uomo, il quale pure, da chi aveva interesse a lasciarlo andar via con Dio, aveva referenze di ottimo lavoratore, ha gran propensione per fiere e mercati ed una particolare intolleranza per il solleone della campagna; la moglie fa borsa per proprio conto dei denari delle uova e delle galline; i figli non lavorano mai insieme, ma uno qua e l’altro là, mangiano a tutte le ore e perciò in casa non c’è mai niente ed i creditori vengono alla trebbiatura a sequestrare il frumento di parte mezzadrile sull’aia e l’esattore intima precetti per l’imposta colonica, ecc., ecc. Allora il proprietario deve decidersi a far atto di forza e mandare a spasso il debole; ma la debolezza aveva sostanza di poltronite, gioco, disordine famigliare, incapacità a comandare dei genitori, disubbidienza dei figli e talora condotta moralmente cattiva di qualcheduno dei membri della famiglia.

 

 

 

ASSICURAZIONE E CULTO DEI SANTI

 

 

Il sociologo. – Non vi è contraddizione fra il culto dei santi e lo stimolo al lavoro? Se il contadino raccomanda al santo od alla Madonna il raccolto, non scemerà l’interesse a preparare accuratamente il terreno, a concimare per tempo, ad assicurare la messe contro la grandine ed a mietere o vendemmiare per tempo?

 

 

L’agricoltore. – Può darsi che il contadino non assicuri i raccolti contro la grandine. Non li assicuro nemmeno io. A conti fatti preferisco la grandine incerta alla taglia sicura dell’assicurazione. Non ho neppure gran fiducia nelle assicurazioni mutue. Tra carte ed impiegati mi mangerebbero certo un raccolto ogni tanti anni. Meglio non sapere con chi prendersela se la grandine viene, che masticare rabbia tutto l’anno per i contributi pagati

e la grandine non venuta.

 

 

I santi e la Madonna non c’entrano. Non sono un surrogato dell’assicurazione grandine. Servono a conservare la fiducia nell’aiuto della provvidenza ed a far sopportare con rassegnazione il malanno. «Se nostro Signore ci aiuta» è frase comune nella bocca dei contadini. Non ho mai veduto che esso disanimasse dal lavoro gli uomini laboriosi, i quali sanno che «chi s’aiuta Dio l’aiuta». Forse in bocca ai poltroni è pretesto per giustificare la propria infingardia. Siamo sempre allo stesso punto; bisogna guardare come sono fatti gli uomini individui in carne ed ossa e non lasciarsi illudere dalle categorie e dagli schemi.

 

 

 

I CONTADINI E LA TABELLA DI MENGER

 

 

Il filantropo. – L’igiene qui è scarsamente onorata. Non vedo latrina. Stalle e cucine affumicate e sporche. Bisogna imporre una rinnovazione profonda nella casa rustica. La vita nella campagna deve essere gaia. Il contadino non deve avere il rimpianto della città. La radio deve giungere sino a lui, portargli l’eco dei grandi problemi nazionali, ed installargli l’amore del vero, del buono, del bello.

 

 

Il solito agricoltore. – D’accordo. Ma ad imporre igiene, latrine e radio temo si faccia poca strada. Bisogna educare e migliorare uomini e donne e poi tutte queste belle cose verranno da sé. Soprattutto per spirito di scimmiottamento dei cosiddetti “signori” ed a distanza di una generazione o due. Si vedono in giro calze di seta, scarpette, cappellini e parasoli. Qualcuno fa entrare nel «salotto bono» che la borghesia ormai ha messo fra le anticaglie. Nel salotto chiuso e scuro, fa bella mostra qualche pianoforte, comprato di seconda mano dai “signori” che non l’usano più. I mobilieri dei villaggi apprestano armadi a specchiera e letti intarsiati per sposi, del tipo che non va più tra la gente raffinata e cittadina.

 

 

Quanto al resto verrà più a rilento. Ho fatto dare il bianco a stalle e a cucine a parecchie riprese, ed il bianco fu mantenuto e rinnovato dalle famiglie assestate e timorose di Dio; annerì nelle altre naufragando nel disordine famigliare. Feci costruire un paio di latrine. Meglio, mi fu commentato per una di esse, sarebbe stato accomodare quel locale a porcile! Era giusto giusto quello che ci voleva per il maiale. Ricordo un amico il quale si affannava a chiedere a un contadino se non amava distrarsi al cinematografo, ed il contadino rispondeva mostrando un paio di magnifici buoi ed una cantina nitida e fragrante dell’odor di buon vino. Questo era il suo divertimento vero; Né so dargli torto.

 

 

Ho visto contadini ritirarsi dagli affari, ossia per acciacchi o vecchiaia abbandonare ai figli la coltivazione delle terre e, con la rendita assicuratasi, venire ad abitare nel concentrico una casa senza luce, senza comodi, costosa, laddove con pochi soldi avrebbero potuto riattare, al sole, tra il verde della propria terra, quattro camere fornite di ogni comodo di vita. Le tabelle dei gradi di utilità attribuiti ai beni dai contadini è diversa da quella nostra. Se il contadino imborghesisce, assume a criterio di vita non i gusti più belli ma quelli più appariscenti del viver cittadino, non la casa ma lo stare comunque in “villa” (città), l’andare al caffè o alla trattoria, il passare il tempo a chiacchierare in piazza. Fa d’uopo educare i rurali al gusto per le cose belle e veramente vantaggiose al perfezionamento fisico e morale. La scuola e l’esempio creeranno il bisogno della casa decorosa.

 

 

 

ASSENTEISMO E MEZZADRIA COME CATEGORIE ASTRATTE

 

 

L’economista che ragiona sulle categorie – La mezzadria non favorisce l’assenteismo? Il proprietario, il quale affida la terra ai mezzadri e la fa dirigere da fattori, non è il tipico assenteista parassita, alieno da qualsiasi opera socialmente utile?

 

 

L’agricoltore di prima. – Mezzadria, assenteismo, fattorato, parassitismo sono categorie astratte, dietro le quali si nasconde ogni sorta di tipi concreti diversi. La mezzadria è una certa cosa che si adatta ad ogni sorta di fattori e di proprietari. Se si vuole ad ogni costo enunciare relazioni logiche fra questi concetti, potrei rispondere:

 

 

Ho conosciuto proprietari assenteisti, che si recavano o si recano due volte all’anno sul fondo e credono far chissà che incaricando un così detto fattore di sorvegliare il mezzadro. Ma il fattore è un contadino come un altro, un po’ anziano e faccendone, il quale si contenta di poca paga pur di avere casa e legna e un po’ di regali. Se questo è assenteismo, allora bisogna definire il contratto di mezzadria come quella certa istituzione che conduce alla malora mezzadri e proprietari. Molti nobili, che affettarono ed affettano di non guardare a conti e cifre, sono andati a male così. Talvolta, ma di rado, i fondi li comprarono fattori e mezzadri. Più spesso costoro si contentarono di ricevere mancia appropriata dal compratore per aiutare a far fare al padrone il cattivo contratto.

 

 

Ma ho conosciuto proprietari ben diversi, i quali, sapendo fare qualcosa d’altro, farebbero malissimo a dirigere la coltivazione di poderi insufficienti ad assorbire l’opera loro. Ma si occupano delle loro terre nelle loro horae subsecivae quanto basta per decidere quel che si deve fare, quali capitali si devono impiegare e come. Il loro fattore è un tecnico, il quale, se il fondo è vasto, dedica tutto il suo tempo ad esso, se modesto se ne occupa quanto è necessario. I mezzadri sanno di avere una direzione e sono sicuri di rimanere indefinitamente sul fondo se lavorano bene, o di essere licenziati se oziosi o incapaci o disordinati.

