Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Collaborazionisti

«Corriere della Sera», 8 settembre 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 816-820

 

 

 

I collaborazionisti seguitano ad offrirsi. Adesso si offrono per mezzo dei loro amici di destra, di quegli sfiancati radicali democratici socio riformisti, che sono una delle afflizioni più fastidiose del nostro paese, incapaci di avere un’idea propria, salvo quella di aver paura di coloro che gridano di più, purché siano a sinistra.

 

 

E quali argomenti adducono per dimostrare la necessità del collaborazionismo dei liberali con i socialisti del manifesto? Che questi da un pezzo desiderano di collaborare, fin da prima che i fascisti diventassero tremendi a vedersi, fin da quando alle tendenze estremiste pareva arridere un imminente trionfo. Può darsi che i destri del socialismo pensassero fin da allora nell’intimo foro della loro coscienza che il potere era una cosa buona; ma non sembra che, nel tempo dei trionfi di Bombacci e C., avessero trovato il modo e l’opportunità di esprimere pubblicamente e chiaramente tale loro proposito; né le cronache dei giornali parlano di una andata di Turati al Quirinale, innanzi che i fascisti gli avessero dato il coraggio della disperazione.

 

 

Secondo argomento: alle masse, a cui non potete, o meglio a cui non è possibile oggi, da nessuno, borghese o proletario, conservatore o democratico, fascista o socialista, dar niente, perché non c’è nulla da dividere – è il «Secolo» che lo dice nel suo numero del 2 settembre – perché non ci sono denari da dare a nessuno, nemmeno alle cooperative socialiste; a queste masse, a cui non si può offrire la collaborazione per attuare una larga politica di riforme sociali, oggi assurda per mancanza di mezzi, a queste masse offrite almeno il potere! Notisi però che le masse si chiamano, a quanto pare, Turati, Treves, Prampolini e D’Aragona. Passi per D’Aragona, il quale è almeno capo della confederazione del lavoro. Ma quali masse rappresentano Turati e Treves e Prampolini? Quali prove essi hanno dato di essere capaci di tirarsi dietro le masse e non di farsi rimorchiare dai peggiori elementi tra i guidatori di masse? Il potere per il potere; il potere per avere l’esercito e la guardia regia in mano e servirsene contro il fascismo e più contro la patria: ecco il vero programma dei collaborazionisti.

 

 

Altro scopo non si vede, perché i collaborazionisti nel loro manifesto non hanno esposto alcun programma: ed i loro amici radicali aggiungono che oggi i socialisti al potere non potrebbero far niente a favore delle classi operaie. Purtroppo, scrive lacrimando il giornale della democrazia, oggi il tesoro è esausto ed il programma delle economie si impone. Ma sono davvero i socialisti collaborazionisti i più adatti ad attuare il programma delle economie? Noi ricordiamo la recentissima polemica Cabiati-Colombino, da cui risultò che i deputati socialisti, in seno al comitato parlamentare per la marina mercantile, hanno bensì serbato in fondo al loro cuore – quanti bei sentimenti nascondono in seno, timide viole mammolette, i collaborazionisti! – i loro ideali liberisti; ma poi hanno votato per dare i denari dello stato, ossia i denari dei debiti e del torchio, ai «pescicani» dei cantieri navali, purché un po’ della pioggia benefica cadesse in grembo ai metallurgici federati. E ricordiamo che l’episodio, non piccolo né insignificante, si inquadra benissimo in quel discorso Rifare l’Italia! che, non essendo mai stato corretto e rinnegato, costituisce ancor oggi il vangelo del collaborazionismo italiano. Il programma del Rifare l’Italia! è tutto un progetto: di opere pubbliche, di bonifiche, di elettrificazioni, di laghi, di canali, di avocazione allo stato di nuovi servizi, di iniziative colossali per cambiar faccia all’Italia, tutte cose che non si possono fare oggi, come dolorosamente confessano i partigiani democratici del collaborazionismo. Dove, come hanno i collaborazionisti dichiarato apertamente di buttare a mare un programma che fu fantastico sempre ed oggi è proclamato inattuabile anche dai ciechi e dai sordi? Quando hanno apertamente affermato che i servizi pubblici non possono essere sospesi, che gli scioperanti ferrovieri e postelegrafonici debbono essere puniti nell’interesse non dello stato capitalistico, ma dello stato come tale, creato a beneficio di tutte le classi? Non sono forse essi coloro i quali hanno prima aderito all’ultimo insensato e criminoso sciopero ed hanno poi strappato equivoche parole al presidente del consiglio a pro degli scioperanti ed hanno finalmente gridato, come aquile spennate, al mancamento di parola quando il governo si è deciso, sotto la pressione dell’opinione pubblica, a fare il suo dovere?

