Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Chi deve rifare l’Italia?

«Corriere della Sera», 23 aprile 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 130-135

 

 

 

Un articolo dell’on. Turati sulla «Critica sociale» ci consente di chiarire quale sia la profonda ed insanabile diversità di vedute esistente tra socialisti e liberali nella soluzione dei problemi economici e sociali del momento presente. I liberali non considerano, come sembra credere l’«Avanti!» in un recente articolo polemico, il socialismo come una teoria buona e simpatica, per aver agio a condannare i socialisti attuali italiani quasi si fossero allontanati dal vero socialismo d’un tempo che fu. No. Qui fu detto soltanto che sarebbe stata bella e nobile una campagna elettorale combattuta fra due ideali avversi: fra l’ideale socialista, che dà l’iniziativa economica allo stato, alle organizzazioni collettive, e l’ideale liberale che vuole riservate allo stato unicamente le funzioni sue proprie, affinché in uno stato forte più liberamente possano svilupparsi le iniziative individuali, familiari, associative. Oggi invece la lotta è quanto di più confuso si possa immaginare: liberali, i quali non avendo un’idea precisa di quello che è il liberalismo, immaginano che la sua essenza sia nell’«andar avanti», nel «progredire» ed assorbono con indifferenza le idee dei socialisti e dei popolari e particolarmente le peggiori di esse, presumendo così di far loro concorrenza avventurata nella conquista dei voti. Dall’altro lato socialisti, i quali, posti di fronte all’insuccesso clamoroso dei grandiosi esperimenti di collettivismo compiuti dai governi burocratici durante la guerra, devono sforzarsi di dimostrare che il vero socialismo è un’altra cosa; è non si sa che cosa, non quello governativo della guerra, e neppure quello russo di Lenin; è ciò che non si è sperimentato ancora, ma che bisogna sperimentare per rompersi un’altra volta il collo e dar modo a un futuro socialista di dire:

 

 

«ma il socialismo non è neppure questa spuria contraffazione borghese, non questa caricatura inventata per danneggiarci nell’opinione del pubblico. È un’altra cosa ancora, che non si è mai vista. Attenti che vi dico io che cosa è!»

 

 

Ecco qui, nella «Critica sociale», l’onorevole Filippo Turati scrivere parecchie cose che sembrano tolte di peso, tanto son vere, dagli scritti o dai discorsi dei liberali, di quelli «puri», «tradizionalisti» non abituati a trovar tutto bello nel socialismo, tenuti, anzi, in sospetto di teorici per la loro avversione assoluta al contenuto ed al nome del socialismo e del comunismo. Egli sostiene, con parole vivaci, la necessità «di assicurare con la tranquillità pubblica e la stabilità politica e legislativa la sicurezza, che oggi manca, degli investimenti» e condanna «tanto la politica finanziaria pseudo-espropriatrice e piccolo borghese (che i socialisti hanno approvato per demagogismo e senza convinzione) dell’on. Giolitti, quanto il recente programma della Confederazione del lavoro, tendente ad allontanare e a fiaccare le energie capitalistiche». Che cosa ci può essere di più «vecchio stile liberale» di queste osservazioni dell’on. Turati? Lo stato che deve sovratutto mantenere l’ordine e la tranquillità; mettere in gattabuia i ladri e gli assassini; non rovinare con imposte confiscatrici l’economia del paese; non spaventare i risparmiatori; non aver la fregola delle leggi inutili e stupide; non dar lode al parlamento quando e se ha maggiormente disturbato e danneggiato il paese con leggi nuove; lodarlo invece quando s’è astenuto dal far leggi nuove ed ha conservato le leggi buone del passato, abbattendo solo le novità venute fuori in questi ultimi anni dalla testa immaginosa e presuntuosa dei padreterni della burocrazia.

