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Saggi

La Riforma Sociale

Come misurare la protezione doganale e se la domanda possa essere regolata

«La Riforma Sociale», settembre-ottobre 1931, pp. 523-527

Saggi, La Riforma Sociale, Torino, 1933, parte II,pp. 347-353

 

 

 

A. Loveday: Britain and World Trade: Quo Vadimus and other Economic Essays. (Un vol. di pag. XXI-229, Longmans, Green and Co., London, 1931. Prezzo 10 sc., 6 d. net.).

 

 

L’egregio capo del servizio di informazioni economiche della Società delle nazioni ha raccolto in questo volume sei saggi, cinque dei quali potrebbero convenientemente essere raggruppati sotto il titolo del più suggestivo di essi Quo Vadimus?; laddove il sesto, ultimo della serie (pag. 192-229) discute un problema tecnico di grande importanza, la formazione di indici del livello delle tariffe doganali. È noto, perché ripetutamente denunciato nelle pagine di questa rivista[1] dal Rèpaci, l’errore grossolano in cui cadono i protezionisti, i quali, per misurare la gravezza della protezione doganale in un paese arrivano talvolta a confrontare l’ammontare totale dei dazi doganali “riscossi” in uno Stato con il valore totale delle importazioni nello Stato medesimo, come se, ufficio dei dazi protettivi essendo di tener lontane le merci straniere, il massimo di protezione non si toccasse per l’appunto quando, nulla entrando nello Stato, l’erario nulla incassa! Al limite, entrerebbero solo merci esenti da dazio ed il provento doganale essendo nullo, nulla sarebbe la gravezza della protezione. A tanta grossolanità arrivano pochi; ma il Loveday acutamente persegue il sofisma nelle più sottili forme assunte nelle discussioni avvenute durante le ripetute conferenze tenute a Ginevra intorno alla spinosa materia. Ai più riesce difficile persuadersi che la protezione doganale comparativa di diversi paesi non sia misurata dai rispettivi rapporti tra i dazi doganali imposti in ogni paese e le importazioni dell’estero nello stesso paese, ovvero tra i dazi ed il consumo interno. Si ha l’impressione di tener conto così per ogni paese, dell’importanza effettiva delle merci importate o consumate in quel paese. A parte il caso limite di dazi proibitivi, i quali escludono una data merce dall’importazione ed il relativo dazio dal calcolo, è chiaro che il metodo si aggira in un circolo vizioso. Come misurare la gravezza, l’onere, l’importanza, l’efficacia protettiva di un dazio, paragonandolo con un’importazione od un consumo, la cui quantità è in funzione del dazio stesso? E come paragonare rapporti constatati nei diversi paesi, su termini eterogenei? Quale significato ha il rapporto ora detto ai fini della misurazione dell’efficacia protettiva dei dazi doganali? Se nei paesi A e B si riscontra che il rapporto medio fra l’importo dei dazi e il valore delle importazioni è, rispettivamente, del 10% e del 20%, forseché si potrà concludere che la protezione è più alta od efficace in B che in A? Potrebbe ben darsi, invece, che il rapporto del 10% in A fosse il risultato di dazi singoli sufficienti a spostare la convenienza di produrre dalla merce che al limite è ancora producibile all’interno senza dazio alla merce protetta, laddove il rapporto del 20% in B non ha tale efficacia. Il Loveday abbandona quindi per disperato ogni tentativo di misurare l’efficacia della protezione doganale e si chiede se non sia possibile tentare una impresa più modesta: misurare l’impedimento (obstruction) che il dazio pone al commercio. Ogni dazio, rialzando i prezzi e restringendo la domanda, impedisce, frastorna il commercio. Ad ottenere siffatta misura, il Loveday propone di compilare una lista delle merci più importanti le quali normalmente costituiscono, dice egli, la catena complessiva del commercio internazionale, e di calcolare il rapporto, nei diversi paesi, fra i dazi e il valore delle merci scelte. Come debbono essere scelte le merci in guisa che esse diano un’immagine non solo del commercio mondiale ma anche dei singoli paesi considerati, come ne debba essere calcolato il prezzo, come sia possibile, coll’intervento a volta a volta di periti nelle varie merci, calcolare i rapporti fra prezzo e valore della merce, qual peso debba essere dato alle merci, ecco i problemi sottili che il Loveday tratta con grande perizia nella Memoria sesta, punto di partenza fondamentale per ogni ulteriore indagine in materia. Una conclusione possiamo prudentemente trarne sin d’ora: di andar guardinghi a fare paragoni tra paese e paese in argomento di dazi doganali, anzi di astenersene del tutto, finché gli scandagli attenti intrapresi dall’ufficio diretto dal Loveday e da altri istituti scientifici non forniscano materiali più sicuri di quelli che oggi si posseggono.