 

 

No. Finché i collaborazionisti abbiano dato più chiare prove di aver mutato a fondo la loro mentalità, noi continuiamo ad essere persuasi che a nessuna classe della borghesia la collaborazione socialista possa essere più grata che a «quei filibustieri della siderurgia, a quei ladri dello zucchero, a quei pirati del mare, a quei pescicani terrieri» che l’organo democratico insinua essere i soli borghesi i quali rifiutano la collaborazione. La mentalità dei protezionisti borghesi è perfettamente simile, anzi identica alla mentalità dei socialisti collaborazionisti. Appartengono amendue alla peggior specie della borghesia, a quella la quale vive di favori governativi. Gli uni, i protezionisti borghesi, per pigrizia di intelletto e per avidità di pronto lucro immaginano che lo stato sia una macchina creata per promuovere l’economia del paese, ossia, secondo il loro vocabolario, per impedire l’entrata nello stato alle merci straniere, per fornire ordinazioni alle fabbriche italiane, per dare sussidi ai cantieri navali, premi alla marina mercantile ed allo spirito di prima categoria, ossia a quello ricavato dal vino nazionale, negli anni di abbondante raccolto. I socialisti collaborazionisti credono che lo stato non debba dare nulla di quanto sopra, senza far parte del bottino alle categorie di operai che essi hanno organizzati – i disorganizzati non sono uomini, fu detto dai teorici del partito – senza garantire salari minimi, organici di impiego, minimo imponibile di lavoro, garanzia di stipendio e di promozione e licenza di scioperare. La Banca d’Italia è costretta malamente ad aiutare la Banca di sconto e l’Ansaldo e l’Ilva? Bisogna dare, per contrappeso, qualche centinaio di milioni ai consorzi minerari, alle cooperative rosse; bisogna finanziare, a colpi di milioni, le bonifiche e le occupazioni dei latifondi, imprese dei rossi.

 

 

Questa è la collaborazione socialista borghese quale sinora si è manifestata nella pratica. Per quale buona ragione si vorrebbe da noi il consenso ad una politica distruttiva, alla quale e non alla guerra, noi dobbiamo la situazione disastrosa delle finanze pubbliche nel momento presente. Il cambio a 400, il disavanzo persistente a miliardi, il caro della vita, tutto quel che noi vediamo di più dannoso e preoccupante per l’avvenire del paese non è forse dovuto alla resistenza feroce opposta alla smobilitazione economica dal connubio fra le peggiori forze della borghesia e le più voraci schiere del proletariato, impersonate per l’appunto nei socialisti collaborazionisti?

 

 

Anche noi chiamiamo a raccolta le forze sane della borghesia e del proletariato. Non noi certamente abbiamo paura della loro collaborazione. Ma non deve essere una collaborazione rivolta a spartirsi le buone cose del potere. Una collaborazione, in cui ai borghesi fosse dato il ministero dell’industria ed agli operai quello del lavoro, sarebbe una bruttissima cosa, così come oggi è disastrosa l’attribuzione esclusiva del ministero di agricoltura ai popolari, con facoltà di ubbidire agli ordini di bassa propaganda elettorale di don Sturzo. Questa è la collaborazione che non vogliamo perché rovinosa, perché fatalmente inclinata a ridurre l’Italia alle condizioni dell’Austria. Ma se tra gli operai ed i loro organizzatori c’è chi è persuaso essere compito urgente dell’ora ridurre lo stato alle sue funzioni originarie, riorganizzare i servizi pubblici su una base economica, sopprimere i regali del denaro pubblico senza badare alle grida degli industriali abituati al facile vivere e degli operai alimentati indirettamente dal saccheggio dell’erario, se ci sono rappresentanti del proletariato convinti che il primo essenziale ed oggi assorbente modo di fare il bene di tutti, borghesi, contadini ed operai, sia il pareggio ad ogni costo e contro tutti del bilancio dello stato, noi siamo pronti a collaborare con essi, a cedere ad essi il passo e ad aiutarli fervidamente nell’opera che vorranno intraprendere a pro dell’Italia. Gli uomini del collaborazionismo non meritano, no, tale prova di fiducia. Tutta la loro opera passata, tutta la loro mentalità, tutto ciò che essi hanno detto e fatto dimostrano che essi sono strettissimi parenti spirituali di quelli parte della borghesia, che non è degna di essere ascritta alla classe dirigente, perché vive di rapina o di elemosina. Non abbiamo aspettato oggi a rinnegare questi falsi borghesi; perché dovremmo abbracciare i falsi proletari?

 

 

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