Chi spende deve anche pagare

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 14/03/1923

Chi spende deve anche pagare

«Corriere della Sera», 14 marzo 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 143-146

 

 

 

Una riduzione delle spese pubbliche deve essere il frutto di un’opera paziente di analisi delle cause svariate alle quali caso per caso è imputabile l’ascesa nelle cifre del passivo del bilancio italiano. Queste cause variano a seconda dei servizi ed è ben difficile che un rimedio unico sia adatto a raggiungere il risultato complessivo, che è il ristabilimento del pareggio.

 

 

Ho sott’occhio un quadro delle spese sostenute dallo Stato per l’istruzione elementare: 1913 e 1922. Distinguendo le spese nelle categorie sue principali, possiamo costruire il seguente confronto, in milioni di lire:

 

 

 

 

 

 

 

1913

 

 

 

 

 

1922

Numero

indice del

1922 fatto

uguale a 100

l’importo

1913

Stipendi ed indennità di caro viveri ai maestridelle scuole amministrate dagli uffici scolastici

 

41,1

449,0

1.090

Concorsi e rimborsi ai comuni che conservaronol’autonomia 

12,0

80,0

666

Spese per l’amministrazione delle scuole

1,9

6,4

336

Spese per la vigilanza

4,2

20,0

476

Spese varie

1,0

1,2

120

Spese per l’opera contro l’analfabetismo

1,2

?

 

Totale

60,3

557,8

925

 

 

La tabella è parlante. Lasciando star da parte le spese varie e le spese per l’opera contro l’analfabetismo, che sono partite di scarsa rilevanza statistica, c’è un gran contrasto tra le spese d’amministrazione e di vigilanza e quelle dirette per i maestri. Le spese d’amministrazione (personale e spese d’ufficio degli uffici scolastici provinciali) e quelle di vigilanza (R. ispettori e viceispettori scolastici, direttori didattici governativi, ispezioni e missioni varie) crebbero da 100 rispettivamente a 336 e 476. L’aumento è notevole, ma non stona ove lo si metta in rapporto con la svalutazione della lira. L’on. Gentile si è proposto, con provvedimenti già noti, di conseguire risparmi anche su questa partita di bilancio ed è ragionevole sperare che la diversa organizzazione del servizio da lui ideato sia non solo più economica ma anche più efficiente.

 

 

Il grosso dell’aumento è tuttavia nei due primi gruppi di spese. I maestri dipendenti direttamente dagli uffici scolastici costano 10,9 volte quanto costavano nel 1913, e quelli dipendenti dai comuni autonomi (rimborsi e concorsi) costano 6,6 volte. Qui la spiegazione della lira deprezzata non basta. La lira italiana non è deprezzata ad una undicesima parte del suo valore antebellico; e neppure a quasi un settimo. Gli stipendi medi dei maestri salvo per alcune eccezioni clamorose di municipi rossi, come Milano, le quali rientrano nella categoria dei comuni autonomi, non aumentarono né  da 100 a 666 né  a maggior ragione, da 100 a 1.090.

 

 

L’aumento della spesa potrebbe essere stato dovuto, ed in tal caso dovremmo allietarcene, all’azione congiunta di due fattori: aumento degli stipendi in relazione alla svalutazione della lira ed aumento della popolazione scolastica. Crescendo gli scolari, crescono le aule scolastiche e deve crescere il numero degli insegnanti. Ed infatti in parte è stato così. Ma non in tutto. Veggasi quest’altra tabella:

 

 

 

 

 

 

 

1913

 

 

 

 

 

1922

Numero

indice del

1922 fatto

uguale a 100

l’importo

1913

Totale della spesa (milioni di lire) 

60,3

557,8

925

Numero degli alunni iscritti (in migliaia)

3.305

3.946

119

Costo medio per lo stato per ogni alunnoiscritto (lire) 

18,14

141,3

4 774

 

 

Se le somme spese dallo stato fossero oggi così efficienti come erano nel 1913, il costo per alunno in lire oro non avrebbe dovuto aumentare, il che vuol dire che, in lire carta, si sarebbe dovuto spendere il quadruplo, forse il quintuplo e, per larghezza estrema, il sestuplo, a seconda che noi considerassimo ridotto il valore della lira ad un quarto, un quinto od un sesto dal suo valore antebellico.

