Cavalleria antica e barbarie moderna

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 17/10/1915

Cavalleria antica e barbarie moderna

«Corriere della Sera», 17 ottobre 1915

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV, Einaudi, Torino, 1959, pp. 777-781

 

 

Quando nei paesi alleati si vogliono stigmatizzare le atrocità, di cui i tedeschi si resero colpevoli durante la presente guerra, o quando in Germania si vuole eccitare l’indignazione popolare contro i russi, si suol dire che la guerra ha risuscitato i metodi barbari di sterminio, che la civiltà e la gentilezza del secolo XIX sembravano avere reso impossibile. È un ritorno all’antico, si dice; l’umanità sta retrocedendo di secoli a quella che era sotto i regimi assoluti, quando Luigi XIV ordinava a Catinat, reduce dagli incendi e dalle stragi del Palatinato, di bruciare tutto e di bruciare bene in Piemonte. La mente ritorna al sacco di Roma ed alla distruzione di Cartagine per avere un riscontro storico alla distruzione di Louvain od ai bombardamenti di Reims e di Ypres.

 

 

In realtà, così facendo, noi calunniamo i secoli passati; od almeno quella che fu la normale condotta della guerra negli ultimi secoli avanti la rivoluzione francese, che ancora sono considerati dai più tempi di barbarie, di crudeltà e di aggressione in pace ed in guerra. Non si vuol negare che quei tempi fossero in pace meno civili e liberi del nostro; né che in tempo di guerra gli eserciti si macchiassero occasionalmente di colpe orrende. Ma è certo che la immagine comune di quella antica condotta della guerra è assai difforme dalla verità; e che quei nostri antenati erano assai più cavallereschi di quanto non siano apparsi agli occhi stupefatti dell’umanità taluni guerrieri moderni.

 

 

È la tesi dimostrata nell’ultimo numero della rivista «La riforma sociale» (agosto-ottobre) da Giuseppe Prato in un articolo su L’occupazione militare nel passato e nel presente. Scritto su documenti da lui medesimo ed in parte anche da me studiati in passato, in tutt’altra occasione, nell’Archivio di stato di Torino; e sui geniali volumi da anni pubblicati da un dotto francese, il prof. lreneo Lameire, dell’universita di Lione, intorno alle consuetudini realmente seguite dagli eserciti d’occupazione in territorio nemico durante le ultime guerre del secolo XVII e le prime del XVIII, l’articolo del Prato non è fondato su fatti affannosamente ora ricercati per dimostrare una tesi preconcepita; è invece la conclusione oggettiva di ricerche condotte in passato prima che alla guerra europea odierna lontanamente si pensasse.

 

 

Le conclusioni non si fondano su notissimi episodi di cavalleria antica: come il famoso: «Tirez les premiers, messieurs les anglais» delle guardie francesi a Fontenoy, o la preghiera rivolta a Vittorio Amedeo II dal generale assediante Torino nel 1706 di volergli indicare il suo domicilio per risparmiarlo nel bombardamento. Episodi consimili pullulano nelle storie. Anche nei momenti terribili in cui Luigi XIV ordinava la devastazione spietata del Piemonte e la presa della capitale, continuavano ad arrivare indisturbate e probabilmente con tutti i debiti onori per parte dei funzionari di confine, le forniture consuete della corte ducale, né cessavano le cortesie fra i sovrani nemici, espresse in regali ed invii reciproci di prodotti caratteristici dei due regni. Cavallereschi verso i sovrani nemici, i nostri antenati non lo erano meno verso i condottieri avversari. Nel 1705 il duca della Feuillade, comandante le truppe francesi, veniva indennizzato dal tesoro ducale di Savoia con lire 4.568 per bagagli personali e cavalli presigli dai nostri partigiani, mentre i suoi equipaggi attraversavano il Piemonte, muniti di salvacondotto del duca di Savoia. E il medesimo duca della Feuillade, accampatosi nell’agosto del 1705 alla Venaria con l’intento di porre l’assedio a Torino, si vedeva presentato, a nome del sovrano aggredito, il curioso dono di cui fa testimonianza una annotazione nel registro della spesa di corte di quel mese: «Al confitturiere di Madama reale Sigismundo Vilver, per prezzo d’agro di bergamotto, con otto vasi per riporlo dentro, e mandato, d’ordine di S. A. R. con altre robbe di rigallo al sig. duca della Feuillade, comandante dell’armata di S. M. cristianissima: lire 71,16».

 

 

Questi sono aneddoti. Le consuetudini osservate rispetto al diritto vigente nei paesi occupati, alle imposte e contribuzioni di guerra prelevate non sono spesso meno cavalleresche e direbbesi, se la parola non suonasse oggi amara, moderne. Prevaleva, invece, la tendenza a mantenere integro, nelle terre occupate, il sistema legislativo interno preesistente. I francesi specialmente non derogarono che di rado a tale principio durante l’invasione del Piemonte nelle guerre della Lega d’Absburgo e di successione spagnuola, e lo osservarono anche più rigorosamente in Spagna, per quanto ha tratto al diritto comune. Le leggi stesse aventi per scopo esclusivo la prosperità economica del paese, come i regolamenti industriali di taluni luoghi (Biella, nel 1706), furono frequentemente applicate con esattezza scrupolosa, e strettamente rispettati gli ordini propri dei comuni e delle opere pie.

