Cifre delle ultime elezioni politiche

Tratto da:

Minerva

Data di pubblicazione: 16/04/1920

Cifre delle ultime elezioni politiche

«Minerva», 16 aprile 1920, pp. 281-284

 

 

 

Le risultanze della statistica delle elezioni generali politiche del 16 novembre 1919, che il dottor Alessandro Aschieri, direttore dell’Ufficio Centrale di Statistica, ha pubblicato con una sollecitudine degna di grande encomio, data la massa enorme dei dati da elaborare e la novità delle ricerche da intraprendere, sono questa volta forse più del solito significative.

 

 

Uno degli indici più evidenti della vivacità delle battaglie elettorali è il numero delle liste presentate. Furono 283 in tutto, in 54 collegi: vi fu un collegio in cui si presentarono 12 liste, uno in cui le liste presentate furono 9, mentre in 3 il numero delle liste giunse a 8, in 6 a 7, in 9 a 6, in 12 a 5, in 15 a 4, in 6 a 3: il minimo delle liste fu dunque di 3, in 6 collegi.

 

 

Il numero complessivo dei candidati compresi nelle liste ammesse fu di 2141, ma questo numero si riduce a 2073 computando una sola volta i 68 candidati che si presentarono in due collegi ad un tempo. I collegi che ebbero un maggior numero di candidati furono quelli di Napoli (134), Torino (103), Milano (94), Genova (92), Parma (90) e Roma (74). Quelli che ne ebbero in minor numero furono Mantova (15), Cremona (16), Teramo (18). Dividendo il numero dei candidati per quello dei collegi, si ha per l’intero Regno il quoziente di 4.2, mentre nell’elezione del 1913 il quoziente era stato di 2.5. Il massimo dei candidati si ebbe a Napoli con 7 candidati per ogni seggio; il minimo a Bergamo, Como, Ferrara e Verona, dove i candidati furono soltanto 2 per ogni seggio da coprire.

 

 

Fra i 2073 candidati, il numero massimo si ebbe per gli avvocati e procuratori legali, i quali giunsero al numero di 757 (215 eletti); vengono subito dopo i professori e insegnanti con 251 (63); gli ingegneri e architetti con 110 (26), i pubblicisti con 99 (34), gli agricoltori con 89 (16), i militari con 61 (5), i propagandisti e organizzatori con 60 (31), i medici chirurghi con 59 (22), gli impiegati e salariati con 53 (8), i proprietari e redditieri con 49 (6), gli industriali in genere con 41 (9), i ferrovieri con 34 (3), gli operai non specificati con 34 (4), i ragionieri contabili con 33 (4), i negozianti, commercianti e commessi con 25 (4). Tutte le altre categorie hanno un numero inferiore.

 

 

Rispetto al concorso alle urne, il numero degli elettori politici che presero parte alla votazione fu il 56.6 per cento del numero degli elettori con diritto a voto. La percentuale non fu elevata, ma bisogna riconoscere che già altre volte si erano avuti risultati consimili; per esempio nelle elezioni del 6 novembre 1892, subito dopo l’abolizione del sistema a scrutinio di lista, la percentuale era stata soltanto del 55.9; nelle elezioni del 23 novembre 1890 la percentuale era stata del 53.7, nelle elezioni dell’8 novembre 1874 la percentuale era stata del 55.7; a non parlare di quella del 20 novembre 1870, che ebbe una percentuale di appena 45.5. La percentuale massima si era avuta nelle elezioni del 7 marzo 1909 col 65.3; nella penultima del 26 ottobre 1913 i votanti erano stati il 60.4 per cento degli elettori inscritti.

 

 

I collegi elettorali nei quali si è avuta la massima affluenza di elettori furono i seguenti: Ravenna e Forlì con 84.8 per cento; Cremona con 83.6; Ferrara e Rovigo con 80; Bergamo con 77.9; Bologna con 74.6; Milano con 69.1; Pavia con 68.9; Mantova con 68.8; Alessandria con 68.8, e Novara con 67.2. I collegi nei quali invece l’affluenza fu minima sono i seguenti: Macerata con 48.7 per cento; Udine-Belluno con 47.8; Roma con 47.5; Girgenti con 46.8; Ancona e Pesaro-Urbino con 46.7; Napoli con 42; Cosenza con 40.9; Trapani con 39.7; Catania con 38, e Palermo con 37.8. Per lo più notasi un notevole maggiore astensionismo nei maggiori centri urbani, in confronto alla rimanente parte del collegio elettorale.

