Chi fa rialzare il compenso del capitale?

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 22/09/1920

Chi fa rialzare il compenso del capitale?

«Corriere della Sera», 22 settembre 1920

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 892-896

 

 

 

È comprensibile che, nella lotta per la conquista del controllo sulla fabbrica, gli operai affermino e sentano di muovere all’assalto di una fortezza nemica e, per facilitare la resa, dichiarino che il nemico è moribondo, guasto, immeritevole di conservare il predominio di cui esso fin qui ha goduto. Ma non è altrettanto comprensibile che chi sta al di fuori, chi osserva e critica, sia pronto ad assumere la stessa posizione mentale dei combattenti, ad usare lo stesso vocabolario, a descrivere la lotta così come dalle due parti è impostata.

 

 

Oggi è di moda affermare che la lotta per il controllo sulla fabbrica è fra capitale e lavoro, fra il capitale il quale ha un dominio assoluto ed il lavoro il quale, da soggetto privo di voce, vuol diventare collaboratore nella produzione. Ho già detto altra volta che in tal modo il problema è mal posto, perché posto in modo disforme dalla realtà. A che giova affermare che il controllo dell’industria spetta al fattore «capitale», quando in realtà il fatto è profondamente diverso? quando l’osservazione più comune dimostra che i capitalisti, come tali, gli obbligazionisti, gli azionisti, i fornitori del capitale non sono essi i veri dirigenti? quando è noto che il successo dell’impresa, anche delle imprese grandissime, è condizionato ad un atto di fiducia, espresso per lungo o breve tempo, e di solito rinnovato tacitamente, dai capitalisti in un uomo, in un gerente, in un lavoratore? Il vero padrone dell’industria non è il capitalista; è l’imprenditore, è il tecnico – commerciante che ha ideato l’impresa e che ha persuaso i capitalisti della convenienza di affidare a lui i loro risparmi. Certo, l’imprenditore ha bisogno dell’aiuto del capitale, come ha bisogno dell’aiuto degli operai.

 

 

Senza entrambi egli non può riuscire, né potrebbe pagare agli uni l’interesse e agli altri il salario; egli è indubbiamente soggetto ad un certo controllo del capitale, come domani sarà soggetto ad un controllo degli operai. Ma egli rimane il vero padrone dell’impresa, il vero animatore dell’azienda. Se il controllo operaio ha un significato, non è quello di una vittoria del lavoro sul capitale; sibbene l’altro differentissimo di una vittoria del sistema democratico – rappresentativo sul sistema autocratico di organizzazione dell’impresa. Si tratta di sostituire l’azione di un uomo controllato da altri uomini all’azione di un uomo non controllato e libero delle sue azioni. La lotta è tra uomo e uomo, non tra uomo e capitale; tra due principii di governo, di cui solo uno ha fatto le sue prove. Epperciò essa è più difficile a risolversi e risolubile solo per opera di lenta educazione morale.

 

 

Il che non vuol dire che il capitale possa essere buttato da un canto come un mero elemento materiale, di cui si sopporta la collaborazione perché necessaria, ma senza che essa sia riconosciuta moralmente meritevole di compenso. I socialisti hanno talmente gridato all’odio contro il capitale, che i capitalisti quasi quasi hanno vergogna di difendersi ed implorano pietà, come se essi fossero colpevoli di un delitto quando ricevono una parte della produzione comune. Persino l’amico Cabiati si induce a scrivere sul «Secolo»: «non bisogna dimenticare che quando i socialisti affermano che la funzione del capitale è indispensabile, mentre non lo è quella del capitalista, enunciano un principio di verità: in quanto sino ad oggi nessun economista al mondo è riuscito a dimostrare per quale ragione economica si paga un interesse (indipendentemente dal prezzo del rischio) per l’uso del risparmio».

 

 

Ecco, che i capitalisti, ragionando bene nell’interesse proprio e della società, abbiano di fatto rinunciato a mettere bastoni fra le ruote degli imprenditori a cui affidano il proprio risparmio; che essi abbiano finito per dare carta bianca a chi usa il loro risparmio, è un conto. Ma che, così operando ed operando saggiamente e dando una buona lezione anticipata agli improvvisi ammiratori del controllo operaio, essi debbano consentire a riconoscere che l’interesse del risparmio sia ingiusto ed ingiustificabile, è un conto tutto diverso. Che gli economisti possano essere discordi nello spiegare le ragioni dell’interesse è ammissibile; ma che nessuna spiegazione possa darsi non è affatto ammissibile. Non occorre aver studiato a lungo sui classici della scienza; basta il buon senso per persuadersi di una verità : che il capitale non esisterebbe se in un momento precedente non si fosse compiuto un atto di risparmio. Ci vuole la faccia tosta di alcuni sofisti del socialismo per lodare il risparmio e biasimare il capitale. Risparmio e capitale sono le due facce del medesimo fenomeno: il primo è l’atto umano da cui nasce il secondo. È assolutamente inconcepibile che esista anche un solo atomo di capitale se prima non c’è stato chi ha preferito tenere, conservare, non consumare, risparmiare una certa quantità di ricchezze piuttostoché consumarla subito. L’interesse si paga perché 100 lire oggi, subito, non sono la stessa cosa, anzi sono una cosa differente da 100 lire fra un anno. Due ricchezze, l’una presente, l’altra futura, sono due beni diversi e quindi normalmente hanno due prezzi differenti. Per accidente, rarissimo a verificarsi, può darsi che 100 lire presenti e 100 lire future siano uguali. In tal caso esse si scambiano fra di loro senz’altro e l’interesse non esiste. Nella grandissima maggioranza dei casi, non c’è nessuna ragione al mondo perché ci sia identità tra due beni così differenti fra di loro. Oggi ad esempio l’identità esiste fra 100 lire presenti e 106 lire fra un anno.

