Che cosa significa la lotta sul trentino

Tratto da:

Gli ideali di un economista

Data di pubblicazione: 01/01/1916

Che cosa significa la lotta sul trentino

«Pubblicazione n. 29 dell’Istituto Nazionale per le Biblioteche dei soldati, 1916»

Gli ideali di un economista, Edizioni «La Voce», Firenze, 1921, pp. 281-289

 

Gli avvenimenti militari, i quali si sono succeduti recentemente nel Trentino, avranno almeno questo beneficio: di far comprendere a tutti, anche a coloro i quali hanno bisogno di toccare con mano prima di credere, quanto fosse iniquo il nostro confine e quanto la nostra guerra sia stata un necessario seguito delle guerre che i nostri padri ed avi combatterono per l’indipendenza d’Italia.

 

 

L’Austria possedeva e possiede le porte d’Italia! Questa la verità, che oggi anche i ciechi sono costretti a vedere. L’abitudine storica di secoli, le gelosie fra potenze italiane rivali, l’abilità degli stranieri dominatori, la minore potenza degli Stati stranieri confinanti avevano a volta a volta addormentato gli italiani e li avevano persuasi che il Trentino in mano dell’Austria ed il confine orientale capricciosamente serpeggiante al di qua dell’Isonzo su terra piatta e sottoposta al formidabile baluardo del Carso non fossero un pericolo quotidiano, sempre imminente. Venezia, nei suoi secoli di gloria e di forza, badava al mare e poco si curava se ad Oriente i conti di Gorizia possedessero più o meno terre o se il vescovo principe di Trento prestasse un nominale omaggio all’imperatore di nazione germanica piuttostoché al Doge della laguna. Il saliente Tridentino in mano ad un principe ecclesiastico poteva parere persino un baluardo contro le ambizioni dei signori di Lombardia. E poi! da tanti secoli la Germania era così divisa e debole, l’imperatore di nazione germanica, sebbene si dicesse erede del titolo degli imperatori romani e conservasse una vaga pretesa all’eminente dominio d’Italia, era così lontano, era divenuto tale un fantasma che si poteva comprendere come in Italia nessuno se ne curasse.

 

 

Né gli Asburgo avevano ancora riunito i loro Stati ereditari in un corpo compatto di Stato, pericoloso ai vicini per le sue mire di espansione. All’Austria si guardava da tutti con fiducia e con riconoscenza, come al baluardo d’Europa contro l’invasione mussulmana.

 

 

La rivoluzione francese, come tutti sanno, cambiò questo stato di cose. Quando l’Italia si risvegliò dal sogno napoleonico, la situazione ai confini nord orientali era profondamente mutata: scomparsa la Repubblica di Venezia; morta la larva di impero di nazione germanica; scomparsi molti dei vassalli semi indipendenti dell’impero e, fra essi, scomparso il principato vescovile di Trento; gli Stati ereditari d’Austria, prima slegati tra loro ed in parte compresi ed in parte esclusi dall’impero di nazione germanica, trasformati in un nuovo Impero d’Austria, e cioè in uno Stato ancora variegato per razze, ma compatto per formazione geografica e tenuto saldamente insieme da un corpo di impiegati devoti alla dinastia. Con l’Austria padrona del Lombardo Veneto, la sorte dell’Italia pareva decisa per sempre: diventare la lunga mano, quasi un molo gettato nel Mediterraneo a profitto dei paesi germanici. Mezzo secolo di sforzi eroici valsero a distruggere in parte il sogno tedesco: l’unione dell’Italia in un solo regno dimostrò la ferma volontà degli italiani di vivere liberi ed indipendenti.

 

 

Ma erano sul serio liberi ed indipendenti? La storia della triplice alleanza dimostra il contrario. Fu necessità allearsi coi nostri oppressori di ieri; ma fu necessità dolorosa, la quale è la prova che noi non avevamo il potere di decidere liberamente della nostra azione e dei nostri destini. L’Italia nuova, in ciò dissimile ed inferiore alla Repubblica Veneta, aveva ai propri confini nord orientali un impero austriaco forte, popoloso, esso medesimo la lunga mano di un altro nuovo impero, quello germanico, ancora più forte, compatto ed ambizioso. E questi due imperi avevano le porte d’Italia in poter loro. Dalle Alpi, dalle testate delle vallate prealpine, dal bastione dell’Isonzo, essi potevano scendere su di noi, e minacciarci perennemente per costringerci ad arrenderci al loro buon volere. All’Italia invero, la nazione germanica, che da se stessa si credeva destinata alla dominazione del mondo, assegnava una partecipazione al banchetto: la Corsica, Nizza, forse una parte dell’Africa francese. Ma a che sarebbe valso tutto ciò? A renderci vieppiù vassalli dei nostri alleati, i pupilli ed i soci minori della nazione dominatrice, la quale, per essere sicura della nostra obbedienza, avrebbe tenuto le chiavi di casa nostra in suo possesso.

