Cinquant’anni di vita dello stato italiano

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. III

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 02/04/1911

Cinquant’anni di vita dello stato italiano

«Corriere della Sera», 2 aprile 1911

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. III, Einaudi, Torino, 1960, pp. 221-226

 

 

 

 

I cinquanta anni decorsi dall’unificazione cambiarono faccia all’Italia economica, oltreché all’Italia politica. Un quadro esatto delle mutazioni accadute non si può dare, perché troppi dati fanno difetto e troppo lunghe ricerche occorrerebbe fare per raccogliere notizie sul passato comparabili a quelle che odiernamente sono divulgate. Fu annunciato che l’Accademia dei lincei pubblicherà presto un volume che si propone appunto di narrare i progressi compiuti dall’Italia nei multiformi aspetti della sua vita; si annuncia prossimo, in un campo più ristretto, un volume edito per cura del giornale L’economista d’Italia; e la Società napoletana di storia patria ha bandito testé un concorso, con premio di ottomila lire, per la miglior monografia su Le condizioni economico-sociali del mezzogiorno d’Italia nell’ultimo cinquantennio (1860-1910). Quando i desiderati volumi verranno sarà possibile contemplar più davvicino il cammino percorso dall’Italia nostra. Frattanto tentiamo di vedere come possa tradursi in cifre la mutazione che lo Stato subì. Mutarono, lentamente, gli italiani; ma, più rapidamente mutò lo Stato, come organismo politico e direttivo della nazione.

 

 

Prima della unificazione, che importanza avevano gli Stati che costituirono poi il regno d’Italia? Due quadri varranno a darcene un’idea, non inutile a guisa di prefazione a quello che sarà il primo bilancio unificato. Ecco qual era, secondo il Maestri, il nonno della statistica italiana – il padre n’è il senatore Luigi Bodio, ed i figli sono, ahimè! troppi e manca l’unità d’indirizzo – finanziariamente l’Italia prima della rivoluzione francese (1788):

 

 

Superficie           in kmq2

Popolazione

Entrate dello Stato

Debito pubblico migliaia di lire

Stati sardi

68.771

2.884.003

25.513

154.743

Genova

6.163

618.120

2.778

104.060

Ducato di Milano

11.366

1.178.063

7.000

46.400

Venezia coi possessi

46.710

2.844.212

25.000

117.000

Parma

5.939

250.000

2.530

Modena

6.550

320.000

4.120

Toscana

22.271

1.058.930

7.727

15.500

Lucca

1.494

118.000

516

83

Stato pontificio

41.434

1.308.545

10.300

36.000

Napoli

85.309

4.925.381

75.700

13.800

Sicilia

29.240

1.176.615

5.004

Corsica

8.747

124.000

50

Malta

375

100.000

400

Ragusa

1.207

56.000

——-

———

——-

——-

335.576

16.961.869

164.638

487.576

 

 

Nei vecchi Stati poco si spendeva (10 lire a testa circa) e scarso era il debito pubblico per capo (circa 30 lire). Viene la rivoluzione, l’impero, la restaurazione; la Corsica, Malta, Ragusa sono definitivamente scisse dal corpo politico d’Italia; Venezia perde i suoi possedimenti d’oltremare. L’Austria organizza la finanza lombardo veneta a suo pro e gli Stati minori con essa concordi, affilano armi e denaro contro i tentativi rivoluzionari. Il solo Piemonte prepara la unificazione. Siamo ai tempi eroici della preparazione della riscossa. Ecco le entrate degli Stati nel 1846 e nel 1858 prima delle guerre (in migliaia di lire):

 

 

1846 o 1847

1858

Stati sardi

84.282

176.990

Regno lombardo veneto

110.370

134.696

Ducato di Parma

7.748

9.826

Ducato di Modena

7.187

11.678

Granducato di Toscana

23.677

32.650

Ducato di Lucca

2.490

Stato pontificio

52.830

77.709

Regno di Napoli

118.758

137.465

Sicilia

28.742

43.141

——-

——-

436.084

624.155

 

 