 

 

Non sono in ballo le categorie libresche del proprietario assenteista, dell’intermediario sfruttatore e del contadino oppresso; ma le figure concrete del “signore” predestinato alla rovina, perché non lavora né in campagna né in città, ovvero del professionista, il quale si ristora delle fatiche cittadine con le occupazioni rustiche; del fattore che fa i minuti servizi e toglie noie e fastidi al proprietario infastidito di tutto, ovvero del tecnico il quale assilla il proprietario di quesiti e discussioni sul da farsi; del mezzadro, il quale rimane per generazioni sullo stesso fondo, immiserendo lui e il padrone, finché amendue e il fattore con esso loro dovranno sloggiare, o del mezzadro che lavora bene e diventerà col tempo anch’egli proprietario.

 

 

Col primo tipo non si sente parlare che dei “fastidi” della campagna; dei massari (mezzadri), che son “massacri”; del mezzadro che invita il padrone a dividere la “sua metà” (l’altra se l’è già ritirata), del vino che ha preso lo spunto, della peronospora che si è mangiato le uve e delle vigne che la fillossera sta distruggendo ed il mezzadro stenta a ripiantare. Col secondo tipo, i fastidi diventano colonne di una contabilità tenuta come quella di un’impresa industriale e di cui si apprezza il valore numerico; di furti rustici non si sente mai parlare perché non esistono se non quelle ovvie e ben perdonabili forme di qualche patata raccolta o di qualche polenta celebrata prima della divisione. Né il proprietario pensa di potere far ricostruire i vigneti dal prestatore d’opera. Li ricostruisce, come può, da sé, perché non spera di campare i cent’anni che occorrerebbero per vederli ricostruiti dal mezzadro; e sa che i vigneti su piede americano non durano più i cent’anni dei vigneti nostrani; ma, al più, venticinque o trenta.

 

 

 

CARATTERISTICHE ECONOMICHE E NON ECONOMICHE DEL PREZZO E DEL REDDITO DELLE TERRE

 

 

L’economista. – Le querele dei proprietari intorno allo scarso rendimento della terra mi commuovono scarsamente. Le spiegazioni sono ovvie:

 

 

– chi si lamenta ha acquistato terra negli anni di punta dal 1922 al 1927, pagando l’ettaro a 20.000 lire ed oggi è costretto ad affittarlo a sole 300 lire nette da imposta. Ma l’ettaro oggi vale solo 8.000 lire ed un reddito di 300 lire sul valore attuale corrisponde al 3,75 per cento. Il valore di 20.000 lire è un dato storico, senza importanza presente. I redditi attuali si commisurano ai valori capitali attuali; non a quelli passati. Perciò il reddito è del 3,75 e non dell’1,50 per cento. Invece di comprare a 20.000 quando tutti compravano, colui che oggi si lamenta doveva venderla allora e ricomprarla oggi ai prezzi correnti. Se ha sbagliato deve rimproverare a se stesso e non alla terra il proprio malanno. Il reddito del 3,75% è superiore a quello del 4% della cartella di credito fondiario. È chiaro che 3,75% è una quantità maggiore di 4, perché la cartella fondiaria, pur sicurissima, oltre a 100 lire non può andare. Se il corso supera il 100, l’istituto di credito fondiario giustamente offre il rimborso del capitale a chi non si contenta del 3,50 per cento. Invece le lire 3,75, oggi fruttate dal capitale di 100 lire investito in terra, alla lunga crescono. Attraverso le oscillazioni temporanee, le quali possono aver ridotto il reddito da lire 10 a 3,75, come accadde negli anni recenti, il reddito della terra ha tendenza a crescere. Lentamente, ma cresce. Nei secoli, i 20 ed i 50 centesimi sono diventati una lira e poi 2 e poi oggi 3,75. Col tempo cresceranno a 4 e forse a 5 lire. La domanda dei prodotti agrari, col crescere della popolazione e del benessere, progredisce e si rafforza. La terra invece non aumenta di superficie, ed è in grado di ottenere remunerazioni sempre maggiori. Se oggi un terreno, il quale frutti lire 3,75, al saggio d’interesse del 3,75% vale 100 lire, domani, quando frutterà 4 lire ed il saggio dell’interesse si sarà ridotto, come anche col progredire del risparmio tende ad accadere, al 3%, lo stesso terreno varrà in capitale 133 1/3 lire. Per calcolare il vero reddito del terreno, fa d’uopo aggiungere al reddito realizzato attuale di lire 3,75 una quota corrispondente all’aumento di valor capitale di 33 1/3 lire scontato e distribuito per il numero di anni x entro il quale si prevede che l’aumento medesimo si verificherà.

È chiaro che il 3,75% della terra è superiore altresì al 6% dell’obbligazione industriale od al 10% dell’azione o dell’investimento industriale. Dal 6 e dal 10% bisogna detrarre una quota per il rischio di vedere i corsi delle azioni o le sorti dell’impresa precipitare del 50, del

75, e del 100%. Dai valori a reddito fisso fa d’uopo detrarre una quota per coprire il rischio della svalutazione secolare della moneta. La terra resta quella che è; e se la unità monetaria una volta ogni secolo od ogni due secoli, dopo una grande guerra, si svaluta, essa si adatta al nuovo valore della moneta. La terra che valeva 100, quando l’unità monetaria era 100, vale 200 quando l’unità cade a 0,50. Invece il titolo a reddito fisso resta, al più, a 100, ossia perde la metà del suo valore. Sia pure oggi remotissimo il rischio, immaginabile solo per dopo l’anno 2000, o per quell’epoca futura più lontana in cui può supporsi debba verificarsi un’altra grande guerra mondiale; è ovvio che il mercato ne tenga conto e che gli investimenti immuni da esso, come quello terriero, si capitalizzino ad un saggio di investimento più basso di quelli che vi sono soggetti.

 

 

Chi si lamenta che la terra non rende, reciti il mea culpa. Che diritto ha il proprietario, il quale affida il suo capitale a terzi, ad affittuari, a fattori, a mezzadri, di lamentarsi se a lui, assente ed occupato in altre cure più redditizie, la terra non rende? Giusta nemesi dell’assenteismo. Non v’è ragione che la terra resti in mano di chi non se ne cura o, curandosene, disturba il lavoro altrui. Venda e consenta che la terra diventi proprietà di chi sa coltivarla. Faranno un buon affare amendue. Può darsi che affittuario, fattore o mezzadro gli paghino anche 10.000 lire l’ettaro che un estraneo in comune commercio pagherebbe 8.000. Il venditore investirà in titoli di stato e ne ricaverà “senza fastidi” 400 lire di reddito all’anno; il compratore lavorando con energia e con cura spingerà il reddito netto dell’ettaro a 500 o 600 lire. Guadagneranno amendue. Lo scarso reddito di cui il proprietario puro si lagna è un salutare avvertimento affinché egli sgombri il terreno male occupato e lasci il posto ad altri più capaci di lui.

