Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. III

Corriere della Sera

Come crebbe la più grande banca italiana. I due miliardi delle casse postali

«Corriere della Sera», 16 aprile 1913

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.III, Einaudi, Torino, 1960, pp. 495-500

 

 

 

 

Due notizie recenti intorno alle nostre casse postali di risparmio meritano di essere commentate: per la prima essendosi saputo che i depositi di risparmio postali hanno il 17 marzo scorso raggiunto i 2 miliardi di lire; e per la seconda essendo stato comunicato che in sua seduta del 6 aprile il consiglio dei ministri aveva approvato un disegno di legge presentato dall’on. Galissano, con il quale si eleva a 6.000 lire il limite massimo dei depositi postali per ciascun libretto. Una relazione recente del comm. Giuseppe Cacopardo, fino alla fine del marzo 1913 direttore generale dei vaglia e dei risparmi al ministero delle poste e telegrafi, consente di vedere per quali gradi, dai due milioni e mezzo di depositi del primo anno di istituzione, le casse di risparmio postali italiane sieno riuscite a mettere insieme i due miliardi di oggi e mette in chiaro le ragioni per cui si è deliberato di portare a 6.000 lire il limite massimo dei depositi su ciascun libretto.

 

 

La storia delle casse postali di risparmio si può distinguere in due periodi: uno più lungo, dalla istituzione fatta con legge del 27 maggio 1875 sino alla legge dell’8 luglio 1909; e uno di minor durata, dall’8 luglio 1909 ad oggi, in cui si iniziarono nuovi ordinamenti, capaci di imprimere rinnovato slancio ai depositi.

 

 

Il primo e più lungo periodo fu segnalato per due norme: di cui la prima diceva che su ogni libretto (ed una persona non poteva avere più d’un libretto) non poteva farsi un deposito fruttifero maggiore di 2.000 lire; mentre la seconda limitava ancor più i depositi, vietando di depositare in ogni anno più di 1.000 lire per libretto. Era evidente lo scopo che s’erano proposti i fondatori delle casse postali: offrire un asilo sicuro ai modesti risparmi dei piccoli capitalisti che non si fidavano né degli investimenti in titoli di rendita, né dei depositi presso banche e banchieri privati, e non avevano, vivendo lungi dalle città in luoghi di campagna, comodità di giovarsi di altre istituzioni di credito. Alzando lo sguardo oltre la cerchia della gente minuta, i fondatori delle casse postali ambirono altresì raccogliere i depositi temporanei della borghesia di medi proprietari, professionisti, impiegati, i quali possono avere delle giacenze di cassa momentanee, che consumeranno poi nel corso dell’anno, o impiegheranno in compra di titoli o in mutui, quando la somma si sia fatta alquanto più rotonda. Con questi intendimenti prosperarono le casse postali; le quali dalle lire 2.443.404 raggranellate alla fine del 1876 a mano a mano passarono a raccogliere 112.128.422 lire alla fine del 1883, e poi 400.039.468 lire alla fine del 1893 e, raddoppiando ancora, 869.224.123 alla fine del 1903; superando il miliardo, con 1.068.384.660 lire, alla fine del 1905; e toccando 1.506.497.274 lire alla fine del 1908; malgrado che l’interesse netto pagato ai depositanti fosse via via stato ridotto dal 4,25 al 4 e poi al 3,50, al 3,25 per cadere definitivamente al 2,64 %.

 

 

Nei primi mesi del 1909 un fatto nuovo e degno di riflessione si verificava per la prima volta: i depositi accennavano a discendere: dalle lire 1.506.497.274 alla fine di dicembre 1908 erano ancora saliti a lire 1.520.617.503 alla fine di gennaio 1909, per l’affluire consueto dei salari e guadagni e degli interessi esatti dalla clientela risparmiatrice nei primi giorni dell’anno; ma poi si era iniziata la discesa: a 1 miliardo e 516 milioni alla fine di febbraio, a 1 miliardo e 509 milioni alla fine di marzo, a 1 miliardo e 503 milioni alla fine di aprile, a 1 miliardo e 497 milioni alla fine di maggio ed a 1 miliardo e 492 milioni alla fine di giugno. Se la discesa fosse continuata, gran danno avrebbero sentito le provincie, i comuni, i consorzi pubblici, le istituzioni d’ogni fatta, le quali ricorrono ai fondi delle casse di risparmio per ottenere prestiti a mite interesse con cui costruire scuole, acquedotti, strade, manicomi, ospedali, ecc. Ben poteva darsi che il fenomeno fosse temporaneo, dovuto ai ritiri degli emigranti ritornati in patria in seguito alla crisi del 1907 negli Stati uniti, i quali potevano essersi trovati astretti a consumare parte dei risparmi prima accumulati. Ma poteva anche essere indizio di una tendenza più duratura, sia che le casse postali avessero soddisfatto intieramente ai bisogni di risparmio della clientela, sia che una parte dei loro clienti tendesse a spostare i depositi a pro delle casse ordinarie di risparmio o delle banche private, le quali vanno disseminando la penisola di succursali ed offrono ai depositanti ogni maniera di agevolezze, maggiori di quelle che prima della legge 8 luglio 1909 potevano fornire le casse postali.