 

 

Anche in affari più gelosi si nota il medesimo rispetto al diritto vigente. Sotto i generali di Luigi XIV i giudici feudali e ducali piemontesi continuano ad amministrare la giustizia in prima istanza. I senati di Savoia e di Nizza, supreme magistrature giudicanti, rimangono in funzione, coi magistrati nominati dal duca di Savoia. Non è raro che il senato di Nizza serva perfino come consiglio di guerra per reprimere gli abusi dei soldati saccheggiatori. Circostanza questa la quale dimostra come spesso, in tempi cosidetti oscuri, fossero minori d’adesso i poteri dell’autorità militare, minori persino che in tempo di pace nei luoghi dove è proclamato lo stato d’assedio.

 

 

Quando i franco-sardi, durante la guerra della prammatica sanzione, si impadronirono del Milanese, preventivamente riservato al re di Sardegna, questi si affretta ad informarsi esattamente dei limiti della propria competenza circa la nomina alle diverse cariche, con rigoroso riguardo ai precedenti storici e locali; né sembra che i funzionari d’ogni grado in carica nutrano preoccupazioni molto gravi circa la loro stabilità nell’ufficio, se non san fare di meglio che sottoporre al re le loro contese circa le più ridicole questioni protocollari, particolarmente sui posti a teatro! La verità è che Carlo Emanuele III, mentre spazzò dalle curie la turba di intriganti spagnuoli ivi intrusi per favoritismo da Carlo VI, seppe sostituire loro i più eletti personaggi lombardi. Il conte Petitti, intendente di guerra, fu l’unico piemontese destinato a Milano presso quella giunta, quale semplice intermediario per le occorrenze militari.

 

 

Caratteristico sovratutto è il contegno degli eserciti invasori di un tempo rispetto alle taglie ed alle contribuzioni imposte nei paesi occupati. Base normale delle contribuzioni pretese dalle comunità occupate sembra debba considerarsi il semplice pagamento all’invasore, anziché al legittimo governo, delle imposte esistenti; ciò che non di rado avviene con l’espresso consenso del sovrano interpellato e talvolta perfino col suo indiretto concorso: come quando il comune di Bricherasio, dovendo pagare il tributo ai francesi, vuole vendere certo suo vino che trovasi a Luserna, tuttora in potere dei sabaudi; onde supplica ed ottiene il permesso di farnelo venire dal duca, il quale per di più concede una scorta di valdesi. A liberare le comunità dall’obbligo di pagare le consuete imposte al nemico, usava talvolta il sovrano legittimo rilasciare quitanze false di eseguito pagamento dei tributi dell’annata, perché servissero di scarico verso il nemico sopravveniente. Nel 1704-706 il ministro piemontese Groppello escogitò pure l’espediente di tenere segreti i ruoli delle imposte dei paesi invasi, affinché all’occupante mancasse il documento per esigerli. Avvedimenti e pretesti che probabilmente oggi non sarebbero sembrati efficaci alle città ed ai villaggi del Belgio occupato dal nemico. Forse la più importante contribuzione straordinaria di guerra imposta dai vincitori dei secoli scorsi era il cosidetto «diritto di riscatto delle campane», che per consuetudine antichissima si ritenevano legittimo oggetto di confisca a pro delle artiglierie dell’esercito di occupazione. Ma se si pon mente che tale diritto caratteristico di presa avrebbe compreso, se esercitato in natura, tutti gli stagni, bronzi, rami, ottoni e piombi esistenti nel paese, nei pubblici edifici o presso i privati, non possono reputarsi esorbitanti le somme richieste ad ottenerne il riscatto: 800 luigi a Chivasso, città di 3.500 abitanti nel 1705; 2.500 a Vercelli, città di 6.000 abitanti nel 1704; 220 doppie a Puycerdz nel 1678; 133 a Urgel nel 1691; 5 scudi per campana in certi villaggi baschi, nel 1719; 7.420 lire a Tortona (7.000 abitanti) nel 1743; 5.000 lire a Valenza (3.700 abitanti) nel 1745. Né della pretesa si trova traccia ogni volta che la occupazione avviene con intenti di conquista stabile: come nell’occupazione piemontese della Lombardia, durante la guerra della prammatica sanzione. Spesso i comuni, con abili negoziati, riescono a ridurre al minimo od a procrastinare il pagamento: a Barcellona, gli amministratori cittadini tengono a bada per anni intorno alla spinosa questione del riscatto delle campane il comandante francese, fino che la pace di Ryswick obblighi il presidio straniero a sgombrare il paese. Pochi anni dopo il Consiglio dei commessi del ducato d’Aosta non cede alla domanda del nemico, richiedente entro breve termine un versamento di 10.000 lire, se non a titolo di Prestito ed a condizione che il commissario si obblighi in proprio alla integrale restituzione.

 

 

Gravi erano soltanto le requisizioni militari vere e proprie, ordinate per il mantenimento e l’alloggio delle soldatesche in campagna. Ma di esse, come delle requisizioni, spesso più rigorose, dell’esercito del legittimo sovrano, tenevasi conto accurato, rilasciavansi quietanze ed era riconosciuto il diritto delle comunità requisite a dedurne, alla pace, l’importo dalle ordinarie contribuzioni dovute al governo. Quale differenza dalle requisizioni arbitrarie, dalle multe fantastiche comminate per i più leggeri pretesti e dal saccheggio «scientifico» delle fabbriche, delle miniere, delle ferrovie che sembrano essere oggi la esperienza quotidiana nell’infelice Belgio!

 

 

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