Opera Omnia Luigi Einaudi

Chi vuole la disoccupazione?

Tipologia: Paragrafo/Articolo – Data pubblicazione: 12/11/1947

Chi vuole la disoccupazione?

«Corriere della Sera», 12 novembre 1947

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 345-350

 

 

 

 

Evidentemente, nessuno. Ma nel combatterla, si è tratti a percorrere la via più facile, quella che si vede subito, che appare la più plausibile, ad effetto immediato e certo. L’industriale licenzia operai? Obblighiamolo per legge ad astenersene, ed ecco creato il blocco dei licenziamenti. L’agricoltore non impiega i braccianti senza lavoro in lavori di miglioria o di bonifica? Obblighiamolo ad assumere, a seconda delle culture, un dato numero di braccianti per ettaro. Ecco l’imponibile della mano d’opera. Gli uomini stanno a casa, mentre le donne, pagate a salario più basso, sono occupate? Limitiamo la proporzione delle donne agli uomini negli impieghi. Reduci, mutilati, invalidi sono senza lavoro? Stabiliamo una percentuale obbligatoria di impiego a loro favore nelle imprese aventi più di 10 ovvero 20 o 50 dipendenti. C’è chi lavora 48 ore e fa, in aggiunta, ore straordinarie, e chi non lavora affatto? Fissiamo un massimo di 40 ore di lavoro per tutti; cosicché i disoccupati possano essere assorbiti dalle ore rimaste libere.

 

 

Sono, queste, norme umanitarie, che si raccomandano per la immediatezza dei loro effetti, ed innanzi alle quali si fa brutta figura a rimanere scettici. Purtroppo, però, è noto da gran tempo, almeno da quando, or è un secolo, Federico Bastiat scrisse con quel titolo un opuscolo famoso, è noto essere, nelle cose economiche, molto più importante quel che non si vede di quel che si vede. Di solito subito si vede il lato buono, umano delle cose e ci si dimentica del brutto e del dannoso che c’è sotto; ma, trascorso poco tempo, quel che c’è di malefico vien fuori ed allora coloro stessi i quali avevano voluto la causa del male gridano… contro chi? Non, come dovrebbero, contro se stessi; sibbene contro le solite teste di turco dette reazionari, capitalisti, speculatori, sfruttatori, economisti dottrinari sicofanti della borghesia.

 

 

Ove si voglia ragionare, fa d’uopo affermare che blocco dei licenziamenti, imponibile di mano d’opera, obblighi di assunzione di una determinata categoria o quantità di uomini o donne sono varietà particolari di una specie più ampia: ossia delle “imposte” il cui provento sia destinato a sovvenire i disoccupati. Invece di istituire un’imposta di ammontare sufficiente a mantenere, ad esempio, un milione di disoccupati che le imprese industriali o agricole non hanno convenienza ad impiegare e di usare provento dell’imposta per dare sussidi ai disoccupati ovvero per fare da essi eseguire lavori pubblici o di bonifica, si dice ai singoli imprenditori industriali ed agricoli: tu paga il salario a 100, tu a 1000 e tu a 5000 operai in più di quelli che ti occorrono, cosicché, tra tutti insieme, il milione di lavoratori non sia buttato sul lastrico.

 

 

