Charles Rist

Tratto da:

Rendiconti dell’Accademia nazionale dei Lincei

Data di pubblicazione: 01/01/1956

Charles Rist

«Rendiconti dell’Accademia nazionale dei Lincei», Appendice. Necrologi di soci defunti nel decennio dicembre 1945-dicembre 1955, 1956, pp. 32-35

 

 

 

Conobbi Carlo Rist ad occasione delle sedute tenute a Parigi nell’inverno del 1928 dai rappresentanti in Europa per le scienze sociali della Fondazione Rockefeller. Per la cortesia di lui, membro francese, le sedute si tenevano in una sala della Banca di Francia, della quale in quegli anni egli era vice governatore. Ci trovammo dinnanzi ad un tipico francese dei ceti culti reso, da lunga tradizione, distinto e raffinato. Il viso fino, la corporatura asciutta, il portamento naturalmente elegante, l’occhio chiaro e penetrante, l’atteggiamento accattivante, fanno pensare ad una faticosa selezione compiutasi lentamente attraverso generazioni di universitari, di magistrati, di ufficiali, di politecnici, di normalisti, di ispettori alle finanze, di diplomatici.

 

 

Qualche ambasciatore, che conobbi a Roma, mi sembrò rievocare, al par di Rist, per la consumata raffinatezza del porgere e dell’argomentare figure viste in vecchie stampe del sei o settecento. Tutto nelle persone della sua famiglia, che conobbi poi nella raccolta villa di Versailles, segnalava gli incroci, che stanno alla radice della cultura: dalla signora, figlia di un insigne storico, il Monod, alla suocera, figlia alla sua volta di un celebre rivoluzionario russo, Alessandro Herzen. Vissuta, ultranovantenne, sino a pochi anni or sono, la signora Monod-Herzen ricordava di essere stata, bambina, sulle ginocchia di Giuseppe Garibaldi a Nizza, quando la città faceva ancora parte degli stati della monarchia sabauda. Ero rimasto quel pomeriggio a lungo nello studio di Rist a Versailles, perché dovevo leggere un pacco di lettere che mio figlio Mario aveva indirizzato da Cambridge (Mass., U.S.A.) al Rist con la preghiera di consegnarmele quando fossi passato da Parigi, lettere nelle quali non era contenuto alcun segreto, ma appena quelle notizie ed informazioni personali che ognuno allora desiderava non cadessero sotto gli occhi di censori abituati a immaginare allusioni criptografiche in parole ovvie ed univoche.

 

 

Le impressioni degli incontri personali confermavano quelle ricevute dalla lettura degli scritti. Potevano un viso così fine, due occhi così chiari e penetranti, un discorrere così elegante non accompagnarsi ad un cervello chiaro, ad un ragionamento che non fosse cartesianamente ben costrutto? Non è mio ufficio dire quale sia stato il luogo tenuto dal Rist nell’avanzamento delle conoscenze economiche in generale e in quello particolare dell’insegnamento della economica in Francia. Le mie sono impressioni relative alla forma mentale dell’economista insigne. La sua forma rifiuta i ragionamenti confusi e complicati ed i salti arbitrari dal fatto empirico, che può essere accidentale od infrequente, alla legge teorica di valore universale e permanente.

 

 

Quella che fu chiamata la «grande crisi» aveva in quel torno di tempo messo in chiaro essere effettivamente difficile e talvolta impossibile investire gli abbondanti capitali disponibili in quel momento esistenti? Il rapporto fra risparmio ed investimento era stato per qualche anno tale che, ripetendo una esperienza post-napoleonica, si poteva affermare l’esistenza di un eccesso di risparmio e di una abbondanza eccezionale di fondi monetari liquidi in confronto alle possibilità di investimenti e di consumi effettivi?

 

 

Sismondi dopo il 1820, Keynes dopo il 1930 avevano perciò negata la teoria degli sbocchi, ed avevano costrutto – Keynes con splendore inarrivabile – teoremi sui rapporti tra consumi ed investimenti e sulla posizione teorica dominante del saggio dell’interesse, che parvero rivoluzionare la scienza economica. Rist non nega importanza alla teoria dell’equilibrio fra investimenti e risparmi; ma la dichiara un caso particolare della teoria dell’equilibrio generale esposta da Walras e da Pareto; sicché le deduzioni, le quali ne erano state tratte da Keynes sulla possibilità di combattere la disoccupazione (era il fenomeno dominante e socialmente tragico degli anni dopo il 1930) mercé una politica di basso saggio di interesse e di investimenti forzosi o compiuti o provocati dallo stato, erano validi solo nei limiti in cui quella politica supponeva un contemporaneo equilibrio in tutti gli altri mercati – dei prezzi delle merci, dei salari, dei cambi, della bilancia dei pagamenti, delle imposte – dell’insieme dei quali si compone il mercato generale. A volta a volta l’equilibrio particolare fra investimento e risparmio, fra salari e profitti, fra prezzi dei beni di consumo e dei beni capitali, fra reddito nazionale e prelievi fiscali sembra acquistare peso prevalente; e l’interesse dei teorici si sposta verso lo studio di quel rapporto che in ogni momento appare dominante. Il Rist, il quale vede l’insieme, non consente all’impressione corrente che ogni volta la scienza debba subire una «rivoluzione».