 

 

Gli altri cinque saggi pongono un problema più generale e forse più interessante, oggi, di quello tecnico ora accennato. Il titolo Quo Vadimus ne suggerisce la materia: verso quale meta è indirizzato il mondo, verso qual meta in principal modo è indirizzata l’Inghilterra? Pubblicati tra il maggio 1927 ed il 25 ottobre 1930, i cinque saggi del Loveday: Tendenze economiche post belliche dall’armistizio al 1925; Anni di progresso: 1925-1929; Quo Vadimus; Oro e prezzi; La Gran Bretagna ed il commercio mondiale, assumono, oggi che l’Inghilterra abbandonando il tipo aureo è ritornata al corso forzoso, quasi un valore profetico. A sunteggiare i saggi concettosi del Loveday, bisognerebbe riprodurli per intiero. Egli discute con notizie sicure, con dati lungamente ed abilmente elaborati, i problemi tormentosi dell’ora presente. Quale influenza ha esercitato il ritorno all’oro sull’equilibrio fra imposte, pesi fissi di interessi dei debiti pubblici e privati, salari, prezzi viscosi o poco mobili delle merci in generale al minuto o di talune merci industriali e prezzi mobili di altre merci agricole ed industriali? Quale l’influenza delle barriere doganali, del frazionamento degli stati, delle riparazioni, della diminuzione del risparmio? Il Loveday non nega nessuna delle cause accennate della crisi presente. Egli ha il temperamento di un giudice: pesa accuratamente fattore per fattore e tenta di distribuire il più accuratamente possibile la responsabilità degli effetti osservati. Ma, nonostante la scrupolosa oggettività, il giudizio personale di quando in quando si fa sentire. Il Loveday non è solo un misuratore di quantità; ma guarda all’anima delle quantità che è suo ufficio quotidiano di calcolare colla massima esattezza possibile, e, con occhio clinico, scruta dentro nelle cifre per scorgere il germe della malattia. Probabilmente il germe che egli ha veduto non è il solo da cui la malattia ha avuto origine. Ma, poiché il suo è occhio lungamente sperimentato, ciò che egli ha visto ha certamente avuto gran parte nel creare le condizioni patogene da cui il morbo della crisi mondiale e principalmente il morbo della crisi britannica è sorto. Chiedo venia al Loveday se, dovendo sunteggiare, forse accentuo. Il punto critico della crisi pare sia ai suoi occhi lo squilibrio fra i vecchi ed i nuovi bisogni, fra le vecchie e le nuove industrie. I vecchi bisogni sono quelli fondamentali: del cibo, del bere, del vestito, della casa, della attrezzatura tecnica grossa della vita; i nuovi bisogni hanno carattere secondario e di lusso. I beni consumati nel corso della produzione, si tratti di beni strumentali propriamente detti o di beni destinati al sostentamento dell’uomo tendono ad avere un’importanza relativamente minore in confronto di beni consumati nelle ore che l’uomo ha libere per soddisfare ai suoi bisogni di ordine superiore.

 

 