 

 

Sono interessanti i seguenti dati in cui, dopo il nome delle città principali, si ricordano due numeri: il primo, relativo alla percentuale dei votanti per ogni 10 inscritti nel Comune capoluogo di collegio, e il secondo relativo alla medesima percentuale nella rimanente parte dello stesso collegio: Milano 65 e 71.2; Bologna 60.8 e 82.4; Torino 58.4 e 59.2; Firenze 51.7 e 69.3; Messina 49 e 51.1; Palermo 48.3 e 51.2; Livorno 46.9 e 64.1; Genova 44.7 e 65.8; Venezia 41.2 e 54.7; Bari 34.9 e 50.7; Roma 29.7 e 60.4; Napoli 27.2 e 55.4; Catania 22 e 44.

 

 

È probabile che la differenza notevole dipenda dalla circostanza che le liste delle grandi città contengono forse un numero proporzionale molto maggiore di inscritti che dovrebbero essere radiati dalle liste, e d’altro lato che nelle grandi città più che nelle campagne si verifica il fenomeno della mancata consegna dei certificati di inscrizione. I risultati della rappresentanza proporzionale possono essere validamente espressi da un rapporto: quello del numero degli elettori i quali ottennero ovvero non ottennero una propria rappresentanza. Nelle ultime elezioni del 1919 vi furono 5,684,833 voti validi, corrispondenti al 98.1 del totale dei voti espressi.

 

 

Dei voti validi, ben 5,324,791, ossia il 93.7 per cento, ottennero un proprio rappresentante, mentre appena 360,042, ossia il 6.3 per cento, non riuscirono a ottenere un proprio rappresentante. In confronto alla minima proporzione del 6.3 per cento dei voti validi non rappresentati alla Camera dei Deputati, nelle ultime elezioni, si riscontrano proporzioni molto più alte nelle elezioni precedenti: il 38.5 per cento nel 1913; il 36.2 nel 1909; il 35.4 nel 1904; il 31.6 nel 1900; il 31.8 nel 1897; il 32.2 nel 1895; il 32.7 nel 1892; il 29 nel 1890; il 32.7 nel 1886; il 38.2 nel 1882.

 

 

È noto che ai voti di lista la legge elettorale vigente aggiunge i voti di preferenza e i voti aggiunti: se il computo dei mandati spettanti a ciascuna lista si fosse fatto solo in base ai voti di lista, senza tener conto dei voti aggiunti, delle 283 liste presentate ben 265 non avrebbero subito variazione alcuna; soltanto in 9 collegi vi sarebbero state 9 liste che avrebbero avuto un mandato in più per ciascuna, e 9 che in compenso ne avrebbero avuto uno in meno. Per quanto riguarda la graduatoria dei candidati eletti, soltanto 23 di essi sarebbero stati sostituiti da altrettanti candidati delle rispettive liste, qualora la graduatoria si fosse fatta tenendo conto dei soli voti di preferenza e non di quelli aggiunti.

 

 

Nel complesso dei 54 collegi, di fronte a 5,684,833 voti di lista, si ebbero 8,263,794 voti validi di preferenza: il che è ovvio, perché nei casi di collegi che eleggono più di 5 deputati le preferenze possono essere da 2 a 4. Si ebbero dunque 145 voti individuali di preferenza per ogni 100 voti di lista. Vi furono poi 777,046 voti aggiunti validi (13.7 per cento). Delle 283 liste concorrenti, 80 non ottennero alcun seggio; mentre delle altre, 79 ottennero un posto per ciascuna, 47 due posti, 31 tre posti, 24 quattro posti, 10 cinque posti, 6 ne ottennero sei, una ottenne sette posti, 3 otto posti, e 3 undici posti. Il numero dei candidati proclamati eletti fu di 508, ma esso si riduce a 501 se si computano una volta sola i 7 candidati proclamati eletti in due collegi.