 

 

Uno che potrebbe essere il sottoscritto. – Il ragionamento dell’economista è corretto, naturalmente entro i limiti in cui sono validi i ragionamenti degli economisti. Fuor del ragionamento, obbietterei qualcosa all’ultima osservazione, che è di fatto. Il consiglio dato ai proprietari non coltivatori di sfrattare tutti non pare conforme all’interesse collettivo. I più se ne sono già andati ed altri se ne vanno ogni giorno. Coloro che restano, dimostrano col fatto di aver ragione di essere. Se tutta la proprietà fosse di un sol tipo e questo fosse di coltivatori diretti, il progresso agricolo sarebbe assai più lento di quanto non sia. Il contadino proprietario non tenta novità. Le imita quando le vede, cogli occhi suoi, riuscite ad altri. Val più un esempio che cento prediche. L’ufficio dei proprietari, che il volgo chiama assenteisti, è quello di pionieri. All’ufficio forse non si sentono chiamati per altruismo o per spirito pubblico. Se un proprietario oggi non se ne va, ciò accade, salvo i casi che si diranno dopo, perché egli ha in sé il fuoco sacro terriero, che gli fa commettere parecchi spropositi e sprecare qualche capitale, ma al quale egli non si può sottrarre. Mercé sua esiste nelle campagne una certa divisione del lavoro. Alla sua scuola, si formano mezzadri o fittaioli, che poi diventeranno proprietari, e che non sarebbero mai divenuti tali se prima non avessero potuto impiegar l’opera e il modesto capitale sul fondo altrui, invece di sprecarlo nell’acquisto di un piccolo fondo, insufficiente per vivere. Forse la struttura socialmente ed economicamente più durevole dell’economia agraria di un paese è quella nella quale accanto ad alcuni pochi grandi e medi proprietari non coltivatori, vi sono molti medi e piccoli proprietari coltivatori diretti. I primi esempio e stimolo ai secondi, ed ai senza terra, i quali possono formarsi nelle terre altrui i muscoli e i mezzi per salire. Gli ideali purtroppo si realizzano su questa terra di rado; ma non sono privi di efficacia.

 

 

Ma poiché l’economista ragionava teoricamente conviene mantenersi nel campo da lui scelto. Il mondo agrario è tuttavia più complesso di quel che si può immaginare da chi non a torto suppone che gli agricoltori facciano gli stessi ragionamenti che fa l’operatore o anche semplicemente l’investitore in titoli pubblici quando calcola se gli convenga tenere o vendere i propri titoli. Non sempre si bada ad una circostanza essenziale la quale distingue la terra (ed entro certi limiti la casa, se avita) dal titolo mobiliare. Ogni titolo è fungibile con ogni altro titolo analogo. Ogni cartella da 1000 lire nominali del redimibile italiano 3,50 per cento è fungibile con ogni altra cartella del medesimo ammontare e tipo. Ogni azione della Banca d’Italia o della Fiat è fungibile con ogni altra azione della Banca d’Italia o della Fiat. Normalmente, nessun investitore si innamora della Fiat quale Fiat, o dell’Italiana gas perché tale. Ognuno, fatti i conti, se ha convenienza, è disposto senza stringimenti di cuore a cambiare un titolo con un altro. In grado minore la casa d’affitto (non quella avita di abitazione) è fungibile con ogni altra casa d’affitto.

 

 

Sarebbe erroneo affermare che la terra non sia affatto un bene fungibile; par certo che sempre lo sia in grado minore degli altri investimenti e che si possa tracciare una curva la quale va dalla quasi fungibilità perfetta alla mancanza assoluta di essa. La concentrazione massima si ha attorno un punto in cui la fungibilità è scarsa, in tempi normali a mala pena avvertita. Si compra e sopratutto si conserva non la terra ma quella terra. L’agricoltore passa indifferente attraverso campi magnifici e vigneti superbi. Non sono i suoi; quasi non li guarda. Ma quando si avvicina al suo terreno, egli “sente” qualcosa. Avverte cose che sfuggono al cittadino; il suo sguardo segue il confine del podere e lo vede in linee per altri invisibili. Conosco due fratelli contadini, nati e vissuti in una casa infelice, volta a mezzanotte, ficcata tra vicini pettegoli e litigiosi, con terra anch’essa malamente frammischiata ad appezzamenti altrui. Ereditarono una bella casa con bella terra attorno, alta su un poggio volto al sole. Supposi per un istante, ma non dovevo, avendo l’illusione di comprendere i miei amici rustici, che essi avrebbero preso dimora nella nuova casa, fuggendo l’ombra e la umidità antiche. Mai più. Erano nati lì e lì vogliono morire. La bella casa la diedero a mezzadria.

 

 

La terra non si vende, confrontando al margine il rendimento di essa con quello che si avrebbe reinvestendo il probabile ricavo della vendita. Forse il solo caso che abbia una certa parentela con la vendita “per motivi economici” è quello del contadino, il quale possiede poca terra insufficiente ai suoi bisogni e altrove come affittuario o mezzadro ha messo da parte un gruzzolo in denaro e gli si offre l’occasione di comprare un podere al quale si è già affezionato, coltivandolo, o che conosce bene perché a lui vicino. Il nuovo fondo vale 100.000 lire ed egli possiede in contanti solo 60.000 lire. Grazie al salutare suo orrore del debito, se davvero il fondo nuovo lo tenta assai può darsi egli si decida a vendere la casa e le terre ereditate per mettere insieme le 100.000 lire occorrenti all’acquisto. Ma vendere per vendere, per fare un buon contratto, per avere dei buoni denari alla cassa di risparmio, mai. È un’idea che al contadino non passa neppure per il capo.

 

 

Non so se si possa chiamare economico un altro caso di vendita, che si può dire forzata; e si distingue in due categorie a seconda se sia fatta da contadini o da “signori”.

 

Può darsi che il contadino non abbia voglia di lavorare la terra, – il comandamento di Dio «lavorerai la terra col sudore della tua fronte» gli dà noia ed immagina che in città, all’ombra delle fabbriche, si stia meglio – o indulga al vino o al gioco o per animo litigioso, suo o della moglie, non sopporti la vita in comune con i genitori e con i fratelli. Non si sa come e perché, ogni sorta di malanni si abbatte sulla sua terra: la stretta di caldo, le nebbie di fine giugno, la fillossera, la gramigna prediligono le sue terre; la stagione va sempre avversa, la grandine gli fa visite troppo frequenti. Ha tutte le disgrazie; l’esattore, lo strozzino sono nemici suoi personali. Nelle adunate, è tra i più eloquenti nel lamentarsi che il governo non faccia queste e quelle cose che tornerebbero di gran vantaggio all’agricoltura; nelle tornate dei delegati sindacali di zona e tra i più assidui a sollevare quesiti ed a difendere i diritti della sua classe. Se un inquirente economista va in giro a raccogliere dati, vi sono nove probabilità su dieci che gli appunti del “saputo” siano quelli di cui si farà maggior conto. Costui alla lunga venderà. Ma il ricavo della vendita non andrà, se non in piccola parte, a lui, bensì a chi gli avrà fatto credito all’osteria o al gioco.

 

 

Se la ragion di vendere è soltanto il desiderio di inurbarsi, la vendita si fa con comodo. La terra si dà in affitto od a mezzadria ai fratelli od a parenti od a vicini, e si aspetta che costoro o altri abbiano i mezzi di pagare la terra “quel che vale”; e “quel che vale” è una quantità determinata per lo più in un mercato curiosissimo, dove si armeggia fra due monopolisti, magari per anni ed anni, con faccia impassibile, distratta. Il venditore sa che in comune commercio la terra vale 10000 lire l’ettaro, ma sa che il fratello o parente o vicino è disposto ad acquistarla per 25000 lire. Altrettanto sa il compratore: quella terra gli fa gola, arriva proprio fin sotto la casa sua. Acquistandola, egli si toglie servitù di passaggio nell’aja o nel campo, arrotonda il podere ed arriva su strada più comoda della sua. Si tratta di capitalizzare redditi veri e redditi immaginari: strida di donne, beccar di galline, puntigli di passaggio.

