Tratto da:

Il Caffè

Chi sono i ribassisti e i rialzisti sulla lira

«Il Caffè», 25 gennaio 1925, p. 1

 

 

 

Mi si chiede se, in ossequio alla teoria svolta alla Camera italiana dall’oratore del Governo, secondo cui è lecito esporre ai lettori colti e critici delle riviste (Echi e commenti di Roma, diretta dal sen. Achille Loria) ciò che non è conveniente dire ai lettori più creduli dei giornali quotidiani (Libertà di Trento) mi si chiede, dunque, se io abbia qualche cosa da dire ai lettori di una rivista settimanale che non abbia potuto esporre ai lettori del Corriere della Sera.

 

 

No; non c’è proprio niente da dire di più. L’on. De Stefani è un economista valoroso, ed un uomo veridico. Le cifre che egli pubblica nel conto mensile del Tesoro sono degne di fede. Egli lo ha arricchito in guisa che oggi si può leggere nella situazione finanziaria dello Stato assai meglio di quanto non si usasse prima e di quanto non si usi nella maggior parte degli Stati civili.

 

 

Il conto del Tesoro è certamente perfettibile, e va via via perfezionandosi. Mi si dice che, all’uopo, si sia costituito alle finanze un ufficio statistico retto da giovani studiosi, ai quali la burocrazia, per sé stessa tra le migliori che io conosca, del ministero, fornisce i dati necessari. Se occorre, chiederemo, noialtri curiosi, maggiori notizie e non ho dubbio che, nei limiti del possibile, ci saranno fornite. Dai dati noti risulta che le cose economiche e finanziarie d’Italia vanno bene. Il pareggio, astrazion fatta dagli interessi sui debiti interalleati, è un fatto.

 

 

Le entrate continuano a dare un gettito ottimo, forse non crescente con la velocità degli anni decorsi, ma sufficiente a coprire le spese, se queste non saranno aumentate oltre il previsto. La bilancia internazionale dei pagamenti è in equilibrio, senza uopo di accendere debiti privati all’estero. La produzione batte in pieno; la disoccupazione è ridotta a cifre insignificanti; parecchie industrie stentano a trovare mano d’opera bastevole. Né Stato né privati hanno necessità e, per ora, nemmeno convenienza ad accattar denaro all’estero. Sull’orizzonte economico non vedo nessuna nuvola la quale possa essere foriera di tempeste per la lira.

 

 

Esistono invece alcuni fattori psicologici di deprezzamento: uno è quello, già da me denunziato sul Corriere, dei vociferatori di manette, carceri e bastone contro la «banda nera» dei ribassisti. Questa della banda nera è il chiodo fisso degli scervellati, i quali usano scrivere di cose economiche sui giornali.

 

 

Studiavo all’Università, nel 1893, e ne sentii per la prima volta parlare a proposito della crisi delle Banche e dell’edilizia romana. Allora pensai che avessero torto i libri economici, che andavo scoprendo, i quali non pigliavano sul serio le bande nere. In seguito l’esperienza mi dimostrò che avevano ragione i libri, riassunto dei fatti accaduti nei secoli; e che le bande nere erano una frottola inventata da politici e giornalisti in cerca di diversivi. Nel 1906, e poi nel 1911, e poi ancora nel 1920-21, affiorarono e si dileguarono le bande nere. Anche stavolta, a proposito della lira, trattasi di invenzioni analfabete.

 

 

Chi è il ribassista, e chi è il rialzista sulla lira? Ribassista è colui il quale vede scuro nell’avvenire economico, finanziario e politico dell’Italia, e vende le lire che ha, all’estero e all’interno, per comprare dollari o sterline o case o terreni o titoli rappresentativi di case, terreni, merci, macchine, ecc. ecc. Entro certi limiti, tutti sono ribassisti sulla lira, poiché, quando si possiede un qualsiasi risparmio, non si può fare a meno di investirlo, ossia di vender lire per comprare cose. Il ribassismo comincia quando si fa ciò per paura ed anticipando, con l’indebitarsi, l’impiego di risparmi futuri.

