Chi è il responsabile?

Tratto da:

Risorgimento liberale

Data di pubblicazione: 19/04/1946

Chi è il responsabile?

«Risorgimento Liberale», 19 aprile 1946

Paolo Soddu (a cura di), Riflessioni di un liberale sulla democrazia 1943-1947, Firenze, Olschki, 2001, pp. 197-201

 

 

 

Dovendo, come ogni altro italiano, dare a me stesso una ragione della scelta che dovrà fare il 2 giugno tra monarchia e repubblica, mi sono dovuto, fra i tanti quesiti, porre anche questo: è vero il contrapposto che vedo frequentemente affermato tra una monarchia accentratrice ed una repubblica decentratrice o per usare altre parole ancora, tra una monarchia la quale sarebbe informata al principio di far discendere l’autorità da un centro unico, a spese della autonomia legislativa ed amministrativa degli enti locali ed una repubblica inspirata, se non al principio puro federalistico, almeno a quello di una larga autonomia di poteri agli enti locali dalla regione alla comunità ed  ai Comuni; o per usare altre parole ancora, tra una monarchia a base di ministeri romani, di prefetti e di podestà nominati dal centro ed una repubblica fondata sulla coesistenza di un governo centrale e di sindaci e consigli comunali, di presidenti e consigli regionali autonomi nella loro particolare sfera?

 

 

Se il contrapposto si dovesse porre in tal modo, io, che da non so qual tempo immemorabile ascrivo all’accentramento romano parte notabile e forse, preponderante dei mali i quali afflissero il regime parlamentare e potentemente contribuirono all’avvento dei fascismo, ed a cui perciò capitò di scrivere un giorno un articolo dai titoli lo non equivoco Via il prefetto! dovrei senz’altro dichiararmi per la Repubblica.

 

 

A questo punto l’inveterato logico è forzato a porsi taluni quesiti. Il primo dei quali sembra facilmente solubile. Se è vero che il liberalismo, pur non confondendosi anzi distinguendosi nettamente dal puro razionalismo illuministico del secolo XVIII,. deve prestar l’orecchio, oltreché alla storia ed ai costumi, a quel che la ragione afferma, dobbiamo riconoscere che non esiste alcun motivo razionale perché la monarchia debba necessariamente essere accentratrice e statolatra e la repubblica amante delle autonomie locali ed aliena dalla statolatria. Monarchici e repubblicani possono porsi alternamente l’ideale dell’una o dell’altra forma di governo. Abbiamo, ai nostri confini, una repubblica  francese fortemente accentrata ed una Confederazione svizzera altrettanto fortemente sciolta e discentrata; ed in ambedue i casi accentrata o discentrata, per consaputa ferma decisione dei fondatori, persuasi che quello scelto era il miglior modo di governo possibile; ed avemmo dal 1860 al 1914 una monarchia italiana accentrata ed una monarchia austriaca, nella quale ognuna delle terre dell’impero aveva larghi poteri legislativi ed amministrativi autonomi; ed in ambedue i casi i governanti erano persuasi di ubbidire alla ragion politica.

 

 

Il problema non si risolve dunque facendo appello a principii razionali: monarchia e repubblica potendo idealmente ricongiungersi ad ognuno dei due principii opposti in materia di distribuzione di poteri fra il governo centrale e quello locale.

 

 

Il problema si risolve forse facendo appello alla storia? La monarchia sabauda fu in realtà accentratrice ovvero propensa alle libertà locali? Sia concesso ad uno il quale nei primi die ci anni di questo secolo trascorse una parte non breve della sua giornata nelle stanze degli archivi torinesi, di ricordare che c’è una data nella storia della monarchia sabauda la quale segna il netto trapasso dal tipo che oggi si direbbe federalistico al tipo accentratore prefettizio; e la data è quella del dicembre 1798, quando la dinastia di Savoia fu dai francesi cacciata da Torino e costretta a rifugiarsi in Sardegna. Prima del dicembre 1798 la monarchia sabauda era rispettosa delle autonomie locali. Alla restaurazione, nel 1814. la stessa monarchia governò a mezzo di intendenti e prefetti su uno stato tutto uniforme diviso in intendenze e provincie tutte uguali l’una all’altra e prive di vita autonoma.

