Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

Corriere della Sera

Chi vuole la libertà

«Corriere della Sera», 13 aprile 1948

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 112-117

Liberismo e liberalismo, Ricciardi, Milano-Napoli, 1957, pp. 198-202

Alfredo Lisdero, Luigi Einaudi, el hombre, el científico, el estadista, Asociacíon Dante Alighieri, Buenos Aires, 1965, pp. 123-128[1]

 

 

 

 

La libertà di cui parlo non è quella della coscienza individuale la quale vive anche nelle galere e nei campi di concentramento e fa gli eroi ed i martiri; ma è la libertà pratica dell’uomo comune, dell’italiano medio di esporre pubblicamente, senza timore, il proprio pensiero e di difenderlo contro gli avversari; la libertà delle minoranze di far propaganda contro la maggioranza e di cercare di diventare maggioranza; la libertà di esercitare o non esercitare quel qualunque mestiere o professione piaccia al singolo, senza altri vincoli od impedimenti fuor di quelli richiesti dal diritto altrui di non essere danneggiato dall’operato nostro; la libertà di muoversi da luogo a luogo senza sottostare a vincoli che, quando ci sono, non sono nient’affatto diversi dal domicilio coatto o dalla servitù della gleba; la libertà di dir corna del prossimo e del governo e massimamente di questo, nei giornali e sulle piazze; salvo a pagare il fio, con adeguate pene in denaro o in anni di carcere, delle proprie calunnie ed ingiurie.

 

 

Quali sono i mezzi atti ad attuare queste libertà e le altre scritte nelle costituzioni di tutti i popoli liberi ed anche nella nuova costituzione italiana? Oggi è assai popolare ed accettata l’idea che le libertà civili e politiche, proclamate nelle carte dei diritti dell’uomo della fine del secolo XVIII non possano stare da sé, anzi non abbiano vita vera se non siano accompagnate da un’altra libertà, quella economica. A che serve la libertà politica a chi dipende da altri per soddisfare ai bisogni elementari della vita? Fa d’uopo dare all’uomo la sicurezza della vita materiale, dargli la libertà dal bisogno, perché egli sia veramente libero nella vita civile e politica, perché egli si senta davvero uguale agli altri uomini e libero dall’obbligo di ubbidire ad essi nella scelta dei governanti, nella manifestazione del pensiero e delle credenze. La libertà economica è la condizione necessaria delle credenze. La libertà economica è la condizione necessaria della libertà politica.

 

 

C’è del vero nella tesi. La libertà che per l’uomo singolo è un fatto morale, il quale esiste e fiorisce in qualunque clima economico, per l’uomo comune, nei rapporti con i suoi simili, è un fatto strettamente connesso con la struttura economica della società. Vi sono due estremi nei quali sembra difficile concepire l’esercizio effettivo, pratico della libertà: all’un estremo tutta la ricchezza essendo posseduta da un solo colossale monopolista privato; ed all’altro estremo dalla collettività. I due estremi si chiamano comunemente monopolismo e collettivismo: ed amendue sono fatali alla libertà.

 

 

Il primo estremo coincide suppergiù col termine ultimo assegnato alla struttura detta capitalistica della società nel manifesto dei comunisti del 1848: quando, divorati i piccoli industriali ed agricoltori dalla concorrenza vittoriosa dei medi e questi da quella dei grandi e così via dei grandissimi e dei colossali, tutta l’umanità gemerebbe sotto la ferula di un solo o di pochi monopolisti, padroni assoluti della sorte delle moltitudini. Nessuno potendo vivere se non a salario del monopolista, tutti sarebbero suoi schiavi ed ogni manifestazione del pensiero, della religione, della stampa, della parola sarebbe alla mercé dell’unico padrone. Arduo sarebbe invero immaginare che, in siffatta situazione economica, possa sopravvivere la libertà, eccetto che nel più intimo e nascosto foro della coscienza individuale. Se ciò è vero, bisogna aggiungere subito che la previsione del manifesto dei comunisti del 1848 appare oggi la più irreale delle tante farneticazioni scritte nelle mille e mille “utopie” di cui si ha notizia nelle storie delle dottrine sociali. La tendenza della concorrenza a distruggere se stessa ed a convertirsi nel suo opposto, nel monopolio, non trova conferma nella storia di nessun paese durante il secolo scorso dopo il 1848. In nessun paese lo spettacolo di autofagia descritto un secolo fa ha trovato attuazione; sicché, spazientiti, i comunisti quando vollero in Russia impadronirsi del potere non aspettarono il fatidico momento; ma colsero la prima occasione favorevole militare e politica senza altrimenti occuparsi della esistenza o meno di un propizio ambiente economico.

 

 