 

 

Di fronte ai ribassisti, chi sono i rialzisti? Non quelli che scrivono articoli sui giornali in difesa della lira; e neppure coloro che muovono interpellanze in Parlamento invocando frusta e manette per i soci delle bande nere. I veri rialzisti sono coloro che comprano lire o valori-lira: consolidati, buoni del Tesoro, ecc. ecc. Sono anche coloro che evitano di fare spese non necessarie e si astengono così dallo spingere all’insù i prezzi, il che equivale a deprezzare la lira. Gli uomini si giudicano dai fatti che compiono, non dalle parole che dicono.

 

 

Ho già spiegato sul Corriere come colui il quale invoca fulmini e saette contro i ribassisti sia il prototipo dei ribassisti, perché cresce il rischio del comprare e vendere divise estere e quindi ne fa salire il prezzo, il che vuol dire ancora provoca il deprezzamento della lira. Si può quindi tener nota di un’altra specie di ribassisti; e sono quegli scrittori fascisti dell’Impero, i quali pare siano malcontenti dell’on. De Stefani, e lo vorrebbero togliere di seggio perché, a quel che si capisce dalle loro parole, resiste a richieste di fondi per creare una grande stampa di partito, o non è propenso al controllo statale delle banche. È evidente che, colla sua resistenza, l’on. De Stefani opera al rialzo sulla lira, mentre i suoi avversari lavorano al ribasso.

 

 

Qualunque dispersione di fondi pubblici in spese non necessarie fa risorgere il pericolo di disavanzo, di inflazione cartacea: e quindi deprezza la lira. Qualunque previsione di controllo sulle banche produce lo stesso effetto, perché sminuisce la fiducia, crea incertezze, fa temere al risparmiatore – animale timidissimo più del coniglio – che le banche non siano governate più con puri criteri economici, ma siano obbligate a prestar orecchio a criteri politici, cosa la quale egli, qualunque siano le sue opinioni politiche, teme come la peste bubbonica.

 

 

Ma forse i ribassisti più efficaci sulla lira sono coloro i quali ci fanno rivolgere da tanti l’interrogazione: c’è qualcosa intorno alla lira la quale possa essere scritta sulla rivista settimanale e non sul giornale quotidiano? Non c’è niente; eppure la domanda circola, si ripete, e le nostre risposte negative trovano un pubblico di increduli, il quale ammicca e conclude: voi sapete e non volete dire. Si ha un bel dare assicurazioni, esporre tutte le ipotesi possibili, dalle provviste di grano alle vendite di lire detenute all’estero e concludere che tutto ciò può spiegare qualche momentanea variazione, ma non una tendenza permanente al ribasso, assurda di fronte ad un bilancio in pareggio e ad un tesoro fornito di una buona cassa. Il dubbio nel pubblico rimane.

 

 

Per farlo scomparire non c’è che un mezzo: dare piena, assoluta libertà ai giornali di parlare ampiamente, senza limiti, di qualunque argomento politico, economico e finanziario. Laddove la libertà di stampa non esiste, il pubblico si abitua ai sospetti; si crea fantasmi, li ingrandisce e se ne impaurisce. I decreti sulla stampa, i sequestri e le diffide ai giornali sono potenti fattori di ribasso. Chi invoca la abolizione di quei decreti è perciò un rialzista sulla lira; laddove i prefetti che li applicano sono involontari ribassisti.

 

 

Napoleone domò tutte le forze francesi: l’esercito, il Parlamento, la stampa, i monarchici e i repubblicani. Una sola forza non riuscì a domare: la borsa. Mollien, che fu per tant’anni suo fedele ministro delle finanze, racconta come egli assai si lamentasse della pervicacia del consolidato a non volere ubbidire ai suoi ordini.

 

 

In una società, deve esistere una valvola di sicurezza per lo spirito di critica, di mormorazione, di opposizione. La valvola di sicurezza meno costosa, meno pericolosa finora inventata dagli uomini è il governo parlamentare alleato alla libertà di stampa. Non sono, questi due istituti, prodigi di perfezione; ma sono quanto di meglio l’intelligenza umana ha saputo finora inventare. Laddove questi due istituti sono soppressi, entrano in scena altre valvole che non si sa precisamente come siano fatte e come funzionino: la diceria, il sospetto, l’incertezza. La borsa fotografa tutto ciò che si dice; fotografa dunque notizie pubbliche, criticate e controllate in tempi di libertà di stampa; ma fotografa notizie incontrollabili ed inafferrabili in tempi di stampa imbavagliata.

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