 

 

Talvolta al contratto non si arriva mai, a furia di starsi a guardare e di fare i furbi. Tizio covava da assai anni la voglia di comprare la casa e il terreno di Caio, che sembravano una fetta spaccata dalla medesima sua roba. Era stanco di litigare col vicino. Acquistandola, Tizio conquistava la libertà: una casa sola, un’aja sola, tutti i campi attorno, nessuno avrebbe avuto diritto di passare sul suo. Caio si decide a vendere per togliersi da

una vita d’inferno ed andarsene a star meglio altrove. Naturalmente incarica della cosa un mercante di terre, ben sapendo che non sarebbe riuscito a trovare un concorrente nell’acquisto a Tizio, e costui l’avrebbe strozzato nel prezzo. Il mercante offre, altrettanto naturalmente, la terra in primo luogo a Tizio, che egli conosce solo interessato all’acquisto. La offre, una due tre volte. Attende, pazientemente, settimane e mesi la decisione.

 

 

Ogni volta la risposta è: no, non compro, non ho mai pensato a comprare, sto bene sul mio, non voglio caricarmi di terra che non arriverei a coltivar bene. La offro ad un altro? offra pure, mi farà piacere; avrò un nuovo vicino migliore dell’antico. Tizio era sicuro che nessuno sarebbe venuto a ficcarsi vicino a lui. I vicini erano tutti provveduti di terre. Un estraneo mai più si sarebbe cacciato lì. Il mercante invece trova il compratore e vende. Tizio non crede; il nuovo arrivato non è, non può essere un vero compratore della terra. Si è messo d’accordo col mercante, per intimidire lui e indurlo a comprare. Per un anno e più vive tranquillo persuaso che il nuovo vicino sia una testa di legno pronta ad andarsene con una mancia, dopo aver messo nel sacco lui. Quando, finalmente, si persuade che la vendita è avvenuta sul serio ed il sogno della sua vita si è infranto, monta in furore; ingiuria il mercante, colpevole di non si sa che cosa, dopo i tanti avvertimenti datigli, ed inveisce contro il malcapitato vicino, colpevole di aver acquistato a prezzo corrente la terra, che egli voleva far sua a sottoprezzo. La tragicommedia, fra ingiurie ed agitar minaccioso di tridenti e danneggiamenti reciproci dura a lungo, finché, accordatosi su un congruo prezzo – rimborso della somma pagata, più indennità per la mala vita sofferta -, il nuovo venuto non si decide a sloggiare. Questo è il modo con il quale fra contadini si risolve il quesito che in economia pura si dice della determinazione del prezzo in caso di monopolio bilaterale.

 

 

Se la vendita di terre di contadini determinata da ozio, vizio o ripugnanza al lavoro di zappa ha luogo per lo più entro i limiti di una generazione, la cosa si trascina più a lungo per le terre dei “signori”. Parlo ed il lettore avrà senz’altro capito da sé, delle zone agricole, così frequenti nell’alta Italia collinare o di pianura asciutta, in cui dominano la media proprietà e quella di piccola coltivazione. La casata era stata messa su da gente di toga, da professionisti o da negozianti tra il sei e l’ottocento: modeste casate, che si mantenevano con decoro con redditi terrieri da tre a cinquemila lire e col provento di impieghi e professioni per i membri più colti della famiglia. Accade, nel lento trascorrere degli anni, che, fra i tanti sani, nasce sul ceppo familiare qualche virgulto bizzarro; o che troppi figli si son dovuti mandare, insieme, agli studi, o che una successione di annate cattive ha cancellato i redditi, in tempi in cui non soccorrevano più o non ancora redditi di lavoro. Cominciano i debiti, e su una fortuna terriera di 100.000 lire si innestano ipoteche di 10 e poi di 20 e poi di 30 e 50 mila lire. Ad un certo momento la situazione si fa tragica. È la miseria nera, di chi nel villaggio è ancora reputato un “signore” e deve conservare il decoro del ceto. Talvolta, la casata salva per il tempo i residui della fortuna, perché il capo vende prima di essere arrivato all’estremo ed emigra in città. Ma se l’ultima generazione è di donne, difficilmente queste si decidono. Vecchie signore vissero lungamente di caffè latte e di scarse onoranze pur di non vendere e resistere nel pagar interessi. Alla morte, quando non ci sono più eredi diretti, si scopre che bisogna accettare l’eredità con beneficio d’inventario e che la vendita delle terre a stento coprirà l’inventario dei debiti.

 

 

Vendite “economiche” non provocate dalla necessità assoluta, si conobbero due volte nell’ultimo secolo: tra il 1879 ed il 1886 e fra il 1922 ed il 1927. Nel primo tempo i prezzi dei terreni raddoppiarono (cfr. Einaudi Luigi, La revisione degli estimi catastali, in «La Riforma Sociale», 1923, pp. 491 sg.) in moneta buona, nel secondo triplicarono e quadruplicarono in moneta deprezzata. Parecchi, forse i più, degli ultimi rimasti tra i proprietari assenteisti non seppero resistere alla tentazione dei tanti denari e vendettero quasi sempre a contadini, ad antichi affittuari, a mezzadri, a proprietari coltivatori a cui, negli anni di precedenti prezzi, era stato possibile risparmiare. Quelle due furono le epoche di massimo movimento terriero, di rinnovazione sociale e di inalzamento del medio tenore di vita. Coincidono col prevalere del motivo economico nelle azioni umane. Vende la terra chi immagina di fare un buon affare nel mutare investimento, e compra chi ha esperienza di agricoltura ed ha avuto successo nel coltivare.

 

 

Prima e dopo, i movimenti delle vendite sono extraeconomici, morali e familiari. Quelli delle compre sono i soliti motivi che spiegano la prosperità delle famiglie: ordine, laboriosità, morigeratezza, unione, e perciò possesso di un risparmio che non si concepisce neppure di poter impiegare altrimenti che in terra, ed insieme possesso di figli, ad ognuno dei quali si vuole assicurare un podere bastevole alla famiglia nuova che essi creeranno.

 

 

Quando, nelle pagine di solenni inchieste, si leggono lunghi elenchi delle cause dell’immiserire delle classi rurali proprietarie e coloniche: mancanza di credito, usura, crisi di prezzi, imposte alte, malattie delle piante, avversità atmosferiche, attrattive delle città tentacolari, figliuolanza troppo numerosa, guerre, malattie e morti, vien fatto, salvoché per le malattie e le morti di coloro che erano il sostegno o la speranza della famiglia, di sorridere a tanta sapienza astratta e si chiede: perché gli indagatori non hanno preso in mano i libri delle verità eterne, la Bibbia ed il Vangelo? Ivi avrebbero imparato che una sola è la causa della prosperità nelle campagne: il timor di Dio. La famiglia timorosa di Dio e cioè unita attorno al capo, ubbidiente, lavoratrice, ordinata, prospera e sale. Sciamano, conquistando la terra, le api laboriose. Il sole d’estate ed i geli invernali uccidono i fuchi oziosi.

 

 

«Quel che vale» non è tuttavia un concetto così lontano da quello teorico, come potrebbe sembrare dalle cose dette sopra. I prezzi effettivi dei terreni possono essere classificati in varie caselle:

 

 

  • vi ha prezzo quasi di concorrenza, quando un terreno non ha qualità particolari, che lo rendano in particolar modo appetibile o sgradevole. Non è così mal situato da allontanare un acquirente qualunque – timore di ficcarsi tra vicini litigiosi, di star troppo lontano dal mercato o di pagar troppo cara la vicinanza -; né è tanto in vista da essere oggetto di invidia;

 

  • vi ha prezzo simile a quel di monopolio, quando le sue qualità sono così peculiari e note – vicinanza al mercato, su bella strada, con bella casa, con piantagioni fiorenti, tutto riunito attorno alla casa, senza servitù di passaggio – da essere desiderato da quanti lo vedono e, vedendolo, pensano: se potessi diventar padrone di quel podere!

