Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Censimento, collegio nazionale e collegio uninominale

«Corriere della Sera», 15 giugno 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 269-273

 

 

 

Sui giornali ha avuto larga eco, a proposito della riforma elettorale, la seguente dimostrazione della necessità di procedere ad una redistribuzione regionale del numero dei deputati a seconda dei risultati del censimento.

 

 

«Il Piemonte, per esempio, conserva ancora 56 deputati, mentre in proporzione della sua popolazione poco cresciuta in confronto di altre regioni, dovrebbe averne (su 535) soltanto 47; la Lombardia, invece, che ne ha 64, ha diritto, in base alla sua popolazione, a 70 deputati. Il Veneto avrebbe diritto a 54 deputati anziché a 56 mentre alle terre redente ne sono stati attribuiti troppi: 27 complessivamente invece di 22. E così il Lazio ha diritto a 20 invece che a 15, a causa dell’incremento sovratutto della capitale; la Sicilia a 57 invece che a 52, la Puglia a 32 invece che a 28; mentre Calabria, Basilicata, Abruzzi e Molise, paesi d’emigrazione, dovrebbero aver rispettivamente 22, 7 e 24 deputati anziché gli attuali 23, 10, 24. Piccola diminuzione avrebbero Campania, Toscana e Marche (50, 38, 16 invece di 52, 39 e 17), a 40 ha diritto l’Emilia anziché a 39, invariate resterebbero soltanto Liguria e Sardegna (17 e 12).

 

 

Così si ristabilirà l’equità assegnando in media a ogni regione 1 deputato per ogni 75.000 abitanti, (lo Statuto ne assegnava 1 ogni 60.000) e senza aumentare il numero complessivo già notevole».

 

 

Non vi è dubbio che in virtù di precise disposizioni di legge

 

 

«il reparto del numero dei deputati per ogni collegio e la circoscrizione dei collegi devono essere riveduti per legge nella prima sessione che succede alla pubblicazione del decennale censimento ufficiale della popolazione del regno. Il reparto è fatto in proporzione della popolazione dei collegi accertata col censimento medesimo».

 

 

Trattasi però di una di quelle norme legislative le quali non possono essere poste in atto dal potere esecutivo. Occorre una legge nuova votata regolarmente dal parlamento, la quale volta a volta redistribuisca deputati e circoscrizioni a norma dei risultati dei successivi censimenti. Più che una legge, quella di cui si parla può definirsi una raccomandazione che il legislatore fa ai suoi successori affinché vogliano fare una legge in un dato senso. È chiaro che questi ultimi possono essere di diverso parere e non farne nulla. Per lo più, in passato, non ne fecero nulla o attuarono, in ben limitata misura, le raccomandazioni ricevute dai loro predecessori. Né, così operando, si viola alcuna legge; ché la legge è fatta sempre dai legislatori del momento, i quali hanno potestà di fare leggi nuove diverse e in contraddizione di quelle precedenti.

 

 

Si dice, in verità, che i legislatori del momento hanno cercato sempre di mettere in non cale gli ordini precisi delle leggi precedenti sul punto del riparto dei deputati e dei collegi, perché i deputati dei collegi destinati a scomparire o a vedere ridursi il numero dei loro rappresentanti egoisticamente riuscirono ad evitare che la legge fosse eseguita; né trovarono bastevole reazione nei colleghi, in quanto pochi vogliono pigliarsi briga degli interessi di un collegio inesistente. Ma io ritengo che, se nei singoli casi i motivi dell’inerzia poterono essere egoistici, il risultato ottenuto sia stato ottimo e il mancato ossequio al censimento risponda a ragioni profonde di conservazione sociale. Si guardi ai risultati diversi che, da questo punto di vista, presentano i due sistemi di circoscrizione elettorale, i quali stanno veramente agli estremi: il collegio unico nazionale ed il collegio uninominale.

 

 

Col sistema del collegio unico nazionale, in cui i 40 milioni di italiani votano una unica lista, domina il solo numero. Dovunque si trovi, l’elettore ha diritto di votare. La legge del censimento ha perfetta immediata applicazione, senza scopo di nessuna legge esecutiva. Ogni elettore conta veramente per uno, come il diritto elettorale suppone.

 

 

Col sistema del collegio uninominale, i 40 milioni di italiani sono divisi in 535 compartimenti separati. Ognuno di essi dovrebbe contare 75.000 abitanti; ed invece, per l’antichità della ripartizione, vi hanno collegi che hanno appena 30.000 abitanti ed altri che ne contano persino 200.000. Eleggono un deputato tanto i 30.000 quanto i 200.000. Gli elettori i quali appartengono ad un collegio molto popoloso contano due, tre e persino sette volte di meno degli elettori appartenenti ad un collegio spopolato.

 

 

La causa della «ingiustizia» sta nei movimenti della popolazione. In origine, tutti i collegi avevano l’uguale numero di abitanti; ma, a poco a poco, per le immigrazioni e le emigrazioni, per lo sviluppo diverso della agricoltura, delle industrie e dei commerci, certe regioni si spopolarono o crebbero poco di abitanti, mentre altre vedevano crescere grandemente la loro popolazione. Eppure, i collegi rimanevano fissi negli antichi confini e seguitavano a mandare al parlamento gli usati rappresentanti. Le cose possono giungere a tal punto che in alcuni collegi non ci sono quasi più abitanti e tuttavia conservano il diritto elettorale; come accadeva nell’Inghilterra prima del 1832, quando in certi collegi il diritto elettorale era riposto in due o tre, talvolta una sola famiglia, unica proprietaria di un territorio altra volta popoloso. Quella famiglia inviava il suo deputato al parlamento, mentre città popolosissime, ma nuove, non avevano alcun rappresentante alla camera dei comuni. Il sistema si chiamò, allora, dei borghi putridi, a significare il fatto che talvolta quella famiglia vendeva il posto di deputato al più alto offerente.