 

 

Dei 501 deputati eletti, 304 erano assolutamente nuovi alla Camera, 23 vi avevano appartenuto in precedenti legislature, 174 infine erano deputati uscenti; ossia la Camera con le ultime elezioni si è rinnovata nella misura del 65.3 per cento. Nel 1913 la percentuale di rinnovamento era stata del 32.9; nel 1909 del 27.4. Dei 197 deputati che hanno appartenuto a una delle legislature precedenti, ve ne sono 81 che contano solo una legislatura, 48 con due, 24 con tre, 12 con quattro, 9 con cinque, 6 con sei, 5 con sette, 4 con otto, 3 con nove, uno (Giolitti) con dieci, uno (Marcora) con 11, uno (Cocco-Ortu) con 12, e due (Boselli e Luzzatti) con 14 legislature. La novità più interessante delle ultime statistiche elettorali è quella relativa ai partiti politici. Nelle precedenti elezioni non era stata possibile una classificazione dei candidati e degli eletti a seconda dei partiti politici, perché mancavano i mezzi di dividere i candidati a seconda dei partiti politici, dato il carattere personale di molte candidature. La proporzionale favorì la costituzione di partiti più o meno saldi, cosicché è ora possibile di fare una classificazione in questo senso. I risultati della classificazione sono i seguenti: viene in testa di tutti la lista del partito socialista ufficiale.

 

 

Presentò questo partito 50 liste nei diversi collegi con 477 candidati; ebbe 156 eletti e 1,834,792 voti di lista. In totale il partito ufficiale socialista ottenne il 32.3 per cento dei voti validi espressi. Subito dopo viene il partito popolare italiano con 51 liste, 404 candidati, 100 eletti e 1,167,354 voti di lista, eguali al 20.5 per cento dei voti validi espressi dagli elettori. Le liste concordate di liberali, democratici e radicali furono 33 con 294 candidati, 96 eletti e 904,195 voti di lista, eguali al 15.9 per cento dei voti validi. Il partito democratico presentò 41 liste con 247 candidati, ed ebbe 60 eletti e 620,310 voti di lista, eguali al 10.9 dei voti validi espressi. Il partito liberale presentò 42 liste con 225 candidati, ed ebbe 41 eletti e 490,384 voti di lista, eguali all’8.6 per cento dei voti validi. Il partito dei combattenti presentò 21 liste, con 156 candidati, ed ebbe 20 eletti e 232,923 voti di lista, corrispondenti al 4.1 per cento dei voti validi espressi.

 

 

Gli altri partiti o raggruppamenti considerati dalla statistica stanno molto al di sotto. Il partito radicale ebbe 9 liste, 41 candidati, 12 eletti e 110,697 voti di lista, eguali al 2 per cento dei voti validi espressi. Il partito economico 12 liste, 79 candidati, 7 eletti e 87,450 voti di lista, eguali all’1.5 per cento dei voti validi espressi. Il partito socialista riformista e unionista ebbe 7 liste, 48 candidati, 6 eletti e 82,172 voti di lista, eguali all’1.5 per cento. Le liste concordate dei radicali, repubblicani, socialisti e combattenti furono 5, con 48 candidati, 5 eletti e 65,421 voti di lista, eguali all’1.2 per cento dei voti validi espressi. Il partito repubblicano ebbe 4 liste, 28 candidati, 4 eletti e 53,197 voti, eguali al 0.9 per cento dei voti espressi. Il partito socialista indipendente ebbe 7 liste, 54 candidati, 1 eletto e 33,938 voti di lista, eguali al 0.6 per cento dei voti validi espressi.

 

 

Vi è una notevole differenza fra le diverse regioni per quel che si riferisce alla distribuzione fra i diversi partiti. Le percentuali maggiori riportate dalle liste del partito socialista ufficiale si ebbero nell’Emilia (60.1), in Piemonte (50), nell’Umbria (46.9) e in Lombardia (46); le minori in Basilicata (5.2), nella Campania (6), in Sicilia (6.5) e in Calabria (7.3). Le liste del partito popolare italiano raggiunsero le percentuali più alte nel Veneto (35.8), in Lombardia (30.2), nelle Marche (27.4), nel Lazio (26.2); le minori nell’Abruzzo e Molise (7.2), nelle Puglie (10.5), in Sardegna (12.2) e in Sicilia (12.4). I partiti liberali democratico e radicale presi insieme ebbero i loro maggiori successi in Basilicata (92.7 per cento), negli Abruzzi e Molise (69.3), nelle Calabrie (62.9) e nelle Puglie (61); i minori nell’Emilia (14.9), in Lombardia (19.8), in Piemonte (22.9) e nell’Umbria (25.1).