 

 

Allo squilibrio fra risparmio ed investimenti, quale lo vedemmo intorno al 1930, quando nuove occasioni di investimento parevano chiuse di fronte a masse crescenti di risparmi o di disponibilità monetarie in cerca di impiego, qual peso dobbiamo dare? Ha desso un’importanza siffatta da consentire di dare alla sua teoria una posizione chiave nella teoria economica? O la sua importanza è solo quella che, a volta a volta, si deve attribuire a ciascuna specie di squilibrio; sicché la sua teoria debba essere considerata alla pari delle teorie di ogni altra specie e tutte richieggano di essere sintetizzate in una teoria generale dell’equilibrio economico? Non spetta alla teoria di stabilire la graduatoria della importanza delle varie specie di squilibri; bensì ai fatti. Rist ricordava che la Francia aveva dato contributi memorandi allo studio storico- statistico delle crisi o degli squilibri economici; ed il ricordo dei libri dello Juglar e del Simiand lo rende scettico rispetto alle generalizzazioni impulsive.

 

 

È frequente il ripetersi dell’affannosa corsa del risparmio verso investimenti scarsi o addirittura inesistenti? Le esperienze del 1820 (teorizzate dal Sismondi) e del 1930 (teorizzate dal Keynes) sono più frequenti di fatto delle esperienze in cui la offerta del risparmio non soddisfa alla fame degli imprenditori ansiosi di ottenere i mezzi di investimenti reputati vantaggiosi?

 

 

Lo scetticismo del Rist dinnanzi alle dottrine che paiono rivoluzionare la scienza ed invece mettono unicamente in viva luce esperienze e fatti, forse soltanto, ed ingiustamente, trascurati, non è casuale. Esso ha le sue scaturigini nella conoscenza profonda della storia delle dottrine economiche. Troppe volte ho criticato le storie delle dottrine economiche imperniate sulle classificazioni scolastiche di scuole: mercantilisti e fisiocrati, protezionisti e liberisti, socialisti, liberali, pianificatori, cooperazionisti e simiglianti categorie generiche. Non oserei dire che la storia delle dottrine economiche di Carlo Gide, alla quale, in successive edizioni, ha collaborato il Rist si sottragga, pur facendo la amplissima giusta parte alle esigenze dell’insegnamento, alla mia antipatia verso le storie classificatorie. Rimango fermo nella tesi che ogni scrittore debba essere considerato in sé stesso, per quel che egli diede alla scienza: Adamo Smith non in quanto caposcuola della scuola liberale, ma in quanto autore di questa o quella teoria; Ricardo, non in quanto classico ma in quanto espositore logico di teorie sulla rendita, sul costo di produzione, sulla carta moneta; Cantillon non in quanto pre-fisiocrate o pre-liberista, ma in quanto creatore della dottrina dell’imprenditore o di quella dell’influenza progressivamente crescente, nel tempo e nello spazio, della produzione dell’oro.

 

 

Ma vi è, oltre a quella dei medaglioni o ritratti dei creatori e dei perfezionatori della scienza, un’altra specie della storia della economica: quella che studia la nascita e l’incremento e il perfezionamento della dottrina. Di questa specie illustre, tra tutte la più feconda, quale esempio più alto può darsi di quell’Histoire des doctrines relatives au credit et à la monnaie depuis John Law jusqu’à nos jours, alla quale è massimamente, a parer mio, legato il nome di Charles Rist? La sua è una storia critica; la storia di chi, per fare storia, non comincia col negare la scienza economica, come hanno fatto i tedeschi della cosidetta scuola storica, i quali ambivano costruire sulle loro erudite narrazioni una nuova scienza economica; o di chi, per far storia, suppone che i teorici economici siano portavoce di questo o quello interesse, di questa o quella classe; che può essere storia degli interessi o delle classi, ma non è storia della scienza. No: il libro di Rist non nega e non disprezza la sua scienza; ed indaga la progressiva formazione delle idee e dei teoremi attraverso i teorici che attesero alla costruzione, alla correzione, al perfezionamento progressivo delle teorie della moneta e del credito: da John Law a Cantillon, da Cantillon a Smith, da Mollien a Thornton ed a Ricardo, da Ricardo a Tooke, dal Bullion Report alla controversia fra il Currency Principle e il Banking Principle, da Marshall a Wicksell, da Cassel a Fisher, a Keynes, e financo a Knapp ed a Gesell. Ad ogni tappa egli ritorna dai moderni agli antichi e mette in luce come i germi delle idee nuove si rintraccino nelle proposizioni antiche e come talvolta il germe sia stato male sviluppato dai seguitatori. Pochi altri libri di storia giovano, al pari di questo di Rist, a chiarire quanto sia grande il debito dei nuovi teorici verso i loro antecessori e come i seguitatori debbano umilmente rendere omaggio a coloro che li hanno preceduti.

 

 

Davvero questo libro è quello che ogni studioso dovrebbe augurarsi di potere scrivere, ognuno nel suo terreno preferito, nel momento felice della sua vita. Carlo Rist visse quel momento quando donò agli studiosi di economica il libro classico sulla storia delle dottrine del credito e della moneta.

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