 

 

L’aculeo della concorrenza insegnò alle casse postali la via da tenere. Anzi i depositanti l’avevano già spontaneamente indicata essi medesimi, violando la norma di legge la quale vietava di far depositi fruttiferi superiori alle 2.000 lire. Molti depositanti invero aprivano diversi libretti intestati ad altri nomi, cosicché, per quelli che osavano violare la legge, il limite delle 2.000 lire era diventato del tutto nominale. Queste nuove vie extra-legali furono appunto legalizzate con la nuova legge dell’8 luglio 1909, la quale stabilì: 1) che fosse abolito il divieto di non poter depositare più di 1.000 lire all’anno; 2) che fosse elevato a 4.000 lire il limite dei depositi fruttiferi; 3) che fossero autorizzati, come già lo erano le opere pie, anche i comuni, le provincie e gli enti morali a far depositi fruttiferi senza limiti di somma. Le casse postali estendevano così la cerchia della loro clientela. Da un lato offrivano alle istituzioni pubbliche il mezzo, di depositare fruttuosamente le giacenze di cassa, che talvolta rimanevano infruttifere in mano dei tesorieri; dall’altro si faceva appello alle classi più agiate ed altresì alle classi commerciali e viaggianti, mercé l’istituzione del libretto di riconoscimento, con cui il possessore di libretto postale può ritirare a vista il suo denaro in ogni tempo e in ogni località del regno, che sia sede di ufficio di posta. Come osserva il Cacopardo,

 

 

mercé l’elevazione a lire 4.000 dei depositi fruttiferi, si valgono del libretto postale di risparmio, in più largo numero e per somme sempre rilevanti, i numerosi commessi viaggiatori e tutti coloro che per ragioni di traffico e di commissioni sogliono percorrere da un capo all’altro la nostra penisola. Se ne valgono tutti coloro che per ragioni di studio, di professione, di rappresentanze, ecc. ecc., sono costretti a far lunghi viaggi dalla città nativa, dal proprio collegio alla capitale, o in altre sedi del regno, dove han bisogno di permanere per un periodo più o meno lungo: di questo numero sono molti deputati, senatori, consiglieri provinciali, componenti di commissioni, professionisti e quanti altri, mossi da necessità varie, sono obbligati a trasferirsi ed a sostare più o meno lungamente nei grandi centri. Se ne servono periodicamente, in certe stagioni dell’anno, tutte quelle famiglie che sogliono raccogliere a risparmio il soprapiù delle loro entrate ordinarie, per dedicarlo nella propizia stagione in viaggi e permanenze nelle sedi balnearie o di acque termali.

 

 

L’allargamento della clientela, consentito dalla nuova legge e facilitato da una adatta opera di propaganda dell’amministrazione, conseguì ben presto i suoi effetti. Mentre i depositi, dopo essere aumentati di 142 milioni nel 1906 e di 207 nel 1907, erano nel 1908 cresciuti soltanto più di 89 milioni di lire e nel primo semestre del 1909 erano anzi, come vedemmo, diminuiti di 28 milioni; subito dopo la promulgazione della legge 8 luglio 1909 crescono nuovamente: di 3 milioni nel secondo semestre del 1909 e di 160 milioni nel 1910.

