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La Stampa

Come muore la gente in Italia

«La Stampa», 15 aprile 1898

 

 

 

Nessuna statistica più interessante di quella delle morti. Quanti muoiono e perché muoiono oggi anno in Italia?

 

 

Alla domanda cercheremo di rispondere per 1896, giovandoci di una recentissima pubblicazione ufficiale. Nel 1896 morirono 758,129, ossia 24,30 morti ogni 1000 abitanti; nei 206 capoluoghi di provincia o di circondario morirono 185,521 individui, ossia il 23,70 per mille abitanti.

 

 

Questi quozienti sono i più bassi dell’ultimo decennio. Nel 1887 la mortalità era del 28,10% nel Regno e del 28,95% nei capoluoghi di provincia e di circondario. Il miglioramento è tanto più notevole e confortante in quanto è costante e progressivo.

 

 

Non solo, ma è stato più accentuato nelle città che nelle campagne. Infatti, dieci anni fa, il coefficiente della mortalità per mille era più alto nei capoluoghi che nel Regno, mentre ora accade il contrario. Il che significa che le opere di risanamento intraprese nelle grandi città hanno in parte prodotto il loro effetto. Fra regione e regione d’Italia vi sono differenze notevoli. La mortalità è maggiore nella Basilicata col 32,1 per mille; seguono poi in ordine digradante le Puglie 30, la Campania 27,27, Abruzzi e Molise 27,18, le Calabrie 26,32, le Marche 26,01, il Lazio 25,59, la Sicilia 25,23, l’Emilia 24,32, l’Umbria 23,96, la Lombardia 23,57, la Sardegna 23,04, la Toscana 22,88, la Liguria 21,73, il Piemonte 20,24, il Veneto 19,82.

 

 

Quantunque vi siano delle divergenze singole si vede, a prima vista che l’Italia si può dividere sotto l’aspetto delle mortalità, come sotto molti altri, in due grandi regioni: la Meridionale, dove si muore intensamente, e la media settentrionale, dove le migliori condizioni economiche e le cure igienico-mediche cospirano a diminuire il saggio della mortalità. Anche le malattie singole infettive sono distribuite geograficamente. Il vaiuolo fece più vittime nelle Puglie, 4,6 morti per 10,000 abitanti; la Campania 1,7, gli Abruzzi 1,3, e la Basilicata 0,7. Il morbillo ha dominato particolarmente nella Basilicata, 13,4 morti per 10,000 abitanti; nel Lazio 7,3, nelle Puglie 6,3, negli Abruzzi 5,4 e nella Liguria 5,0. La scarlattina causò una mortalità piuttosto forte in Basilicata, 3,9; negli Abruzzi e nelle Puglie, 2,3. La febbre tifoidea fu grave nelle Puglie 9,6, e nella Sicilia 8,1.

 

 

Le febbri da malaria che nelle provincie al nord del parallelo di Roma causarono meno di un caso di morte ogni 10,000 abitanti, nella Basilicata ne causarono 19,7, nella Sardegna 17,1, nelle Puglie 13,2, nelle Calabrie e nella Sicilia 9,9, e nel Lazio 6,6.

 

 

La sifilide ha causato un numero relativamente più grande di morti, massime nell’infanzia, nelle Calabrie 1,8, in Campania 1,5 e nel Lazio 1,2. Sembra dunque che l’Italia Meridionale vanti il triste primato nella diffusione delle malattie infettive.

 

 

Altre malattie invece sembrano peculiari alle regioni del nord. Così i quozienti più alti di morti per pellagra si notano nel Veneto 3,2 ogni 10,000 abitanti; nella Lombardia 2,4, nell’Emilia 2,2, e nelle Marche ed Umbria 2,0. Le affezioni tubercolosi infierirono specialmente nel Lazio 28,3, nella Liguria 26,7, nella Toscana 23,6, e nella Lombardia ed Emilia 22,4.

 

 

I morti per alcoolismo cronico furono 557, ed i morti per infortuni, causati dall’ubbriachezza 33. Le morti per queste cause sono anch’esse comparativamente più frequenti in Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto e Marche; e, quel che è peggio, tendono ivi ad aumentare mentre diminuiscono notevolmente nel Lazio, nel Napoletano e nelle isole.

 

 

È importante studiare il movimento dinamico delle varie specie di malattie nel decennio dal 1887 al 1896.

 

 

La malattie infettive si vanno facendo sempre meno gravi. Il vaiuolo, che aveva causato 550 morti ogni milione di abitanti nel 1887, ne cagionò soltanto 65 nel 1896; la mortalità per morbillo discese dal quoziente 806 a 369, per scarlattina da 496 a 104, per difterite da 835 a 205, per febbri di malaria da 713 a 450; i morti di colera furono 8150 nel 1887, 3040 nel 1893 e 20 nel 1894. La influenza ebbe una vita agitata.