 

 

Invece, il costo medio per alunno crebbe bensì meno che da 100 a 925, quanto crebbe la spesa totale, perché contemporaneamente il numero degli alunni cresceva da 100 a 119; ma pur tuttavia crebbe da 100 a 774. L’aumento di quasi otto volte è inspiegabile sia che lo vogliamo riconnettere al doveroso aumento degli stipendi (per svalutazione della lira), sia che vogliamo tener conto della cresciuta popolazione scolastica. C’è un calo, una perdita, la cui causa ci sfugge, od almeno la cui causa non risulta evidente a primo tratto dalle cifre citate.

 

 

Ci sono, tuttavia, due cifre le quali forse illuminano il problema. Il costo degli insegnanti nei comuni autonomi aumentò da 100 a 666; ma quello dei comuni che, per parlare con una certa improprietà sostanzialmente esatta, si possono chiamare statizzati, crebbe da 100 a 1.080. Se non vedo errato, nei comuni autonomi lo stato paga all’ingrosso i due terzi della spesa dell’istruzione elementare; nei comuni statizzati, lo stato concorre per i nove decimi. Le differenze sono più complesse di questa ora delineata; ma in sostanza si può dire che a misura che cresce la parte delle spese caricata allo stato e scema la responsabilità finanziaria dei comuni, cresce la spesa totale dello stato.

 

 

La conclusione è provvisoria; e potrebbe essere corretta o migliorata ove l’on. Gentile ed il suo direttore generale prof. Lombardo Radice approfondissero queste loro già così interessanti indagini, di cui ho dato qui un saggio. L’opinione pubblica, che ha il torto di poco interessarsi dei problemi della scuola, è intanto avvertita che quei problemi la toccano davvicino. La scuola buona non può aversi senza una efficace politica finanziaria della scuola.

 

 

Ho sempre creduto e non solo dal punto di vista finanziario, che la statizzazione della istruzione elementare sia stata una grande sciagura. Le statistiche ora riassunte mi sembrano dare la riprova di tale convincimento. Amo la scuola e ritengo che il compito del maestro elementare sia tra i più alti della nazione. Affinché il maestro compia la sua missione importa che egli sia degnamente pagato; ma importa altresì che egli sia radicato al suo luogo, che egli vi appartenga per legami di vita, di famiglia, e, se possibile, di proprietà; che egli si senta legato, per disciplina intima, ai suoi concittadini; che il comune non consideri la scuola come roba d’altri, dello stato lontano, e non sia tratto a chiedere scuole solo perché sono pagate dallo stato, anche se sono prive o quasi di scolari.

 

 

All’antica scuola dipendente dalle partigianerie locali non si deve tornare; ma bisogna far macchina indietro dalla scuola odierna sciolta da ogni vincolo con la località dove essa sorge. Il comune deve avere un certo diritto di scelta tra gli insegnanti vincitori di concorsi; deve aver diritto di preferire il concittadino, desideroso di restare e di farsi ben volere, al forestiero, ambizioso di far carriera. Il comune deve essere chiamato a pagare una parte sensibile per la maggior spesa sostenuta dallo stato per ogni scuola creata in più. Lo stato deve correre in sollievo delle popolazioni più miserabili; ma non deve sostenere tutto il crescente peso finanziario di una funzione, la cui utilità è proclamata giustamente dalle popolazioni interessate. Anche qui, come in molti altri casi, la salvezza contro il baratro finanziario vuol dire elevazione a maggiore efficienza del servizio pubblico.

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