Quale dei due metodi è relativamente migliore? Non dico assolutamente ottimo, perché l’ottimo si ha quando, senza imposte di sorta veruna, non ci sono disoccupati. Ma se per disgrazia i disoccupati esistono, quale dei due metodi si deve preferire, pur sapendo che amendue soffrono di inconvenienti ed incontrano ostacoli? Col sistema dell’imposta propriamente detta, il legislatore sceglierà quella che appaia meglio distribuita sui contribuenti in grado di pagarla e, trattandosi di un fine – lotta contro la disoccupazione – interessante tutta la collettività, l’imposta sarà fatta cadere non soltanto sugli imprenditori industriali ed agricoli i quali capitano a lavorare nei luoghi dove vivono i disoccupati, ma su tutti i datori di lavoro i quali abbiano redditi passibili di imposta. Dal punto di vista della equa, della giusta distribuzione delle imposte, non si vede la ragione per la quale quel particolare ammontare di imposta, il quale serve a conseguire il fine pubblico della lotta contro la disoccupazione, debba essere fatto gravare esclusivamente su quelle imprese nel cui seno e nata la disoccupazione, e non su tutti i membri della collettività nazionale giudicati atti a pagare imposte. Per opinare diversamente, sarebbe necessario dimostrare che gli imprenditori singoli sono responsabili, essi e non altri, del fatto che i loro operai sono rimasti senza lavoro. Naturalmente qui non si parla di responsabilità derivanti da altre cause diverse dal blocco dei licenziamenti e simili provvidenze legislative. Se un’impresa va male per incapacità dei dirigenti, per irrazionale programma di lavoro, per eccesso di immobilizzazioni e simili, le sanzioni sono in Russia l’invio in Siberia, e nei paesi occidentali la dichiarazione di fallimento o, nei casi dolosi, di bancarotta fraudolenta, con relative sanzioni penali. Non di questi casi si discorre qui; ma di quelli nei quali la disoccupazione sia connessa a fatti generali economici, quali sono costi alti, difficoltà di vendere, chiusure di mercati e simili. Non è escluso che talvolta possa dimostrarsi che la colpa della mancanza di lavoro è dovuta, anche in questi casi, esclusivamente agli imprenditori; ma sembra difficilissimo fornire in molti casi la necessaria prova, essendo contrario al buon senso che un imprenditore licenzi l’operaio se e finché il prodotto netto del lavoro dell’operaio medesimo sia uguale al salario pagato. Logicamente, l’imprenditore si decide a licenziare l’operaio solo quando il prodotto netto di questo vale solo 8 o 9 contro un costo di salario 10, e quando dopo lungo attendere non spera più che le cose si possano in qualche modo o tempo aggiustare ed i ricavi coprano di nuovo le spese. Finché si guadagna qualcosa, anche poco, od almeno non si perde, è assurdo che le imprese licenzino chi collabora con esse nel guadagnare od alla peggio, in attesa di tempi migliori, nel sopravvivere.

 

 

La ripartizione dell’imposta per la lotta contro la disoccupazione sui singoli imprenditori collegati con il fatto lamentato è dunque contraria alle regole fondamentali della perequazione tributaria; e, come tutte le violazioni di quelle regole, partorisce mali effetti. L’esistenza della sperequazione è anzi per lo più messa in luce dai suoi effetti malvagi. Non sono poche invero le imposte che il legislatore ha proclamato sagge ed eque e che l’esperienza dei cattivi risultati dimostra essere invece scempie ed inique.

 

 

Quali sono i mali effetti dei tipi di imposte in natura dianzi noverati aventi lo scopo di promuovere occupazione?

 

 

In primo luogo l’aumento del costo di produzione delle merci e derrate prodotte negli opifici dove il blocco dei licenziamenti costringe ad impiegare un numero notabile di operai in soprannumero. Sembra vero che in qualche paese del mondo, per ogni commessa di costruzioni di nuove navi a gran fatica strappata all’estero, si perdano fior di miliardi perché su quella nave gravano i costi dei lavoratori necessari e di quelli inutili; e poiché i clienti esteri pagano per la nave i prezzi di concorrenza sul mercato mondiale e non sono affatto disposti a pagarla il doppio del prezzo corrente solo per consentire a un certo numero di operai e di impiegati e di dirigenti di tirar la paga senza contribuire alla produzione, così accade che la farsa non può continuare a lungo. Finché si trova il merlo – chiamato in linguaggio nobile “stato” ed in linguaggio volgare pantalon dei bisognosi disposto a regalare i miliardi per tappare i buchi, si tira innanzi. Ma i nodi debbono pure un bel giorno venire al pettine; ossia si deve alla perfino riconoscere che il sistema dei costi artificialmente alti non può durare. Quando il merlo contribuente si rifiuta a pagare, la baracca si sfascia; l’impresa è decotta ed invece di 10 mila i disoccupati diventano 20 o 25 mila.

