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La Stampa

Come si applica una legge sociale

«La Stampa», 14 ottobre 1901

 

 

 

Molto si parla di nuove leggi a tutela degli operai che dovrebbero essere presentate al Parlamento e molto si spera dall’applicazione di queste leggi, quasi che esse dovessero da sole arrecare grande giovamento alle classi lavoratrici. Né lo scetticismo sistematico sarebbe comportabile in problemi di questo genere; poiché non è lecito addurre pretesti, quando si tratti di tutelare la vita e la integrità di quelli che faticano e che spesse volte sono indifesi di fronte allo sfruttamento di imprenditori inconsci dei doveri che la direzione dell’industria loro impone.

 

 

Non dunque bisogna essere sistematici oppositori di ogni nuova legislazione sociale; anzi, importa scrutare con intelletto d’amore tutti quei congegni legislativi che, senza turbamento dell’industria e senza negazione della libertà individuale, possono rendere più lieta la sorte dei lavoratori.

 

 

Ma nel far questo importa non andare a casaccio; e per la troppa fretta volere improvvisare leggi non rispondenti alle condizioni sociali, alle necessità dell’industria, ai veri interessi degli operai. Importa adattare la legislazione alla materia che si tratta di regolare, poiché altrimenti si corre il rischio di fare opera intempestiva e vana. E sovratutto importa, prima di far nuove leggi, osservare che quelle già esistenti siano veramente applicate, porre adeguato rimedio ai difetti che desse presentano, sicché dall’esperienza fatta si tragga profitto per ottenere quell’adattamento delle leggi alle necessità sociali di cui sopra dicevamo.

 

 

Dell’applicazione di una di queste leggi vogliamo oggi accennare: quella sui probi-viri, rispetto a cui un breve fascicolo pubblicato dal Ministero d’agricoltura ed industria riassume le vicende della applicazione fattane dalla data della promulgazione sino al 30 giugno 1901.

 

 

Il fascicolo ufficiale dà le notizie separatamente per ogni Collegio dei probi-viri, senza compiere un esame sintetico delle risultanze alle quali si giunge. Noi abbiamo fatto quel calcolo, e se non si può dire che le cifre ottenute siano addirittura sconfortanti, è certo che siamo ben lungi dall’avere ottenuto il risultato che molti si ripromettevano.

 

 

I Collegi dei probi-viri che al 30 giugno 1901 erano istituiti erano 99; ed altri 30 Collegi erano in via di istituzione.

 

 

Ma i 99 Collegi istituiti non vogliono dire che altrettanto grande sia il numero dei Collegi che regolarmente funzionano. Ben diversa è la realtà. I Collegi che si sono costituiti e regolarmente funzionano sono soltanto 35, circa un terzo del totale. Per altri 13 la statistica ufficiale afferma soltanto che la costituzione è avvenuta, e che gli elettori, industriali ed operai, sono andati a votare ed hanno eletto i loro rappresentanti; ma non dice che essi funzionino. Però si può interpretare il fatto che i Collegi si sono costituiti come un indice della loro buona volontà a risolvere i conflitti tra capitale e lavoro che fossero rimessi al loro giudizio. In tutto si hanno perciò 48 Collegi i quali funzionano e per cui manca soltanto la materia giudicabile, pure essendovi i giudici.

 

 

Per altri 15 Collegi di cui 3 a Siena e 12 a Napoli, non si sono ancora potute costituire le sezioni elettorali o compilare la lista degli elettori, e non è quindi colpa di nessuno se non funzionano ancora. Vi è un Collegio in cui il numero degli industriali iscritti è troppo scarso perché si possano indire le elezioni; in un altro occorre modificare il decreto costitutivo del Collegio; in un terzo Collegio non si è dato corso alla costituzione perché gli operai sono troppo nomadi; in un quarto caso il Collegio non funziona perché i probi-viri hanno dato tutti le dimissioni; in due altri Collegi il presidente invano ha indetto le adunanze perché tutti i probi-viri o solo i probi-viri industriali non vollero mai intervenire alle sedute.