 

 

Io non voglio punto difendere il sistema dei borghi putridi propriamente detti; ma non bisogna neppure ignorare un vantaggio grandissimo che, da questo punto di vista, presenta il collegio uninominale; e cioè il vantaggio di una certa resistenza – alla lunga superabile quando si cada nel vero putridismo – all’immediatezza dell’impero della legge del censimento.

 

 

Il collegio uninominale ha cioè il pregio straordinario di graduare, senza dirlo, il peso degli elettori a seconda della antichità e tradizionalità dei legami di residenza, di proprietà, di lavoro, di famiglia esistenti nei singoli collegi. Il vizio che 30.000 e 200.000 abitanti eleggano ugualmente un solo deputato è un vizio puramente formale, aritmetico, il quale urta soltanto contro certi arbitrari principii di uguaglianza politica tra uomo e uomo. Ma un buon sistema elettorale non ha ragione, se non in secondarissima misura, di preoccuparsi di uguaglianze aritmetiche; esso è buono solo se è capace di fornire una buona classe politica. Questa è la vera pietra di paragone dei sistemi elettorali.

 

 

Da questo punto di vista, perché dovremmo considerare ingiusto che i 200.000 abitanti di un collegio valgano appena quanto i 30.000 di un altro? Purché ciò accada accidentalmente, per ragioni storiche e non per arbitrio del legislatore, può anzi essere e normalmente è giustissimo. I 200.000, ricordiamolo, sono divenuti tali per immigrazioni, per incremento straordinario di industrie e di commerci. Ognuno di noi ha sotto gli occhi lo spettacolo delle città tentacolari, cresciute assorbendo abitanti dalla campagna e da lontane regioni. Sono queste vere città? No. Esiste al centro la città antica, dove vivono i veri cittadini, quelli che sentono l’attaccamento al luogo di nascita, che lo vogliono bello e grande, che sono disposti a sacrifici a pro delle generazioni venture. Attorno, c’è l’accampamento. Vivono nell’accampamento coloro che sono venuti in cerca di fortuna, coloro che hanno abbandonato la terra e la famiglia antica per cercarsene una nuova. Costoro sono uomini degni di tutta la protezione statale; stento a credere alla loro attitudine a scegliere la classe politica dirigente. Essi sono i novelli barbari, i quali aspirano alle cose belle della terra; desiderosi di godimenti e impazienti dei sacrifici all’uopo necessari. I loro legami con la terra in cui vivono sono tenui e precari; una crisi, la speranza di maggiori lucri li può spingere altrove in un attimo. Quando trovarono chi seppe sollecitare le loro bramosie, misero a sacco ed a fuoco le finanze dei comuni, attorno a cui erano accampati. Epperciò, la riforma più urgente del diritto elettorale amministrativo mi parrebbe quella di prolungare almeno sino a 10 anni il tempo, dopo il quale si acquista, colla dimora, il diritto di votare. Per le elezioni politiche, dieci anni non bastano, perché gli immigranti nelle regioni popolose acquistino il diritto di spossessare del proprio rappresentante le regioni antiche, meno popolose, ricche di tradizioni e di esperienza. I 200.000 abitanti del collegio nuovo sono una massa in ebollizione, in cui non si sono ancora potute formare quelle stratificazioni, quei legami che uniscono l’uomo singolo, attraverso la famiglia, le associazioni, le corporazioni, allo stato. Appetto a questi 200.000 atomi vaganti, bene reggono il paragone i 30.000 superstiti abitanti del collegio antico. In ogni casa, in ogni campo, in ogni istituzione del collegio antico e piccolo parlano le generazioni passate e dicono: l’Italia d’oggi non è stata formata, se non in minima parte dalla generazione vivente oggi. Perché dovrebbero reggerne i destini, fissarne le vie dell’avvenire soltanto gli uomini i quali capitano a vivere oggi? Abbiamo anche noi, pietre e carte, campi e strade, diritto di voto; perché non vogliamo che l’opera di chi ci costrusse vada dispersa. Vengano, i 200.000 dispersi, qual foglie al vento, dal desiderio di lucro e di novità, a riabbeverarsi alle sorgenti da cui le loro famiglie trassero vita. Una volta ogni quattro anni, tornino fra noi, quelli tra essi che hanno spirito civico, a ridar forza al focolare paterno, a riaffermare qui che la famiglia vive dove sta la casa, dove riposano i morti. Col tempo, anche noi, piccoli collegi rurali, piccole cittadine dimenticate, morremo come entità elettorali separate. Ma, allora, dopo molto tempo, morremo perché avremo avuto degni eredi; perché i 200.000 abitanti del collegio nuovo non saranno più un accampamento. Saranno divenuti una città vera. Ci saranno case stabili, famiglie durature, istituzioni sociali permanenti. Gli odierni barbari saranno divenuti cittadini ed avranno acquistato, coi loro sforzi e con la loro tenacia, il diritto di eleggere essi quel rappresentante che oggi è nostro. Così parlano i piccoli collegi rurali e per loro bocca parla la storia d’Italia. In confronto alle invenzioni dottrinarie del proporzionalismo e del collegio unico, la resistenza che il collegio uninominale oppone alla legge del numero, alla legge aritmetica del censimento è davvero uno dei più alti, sebbene misconosciuti, titoli di gloria del sistema elettorale tradizionale.

 

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