 

 

Chi ricorda la storia, vede riprodursi la situazione in cui durante il secolo XVII ed il principio del secolo XVIII si trovò il Piemonte di fronte alla monarchia francese, giunta allora al fastigio della sua potenza con Luigi XIV. Anche allora i re francesi offrivano ai principi di Casa Savoia allargamenti verso la Lombardia, isole e regni fuori d’Italia. Ma volevano tenersi in mano le porte che dalle Alpi scendono sulla pianura piemontese: Saluzzo, Pinerolo, il Delfinato italiano, il Pragelato, Casteldelfino. I nostri Principi, prima di rivolgersi ad oriente e mangiare le foglie del carciofo italiano, vollero assicurarsi le spalle; e con guerre lunghe ed incessanti, alcune delle quali durarono dieci e più anni, riuscirono a conquistare a sé ed all’Italia il confine delle Alpi.

 

 

Da allora in poi l’Italia fu sicura della porta d’occidente. Chi di noi oserà dire che gli stessi sacrifici non si debbano lietamente sopportare per assicurarsi le spalle dalla parte d’oriente?

 

 

Chi rifletta a questa vicenda di cose, non può non rimanere convinto che la nostra fu una guerra imposta dalla dura necessità, una guerra di difesa e non di offesa.

 

 

Ancor oggi all’estero, e purtroppo tra qualche italiano tremebondo e troppo memore delle vecchie inclinazioni neutraliste, si mormora: la guerra italiana è diversa dalla guerra che si combatte al confine di Francia. Francesi e belgi furono aggrediti e difendono il suolo della loro patria; e con essi lo difendono gli alleati inglesi. Ma noi siamo stati gli aggressori, perché fummo noi e non gli austriaci a pretendere il territorio che apparteneva alla Casa d’Austria.

 

 

Mai fu detta cosa tanto sostanzialmente falsa.

 

 

Aggressore ed offensore è colui, il quale pretende tenere soggette popolazioni indubbiamente di stirpe e di lingua italiana, che la nazione italiana risorta è deliberata a stringere al suo seno.

 

 

Aggressore è colui il quale vuole giovarsi di queste terre nostre per avere le porte aperte in casa altrui, per esercitare un alto dominio, che il tempo avrebbe reso sempre più assoluto, appunto perché circondato dalle apparenze della indipendenza.

 

 

Aggressore è colui il quale pretende di essere, in nuove circostanze storiche, l’erede di innocui principati antichi ed afferma che queste eredità stanno al disopra della volontà dei popoli, delle ragioni della lingua e delle esigenze della difesa nazionale.

 

 

Aggressore è colui il quale non ci vuole amici, ma pretende tenerci vassalli sottomessi.

 

 

Noi non siamo nemici dei tedeschi e degli austriaci perché tali. Sarebbe un sentimento irragionevole. Noi vogliamo soltanto che essi non siano padroni in casa nostra. Ci siamo decisi oggi a combatterli, perché eravamo persuasi che questo era il momento più propizio per respingere l’offesa permanente, continua, esercitata da essi contro la nostra reale indipendenza e contro quelle maggiori offese che l’avvenire ci avrebbe arrecato.

 

 

Supponiamo che Germania ed Austria fossero riuscite nel loro tentativo di conquistare la supremazia sull’Europa. Ed il tentativo avrebbe certamente avuto maggiori probabilità di riuscita se non fossimo intervenuti noi per tempo ad immobilizzare parte delle forze austriache. Lo confessò l’arciduca Federico nel suo iracondo proclama alle truppe austriache nell’atto di iniziare l’offensiva del Trentino: «a quest’ora, senza il tradimento degli Italiani, noi avremmo già avuto la pace!». E sarebbe stata la pace austro tedesca; la pace la quale avrebbe fondato la grande federazione dell’Europa di mezzo (Mittel Europa) da Amburgo sino al Golfo Persico.

 

 

Quale sarebbe stata la nostra situazione dopo una pace siffatta? Creda chi vuole che l’Austria avrebbe condisceso a donarci il formidabile saliente del Trentino, a spogliarsi delle fortezze, costrutte con decenni di lavoro e con centinaia di milioni di lire di spese, ad abbandonare la linea aggressiva dell’Isonzo! Ai traditori – e noi agli occhi dell’Austria eravamo dei traditori – non si dà il prezzo del tradimento; sibbene si dà disprezzo e punizione.

 

 

Con qualsiasi pretesto, una spedizione punitiva sarebbe stata allestita contro l’Italia; e tutto l’urto formidabile degli eserciti uniti del nuovo impero medio europeo avrebbe gravato sulle nostre forze, sole, isolate, situate in una posizione strategica di gran lunga inferiore. Inglesi, Francesi e Russi avrebbero lasciato fare; tanto, che cosa avrebbe importato ad essi delle sorti di un popolo che non si sapeva battere?