Lo sforzo maggiore fu sostenuto dal regno sardo nel periodo che sta tra le due guerre del 1848 e del 1859. Era il terzo Stato d’Italia innanzi al 1843 e divenne il primo alla vigilia della guerra vittoriosa. Gli altri Stati che miravano a difendersi, non osavano scontentare troppo, per una causa ingiusta, i contribuenti. In Piemonte, in Liguria, in Sardegna, anche in Savoia ed a Nizza, il sacrificio era lietamente sostenuto perché si sapeva dove mirava e lo scopo era creduto santo. Ferdinando di Napoli faceva scrivere da Agostino Magliani (divenuto poi ministro delle finanze d’Italia) un opuscolo per celebrare la mitezza delle imposte nel vasto regno delle Due Sicilie e criticare la loro asprezza nel più piccolo regno sardo. Cavour vi fece rispondere dallo Scialoia, fuoruscito napoletano, che i piemontesi pagavano duramente; ma pagavano per costruire ferrovie e per apprestare l’esercito al riscatto della patria.

 

 

Il primo bilancio unificato fu quello del 1862. Terribile bilancio, che nei suoi 480 milioni di entrate effettivamente riscosse, 926 milioni di spese effettive e nel disavanzo di 446 milioni rispecchia, in cifre, la grandezza della battaglia combattuta. Le entrate diminuite non poco al disotto della somma dei redditi degli antichi Stati prima della guerra, e le spese grandemente cresciute. Poco migliorarono le cose negli anni fino al 1870: nel 1863 il disavanzo si riduce lentamente a 382 milioni, ed a 367 nel 1864, a 270 nel 1865 per balzare a 721 milioni nel 1866 (con 617 milioni di entrata e 1 miliardo e 338 milioni di spese). In seguito, nel 1867 sono 214 milioni di disavanzo, 265 milioni nel 1868, 148 nel 1869 e 214 nel 1870.

 

 

Qui si chiude l’epoca delle guerre e della finanza bellica; e si cominciano a gittare le fondamenta della fortuna odierna. In quei primi anni tutte le energie del nuovo regno erano tese strenuamente a raggiungere due fini: far onore alla firma dello Stato verso i creditori e sostentare l’esercito e l’armata. Nel consuntivo del 1862 (le cifre sono in totale un poco superiori a quelle citate sopra, perché comprendono anche il movimento dei capitali) si dichiarano spesi per le finanze 356 milioni, per la guerra 289, per la marina 78. Poiché almeno 250 milioni sui 356 delle finanze riguardano il debito pubblico, è chiaro che 620 milioni su 975 andavano spesi per il fine supremo della conservazione e della integrazione del territorio. Importava tener pronti l’esercito e la marina per la seconda guerra imminente coll’Austria; ed era necessario tener la fede giurata ai creditori per poterne ottenere altri prestiti nell’ora del cimento. I lavori pubblici assorbivano notevole parte della somma residua: 107 milioni, proseguendo così in Italia quella ardimentosa politica ferroviaria che aveva reso il Piemonte uno Stato fortemente unito e militarmente saldissimo. Gli uomini di Stato videro subito che l’unione politica d’Italia non poteva durare ove non fosse rinsaldata dall’unità economica. Occorreva unire quel che gli Stati antichi si erano forzati di separare. Agli altri fini della vita pubblica si dava a mala pena quant’era necessario: 65 milioni ai prefetti ed alla polizia per mantenere l’ordine e la sicurezza, 30 milioni alla grazia e giustizia, 22 milioni all’agricoltura, industria e commercio, e 15 milioni all’istruzione. Era un bilancio unilaterale, che aveva una faccia sola: la difesa nazionale; né si poteva chiedere di più quando le spese quasi superavano del doppio le entrate.

 

 

La storia finanziaria italiana fu, per gran parte del cinquantennio decorso, una lotta contro il disavanzo. Dal 1862 al 1874 non un bilancio va immune dal doloroso supero delle spese sulle entrate effettive. Col 1875 è raggiunto finalmente il pareggio, gran sogno di Quintino Sella e giustificazione sola ed alta della sua spietata ferocia tassatrice. Anzi nel 1875 stesso abbiamo un piccolo avanzo di 13 milioni di lire. Ma è avanzo di breve durata, che raggiunge il massimo nel 1881 con 53 milioni; l’abolizione del macinato lo fa discendere nel 1883 a 3 milioni appena e subito dopo ricompare la lugubre teoria dei disavanzi. Sono gli anni delle follie bancarie, delle crisi edilizie, dei grandiosi programmi ferroviari, della espansione coloniale, dell’abolizione, poco durata, del corso forzoso. Dal sogno prematuro di grandezza e di prosperità economica l’Italia si desta nel 1888-89 con un bilancio consuntivo di 1 miliardo e 500 milioni all’entrata e di 1 miliardo e 736 milioni all’uscita ed un disavanzo di 235 milioni.