 

 

Nel triennio 1887-88-89 colpì 18 persone ogni milione di abitanti, nel 1890 il quoziente salì a 392, ribassò nel 1891 a 10, ritornò ad essere gravissima nel 1892 con 658, nel 1894 con 476, per mitigarsi nel 1895 con 122 e nel 1896 con 211 morti per ogni milione di abitanti. Dopo essere aumentata fino al 1893, la sifilide accenna a diminuire leggermente in seguito. I morti di rabbia, che prima superavano il centinaio, ora sono solo più 71. Scemano pure i morti per malattie tubercolari, da 2119 nel 1887 a 1917 nel 1896 per un milione di abitanti. Rincrudiscono invece le malattie infiammatorie dell’apparato respiratorio. La mortalità per bronchite acuta fu di 2165 nel 1887, di 2476 nel 1895 e di 2329 nel 1896 per un milione di abitanti. Quelle per polmonite acuta salì da 2163 a 2517. così pure si è aggravata la mortalità per enterite, diarrea e colera indigeno, passando da 3159 nel 1887, a 3683 nel 1895 e 3462 nel 1896. L’alcoolismo acuto e cronico sale da 434 a 557; i suicidi passano da 1449 a 2000, con tendenza all’aumento; i morti per omicidio e per infanticidio rimangono costanti intorno ai 1500.

 

 

È curiosa la statistica delle morti accidentali. Nel 1896 morirono accidentalmente 6283 maschi e 3345 femmine. La cause più importanti delle morti accidentali furono l’annegamento, 20,28% per gli uomini e 19,77% per le donne; le cadute, 27,63 e 18,24; le ustioni, 15,74 e 45,35. Quasi la metà delle donne morte accidentalmente deve la sua tragica fine agli abbruciamenti!

 

 

Il fulmine ha ucciso 202 persone nel 1896; la cifra minima dell’ultimo decennio era 131 nel 1890 e 260 nel 1887. Dal 1884 al 1896 morirono per queste cause 2392 persone, di cui 136 nel Piemonte. Le grandi città sono meno colpite dal fulmine che le campagne; gli uomini più che le donne. Sui 2392 morti dal 1884 al 1896, erano maschi 1777 e femmine 614. Su 100 morti di fulmine in età superiore ai 15 anni, 82 sono agricoltori, o pastori, o minatori, cioè persone che devono passare gran parte della giornata in campagna.

 

 

I mesi da giugno a settembre, nei quali sono più frequenti i temporali, danno anche il massimo numero dei morti per fulminazione. Nel 1898, come abbiamo detto, vi furono 2000 morti per suicidio, ossia 6,41 suicidi per 100,000 abitanti.

 

 

La cifre massime si hanno nel Lazio 11,43 per 100 mila, nell’Emilia 10,11, Liguria 10,11, Marche 8,51, Toscana 8,77, Piemonte 8,34 e Lombardia 7,17. è la malattia dei popoli progrediti e relativamente ricchi. Dei 2000 suicidi 1594 erano maschi e 406 femmine. Su 100 suicidi 44 erano celibi, 45 coniugati, 12 vedovi e 3 di stato civile ignoto. La gente si suicida più o meno a seconda delle età; 142 si suicidarono dai 10 ai 20 anni, 792 dai 20 ai 40, 662 dai 40 ai 60, 362 dai 60 agli 80 e 26 dagli 80 in su.

 

 

Il modo scelto dai suicidi per porre termine alla propria vita è diverso a seconda del sesso. Su 100 maschi suicidi 17,06 ricorsero all’annegamento; 29,74 alle armi da fuoco, 4,08 alle armi da taglio, 17 all’appiccamento, 6,78 alla precipitazione, 4,71 allo schiacciamento sotto convogli e tranvie, 5,52 all’avvelenamento, 4,83 all’asfissia, 10,28 a mezzi diversi ed ignoti. Il mezzo essenzialmente moderno, l’arma da fuoco, è prediletto dagli uomini che hanno in poca stima l’avvelenamento. Le donne invece si annegano pel 35,22 per cento, ricorrono alle armi da fuoco pel 5,91, alle armi da taglio pel 1,23 all’impiccamento pel 13,55, alla precipitazione pell’11,82, allo schiacciamento sotto convogli pel 0,99, all’avvelenamento pel 19,70, all’asfissia pel 6,90, a mezzi diversi ed ignoti pel 4,68 per cento.

 

 

Avvelenarsi ed annegarsi, ecco i due sistemi a cui le donne, più conservatrici, ricorrono di preferenza per troncare anzi tempo la loro vita.

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