 

 

Fino al dicembre 1798 il sovrano si chiamava re ma non era re né in Savoia, né in .Piemonte. Il re era re di e in Sardegna; ma,«principe» in Piemonte, «duca» in Savoia ed in Aosta, «marchese» nel Monferrato e nel Saluzzese, «conte» nel Nizzardo e nella Moriana e «signore» in tante altre terre. Né si trattava di vani titoli; ché ad ognuno di quei titoli corrispondeva una diversa realtà. Abituati alla uniformità odierna, noi siamo indotti a considerare Piemonte tutta la regione chiamata oggi con questo nome; ma nulla sarebbe stato più repugnante alla mentalità degli uomini di quel tempo. Ricordo di aver, giovane, sentito ancora gli uomini dei miei paesi (nelle Langhe, propaggine albese del Monferrato) dire: andiamo in Piemonte quando si apprestavano a varcare il Tanaro per recarsi nella pianura che da Mondovì e Cuneo va verso Torino

 

 

Tanto era vivo a radicato li senso di autonomia locale! Né trattavasi solo di reminiscenze sentimentali.

 

 

Sino al 1798 la monarchia sabauda poteva essere considerata come una unione di stati tenuti insieme dal legame personale della sudditanza verso il medesimo sovrano. Il quale non legiferava e non comandava uniformemente in tutti i suoi stati. Nel Piemonte propriamente detto e in taluna delle Provincie dette di nuovo acquisto, acquistate colla spada e per virtù di trattati, l’editto acquistava virtù di legge, solo dopo essere stato «interinato» dal Senato e dalla Camera dei conti residenti in Torino; ma cosi interinato ossia registrato valeva men che nulla in Savoia, a Nizza, nel Monferrato o ad Aosta. Occorreva che esso fosse presentato ed accettato dai rispettivi Senati e Camere dei conti di Chambery, di Nizza e di Casale e dal Consiglio dei commessi del Ducato di Aosta. L’ interinazione non era affar da poco; ché Senati e Camere dei conti talvolta respingevano l’editto, se contrario alle consuetudini ed ai privilegi locali od ai patti di dedizione; e l’editto era in tal caso lasciato cadere ovvero ripresentato per la seconda e la terza volta e quest’ultima volta si usava registrarlo colla esplicita annotazione delle rimostranze fatte e dalla interinazione avvenuta solo per esplicito comando (jus-su) del principe.

 

 

Editti di seconda qualità, i quali, specie in materia tributaria, prestavano desiderato appiglio alla disubbidienza dei popoli.

 

 

 

Agli abitanti della Val Sesia, che era una piccola regione autonoma, i sabaudi non riuscirono mai a far pagare in parecchi se-coli più di 262 lire, 13 soldi e 6 denari di imposte all’anno in tutta la valle, pur popolosa e feconda; e tuttalpiù mi accadde dì vedere nei registri di tutto un secolo, quello XVIII, arrotondata la cifra a 263 lire. Il Consiglio dei commessi della Val d’Aosta continuò non solo a registrare editti, ma a governare esso la valle sino al 1798, a malapena limitato dalla presenza di un rappresentante del duca; sicché la odierna riottenuta autonomia si ricollega a quei ricordi storici, sempre freschi nella memoria dei valdostani.

 

 

In ognuno di quegli stati erano vive e resistenti le tendenze centrifughe. Accanto ai senati ed alle camere dei conti, vi erano consigli cittadini, corporazioni d’arte e mestieri, ciascuno elettivo a modo suo, con poteri derivati dall’appartenenza a, determinati ceti o dalla cooptazione dei pari. In non pochi comuni, se così era consacrato dai patti o dalla consuetudine, ancor si radunavano nella chiesa parrocchiale i capi famiglia a discutere le cose del comune e ad eleggere i sindaci, il tesoriere, il campanaro, il maestro, la guardia e talvolta si andava per le lunghe nelle elezioni e si elevavano querele di trascuratezza o di spreco. Il principe non osava se non assai di rado, assai meno che nei nostri tempi, aumentare i tributi; né ottenere prestiti, se non impegnando con ebrei o genovesi le gioie e gli ori ed argenti della corona.