 

 

La lezione fu dura; ma non andò perduta. Il disavanzo, che dura dal 1885-86 al 1896-97 insegnò la moderazione nelle spese e fu consigliero di raccoglimenti fecondi. Oggi noi godiamo i frutti della prudenza di governo consigliata dagli eventi di quell’epoca. Dal 1897-98 il bilancio italiano è sempre stato in avanzo e poté ascendere ad altezze che cinquant’anni fa avrebbero riempito di stupore. Le entrate effettive, che nel primo bilancio unificato del regno (1862) erano di 480 milioni, nelle previsioni per il 1911-12 salgono a 2 miliardi e 244 milioni; ma le spese, che allora quasi avevan superato del doppio le entrate (926 milioni), ora vi rimangono al disotto, con 2 miliardi e 169 milioni ed un avanzo di prima previsione di 74 milioni. Rimangono al di fuori di questi totali le entrate e le spese di parecchie aziende speciali che nel 1862 non esistevano, principalissima l’azienda ferroviaria, col suo mezzo miliardo di prodotti del traffico. Se teniamo conto anche solo di queste, vediamo che in cinquant’anni le entrate sono quasi sestuplicate e le spese triplicate. Cammino gigantesco che forse nessuno degli altri grandi Stati d’Europa ha compiuto. L’incremento delle entrate ha consentito una ricchezza e varietà di spese che non sarebbero parse sopportabili quando i mezzi erano di tanto più ristretti. Tesoro e finanze che nel 1862 spendevano 356 milioni ora ne spendono 1014; la guerra da 289 è passata a 396, la marina da 85 a 192. Il margine che alle altre funzioni era lasciato nel 1862 in piccolissima misura ora si è allargato: all’interno, arricchitosi di funzioni di sanità pubblica, prima quasi ignorate, si danno 119 milioni invece di 71, ai lavori pubblici 119 invece di 107, alla grazia e giustizia 52 invece di 30, alla rappresentanza all’estero 22 invece di 3, all’agricoltura e commercio 27 invece di 22, ed all’istruzione 103 milioni invece di 15. Questo è l’incremento proporzionatamente più forte che siasi verificato nei bilanci italiani; indice del fervore crescente con cui il popolo anela al suo elevamento intellettuale. Un nuovo ministero è sorto, prima conglobato con altre amministrazioni, le poste e telegrafi, con un bilancio di 122 milioni; ed una azienda di mezzo miliardo, la ferroviaria, si è costituita con un bilancio particolare.

 

 

Non tutto, in questo crescere delle spese e delle entrate pubbliche, è lodevole. Molto vantaggio sarebbe venuto al paese se i governanti non avessero caricato il bilancio dello Stato di nuove pletoriche funzioni, che meglio sarebbero state esercite da imprese delegate (ferrovie, ecc.), o se avessero provveduto ad applicare il vecchio adagio «impiegati pochi ma buoni» che fin dai primi anni verso il 1860 risuonava nelle aule del parlamento in Torino. Comunque sia di ciò e qualunque sia il giudizio che si darà dalla storia intorno al meglio che si sarebbe potuto fare e sovratutto intorno al parecchio che si sarebbe potuto evitare, una cosa è certa: che il paragone fra i bilanci del 1862 e del 1911-12 è tale da fare inorgoglire gli italiani. Quasi soli tra i grandi Stati d’Europa (ci fa compagnia l’Inghilterra) noi da tempo non accresciamo il debito pubblico ed abbiamo il bilancio in pareggio. Lunga è ancora la via da percorrere; ed il popolo d’Italia ha ben ragione di aspettare dai suoi governanti servizi pubblici migliori e meno costosi e meno ingombranti di inutili interventi. Ai suoi governanti il popolo italiano ha fornito, con tenacia di sacrificio, mezzi per condurre la guerra e per conservare la pace, per soddisfare agli impegni d’onore di un debito pubblico, ereditato dagli antichi Stati in meno di 2 miliardi e mezzo e cresciuto ben presto a 15 miliardi circa, e per dare impulso alla cultura ed agli strumenti dell’unificazione economica, che più larghi non avrebbero osato certamente immaginare, non che sperare, i grandi che prepararono l’Italia nuova.

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