 

  • vi ha prezzo che si può dire di monopolio bilaterale, quando il podere è siffattamente situato che tutti gli altri possibili acquirenti sono disposti a pagare solo 50.000 lire, ossia meno delle 80.000 lire che sarebbero il prezzo corrente se il podere si trovasse in condizioni ordinarie. Ma è ficcato in mezzo a vicini litigiosi, che, si sa, ogni mese fanno correre il maresciallo dei carabinieri a mettere pace fra cugini rabbiosi, pronti a menar le mani ed a brandir tridenti; epperciò il prezzo cala al disotto del tipo corrente. Il proprietario sa che può essere costretto se non trova di meglio, a vendere a 50.000 lire, ma sa anche che tra i suoi vicini uno ve n’ha al quale la sua terra fa gola, la sua e non altra. Il venditore è monopolista di offerta perché possiede il fondo desiderato dal vicino; e questi è pure un monopolista, di domanda, perché è il solo disposto a pagare il fondo più delle 50.000 lire che in comune commercio se ne potrebbero cavare. Pur di costituire una unità poderale libera da “impegni e barriere”, come orgogliosamente, dopo avere litigato tant’anni, fece dipingere a gran lettere sulla sua casa un contadino, egli sarebbe disposto a pagare anche 150.000 lire. Ambi i monopolisti manovrano con felina prudenza per tirare a sé la parte migliore della zona di indeterminazione fra 50 e 150 mila lire.

 

 

Nei due ultimi casi nessuno conosce le intenzioni dell’altro. Tutti sanno soltanto che esiste un prezzo comune corrente e questo è assunto da tutti a guida nelle contrattazioni. In fondo, l’opinione concorde degli interessati collima con quella dei trattati di stima dei fondi rustici: criterio sostanziale del prezzo corrente delle terre essere la capitalizzazione del reddito al saggio corrente di interesse. Corre tra gli economisti rurali la teoria che nelle zone di grande ed anche media proprietà si capitalizzi il reddito netto, perché ivi la terra è comperata da capitalisti i quali conducono i fondi ad affitto, a mezzadria o a economia e nelle cui tasche va il prodotto deductis impensis; laddove nelle zone di piccola proprietà coltivatrice si capitalizzerebbe quasi l’intiero reddito lordo, ossia questo dedotte soltanto le imposte e le spese vive di concimi, attrezzi rustici ed altro denaro vivo speso fuor di casa. Il contadino non terrebbe conto del salario che egli dovrebbe, se sapesse tener conti, far calcolo di pagare a sé e alla famiglia. A parità di prodotto 100, il proprietario capitalizza

100 meno le 50 dovute al mezzadro e le 25 pagate in imposta e spese vive, epperciò, se il saggio di interesse è del 5 per cento, paga 500 lire, valor capitale di 25 lire reddito netto. Il contadino deduce dalle 100 solo le 25 imposte e spese vive e si lascerebbe trascinare a pagar lo stesso terreno 1500 lire, valor capitale delle 75 lire, che egli a torto considera tutto reddito netto capitalizzabile, mentre solo 25 sono tali e le restanti 50 sono frutto del suo lavoro. Perciò egli capitalizza se stesso, pagando alla classe proprietaria venditrice una taglia per liberarsi dalla schiavitù di vivere a salario altrui.

 

 

La teoria, che è uno dei luoghi comuni più apprezzati della critica anti terriera, suppone che il medio contadino sia un animale singolarmente privo della capacità di ragionamento economico; supposizione la quale a chi apprezza le scarpe grosse e i cervelli sottili della gente rustica appare a primo tratto grandemente improbabile. L’ipotesi deve essere in primo luogo chiarita coll’indicazione di quello, fra i tanti redditi lordi, che sarà capitalizzato per avere il prezzo comune corrente dei terreni. Non certo il prodotto 200 che può essere ottenuto dall’acquirente, contadino energico intelligente ben fornito di figli in buona età, laboriosi ed ubbidienti. Per quanto grosso, il cervello del contadino non funziona in maniera siffattamente tonta. Neppure il prodotto 50 compatibile con la poltroneria di chi aspira ad aver terra, ma non ha mezzi ed attitudine a sfruttarla. Non possiamo supporre tonto a tal segno il venditore. Base della stima è il reddito medio ordinario ottenibile dalla maggioranza dei comuni buoni contadini viventi nella zona. Come vivevano, prima di comperare, costoro? Erano affittuari, mezzadri o proprietari provveduti di terreno insufficiente, i quali andavano a giornata nel tempo libero su terre altrui. Vogliamo sul serio supporre che essi non sappiano che, acquistando terra, rinunciano al reddito che ricavavano dal fondo avuto in affitto od a mezzadria o dalle opere prestate altrui? Essi guadagnavano sul terreno a mezzadria già 50 su 100 lire di prodotto lordo, di cui altre 25 andavano a spese e 25 rimanevano al proprietario. La teoria della capitalizzazione del lavoro pretenderebbe che il mezzadro sia disposto, pur di comperare il fondo, a pagare al proprietario venditore 500 lire come prezzo capitale delle 25 lire spettanti a lui, il che è ragionevole perché egli acquista un reddito nuovo, ed, in aggiunta, 1000 lire per il piacere di trattenere, a titolo di proprietario, le 50 lire che già faceva proprie a titolo di mezzadro. La cosa è troppo grottesca per essere vera; e vera di fatto non è.

 

 

 

Le ragioni del fatto vero – lo stesso terreno pagato dal grande proprietario 500 lire è pagato spesso dal piccolo proprietario 700, 800 od anche 1000 lire – sono altre. Il reddito capitalizzato è in ambi i casi il reddito “netto”, ma diverso ne è l’ammontare. Il proprietario venditore di un grosso fondo fissa il prezzo “di offerta”, sulla base del suo prodotto lordo

100, da cui dedotte le 50 di parte colonica e le 25 di imposte e tasse, resta un netto capitalizzabile di 25, da cui, al 5 per cento, si ricava il, prezzo di offerta 500. Se, nella zona, tutti fanno lo stesso calcolo, per essere i possibili richiedenti gente del medesimo calibro del venditore, quello sarà anche il prezzo di domanda. Ma se nella zona i possibili richiedenti sono contadini, i quali sono passati le mille volte dinanzi ai campi e alle vigne del “signore”, sogghignando sui lavori mal fatti, sulla gramigna affettuosamente allevata a piè delle viti, costoro fanno lor conti non su 100 ma su 200 a titolo di reddito lordo, e, pur detraendo con larghezza 50 per imposte e spese vive e 100 come remunerazione della [migliore] opera propria, possono capitalizzare un reddito netto di 50 lire.

 

 

A spingere in su il prezzo dei terreni nelle zone di piccola proprietà concorre anche il più basso saggio di interesse vigente in esse in confronto alle zone a grande proprietà. In queste, il saggio di interesse sta, per ragioni dianzi osservate, alquanto al disotto di quello corrente per impieghi di tutto riposo: titoli di stato, cartelle fondiarie, ipoteche, case di affitto. Ma la differenza non è fortissima ed in sostanza può dirsi che il saggio di investimento in terra tenda verso il saggio corrente per gli impieghi reputati sicuri. Invece nelle zone di piccola proprietà, la concorrenza degli altri impieghi mobiliari è scarsa. Il contadino conosce, tra i valori pubblici, solo la carta moneta. Se un confronto si fa, ha luogo con l’interesse pagato dalle casse di risparmio postali o pubbliche; e poiché i depositi postali fruttano dal 2 al 3 per cento, è logico che il contadino non pensi a trarre un frutto del proprio capitale superiore al 3 per cento. Può darsi dunque che, laddove il grande proprietario capitalizza il reddito netto 25 al saggio di interesse 5 o 4 per cento e paga il capitale 500 o 625 lire, il contadino capitalizzi un reddito sempre “netto” di 50 lire al saggio di interesse 3 per cento epperciò paghi, al limite, un prezzo capitale di 1666 lire. Tanto meglio se potrà far l’affare a migliori condizioni, pur facendo contento il venditore e consentendo una buona mediazione al mercante di terre.