Il pane di segala è sostituito dal pane di frumento ed i cereali sono sostituiti dai vegetali, dalle frutta e dallo zucchero, dal burro e dalla margarina, dalle uova, dal formaggio e dalla carne. Si consumano meno vestiti e quelli consumati sono più dispendiosi. La produzione della lana è stazionaria in confronto a quindici anni fa, ma la produzione della seta è raddoppiata, e quella della seta artificiale decuplicata. L’industria tessile attraversa una crisi mondiale a causa del mutamento avvenuto nella ripartizione del reddito: è scemata la quota dedicata alle cose necessarie ed è cresciuta quella delle vetture automobili, dei giornali, dei telefoni, della luce elettrica, dei grammofoni e degli apparecchi di telefonia senza fili, dei libri e delle opere d’arte, del materiale fotografico, degli articoli da giardinaggio, da sport, e da viaggio. La diminuzione del saggio netto di incremento della popolazione ha scemato l’importanza relativa dei beni di consumo primario; l’aumento della quota proporzionale del reddito di lavoro in confronto al reddito del capitale (negli Stati Uniti i salari e stipendi vanno dal 52 al 56% dal 1913 al 1925; nella Gran Bretagna i redditi di lavoro e misti di impresa dal 75,50 al 78% tra il 1911 e il 1924; in Germania i salari e stipendi dal 50 al 65%); ha scemato la quota di reddito destinata al risparmio ed aumentato quella rivolta a crescere il conforto della vita. L’aumento della età media degli uomini ha scemato la popolazione dipendente a vantaggio di quella produttiva, e per altro verso il maggior prodotto sociale consente maggior larghezza di vita. La trasformazione avvenuta nella domanda reagisce sulla industria. Le vecchie industrie, le quali provvedono ai bisogni fondamentali della vita, hanno compiuto progressi tecnici grandissimi; la produzione in serie consentendo riduzioni di costi e diminuzioni di mano d’opera su vasta scala. Nelle nuove industrie, la capricciosità della domanda rende rischiosi gli investimenti, né gli industriali con accordi riescono a dominare una domanda che loro sfugge di mano. L’Inghilterra ha subito, forse più di altri paesi, le conseguenze del trasformarsi della domanda, a causa della rigidità della sua organizzazione sociale. La politica degli alti salari delle leghe operaie, ed i sussidi di disoccupazione scemano la mobilità della popolazione lavoratrice. La disoccupazione cresce nelle vecchie industrie del carbone, del ferro, della lana, del cotone; i costi aumentano comparativamente e scema la capacità di esportazione. Manca una educazione tecnica la quale faciliti ai giovani il passaggio da mestiere a mestiere, da arte ad arte. In un mondo, il quale va diventando di giorno in giorno più mobile, che si va allontanando dai vecchi ideali stabili di vita, e cangia senza posa di giorno in giorno i nuovi ideali, l’industria deve sapersi adattare alle mutate circostanze con elasticità nuova. Come ottenere l’alto grado di elasticità, di adattabilità indispensabili per fronteggiare la mutata indole della domanda di beni? Risorge, in nuove spoglie, l’antico dilemma. Il Loveday non crede che la scelta sia oggi fra il socialismo ed il capitalismo; ma fra l’economia coordinata (Planwirtschaft) e la libertà. «Le mutazioni nella domanda possono essere fronteggiate dalla libertà, dal senso di responsabilità e di intraprendenza individuale, dallo sforzo e dalla iniziativa personale. Ovvero può tentarsi uno sforzo rivolto a dominare la domanda od ancora si può voler coordinare dal centro l’intiero meccanismo della produzione con tutte le logiche conseguenze politiche che ne derivano». Agli occhi dell’economista appare, secondo il Loveday, logica nelle grandi linee l’Italia e comprensibile la sua politica economica. Logica e comprensibile è la Russia. Logico ed apprezzabile è lo sforzo compiuto dagli Stati Uniti di conquistare la domanda e di creare una psicologia di massa rivolta a favorire la produzione in massa, a restringere la scelta delle merci consumabili per concentrare la produzione su un gran numero di articoli identici, per organizzare una vita la quale non sia austera, ma uniforme. Non è logico invece non avere né libertà, né piano, rinunciare alla flessibilità risultante dal libero movimento delle unità produttrici e consumatrici senza creare un controllo centralizzato della produzione e del consumo.

 

 

Alla simpatia astratta manifestata dal Loveday verso il tentativo nord americano di risolvere il problema della variabilità e capricciosità della domanda col domarla si potrebbe opporre l’insuccesso presente di quel tentativo. L’esperienza degli ultimi due anni di crisi sembra dirci che la domanda si rifiuta di essere dominata ed obbligata a comprare sempre nuove masse di automobili, di apparecchi radio, di grammofoni, di cose standardizzate. Ad un certo punto, nonostante le allettative degli acquisti a rate, i consumatori si rifiutano di andare innanzi così come sarebbe richiesto dalle esigenze della produzione in massa. La domanda può essere domata compiutamente solo dalla coordinazione intiera della produzione e del consumo nelle mani dello Stato. La Russia non conosce crisi, perché lo Stato stabilisce non solo quel che si deve produrre ma quel che si può e quindi di fatto si deve consumare. – Individuali e razionati i consumi fondamentali grezzi, del cibo semplice, del vestito uniforme, della casa misurata a metri quadrati; collettivi i consumi di ordine superiore: i divertimenti, gli spettacoli, l’istruzione, la lettura, l’oratoria, l’adorazione. Ma è davvero necessario che la domanda sia domata? L’analisi del Loveday, pur finissima, è compiuta? Qui entriamo in un campo in cui lo statistico manca di strumenti adatti di misurazione. Il Loveday, insegue le trasmutazioni della domanda dai beni primari a quelli secondari, finché gli soccorrono i dati delle produzioni di massa. Gli automobili, i grammofoni, gli apparecchi radio sono prodotti misurabili della grande industria. Al di là di questi, non esiste tutto un mondo ricco e vario di bisogni e di beni individuali, personali, variabili da uomo a uomo, che nessuna grande industria riuscirà mai a soddisfare ed a produrre, ma che sono e saranno forse per lungo tempo il regno dell’artigiano, dell’artista, del produttore individuo? Non avventuriamo affermazioni in terra incognita. Auguriamoci che il Loveday, con l’intuito fine dello scopritore, sussidiato da perfezionati mezzi di indagine, si avventuri in questa terra incognita. Il nuovo, il diverso non è fatto per i controlli centrali, per le intese internazionali; e nella creazione del nuovo e del diverso è sempre stato in passato il germe della soluzione delle crisi economiche.



[1] F.A. Rèpaci, Ancora sulla questione doganale (in «La Riforma Sociale», 1923, marzo-aprile, pag. 136-141).

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