 

 

A questo punto la virtù della legge sembra rallentarsi: dal primo gennaio 1911 al 28 febbraio 1912, ossia in 14 mesi, vi ha ancora un incremento di 92 milioni, ragguardevole bensì in vista della cresciuta concorrenza delle casse ordinarie e delle banche, che hanno moltiplicato negli ultimi anni le agevolezze ai depositanti e correntisti e della istituzione, avvenuta nel 1911, di casse postali di risparmio negli Stati uniti, le quali vorrebbero anche assorbire il risparmio dei nostri emigranti; ma, sebbene ragguardevole, pur sempre meno rapido di quello che fu nel secondo semestre del 1909 e nell’anno 1910. Dal 28 febbraio 1912, in cui erano di 1 miliardo e 893 milioni al 17 marzo 1913, in cui fu toccata la pietra miliare dei due miliardi, vi fu un ulteriore aumento di 107 milioni, aumento ragguardevolissimo, se si pon mente che le vicende politiche ed economiche dell’anno avrebbero potuto anche spiegare un eventuale consumo degli interessi ossia del reddito dei depositi. Ma tuttavia aumento inferiore a quello del secondo semestre del 1909 e del 1910.

 

 

Onde da tempo l’amministrazione pensava ad escogitare nuovi avvedimenti; ed il Cacopardo scriveva

 

 

che molte altre classi più benestanti potranno essere accaparrate, se l’amministrazione, convinta dalla fatta esperienza e perseverando nel proposito di dare una maggiore espansione al risparmio postale, addivenisse ad accrescere progressivamente il limite dei depositi fruttiferi fino alle lire 10.000, equiparandolo a quello oramai concesso per varie ragioni ai nostri emigranti all’estero; e se nel contempo, abbinando al servizio del nostro risparmio quello, in corso di studio, degli assegni e delle compensazioni postali, concedesse a questo ultimo mezzo di trasmissione di valori, nei piccoli centri non sedi di banche private, il beneficio di un misurato interesse per quelle somme che si volessero far restare in potere dell’amministrazione, oltre un determinato periodo di tempo.

 

 

Il disegno di legge, che ora si annuncia, dell’on. Calissano vuol percorrere la strada a gradi; e per ora comincia ad elevare il limite dei depositi da 4.000 a 6.000 lire. Nessun dubbio però che questo è un primo passo e che qui non si fermano le ambizioni dei reggitori delle casse postali di risparmio; poiché, ricordando le parole pronunciate, in occasione del dibattito sul monopolio assicurativo, dall’on. Giolitti, doversi cioè «concentrare nello stato le maggiori forze finanziarie», il Cacopardo affermava la necessità di

 

 

presidiare lo stato di forti risorse finanziarie, per metterlo in grado non solo di agevolare agli enti il compimento di opere pubbliche di vitale importanza, ma di esercitare nelle lotte economiche moderne, la propria azione moderatrice e difensiva, nel pubblico interesse.

 

 

Intorno alla quale ultima necessità è lecito rimanere pensosi e dubbiosi, sebbene le ragioni del dubbio siano troppo complesse per poter essere esposte nella conclusione di breve articolo. Non si può tuttavia rimanere dubbiosi intorno alle ragioni logiche che spingono ogni istituto a crescere ed a rafforzarsi nella lotta di concorrenza con gli altri istituti. Credevano i fondatori di offrire un sicuro asilo alle alcune centinaia di lire di risparmio della minuta gente italiana. Ma la gente minuta s’è fatta laboriosa in patria ed ha cercato fortuna all’estero ed i suoi risparmi sono cresciuti d’anno in anno a cifre che nel 1875 si sarebbero credute assurde. Né basta: i nuovi amministratori hanno visto che altre classi sociali, di commercianti, di professionisti, di viaggiatori, potevano aver bisogno dei servizi delle casse postali; onde essi quei servizi hanno creato e si apprestano ad allargarli con nuovi perfezionamenti. Sorte e cresciute nell’aura vivificatrice della concorrenza e della emulazione feconda con le casse ordinarie di risparmio, con le banche ed i banchieri privati, le casse postali hanno consentito alla Cassa depositi e prestiti, che ne amministra i fondi, di diventare la maggiore banca d’Italia; hanno fatto dello stato, qualunque sia il giudizio che di siffatta novità si voglia fare, il primo banchiere d’Italia; e, dopo di avere raccolto 2 miliardi, si apprestano, con l’elevamento del limite dei depositi a 6.000 lire, con la istituzione degli assegni e delle stanze di compensazione postali, a raccogliere in avvenire somme ancor maggiori. Né il loro giganteggiare ha nociuto ai concorrenti, che dovettero e devono tuttodì escogitare nuovi più perfetti congegni bancari per resistere nella lotta diuturna, la quale non lascia né vincitori né vinti. Non è questo forse la bellezza della libertà di assegnare la vittoria a tutti quanti sanno rendere servigio alle genti umane?

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