 

 

La classificazione fatta per i voti di lista si può ripetere anche per i candidati classificati secondo i partiti a cui appartengono. La statistica si è servita, per gli eletti che avevano già appartenuto alla Camera, di elementi tratti dalla loro attività parlamentare; per coloro che erano invece nuovi alla vita politica, si è avvalsa delle dichiarazioni fatte nei programmi o delle indicazioni pubblicate nei giornali che ne sostenevano le candidature. A questa stregua il partito socialista ufficiale ottenne il 30.7 per cento dei candidati eletti, proporzione poco inferiore al numero percentuale dei voti di lista; il partito popolare ebbe il 19.7; il partito democratico liberale il 22.2; il partito liberale il 9; il nazionalista il 0.6; il radicale il 7.1; il repubblicano il 2.5; il socialista riformista il 2.6; il socialista indipendente il 2.2; l’economico l’1, e il partito dei combattenti il 2.4.

 

 

Le risultanze delle statistiche riassunte sopra permettono di trarre qualche conclusione abbastanza significativa. In primo luogo non sembra che il fattore dell’astensione sia entrato in una misura ragguardevolmente maggiore delle elezioni precedenti nel determinare la vittoria dei partiti socialista ufficiale e popolare.

 

 

La percentuale delle astensioni, se fu leggermente superiore a quella che si era avuta nelle ultime elezioni dal 1895 in poi, non rimase però straordinariamente al di sotto. Circostanze particolarissime concorrono a spiegare le assenze, fra cui il numero enorme dei nuovi inscritti, l’estensione del suffragio a classi di persone le quali non sempre hanno fissa dimora, la difficoltà di recapitare il certificato di inscrizione a tutti i nuovi elettori. Il confronto suggestivo che è stato fatto fra le astensioni nel Comune capoluogo del collegio e nella restante parte del collegio elettorale, prova che le astensioni maggiori si ebbero nelle grandi città in confronto alle campagne circostanti.

 

 

Quale possa essere stata la causa di questo fenomeno interessante non è facile rintracciare, partecipando all’astensionismo città le quali si trovano in tutte le parti d’Italia, ed essendo il distacco fra i cittadini e i rurali massimo in quelle circoscrizioni nelle quali le vittorie dei partiti socialista ufficiale e popolare furono meno significative. Sembra anzi che la vivacità della battaglia e il pericolo del momento abbiano incitato gli elettori ad accorrere relativamente numerosi alle urne. L’astensionismo nelle grandi città può avere un significato, ed è che forse la partecipazione alla vita politica richiede una certa stabilità di dimora e il formarsi di interessi e di rapporti fra il luogo abitato e l’elettore: l’elettore il quale si muove frequentemente, il quale è stato attratto a una grande città da allettamenti di carattere economico e passeggero, sente meno lo stimolo a partecipare alla vita politica della regione nella quale egli vive.

 

 

La rappresentanza proporzionale è uscita trionfante dalle ultime elezioni. Se scopo di un sistema elettorale è quello di far sì che tutti gli elettori possano partecipare con un rappresentante proprio alle deliberazioni interessanti la collettività, questo risultato si è indubbiamente ottenuto meglio con la rappresentanza proporzionale, che ha ridotto ad un sesto circa il numero dei voti privi di rappresentanza propria. Un vero e grosso guaio delle elezioni è stato lo sminuzzamento dei partiti politici: due soli partiti si presentarono alle urne organizzati e ottennero rispettivamente il 31.3 e il 20.5 per cento dei voti di lista; tutti gli altri partiti presi insieme, i quali pur nel loro complesso giungevano quasi a 2,700,000 voti, si spezzettarono in diversi partiti.

 

 

Ciò non nocque però alla loro rappresentanza, in quanto il numero degli eletti corrispose perfettamente alle forze da essi portate alle urne. La statistica elettorale non può dirci nulla rispetto alle vie le quali dovrebbero essere tenute per modificare la rappresentanza del paese, perché la statistica non può andare alle radici delle cifre e non può spiegarci le ragioni per le quali i diversi partiti riuscirono ad attirare più o meno le simpatie degli elettori. Questo è un ordine di indagini a cui la Direzione Generale di Statistica non poteva rispondere.

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