Chi deve avere il primo posto nelle trattative commerciali

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 21/11/1924

Chi deve avere il primo posto nelle trattative commerciali

«Corriere della Sera», 21 novembre 1924

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 884-887

 

 

 

Il conto del tesoro pubblica ogni mese, nelle sue così interessanti appendici, un quadro intitolato «Esportazione delle merci principali». È un quadro istruttivo, perché comprende 57 voci, le quali danno nei primi nove mesi del 1923 il 78% e nei primi nove mesi del 1924 il 78,7% della esportazione totale dall’Italia. Il restante 22% si fraziona tra un circa 900 voci, di relativa scarsa importanza.

 

 

Questa tabella delle «principali» esportazioni è interessante a leggersi, e potrebbe con frutto essere riprodotta integralmente, se lo spazio lo consentisse. Mi limiterò ad estrarre alcune cifre, quelle relative alle merci, le quali nei primi nove mesi del 1923 superarono i 40 milioni di lire.

 

 

 

 

Dal 1° gennaio al 31 agosto. Valore in milioni di lire

 

 

1923

1924

Prodotti dell’agricoltura e delle industrie agricole

 

   
Olio d’oliva

 

188,0

166,4

Formaggi

 

159,0

234,3

Pelli crude di bovini

 

139,1

138,5

Mandorle

 

92,9

82,8

Limoni

 

77,3

84,2

Aranci e mandarini

 

71,1

140,1

Vino comune in fusti

 

69,7

161,9

Conserva di pomodori

 

64,9

97,1

Patate

 

60,2

114,1

Frutta fresche

 

55,8

120,9

Uova di pollame

 

42,8

188,1

Frutti, legumi, ortaggi preparati

 

41,8

33,9

Industria tessile

 

   
Seta tutta greggia

 

1128,2

1255,7

Tessuti di cotone

 

803,7

992,4

Canapa greggia e pettinata

 

185,4

185,5

Filati di cotone

 

141,8

248,2

Cascami di seta

 

139,9

169,5

Tessuti di seta puri

 

136,8

150,6

Cappelli da uomo, di feltro

 

98,8

99,2

Seta artificiale e cascami

 

78,1

193,3

Tessuti di lana non stampati

 

68,5

163,6

Tulli e crespi di Seta

 

61,3

74,7

Tessuti di seta misti

 

60,4

66,3

Industria mineraria e meccanica

 

   
Automobili

 

172,1

228,9

Marmo ed alabastro lavorati

 

60,4

66,3

Zolfo

 

75,9

90,9

Varie

 

   
Cerchi e fasce di gomma elastica,

pneumatiche e camere d’aria

 

100,1

140,8

Bottoni di corozo e di palma dura

48,5

45,3

 

 

Coloro i quali predicano che i trattati di commercio debbono essere negoziati dagli interessati, sono pregati di meditare su queste cifre. Esse dimostrano che le industrie le quali esportano sul serio sono l’agricoltura e le industrie tessili. Fuori di questi due grandi gruppi abbiamo le automobili, il marmo, lo zolfo, la gomma elastica, ed i bottoni di corozo.

 

 

È consuetudine oramai radicata, che in Europa i trattati di commercio siano fatti dall’industria «pesante». C’è però una contraddizione tra il significato tecnico ed il significato logico della parola «industria pesante». Nel significato tecnico, sono industria pesante quella siderurgica ed in parte quella meccanica. Nel significato logico, dovrebbe essere qualificata pesante quella che «pesa» che «vale» di più per gli scopi che si vogliono raggiungere. Rispetto ai trattati di commercio, pare che il buon senso e la logica suffraghino la convinzione generale che lo scopo da raggiungere sia l’espansione commerciale all’estero. Non si parla d’altro, quando si ragiona di trattati di commercio.

 

 

Orbene, è curiosissimo che proprio sia stato accolto invece nelle trattative commerciali, per consuetudine, ripeto, oramai pacifica, il concetto contrario. L’ultima parola, quella decisiva, quella che ha determinato l’orientamento generale della nostra politica commerciale, è sempre spettata alla industria «pesante» intesa nel senso tecnico. Ferro ed acciaio sono stati e vogliono continuare ad essere i dominatori del commercio europeo. Eppure di ferro ed acciaio non si trova traccia nell’elenco delle «principali» esportazioni del 1923 e del 1924, se non, in proporzioni quasi trascurabili nella voce «automobili», in cui quel che conta è la perizia, l’abilità del fabbricante, la marca, non il valore della materia bruta contenuta nella ossatura della macchina.

 

 

Non sarebbe tempo, a cominciare dalle trattative con la Germania, di mutare metro e di dare il posto dovuto al peso logico? Il massimo peso deve essere dato all’agricoltura ed alla maggiore industria derivata dall’agricoltura, la seta. Questi due grandi rami dell’attività economica italiana, insieme con le altre industrie tessili, vecchie e nuove, sono i veri, i quasi soli fattori della espansione italiana nel mondo. Hanno ragione di essere ascoltati in prima ed in ultima istanza. Hanno il dovere di non farsi trascinare da interessi piccoli di industrie, le quali vivono taglieggiando il mercato interno. Hanno il dovere di pensare all’interesse collettivo, il quale richiede agevolezze di importazioni, per approvvigionarsi al miglior mercato possibile, per ottenere ribassi di dazi sui mercati forestieri. Se le industrie liberiste, come sono sempre state quelle esportatrici agricole ed oramai potrebbero tranquillamente diventare quelle tessili, si lasciano mettere il piede sul collo dall’industria che si definisce da sé pesante, pur esercitando così scarso peso, nell’attività esportatrice italiana, saranno inutili le lagnanze dopo il fatto compiuto. Saranno vane anche le lagnanze del commercio e dei grandi porti contro i dazi ingombranti, della industria edilizia contro il rincaro dei materiali da costruzione, se non alzeranno in tempo la voce e se lasciano noi, poveri untorelli di economisti, gridare in difesa dell’interesse collettivo contro gli assertori del rincaro ed i propugnatori dei dazi protettivi. Finché saremo lasciati soli, saremo sempre ritenuti bizzarri dottrinari, spersi nelle nuvole di teorie fabbricate in altri tempi dalla perfida Albione, per rovinare le nascenti industrie europee. Ed a nulla gioverà riprodurre le statistiche commerciali d’oggi, italiane e vive!

 

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