 

 

Tuttociò è la quintessenza del liberalismo e vien voglia di battere le mani all’on. Turati per la sua conversione al liberalismo. Ma troppo presto ci siamo compiaciuti. Ci incoraggiava bensì a sperare il ricordo di una frase che negli scritti e nei discorsi viene abbastanza sovente ripetuta dall’on. Turati: «io mi confesso un asino», «io sono un incompetente» in questa materia, che sarebbe poi la scienza economica. Chi osa pronunciare questa frase, invece dell’altra usitata nella bocca dei presuntuosi «lei m’insegna che…», ha già superato uno dei più pericolosi ponti dell’asino della scienza economica. Chi osa dire a se stesso ed agli altri «io non so nulla», quegli dimostra un’attitudine spiccata a diventare un vero economista, ossia uno il quale ha imparato la seguente verità semplicissima: che non conviene fare il mestiere degli altri; che l’ufficio dell’economista è appunto di insegnare che gli uomini di governo commettono ogni sorta di guai se si mettono a fare i commercianti e gli industriali e viceversa commercianti e industriali sbagliano se credono di essere capaci di punto in bianco di diventare uomini di governo. Chi è stato tanto sapiente da dire e sempre sul serio «io non so nulla», arrivato al posto di ministro dell’industria sarà persuaso che nessun danno peggiore potrebbe arrecare al proprio paese del volergli insegnare come si fa a produrre e che cosa si deve produrre; divenuto ministro degli approvvigionamenti, darà opera a disfare tutti gli organi statali di approvvigionamento, persuaso, come egli è, che quanto meno grano, burro, latte, scarpe egli comprerà e venderà, tanto più grano, burro, latte e scarpe gli italiani avranno e più a buon mercato; divenuto ministro delle finanze, si rifiuterà ad istituire nuovi monopoli di stato e distruggerà il numero maggiore possibile di quelli esistenti, persuaso che il suo ufficio è di esigere imposte e che a tal fine occorre lasciare che i privati importino le merci che vogliono e producano liberamente redditi destinati ad essere tassati.

 

 

Ahimè! ché l’on. Turati, sebbene persuaso di queste verità elementari, ha anch’egli la sua ricetta. E, d’un tratto, invece di stare attaccato al principio sacrosanto dell’ignoranza delle cose che i governi non debbono fare, ritorna su quel programma di «fare» che lungamente aveva esposto in un discorso Rifare l’Italia! tenuto alla camera dei deputati il 26 giugno 1920. Ahimè! ché leggendo il discorso si scopre avere anch’egli la ricetta per rendere possibile «la valorizzazione pronta, rapida dell’Italia economica!». Quale sia la ricetta non si sa proprio del tutto; ché Turati confessa d’avere qualche «segreto di fabbrica» tenuto in serbo per quando i socialisti andranno al governo

 

 

«conosco una regione d’Italia dove solo tre milioni di lire per creare un serbatoio permetterebbero a una industria già avviata di procurarsi un introito di tre milioni e mezzo di sterline, ossia, al tasso attuale, 280 milioni di lire all’anno, per un prodotto sul quale basterebbe una lieve tassa di esportazione a farci ricuperare subito i tre milioni che avremmo anticipati»;

 

 

ma pur rispettando codesti miracolosi segreti, si sa abbastanza della ricetta Turati per identificarla con quella Omodeo, così intitolata dal nome di un ingegnere che tutti dicono di moltissimo ingegno, brillante espositore di magnifici programmi coordinati di laghi artificiali, rimboschimenti, utilizzazioni delle forze idrauliche, bonifiche, viabilità, trazione elettrica, industrie agrarie, esportazione; un quadro affascinante dell’Italia di domani, emancipata dal carbon fossile, coperta di una fitta rete di fili elettrici, risanata nelle piane, rimboschita nelle pendici, grande produttrice di frutta, di fiori, di ortaggi, perfetta elaboratrice delle ricchezze naturali celate nelle viscere della terra nostra, capace di trarre dall’unione feconda dell’acqua e del sole prodotti inesausti e inestimabili. Un altro uomo viveva in Italia capace di descrivere quadri stupefacenti della potenza miracolosa di produzione del nostro suolo: Celso Ulpiani, l’autore delle Georgiche, morto immaturamente alla vigilia della lotta elettorale del 1919. Ma forse Celso Ulpiani, se fosse andato al parlamento, avrebbe cercato di mostrare ai suoi colleghi come la mirabile concezione – ancora più ampia e profonda di quella dell’Omodeo – della nuova Italia, non poteva tradursi in realtà né rapidamente né prontamente. Quei piani di elettrificazione, di rimboschimento, di bonifica che l’Omodeo, con accesa fantasia, disegna sulle facili carte e che l’Ulpiani idealizzava nella storia osservando le vicende secolari del suolo italiano, vanno di giorno in giorno faticosamente attuandosi nella realtà per opera di centinaia di imprese diverse, di migliaia di ingegneri e di tecnici. L’opera delle singole imprese va a poco a poco coordinandosi in un sol tutto, così come richiede la convenienza delle industrie consumatrici. Ma guai se lo stato, invece di limitarsi all’opera sua utilissima di coordinatore delle attività singole, di definitore delle controversie insorte tra i concessionari, di tutore degli interessi collettivi, volesse «prontamente e rapidamente» attuare il programma degli Omodeo e degli Ulpiani! Sarebbero miliardi sprecati e male spesi per creare industrie artificiali senza possibilità di sbocco.