 

 

Se voleva emettere titoli che oggi si direbbero di debito pubblico, doveva ricorrere ad espedienti, che oggi, in tanta facilità di indebitarsi, parrebbero strani: vendere cioè alcune sue entrate tradizionali alla città, di Torino ed al Monte (oggi Istituto): di San Paolo di Torino, od al Monte del Beato Angelo di Cuneo, i quali enti o corpi autonomi alla loro volta ponevano essi i titoli di debito in sottoscrizione tra il pubblico.

 

 

Certamente, la casa di Savoia perseguiva, al pari della casa di Francia, una sua politica di accentramento di poteri di pubblica sicurezza e di difesa; ma era una politica non dissimile, anzi assai meno accentuata di quella che necessariamente perseguono oggi i governi centrali federali della Svizzera e degli Stati Uniti. La necessità tecnica imponeva nei secolo XVIII ai Savoia ed al Borboni, così come impone oggi a Berna ed a Washington, di avere una polizia unificata, un solo esercito, un solo servizio postale. Il che non viola, anzi esalta i principii federalisti, delimitando bene i confini tra il potere centrale e quelli locali.

 

 

Come accadde che alla restaurazione, lo stato sabaudo risorse accentrato, spianato ripartito in intendenze e prefetture, con funzionari nominati dall’alto e con una ridottissima vita locale? I responsabili del poco bene così ottenuto e del maggior danno sofferto sono noti e si chiamano: rivoluzione francese e Napoleone, o più esattamente il Comitato di salute pubblica, dominato dai giacobini e la tirannia totalitaria napoleonica. Il poco bene fu la scomparsa di talune sopravvivenze anacronistiche derivanti dal lontano passato comunale e feudale; il gran danno fu la estinzione della vita locale. Ma il poco bene sarebbe venuto da sé e già aveva preso inizio ancor prima della rivoluzione e senza Napoleone; ed il gran danno fu davvero opera del tiranno conquistatore.

 

 

La monarchia sabauda non ebbe alcuna parte in  questa   vicenda. Il quindicennio napoleonico abituò i piemontesi, i nizzardi, i savoiardi, i monferrini, i valdostani, ai vantaggi del vivere in un grande stato, al miraggio delle facili carriere, al comodo dell’ubbidire senza il fastidio di pensar da sé, faticosamente, alle cose proprie. Invano il reduce principe richiamò in vigore gli antichi statuti e le antiche leggi.

 

 

I popoli non ubbidirono all’invito che, se accolto con i necessari adattamenti ai tempi nuovi, avrebbe potuto salvare la nuova legislazione civile ed insieme le antiche consuetudini di governo locale. Il rimpianto per quest’ultime non venne tuttavia mai meno nei migliori servitori della monarchia; e non a caso Prospero Balbo fu federalista e Camillo di Cavour aveva progettato e, se la morte non lo coglieva anzitempo, avrebbe fatto trionfare la riforma in senso autonomistico dell’ordinamento accentrato degli enti locali, che fu invece perpetuato da democratici e da conservatori concordemente mossi dalla paura del brigantaggio e della secessione del mezzogiorno.

 

 

La risposta storica al quesito posto in questo articolo è dunque una sola ed è certissima: l’ordinamento accentrato di governo oggi malauguratamente esistente in Italia non è dovuto alla monarchia sabauda, la quale, sinché operò conformemente alle sue tradizioni, fu ad esso repugnante. Esso è il frutto della rivoluzione francese e sovratutto della tirannia napoleoni ca.

 

 

Il nefasto ordinamento prefettizio si perpetuò poscia in Piemonte per volontà dei popoli e fu esteso all’Italia contro la volontà del conte di Cavour, dalla paura degli uomini di stato italiani, in prevalenza non piemontesi, i quali videro a gran torto nelle autonomie locali un pericolo per l’unità nazionale.

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