All’altro estremo, la ipotesi della ricchezza, dei beni strumentali, dei cosiddetti mezzi di produzione posseduti unicamente dalla collettività (ipotesi che si dice dai più collettivistica o comunistica ed alla quale io non vorrei affibbiare alcun aggettivo) è ugualmente fatale alla libertà. Se noi supponiamo che, salvo forse la casa, il mobilio e gli altri beni di consumo e forse un pezzo d’orto, in quantità definita, tutti i beni strumentali – terre, stabilimenti, scorte, ferrovie, strade, porti, ecc. ecc. – appartengano alla collettività, non avremmo forse noi riprodotto, salvo un particolare, la prima ipotesi della società capitalistico monopolistica? L’unico elemento differenziale sarebbe che, nella ipotesi del monopolio privato, il cosiddetto (adopero spesso l’aggettivo “cosiddetto” per mettere in guardia il lettore contro l’uso inevitabile di parole del linguaggio comune, parole spesso improprie e ribelli a definizioni precise) “profitto” spetterebbe al monopolista, laddove nel caso del monopolio collettivo o pubblico dicesi che il profitto spetterebbe alla collettività. Pur supponendo, cosa contestabilissima, che un profitto continui ad esistere e che, esistendo, sia destinato alla collettività, chiaro è che la libertà sarebbe morta. L’ipotesi suppone invero che l’economia di tutto il paese sia regolata secondo un piano fissato da una autorità centrale ed attuato da organi od autorità o corpi o uffici o organizzazioni o cooperative o comunità (il nome di nuovo non conta) via via sempre più localizzati o specializzati sino a giungere all’unità (stabilimento, reparto, fattoria, magazzino, ecc. ecc.) operante e lavorante. Il sistema non può operare se chi sta in basso non ubbidisce a chi sta in alto; ed esso non differisce sostanzialmente dalle organizzazioni che noi conosciamo sotto il nome di ministeri, con i loro gradi gerarchici e le loro categorie funzionali, muniti dei necessari uffici e sotto uffici periferici. In una organizzazione consimile, che un tempo si usava dire burocratica, ma non muta indole se, mutato nomine, la si dice pianificata, possono manifestarsi talune libertà specifiche, come quelle della critica alla bontà di questo o quel procedimento amministrativo o tecnico, di questa o quella determinazione delle merci da produrre e dei prezzi relativi. Le critiche possono risalire dal basso in alto e contribuire alla formazione definitiva del piano; ma la possibilità ed anche la eventuale frequenza delle critiche tecniche scendenti ed ascendenti non muta nulla alla necessaria struttura del tipo collettivistico della società; che è quello della dipendenza gerarchica di coloro che sono situati in basso da coloro che sono situati in alto; dell’operaio dal capo squadra; di questo dal capo reparto, del capo reparto dall’ingegnere direttore di sezione e così via, ascendendo per li rami ai direttori generali ed ai membri dei supremi consigli dei piani. In una struttura che è necessariamente gerarchica, il rapporto tra uomo e uomo non è quello di libertà, sibbene quello di dipendenza. Nessun uomo che non voglia porsi fuori del sistema può sottrarsi al rapporto di dipendenza. Anche l’uomo lavoratore, manuale o intellettuale, è un elemento del piano. Egli non può spostarsi a suo piacimento da mestiere a mestiere e da piano a piano, ma deve compiere quella funzione alla quale è ritenuto dai capi più adatto e nel luogo fissato dal piano. Se egli falla, le sanzioni sono, e non possono non essere, le solite: richiamo, rimprovero, ritardo nell’avanzamento, riduzione del salario, sospensione di esso e nei casi più gravi, licenziamento. Che cosa, logicamente, vuol dire licenziamento? L’impossibilità di trovar lavoro e pane, per sé e la famiglia, presso un altro imprenditore; ché questo in una società collettivistica non esiste. Se si vuole, ciononostante, lavorare e sopravvivere fa d’uopo rassegnarsi a qualche specie inferiore di lavoro; tipo colonie punitive, o lavori forzati.

 

 

Le considerazioni fatte sopra non sono una critica agli uomini i quali stanno al sommo della gerarchia in una società collettivistica. Essi debbono agire in questo modo, se vogliono che la macchina sociale agisca o funzioni; così come il generale dell’esercito non può tollerare, pena la dissoluzione e la sconfitta, indisciplina e disubbidienza tra gli ufficiali ed i soldati. Come in tempo di guerra, la sanzione ultima contro il ribelle è necessariamente la fucilazione, così in una società collettivistica la sanzione ultima contro il ribelle è, e non può non essere, il lavoro forzato. Dove sta di casa, in una società siffatta, la libertà? La libertà di lavorare e di non lavorare, la libertà di fare il contadino o diventare operaio in città; la libertà di parlar male e di agitarsi contro coloro che stanno in alto? La libertà di criticare non i particolari tecnici, i quali non contano nulla, ma la sostanza, il principio stesso del sistema? La libertà di agitarsi e tenere adunanze e comizi contro i capi dei piani, la libertà di scrivere libri e di pubblicar giornali per dimostrare che il tipo di società collettivistica nega la libertà all’uomo, gli vieta di esercitare il mestiere preferito, nel luogo prescelto dal singolo individuo? La libertà di produrre, per consumarli, prodotti non compresi nel piano voluto dalla collettività o meglio dagli uomini preposti agli organi supremi della produzione? La libertà di emigrare all’estero anche contro l’obbligo che il piano contempla di rimanere in paese, perché il piano suppone l’utilizzazione di tutti gli uomini viventi in quel dato territorio?

 

 

Il sistema partorisce necessariamente conformismo alle idee di volta in volta affermate in alto. Quando si sa che, espulsi dall’unico meccanismo produttivo, non vi ha più alcuna possibilità di vita, fuor dei campi di lavoro obbligatorio, gli uomini tendono ad assumere il colore dei superiori ed a mutare il proprio colore secondo le mutazioni di quello. Le intenzioni dei dirigenti possono essere ottime, possono essere nelle parole ed anche nelle intenzioni volte a dar benessere a tutti; ma la conseguenza logica del sistema e una sola: conformismo, ossia schiavitù spirituale e mancanza del bene supremo che è la libertà.

 

 

Conclusione: coloro i quali si acconciano al monopolismo economico privato, e coloro i quali predicano il collettivismo o comunismo economico pubblico sono, tutti, consapevolmente o non, nemici acerrimi della libertà.



[1] Tradotto in spagnolo con il titolo Quién quiere la liberdad [ndr].

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