 

 

Quasi sempre ebreo fino al 1900, oggi quasi sempre cristiano, il mercante di terre è il vero creatore del prezzo economico. Abbandonati a sé, il “signore”, che si è deciso a vendere, ed i “contadini”, i quali vorrebbero comprare, starebbero a guardarsi negli occhi per un gran pezzo e forse non concluderebbero nulla. Chi vende, vuol vendere tutto e non sentirne più parlare. Se tratta direttamente coi contadini, teme, a ragione, di cadere in trappola. Il “cuore” del podere con casa e la terra vicina ben concimata e coltivata glie lo porterebbero via in un amen. Ed il resto? Gli resterebbe, invendibile ed inutilizzabile, sul gobbo per anni sempiterni, finché per disperazione, si inducesse a darlo via per un tocco di pane. No; egli non può vendere a pezzi. Occorre che un mercante liberi lui dal rischio e dai contadini sia tenuto per denaroso e capace di metterli nel sacco. Quale sia il metodo tenuto dal mercante per vendere e vender tutto è il suo segreto, che nessun “istituto pubblico per il frazionamento del latifondo” riuscirà mai ad imparare. Se sapessero scrivere, i mercanti di terra comporrebbero capolavori sulla psicologia contadina. In succo, il perché della riuscita del mercante e della incapacità del proprietario venditore forse è questo: il contadino sa che il mercante si decide subito, appena ci sia un margine di lucro ed il margine è tanto più piccolo, quanto prima si fa il contratto. Il mercante non può aspettare, perché, se non riesce a vendere subito, non vende più. Il contadino diffidente, se vede che un fondo non si è venduto subito, immagina che quel fondo abbia, come i buoi, qualche vizio nascosto; e non compra più. Peggio, si persuade che non ci siano compratori e gli nasce in cuore la speranza di mettere, aspettando, nel sacco mercante e proprietario. Il mercante non può attendere,perché attendere vuol dire rimanere col proprio capitale imbottigliato in un fondo; non poter più fare altri affari e doversi, per forza, convertire dal mestiere suo a quello di agricoltore, a cui è inadatto. Ma il contadino sa, anche, che ad aspettare non si guadagna nulla, con un mercante. Sa che se lascia passare quello istante, “quella” terra, quella terra “individua” a cui egli aspira non la potrà mai più, né lui né i figli né i nipoti, far sua. La terra non è fungibile. Od ora o mai più. Andrà in mano del vicino, del parente ed egli consumerà, nella rabbia del disinganno, i giorni restanti della vita. Il contadino sa anche che il mercante ha interesse a rendergli servizio. Un mercante di terre che si lasciasse trascinare a favorire, senza motivo, un contadino piuttosto che un altro, perderebbe credito e non farebbe più affari. Il mercante ha interesse a fare un piano di frazionamento che soddisfaccia al massimo grado gli interessi permanenti di ognuno di coloro tra i quali il fondo può essere diviso. A ciascuno egli offre l’appezzamento che abolisce servitù fastidiose, che arrotonda meglio il terreno già posseduto, che e più vicino alla casa. Certo, lo scopo non si raggiunge se non con molta chiacchiera, con molta pazienza, discorrendo per ore del tempo che fa, della piova che non viene, passando notti bianche a far opera di persuasione, e sapendo che l’affare si farà all’ultimo momento, quando il mediatore è già fuor dell’uscio ed ha il piede sul predellino della carrozza e tutt’e due, contadino e mercante, sapevano che il contratto si sarebbe conchiuso all’ultimo momento, e guai a non far finta di parlar d’altro per ore interminabili! I contratti si fanno solo se ambi hanno per tempo sufficiente dimostrato di poterne far a meno e ciascuno dei due sa che si tratta di commedia. Certo non si deve offrir terra a chi male coltiva la già posseduta, o non ha figli o non ha denari, o non merita credito. Ma col mercante il contadino discorre a lungo volentieri anche perché sa che la parola data da lui è mantenuta. Coi “signori” non si sa mai. Si era offerto 100 e si era rimasti d’accordo su 120. Il giorno dopo non se ne ricordano più e ragionano: se sono disposti a pagar 120, segno è che val di più. Così chiedono 150 e non vendono mai. Dopo qualche anno offrono a 100, quando i prezzi sono caduti a 75. Per non aver voluto farsi strozzare dai mercanti di terre, si strozzano peggio da sé, perdendo le occasioni buone e danneggiano gli acquirenti ai quali può convenire meglio pagare 200 nel ciclo ascendente dei prezzi che non 100 in mercato calante. Il peggior danno in caso di monopolio bilaterale è il tempo perso nel trovare il punto di intesa fra i due prezzi di massima convenienza per i due contraenti. Il guadagno del mercante, ottenuto senza danno di nessuno, probabilmente con vantaggio di ambe le parti, è tratto dall’abilità nell’abbreviare il tempo del contrattare e precipitare la conclusione sulla base di criteri oggettivi di concorrenza. Pur di concludere, il mercante non insiste troppo nel giungere alle 1000 lire che Tizio potrebbe arrivare al massimo a pagare. Se chi viene dopo di lui nella convenienza di acquistare, può spingersi solo fino ad 800, per poco che Tizio offra più di 800, l’affare è fatto e si passa ad altro. Qual mai funzionario di pubblico istituto per il frazionamento del latifondo, ecc., ecc., potrebbe aver l’occhio, l’intuito, la conoscenza personale degli uomini che ha il mercante nato e vissuto sul posto, che i contadini capiscono a volo, a segni, facezie, allusioni, a «pensateci su» e «parlatene alla moglie» e si sa bene che la moglie non centra e la decisione è già presa.

 

 

La terra comprata esce dal mercato sino al momento in che si verifichi qualcuno degli eventi che furono sopra descritti: terremoti economici, come nel dopoguerra, rovina delle famiglie contadine per infingardaggine, gioco, mala condotta od esaurimento lento, tra imbarazzi nascosti di debiti, delle famiglie signorili. L’agire economico normale del proprietario deve, fuor di queste circostanze, essere previsto partendo da una premessa: che la terra non si vende. La premessa non è economica; nasce dall’istinto ed è incomprensibile al “cittadino”. Chi ha quell’istinto, compra e non vende. Il solo pensiero del vendere gli è ripugnante: è l’azione non lecita, immorale, da cui il decalogo gli comanda di star lontano.

 

 

Può darsi che l’istinto sia stato fortificato dall’esperienza accumulata delle generazioni passate e dalla sua; certo non nasce da un ragionamento. I nostri vecchi che erano passati attraverso alla tempesta della rivoluzione francese e dei biglietti di credito, surrogato nostrano degli assegnati, forse avevano instillato nei figli la sfiducia nella carta con su stampate cifre; e forse la tradizione è stata rinfrescata dalla guerra mondiale. Si ha l’impressione vaga che la terra sia qualcosa di solido, che resta; ma l’impressione ha scarsa parentela con la visione teorica di una rendita fondiaria destinata alla lunga nei secoli a crescere per la pressione della popolazione in aumento sulla terra invariata di superficie. L’agricoltore apprezza poco le nozioni di redditi certi e crescenti derivanti dall’entità astratta “terra”, che a lui paiono di peso infinitamente piccolo in confronto della precarietà del soprassuolo, da cui veramente egli attende il reddito. Egli sa che il reddito, “tutto” il reddito viene non dalla terra per sé, ma dal vigneto, dall’oliveto, dal frutteto che egli ha impiantato, dalla pendenza che egli ha dato al prato, dal canale di irrigazione, dal fosso di drenaggio, dall’aratura profonda, dalla lotta assidua contro la gramigna e le male erbe, dalla scelta delle sementi. Egli sa che tutte queste cose sono perfettamente identiche ad una macchina, la quale deve essere costrutta, riparata, mantenuta pulita, oliata; sa che, se ogni giorno egli non la cura, presto la macchina deve essere buttata fra i rottami ed il campo diventa come l’orto di Renzo, stupendo per fiori selvatici, ma improduttivo.