 

 

«Le centinaia di migliaia di cavalli domandati in concessione da qualche grande comune – scrive il presidente del Consiglio superiore delle acque, sen. Corbino, in una bella conferenza su Lo spirito anti-industriale in Italia pubblicata su «La riforma sociale», dell’aprile corrente – rimarrebbero per decine di anni inoperosi; pur imponendo una spesa annua intollerabile per interessi, manutenzione ed esercizio».

 

 

La ricostruzione o meglio la costruzione della terra italiana non si fa né in un anno né in dieci. Non basta costruire un lago artificiale per rifare un paese; bisogna rimboschire le pendici, perché il lago non sia presto ricolmo; bisogna trarne forze idrauliche e crear le industrie disposte ad assorbire l’energia prodotta; fa d’uopo educare i tecnici e le maestranze delle industrie; industrializzare l’agricoltura e formare il contadino-industriale. Avremo fatto molto se la presente generazione avrà gittato i germi della grande opera secolare. L’on. Turati guardi attorno a sé; a questa Lombardia, così operosa, così industrializzata, in cui ferve tanto vigore di iniziative. E ricordi che la Lombardia non esisteva; era una vasta terra sommersa, coperta da acque e da foreste, quando Annibale discese dalle Alpi. Furono necessari secoli di tranquilla dominazione romana e poi di nuovo, dopo le invasioni barbariche, secoli di assiduo lavoro nell’età dei comuni e delle signorie per creare la terra lombarda. Fu d’uopo che generazioni di mercanti profondessero i loro risparmi nelle bonifiche, nei canali per costruire quel capolavoro di terra artificiale, che è la marcita lombarda. Oggi, forse, si può andar più in fretta; ma anche le bonifiche ferraresi, il più stupendo esempio di «creazione» di terre nuove che la terza Italia vanti, hanno visto profondere invano i risparmi di parecchie generazioni di capitalisti prima di arrivare ai trionfi moderni.

 

 

Perché, on. Turati, indulgere alla vecchia mania tipicamente piccolo borghese, come dite voi, e tipicamente socialistica, come aggiungiamo noi, della ricetta buona a rifare l’Italia «d’urgenza», quando l’esperienza di questi ultimi anni ha dimostrato anche a voi, con l’evidenza dei fatti, che ciò che davvero e massimamente urge è, per usare le vostre parole medesime, «assicurare, con la tranquillità pubblica e la stabilità politica e legislativa, la sicurezza degli investimenti»? Dateci sicurezza, leggi chiare, imposte moderate e produttive, abolite le leggi inutili e vincolatrici, sopprimete le imposte confiscatrici, stabilite nettamente i limiti dell’iniziativa privata cosicché essa non possa nuocere all’interesse collettivo, e lasciate fare agli uomini! Questi, da soli od associati, uniti in imprese capitalistiche o in cooperative di lavoratori, lottando od accordandosi, non rifaranno l’Italia, ché essa è fatta già oggi assai più grande e ricca d’un tempo, ma la renderanno ogni giorno più ardimentosa, ogni giorno più insoddisfatta e perciò più grande.

 

 

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