 

 

Perché? Perché, purtroppo, gli uomini non sono abbastanza previdenti.

 

 

C’è la media borghesia, ci sono i ricchi vecchi, ci sono i contadini i quali sono previdenti. Se stesse a queste classi soltanto, l’interesse non esisterebbe. Costoro risparmiano perché pensano alla vecchiaia, alla malattia, ai figli, alla moglie; perché amano migliorare il campo, comprare altre macchine, ampliare lo stabilimento. Se tutti gli uomini fossero simili agli odiati borghesi, si produrrebbe ogni anno tanto risparmio, i beni futuri sarebbero tanto offerti, che ben presto il prezzo attuale dei beni disponibili fra un anno discenderebbe da a 105, a104, a103, a102, a 101, forse a meno di 101 contro 100, prezzo dei beni presenti. Si può immaginare persino che il prezzo fra un anno scenda a 100 od a 99,50, quando la previdenza fosse tanto diffusa da far preferire a moltissimi uomini di avere un bene futuro invece che beni presenti. In tal caso l’interesse sarebbe disceso all’1 %, al 0% o fors’anco sarebbe divenuto negativo.

 

 

Ahimè! ché tutti gli uomini non hanno la mentalità borghese del risparmiatore! Ci sono gli sciuponi, gli imprevidenti. Ci sono i nuovi ricchi i quali amano far pompa dei loro redditi. Ci sono le masse operaie, a cui una predicazione sciagurata va insegnando che essi non devono risparmiare, che essi debbono impadronirsi del capitale altrui (sic vos, non vobis mellificates apes), ma non devono produrre neppure un centesimo di nuovo risparmio. Ci sono gli enti pubblici, stati e comuni, i quali vanno a gara a distruggere capitali; e, subito finito di distruggerne forzatamente per la difesa della civiltà , cominciano a distruggerne per dare il pane a sotto costo e per mille altre demagogiche ed improduttive imprese.

 

 

Che meraviglia che, con tanta poca voglia di risparmiare negli uomini, la produzione del risparmio sia insufficiente di fronte ai bisogni? L’interesse è l’indice di questa insufficienza; è l’indice del prevalere di tendenze antisociali e distruttive; ed è anche il giusto premio dato al diffondersi delle qualità utili socialmente e dei sentimenti sani e costruttivi nelle popolazioni. Accanto ai borghesi veramente borghesi, che hanno innato il senso dell’avvenire, che risparmiano ad ogni costo, vi sono i borghesi a metà, coloro che hanno ancora l’anima attaccata alle cose presenti, ai godimenti immediati e che debbono essere incoraggiati a risparmiare da un premio, da un interesse. Invece di predicare, col Cabiati, che l’interesse non ha alcuna ragione d’essere economica, noi dobbiamo augurarci che il tipo del risparmiatore tenda a prevalere sul tipo del consumatore, del dilapidatore, che l’adoratore dei beni presenti e dei godimenti immediati ceda il passo prima a chi risparmia per l’allettativa dell’interesse e poi a chi risparmia perché dà maggior peso alla vita futura che alla vita presente.

 

 

Non che un mondo di avari sia per se stesso un mondo bello. Noi non vogliamo un mondo di avari. Vogliamo un mondo di uomini che non siano squilibrati a pro delle cose attuali, del momento che fugge. Vogliamo un mondo di gente che sappia godere sobriamente oggi e insieme costruire per l’avvenire.

 

 

Purtroppo il momento presente è poco propizio alle costruzioni grandiose. I socialisti gridano cose di fuoco contro i risparmiatori; gli economisti tengono loro bordone proclamando la fine di un dominio del capitale, al quale i capitalisti non hanno mai pensato, e consentendo coi socialisti nella tesi che l’interesse è un furto. I visionari ritengono facilissimo mandare a spasso i capitalisti perché, quando il capitale verrà a mancare, dovrà fornirlo lo stato; e confondono risparmio con biglietti ed attribuiscono qualità di risparmiatore ad un ente – lo stato – il quale, dacché mondo è mondo, non ha saputo mai fare altro che farsi imprestare i risparmi altrui per distruggerli, spesso in malo modo.

 

 

I socialisti e gli stati: ecco i maggiori colpevoli dell’interesse alto; ecco coloro i quali tendono ad attribuire al capitale una quota elevata del prodotto sociale. Gli ostacoli alla formazione del nuovo risparmio, le distruzioni di capitale vecchio non possono non avere, attraverso a crisi più o meno violente, a esperimenti sovietistici più o meno formali e duraturi, altro risultato se non una elevazione del saggio dell’interesse. L’Europa e il mondo oggi soffrono una crisi di rialzo nel saggio dell’interesse perché non esiste sicurezza per il nuovo risparmio, perché le imposte lo aspettano al varco per confiscarlo, perché la dottrina proclama ingiusto l’interesse e i socialisti ne predicano lo spossessamento forzato e sconsigliano i loro adepti dal compiere atti di previdenza.

 

 

La vera fautrice dei saggi bassi di interesse, la sola seria promotrice di una distribuzione del prodotto più favorevole al lavoro e meno benigna al capitale, la preparatrice di rialzi effettivi dei salari a danno dell’interesse è ancora la borghesia, la classe media risparmiatrice, la quale non sa persuadersi che il mondo sia impazzito sul serio e che i distruttori abbiano a prevalere sui costruttori. Essa continua a risparmiare e a porre così le condizioni dalle quali unicamente potrà derivare in avvenire un ribasso nel saggio dell’interesse.

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