 

 

Se in una accademia o in una università c’è un accademico o un professore in soprannumero, il male finisce lì. Gli accademici, i quali in mancanza di assegno si contentano dappertutto di far parte di un corpo rigorosamente numerato, avranno il danno che l’onere, invece di ripartirsi su soli 40, si ripartirà su 41. Il professore in soprannumero dovrà cercarsi faticosamente gli studenti che lo stiano ad ascoltare, e potrà anche darsi che lo sforzo sia fecondo di bene. La macchina accademica od universitaria, se i soprannumero sono pochi, non è tuttavia guasta. Seguita a lavorare. I guai cominciano quando i soprannumero crescono a 10 od a 20. Costoro guatano in cagnesco gli anziani, nel subconscio ne augurano la dipartita anzi tempo od almeno la messa a riposo. Nascono e crescono i pettegolezzi e le discordie; e, se gli studenti se ne accorgono, la scuola va in rovina per indisciplina e rilassatezza.

 

 

Cosi è negli opifici. I lavoratori in soprannumero crescono i costi per un doppio verso: per il costo dei salari ad essi pagati a vuoto e per il disordine che essi creano nell’intero meccanismo. Se in un reparto bastano 100 fra dirigenti sovrastanti e lavoratori ed il loro prodotto netto, tolte le materie prime e gli altri coefficienti di costo, è 100.000; ove il numero cresca a 150, il prodotto non cresce né a 120.000 né a 150 mila, anzi probabilmente scema ad 80.000. L’inutile affollamento partorisce mala distribuzione del lavoro, ingombro, disordine, istintiva riduzione della assiduità e rendimento del lavoro; ognuno temendo, se lavora bene, di far palese l’inutilità dei soprannumero e forse di se stesso. Impossibile mantenere la disciplina. I capi, costretti a cercar lavoro purchessia, anche a perdita, per tenere occupata tanta gente, si avviliscono; ed i migliori se ne vanno, lasciando sul posto gli scoraggiati e gli ambiziosi carrieristi, proni ai voleri dei dipendenti più rumorosi, i quali temono di essere eliminati in caso di riordinamento. Ad un certo punto, hanno ragione gli operai, i quali affermano che l’impresa potrebbe rifiorire se fosse meglio organizzata: ma trattasi di un circolo vizioso, dal quale non si esce se non eliminando dirigenti deboli e lavoratori in soprannumero.

 

 

Se questi sono i tristi effetti delle imposte speciali, che si potrebbero dire in natura, fatte pagare ai singoli imprenditori, invece che alla collettività, la conclusione è chiara: i tipi di imposte detti blocco dei licenziamenti, imponibili di mano d’opera, ecc. ecc., sono cagione di alti costi. E poiché “alti costi” sono “sinonimi”, sono un’altra parola per indicare il fatto di produzione scarsa a parità di sforzi umani; e poiché “produzione scarsa a parità di sforzo” è a sua volta “sinonimo” di “scarso reddito nazionale totale” noi siamo autorizzati ad affermare che quei tipi di imposta cagionano, producono, partoriscono miseria, salari bassi, disoccupazione diffusa.

 

 

C’è invero una disoccupazione palliata nera miserabile la quale è peggiore della disoccupazione palese. Questa è visibile a tutti ed impone il soccorso, esige le provvidenze di sussidi legali o di lavori pubblici, compiuti altresì, secondo taluno oggi vuole, a mezzo di squadre di lavoro. Accanto ad essa c’è la disoccupazione di chi lavora a bassi salari e di chi lavora solo un giorno o due. In qualche paese del mondo, dove si afferma non esistere disoccupazione, siamo sicuri che a causa della bassa produzione media non imperversi la disoccupazione palliata? La scarsa occupazione di taluni contadini meridionali non è davvero per nulla collegata con le imposte del tipo particolare di cui si discorse sopra?

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