 

 

Il pensiero non gli balena neppure alla mente, perché egli è un rustico e non un cittadino, perché sente la terra e disprezza la carta stampata, ama le piante e la terra pulita ed i filari allineati come plotoni di soldati e non capisce nulla dei congegni di una fabbrica; sente la linfa salire su per le piante e sbocciare in fiori e frutta, ma gli possono descrivere cento volte il modo con cui un congegno tecnico funziona e non se ne ricorderà mai.

 

 

Che cosa significa, partendo dalla premessa istintiva della incapacità assoluta a concepire l’idea della vendita della “sua” terra, il quesito: quanto rende la terra?

 

 

Premettasi che, anche partendo da una premessa repugnante al ragionare economico, si possono fare ragionamenti economici corretti. È certo teoricamente assurdo ammettere che si preferisca, a parità di capitale oggi impiegato e realizzabile, il reddito 3 o 2 od 1 al reddito 4 o 5; ma noi possiamo accettare la premessa irragionevole come un dato di fatto incontrovertibile. L’esperienza prova che esso è un dato di fatto di estensione di gran lunga più vasta del dato di fatto che al cittadino sembra logico ed ovvio: permutare 1 con 4. Salvo gli infausti estremi eventi sopra indicati, il rustico non immagina neppure che il cambio sia pensabile. Il cittadino rida, ma pigli atto che questa e non altra è la premessa. Chi pone una premessa stravagante, può, in seguito ed entro l’ambito della fatta premessa, ragionar bene.

 

 

I prezzi capitali della terra sono “storici” ed “attuali”. Ambedue sono “oggi” importanti e interdipendenti. Il proprietario sa di aver acquistato nel 1925, ad ipotesi, il fondo al prezzo 100; o, se l’ha ereditato od acquistato prima, sa che in quel torno di tempo l’avrebbe potuto vendere per 100. Quel valore gli si è ficcato nella testa e, col trascorrere degli anni, assume la figura del “giusto” valore, al disotto del quale egli, se gli saltasse in mente di vendere, non dovrebbe discendere. Il concetto è “oggi” importante perché è uno dei fattori della mentalità rustica o, meglio, dell’istinto, il quale vieta al rustico di vendere se non sia preso per il collo ed, allora, costretto a vendere al prezzo di mercato. Perciò quel concetto di “giusto” prezzo, essendo fattore dell’istinto rustico, è anche uno dei fattori del prezzo corrente o di mercato. Il prezzo storico essendo 100, il prezzo di mercato o prezzo attuale è 50. Probabilmente, se il prezzo storico fosse 20, il prezzo di mercato sarebbe 40, perché sulla mente dei rustici agirebbe l’idea del “giusto” a 20 e su qualche animula incerta – incerta dal punto di vista dell’istinto che vieta ad ogni costo di vendere – agirebbe lo stimolo di non si sa qual guadagno da farsi vendendo a 40. Ossia l’offerta di terre sarebbe maggiore di quella che è quando il prezzo storico è 100. Qualcosa di simile accadde tra il 1921 ed il 1927, quando il prezzo storico era di 20 e taluno cominciò a farneticar guadagni ed a vendere quando i prezzi salirono a 40 e poi a 50 ed a 60, salvo ad accorgersi di aver sbagliato quando vide salire i prezzi a 100. I mercanti di terre guadagnarono allora perché il prezzo attuale era superiore al prezzo storico. Oggi hanno dovuto cambiar mestiere, perché il prezzo storico è più alto del prezzo attuale e crea o rafforza l’istinto dell’imperativo assoluto del non vendere.

 

 

Tizio, proprietario, contempla i due valori capitali 100 e 50, storico e attuale e li raffronta con il reddito “zero”. Invece di sentirsi indotto a vendere, egli, curiosamente per il cittadino, razionalmente per il rustico, è tratto dal raffronto ad investire nuovi capitali. La colpa del non reddito è dovuta infatti, a suo parere, al trascorrere del tempo che tutto logora e tutto invecchia. A poco a poco, insensibilmente, i prati si sono invecchiati e le erbe cattive hanno preso il sopravvento sulle buone, l’humus coltivabile è disceso in basso ed ha lasciato nude le pendici e le creste delle colline, si che l’aratro morde creta dura sterile e il grano vien su stento e rado; le viti, invecchiando, sono in parte morte da sé, altre furono ammazzate dalla fillossera e le restanti soffocate dalla gramigna; i fossi di scolo si son colmati e l’acqua ristagna nelle bassure ed annega la semenza. La terra vale ancora 50 perché, se la vendesse, il compratore contadino metterebbe le cose in ordine risanando, scassando e ripiantando colle proprie mani. Quel che il contadino farebbe colla fatica propria, quasi senza spendere denaro, il proprietario cosiddetto “signore” si decide a fare a punta di denari suoi od accattati a prestito. Spende 25 e da queste ricava un reddito di 1,50. Il calcolo economico si può riassumere così:

 

 

 

Prezzo capitale storico

Reddito

%

 

Prezzo capitale attuale

Reddito

%

Prezzo originario

100

50

Prezzo della miglioria

25

1,50

6

25

1,50

6

 

Prezzo totale

125

1,50

1,20

100

1,50

1,50

 

 

La parte a sinistra, quella dei ricordi storici, ha interesse sovrattutto soggettivo. Il proprietario calcola, e l’effetto segue alla previsione, di ricavare colla miglioria un reddito di lire 1,50 per ogni 25 spese, e dunque il 6%; ed egli, facendo le somme e paragonando il totale reddito 1,50 al totale valore immaginato da lui 125, ne deduce che il fondo gli rende l’1,20 per cento. È qualcosa più che nulla. Frattanto egli spera nell’avvenire; in prezzi migliori, in stagioni favorevoli, che gli facciano crescere il reddito a 3 o a 4 lire. Chi vive sperando, muore cantando e frattanto tira innanzi.

 

 

Ma la parte più interessante della tabellina è quella a destra col suo errore evidente di addizione: 50 più 25 fatti uguali a 100. Eppure errore non v’è: 50 più 25 fan proprio 100. Quel terreno che, non migliorato si sarebbe dovuto vendere a 50, oggi, dopo una spesa di 25, con le strade e le stalle in ordine, con la vigna rifiorente, con l’humus rifabbricato sulle pendici e sulle creste, con buoni erbai, vale 100 in comune commercio. Gli uomini, in grande maggioranza, non sono capaci a veder le cose diverse da quelle che sono. Se una casa è diroccata, la vedono a terra; se una vigna è fillosserata od invasa dalla gramigna, non riescono ad immaginarsela di nuovo florida. La disprezzano, la buttano giù peggio che non merita. Il contrario accade con i terreni in buono stato. Riempiono, inondano l’occhio del rustico, lo ipnotizzano, lo incantano ed ingoiano lui ed i suoi denari. Avarissimo verso i terreni mal ridotti, il rustico è prodigo verso quelli bene istrutti. Il fattore dominante del suo atteggiamento irrazionale è la paura del tempo. La stessa persona, la quale deposita i risparmi alla cassa postale al 2% o forse caccia i soldi sotto il mattone e non dà peso all’interesse, dice a chi gli offre la terra nuda: chissà se sarò vivo quando il vigneto o l’oliveto, che devo ancor piantare, andrà in frutto! Tante cose possono capitare prima di allora! E fa le smorfie a pagar 50, pur sapendo che le 25 lire necessarie per la miglioria vogliono per lui dire soltanto giornate di fatica nello scassare e piantare. Ma se gli viene offerto lo stesso terreno con i prati rinnovati o l’humus ricreato o la vigna a frutto al quarto o quinto anno, paga senza banfare 100 lire.

