Chi s’aiuta Dio l’aiuta

Tratto da:

Risorgimento liberale

Data di pubblicazione: 11/05/1945

Chi s’aiuta Dio l’aiuta

«Risorgimento liberale», 11 maggio 1945

 

 

 

Il prestito offrirà la dimostrazione che gli italiani non attendono tutto dal messia salvatore, ma sono determinati a mettere da sé ordine nella casa propria. La dimostrazione sarà più probante di quella che si trae dal pur confortante aumento del gettito delle imposte, perché data dal «volontario» concorso dei risparmiatori. Le imposte sono il frutto della coazione, i prestiti provengono dall’offerta libera del cittadino. Ogni buono sottoscritto dimostra che l’italiano, il quale ha recato spontaneamente il denaro al tesoro, ha fiducia:

 

 

in se stesso, nel suo proprio avvenire, perché rinuncia a consumare oggi una parte del suo reddito e vuole invece rinviarne il godimento ad un tempo avvenire. Costui crede nel futuro; è persuaso che l’Italia di domani sarà in piedi più e meglio di quella d’oggi ed egli vivrà, in quella Italia, libero cittadino tra altri liberi cittadini;

 

 

nel governo che egli si è dato e nei governi che egli rinnoverà in avvenire e saranno quelli che egli vorrà siano. Il suo è un atto di fede nella propria capacità politica di scegliere a governare la cosa pubblica i migliori tra i suoi concittadini. Oggi che lo stato non esercita alcuna pressione sui possibili sottoscrittori, non minaccia, non insulta coloro i quali non sottoscrivono, l’atto del risparmiatore non significa fiducia nella capacità degli italiani a scegliere come governanti uomini capaci ad amministrare bene ed a tener fede alle promesse fatte;

 

 

nella lira, simbolo del credito nazionale. Ma la fiducia della lira non nasce dalla speranza che altri compia atti taumaturgici, scongiuri misterici capaci di fermare la lira nella sua discesa. No; la lira non può essere salvata dalla generosità altrui, da chi fissi il saggio di cambio ad un punto considerato apparentemente favorevole, da chi ci ridia l’oro perduto.

 

 

Se noi, da un giorno all’altro, ricuperassimo le cento tonnellate d’oro le quali ci furono a forza rubate, avremmo, sì, riavuto un presidio della nostra moneta; ma non avremmo ancora la fiducia in noi stessi, senza la quale l’oro, i prestiti esteri, i doni generosi rischiano di fondersi, di venir meno, come nebbia al sole. La salute è in noi. Offrendo, in cambio dei buoni del tesoro, lire «già stampate» noi diciamo al tesoro: spendi, fa fronte alle tue urgenze, con queste lire che noi ti diamo. Rinunciamo noi a spendere con quelle lire affinché tu, stato, le possa spendere in vece nostra. Così non sarai costretto a fabbricar nuova carta; così sul mercato non ci faremo concorrenza, noi, cittadini, con le lire già stampate e tu, stato, con «nuove» lire. Invece di due persone, farà acquisti sul mercato una persona sola: lo stato, coi biglietti all’uso dei quali hanno rinunciato i cittadini. Quindi i prezzi non potranno aumentare al di là del livello a cui sono giunti. È un alto là che gli italiani gridano, nel momento in cui sottoscrivono ai buoni. L’alto là può darsi sia il principio del ritorno alla sanità economica. Fermarsi, non di rado vuol dire retrocedere. Se ciò in guerra può essere il principio del disastro, invece nelle cose economiche può essere il principio della salvezza.

 

 

La salvezza è il risultato dell’atto compiuto per salvarci. Nessuno ci porge la mano per riuscire a galla, se noi ci lasciamo andare alla deriva. Quando noi avremo dimostrato, col fatto, di aver voluto da noi risalire a galla, tutti saranno pronti a stenderci la mano. Non soltanto la mano generosa di chi reca dono di cibo, di vestiti e di medicine ai malati, ai profughi, alle donne, ai bambini, ai senza tetto; ma anche la mano di chi, ragionando, ci riterrà degni di credito.

 

 

Poco ci basta per risollevarci. Da varie parti sento dire che per riprendere il lavoro al nord, per dar lavoro a milioni di lavoratori, per rimettere in moto la macchina industriale incantata, per ora potrebbero bastare, oltre ai mezzi di trasporto ed a qualche macchina-chiave, da 50 a 100 mila tonnellate al mese di carbone e quantità assai minori di ferro, metalli e petrolio, di lana e cotone. Qualche decina di navi, anche di tipo bellico, potrebbero bastare per i trasporti necessari. Una volta rimessa in moto la macchina, questa ricomincerà a funzionare, gli scambi si intensificheranno; tra il nord ed il sud si ristabiliranno rapporti via via più intensi. La vita riprenderà; le esportazioni ridiventeranno qualcosa di più di un tenue rivolo; e con esse potremo ricominciare ad acquistare, pagando merce con merce.

 

 

Ma l’incanto non si compie se non inspirando fiducia. Quante volte, discorrendo delle possibilità di credito del nostro paese all’estero ci si è sentiti fare la medesima invariata risposta: «il credito sarà illimitato, se noi avremo fiducia nella vostra stabilità politica e sociale». Il che, tradotto il parole più semplici, vuol dire: «noi siamo pronti a darvi a credito le cose di cui avete bisogno, non appena saremo sicuri che voi vorrete sul serio restituirci, alle date convenute, i prestiti che vi avremo concesso. Se no, non daremo nulla».

 

 

Per non rimanere soli disperati poveri e discordi importa perciò cominciare a salvarci da noi. Rinunciando al consumo presente di una parte del nostro reddito e dando questa parte in prestito al tesoro, noi dimostriamo di aver fiducia in noi stessi, nello stato che noi abbiamo voluto sostituire al regime tirannico di ieri, nello stato che noi creeremo domani. Quello stato, sorto in tal modo dal nostro sforzo consapevole, non sarà estraneo a noi, qualcosa imposto da forze od ideologie esteriori. Avendolo costrutto noi, liberamente, lo sapremo conservare in libertà. Allora, ma solo allora, il credito, utile e necessario, ci sarà liberamente offerto. E noi lo accetteremo.

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