 

 

La conclusione della guerra combattuta in così disgraziate condizioni non poteva essere dubbia: l’Italia sarebbe diventato un paese di protettorato reale, se non formale, germanico. Venezia e Genova e Spezia avrebbero cessato di essere porti italiani. Sarebbero divenuti per il commercio e per la dominazione marittima del Mediterraneo a prò della Germania, quello che è ora Amburgo e quello che i tedeschi vorrebbero fare di Anversa e di Rotterdam.

 

 

Gli italiani avrebbero dovuto ricominciare la lunga e dolorosa fatica delle cospirazioni, delle rivolte, dei martiri per riacquistare la perduta indipendenza. L’Austria, memore sempre della gloria acquistata con le forche di Belfiore, avrebbe tornato ad applicare i metodi che in passato le furono tanto cari e che nel Belgio, nella Serbia, nella Dalmazia, in Boemia oggi sono freddamente usati dagli austro tedeschi contro gli uomini più invitti delle razze che essi vogliono eliminare o fare scomparire.

 

 

E, forse, lottare contro gli adescamenti di vantaggi materiali ai più torpidi ed il terrore della forca ai più generosi, sarebbe diventato impossibile. A chi chiedere aiuto, quando la Francia fosse scomparsa dal novero delle grandi nazioni, l’Inghilterra avesse perduto il dominio dei mari e la Russia fosse stata risospinta in Oriente?

 

 

La disperata situazione dell’Italia sarebbe stata così evidente, che non avrebbe neppure fatto d’uopo all’Austria combattere una guerra per raggiungere l’intento. Isolata e sfiduciata, l’Italia insensibilmente avrebbe condisceso a trasformare a poco a poco, sotto la pressione di minaccie militari diplomatiche ignorate dal gran pubblico, i vincoli di apparente alleanza in vincoli di reale unione e di ancor più reale sudditanza di noi più deboli agli altri più forti.

 

 

Coloro che in Italia si spaventano e si lagnano delle imposte nuove che dovremo pagare per far fronte alle spese della guerra, dimenticano che delle imposte ci si può lamentare soltanto quando ad esse non corrisponda alcun vantaggio o servizio fornito dallo Stato ai nostri cittadini. Re Bomba faceva scrivere dai suoi ministri opuscoli per dimostrare che i napoletani erano il più felice popolo della terra, perché pagavano poche imposte; mentre, secondo lui, i piemontesi dovevano ritenersi prossimi alla rovina, perché il conte di Cavour ogni anno aumentava le imposte per correre dietro alla fisima della indipendenza italiana. Ma i fuorusciti napoletani a Torino vittoriosamente replicavano che i piemontesi traevano vantaggio materiale e morale dalle imposte gravi; perché ottenevano, in cambio di esse, ferrovie, strade, istruzione e quella preparazione militare che doveva portare nel 1859 alla cacciata dello straniero dall’Italia.

 

 

Oggi noi paghiamo imposte, è vero; ma per procurare a noi stessi giustizia, sicurezza, scuole, strade, ferrovie ed un esercito il quale difenda il suolo della nostra patria. Forseché cessando di essere un popolo libero, cesseremmo di pagare imposte? Quando mai si è veduto che i popoli vassalli siano stati esenti da imposte? La storia anzi ci ammaestra che su di essi gravarono sempre imposte durissime ed odiosissime.

 

 

Quand’anche le imposte rimanessero uguali, esse sarebbero più pesanti di prima per i contribuenti, perché impiegate a mantenere un esercito altrui ed a fare spese fuori del paese. Quando l’Austria dominava nel Lombardo Veneto erano ogni anno centinaia di milioni che i contribuenti italiani pagavano a Vienna senza ricevere nulla in cambio: vero tributo di vassallaggio che gli austriaci esigevano col pretesto di far contribuire i lombardo veneti ad una parte delle spese generali dell’impero.

 

 

Il pagar tributo allo straniero non è solo odioso dal punto di vista morale, ma anche dal punto di vista materiale. È ricchezza che, invece di rimanere nella nazione, è pagata a favore della nazione dominatrice. E poiché l’Austria ha molte provincie povere, ognuno comprende quanti pretesti essa troverebbe per gravare di balzelli sproporzionati le ricche provincie italiane, specie dell’Alta Italia.

 

 

Balzelli di denaro, e tributo di sangue. Chi conosce lo strazio delle famiglie italiane del Trentino, di Trieste e dell’Istria, i cui figli e padri furono mandati a morire in Galizia ed in Serbia per una causa non loro? È gloria morire per la patria; ma è strazio inenarrabile morire per la patria altrui e contro la patria nostra!

 

 

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Perciò noi, combattendo sulle balze del Trentino e sulla fronte dell’Isonzo, difendiamo il nostro suolo, i nostri averi, le nostre case, le nostre famiglie. Difendiamo ciò che a noi sovratutto è caro, la nostra lingua, la nostra esistenza come popolo indipendente, la nostra volontà di vivere non come animali beatamente tenuti all’ingrasso, ma come uomini liberi, uniti da vincoli volontari in una nazione che ha dietro di sé alcuni millenni di storia e di gloriose tradizioni, e che vuole continuare a vivere in perpetuo.

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