 

 

Dunque il proprietario, il quale ha un terreno che vale oggi 50 e spende 25 in migliorie fa due calcoli: in primo luogo egli crea un reddito di 1,50, che è il 6% sullo speso 25; ed in secondo luogo egli valorizza il terreno dall’attuale 50 ed uno speso 25 ad un nuovo attuale 100. Il plusvalore 25 lo incita potentemente all’investimento. Che cosa è siffatto plusvalore? Taluno può dire: son le qualità proprie della terra, che erano rimaste latenti prima, e sono fatte sprigionare dal lavoro. Il lavoro, o, per il proprietario non contadino, il capitale impiegato vale 25 e non più. Di lavoro altrettanto bravo e di capitale altrettanto fecondo ne son piene le fosse al prezzo di 25, e quindi non valgono più che tanto. Quel 25 venuto fuori in più è un fattore raro, che esiste solo presso determinati terreni e quindi ha natura di prezzo attuale capitale di future rendite ricardiane o monopolistiche. Non litigo sui nomi; ma Poiché a sentir parlare di rendite ricardiane o di monopolio la mente corre a qualcosa di gratuito e quindi di particolarmente tassabile ed avocabile allo stato senza danno della produzione, parmi necessario fissare alcune caratteristiche di quel plusvalore 25:

 

 

  • è qualcosa che non verrebbe posto in essere senza la miglioria, ossia senza l’impiego di lavoro o di capitale;

 

  • è qualcosa la cui previsione fu condizione e motivo dell’impiego del lavoro e del capitale.

 

 

Per quanto egli parta dalla premessa istintiva del non vendere, il proprietario deve pure fare qualche volta brutti sogni di debiti da pagare o di calamità che lo costringano a vendere a 50, e più aspetta, più, deteriorando il fondo, il prezzo di vendita probabile scema. La miglioria è compiuta sia per ottenere il 6% sul 25 speso, sia, e forse più, per assicurare la propria coscienza intorno alla possibilità di vendere a prezzo non disastroso, quando alla vendita fosse costretto. Se lo stato venisse fuori e, facendo proprie le dottrine [“dottrina” da ” dottrinario” e non viceversa, essendo le dottrine di cartapesta dei progettisti, non quelle pure dei veri teorici, il risultato di teste fabbricate alla rovescia per non vedere la realtà] dei tassatori della rendita e dei plusvalori gratuiti, dicesse: «nel momento 1, assunto a base della valutazione delle terre, il valore di quella terra in comune commercio era 50, il costo della miglioria fu 25; quindi il proprietario non è leso quando gli si riconosca tutto ciò che era suo o fu da lui creato, ossia 75; la differenza 25, non spettante a lui, appartiene alla collettività e quindi al pubblico erario», quale sarebbe la conseguenza? Se l’analisi condotta sopra dell’errore aritmetico 50 + 25 = 100 è corretta, par certa la attenuazione della spinta a migliorare. Quel plusvalore non fu creato da una qualche mistica proprietà della terra o da un ancor più misterioso afflato collettivo. No.

Esso è il risultato di fattori ben più misteriosi ed incomprensibili per i cittadini, che si chiamano: amore della terra, di una certa terra, anche inospite e selvaggia, purché natia, impossibilità fisica a separarsene, istinto insopprimibile di tenerla, incapacità a concepire il valore del denaro se non quando sia trasformato in creazione terriera, in lotta ognor rinnovata contro le forze le quali tendono a ricondurre la terra culta ed istrutta in landa deserta, in acquitrino od in giungla impenetrabile.

 

 

Il valore 50 + 25 = 100, col reddito 1,50, è instabile. È un valore del tempo di depressione economica 1929-1934. Si tiene a quel livello per il ricordo di un tempo nel quale un reddito economico esisteva. Alla lunga, ridotti i costi, perfezionati i metodi produttivi, si spera che il reddito aumenti da 1,50 a 3. In quel tempo la distinzione fra prezzo originario e valore delle migliorie sarà obliterata. Essa è una distinzione valida prima dell’investimento; dopo, migliorie e terra diventano un tutt’uno, indistinguibile in parti. Un valore 100 frutterà 3. Non mi riuscì mai a persuadere nessun cittadino che 3 è maggiore di 5 o di 6; neanche quando il cittadino aveva perso risparmi in Bonifiche ferraresi, Italgas o Bancosconto. Il punto difficile sta nel persuadere il cittadino che un 3 % “con i fastidi della terra” è maggiore di

un 5 % col solo fastidio di tagliare ed incassare cedolette di dividendi una volta l’anno. I “fastidi” della terra sono, è vero, crescenti: oltre le piogge in mal punto e le grandinate e la siccità, vi sono i contadini giustamente organizzati, la difficoltà di vendere prodotti qualunque, la necessità di non essere ultimi nella concorrenza, le imposte ed i contributi moltiplicantisi, ecc., ecc. I cittadini schivi di fastidi debbono tuttavia persuadersi che non c’è scampo: a quelli o ad altri fastidi bisogna rassegnarsi. Non esiste – non è mai esistito, salvo per un miracolo storico del 1814 al 1919, forse irriproducibile nei secoli – l’investimento assolutamente sicuro. Gli impieghi di tutto riposo, gilt edged, dalla costola d’oro, sono un mito come quello del paradiso terrestre. La borghesia che va in cerca di essi, faccia fagotto e lasci il posto ad altra gente meno fastidiosa. Per investire sul sicuro, bisogna lavorare altrettanto assiduamente, oculatamente ed ansiosamente come per esercitare una qualunque altra professione. Il valore dei fastidi, si comprende, va da un minimo ad un massimo. Forse il minimo si ha investendo i risparmi nell’acquisto della casa destinata alla propria abitazione, senza margine per inquilini. Può darsi persino che, in quest’unico caso, i fastidi diventino una quantità negativa. Ci son le imposte, le riparazioni,

i dispiaceri con i consorti, se si tratta di case cooperative o ad appartamenti; se di casetta, le prepotenze dei vicini, il cantar del gallo e lo schiamazzo mattutino delle galline se la massaia vicina si ostina nell’allevamento antiregolamentare; l’annualità da finir di pagare per il residuo prezzo d’acquisto. Ma son fastidi compensati dalla voluttà del piantar chiodi in casa propria, dello spostare un muriccio che in quel luogo non piace più, del far fuoco nel proprio camino nelle serate d’inverno, e dal pensiero che, qualunque disgrazia accada alla famiglia, l’ultima cosa a capitare sarà di essere cacciati di casa propria, quella dove si sta sul serio, con moglie e figli e i vecchi mobili di famiglia. Perciò io, che, dopo le prime lontane recriminazioni per qualche consiglio dato in buona fede e finito naturalmente male, non mi azzardo più a dar consigli a nessuno sul modo di impiegar risparmi, oso ancora, a chi non l’ha, consigliar di comprare casa: non una casa d’affitto, che rientra nel novero di tutti i buoni impieghi “con fastidi”, ma la casa, l’appartamento, la soffitta da starvi dentro e dire: qui son re.

 



[1] Al saggio qui pubblicato si è data la forma di dialogo per la sua indole di raccolta, messa insieme, in un certo senso, dal cronista osservatore, di riflessioni su cose viste, e su esperienze comunemente vissute dalla gente rurale. Naturalmente, manca la replica perché, secondo le usanze dei rustici, l’ascoltatore ha rimuginato dentro sé la risposta, senza farne parte all’oratore.

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