 

 

Finalmente vi sono 30 Collegi i quali non funzionano affatto perché, malgrado reiterati inviti del presidente, del Ministero d’agricoltura e del prefetto, tutti o parte degli elettori si astennero dal votare.

 

 

Il fatto è grave e fu già ripetute volte rilevato sulle colonne di questo giornale per quanto si riferisce ai Collegi dei probi-viri di Torino. Ma oggi possiamo esaminare il fenomeno nella sua interezza.

 

 

In massima parte la causa dell’essere andate le elezioni deserte fu dovuta agli industriali. Gli operai quasi sempre si presentarono a votare: solo sei volte disertarono le urne in prima ed unica od anche in seconda convocazione; e due volte, dopo essersi rifiutati a votare una prima volta, si decisero poi ad eleggere i loro rappresentanti. E si noti che in quasi tutti i casi in cui gli operai si astennero, lo stesso fecero gli industriali; una sola volta accade che gli industriali si fossero recati a votare mentre gli operai si astenevano. Ed il caso è segnalato come eccezionale dal documento governativo da cui togliamo queste notizie.

 

 

Gli industriali sono molto più restii a cooperare all’opera di pace sociale che si riassume nei Collegi dei probi-viri.

 

 

Sono ben 23 i Collegi in cui essi, sia in prima ed unica, sia in seconda convocazione si rifiutarono a votare, sicché il Collegio non poté costituirsi. Ed in sei casi, dopo essere una volta andati a votare, quando si trattò di rinnovare il Collegio più non si fecero vivi. In tre casi gli industriali manifestarono una singolare incertezza di condotta; dopo aver votato una volta, si astennero la seconda e tornarono poi a votare una terza.

 

 

Non vi è dubbio quindi che gli industriali non veggano di buon occhio il funzionamento del Collegio dei probi-viri, se ancora oggi in 29 casi si astengono dal votare. È lecito sperare però che a poco a poco la avversione loro si vada attenuando; ed in questa speranza ci conforta il fatto che in 17 altri Collegi gli industriali una prima volta si erano rifiutati a votare, mentre nella seconda votazione si decisero poi a cooperare anch’essi all’opera comune di pacificazione sociale.

 

 

È lecito dunque sperare che col tempo si vada diffondendo la persuasione della bontà dell’istituto e, così, scomparse le attuali diffidenze, i tribunali dei probi-viri possano meglio estrinsecare l’opera loro a favore della risoluzione dei conflitti tra capitale e lavoro.

 

 

Ma perché lo scopo nobile sia saldamente raggiunto importa che a parecchie condizioni si soddisfaccia:

 

 

È duopo innanzi tutto che i Collegi dei probiviri vengano dal Governo istituiti soltanto laddove se ne sente un vero e proprio bisogno. Altrimenti si mette in piedi un’istituzione morta, la quale, coll’esempio della sua vita stracca ed inerte, scoraggerà chi, sorgendone in seguito realmente la necessità, volesse ricorrervi.

 

 

È duopo altresì che si ponga rimedio alle mende si varie nature che la legge attuale presenta e che sminuiscono la fiducia riposta dagli interessati nell’efficacia dell’opera del Collegio dei probiviri. Di queste mende la statistica ufficiale citata non si occupa; ma nei documenti d’ufficio non devo essere difficile trovare le ragioni per le quali industriali ed operai non concorrono di buona voglia al funzionamento del Collegio. Né deve essere ardua impresa togliere quegli inconvenienti i quali siano reali ed ostacolino davvero l’opera della conciliazione sociale.

 

 

Finalmente importa che tutte le classi sociali si inspirano a più alti sensi di solidarietà sociale. Diciamo tutte le classi sociali, poiché operai ed industriali hanno interesse a considerare le questioni del lavoro da un punto di vista più alto che non quello di un meschino stiracchiamento individuale sul salario. Le nuove condizioni dell’industria moderna impongono nuovi accorgimenti per regolare codeste questioni. Sovratutto gli industriali non devono temere di scapitare in dignità col discutere, assisi attorno ad un medesimo banco, a paro a paro coi loro operai, i punti controversi. Essi rimangono padroni in casa loro; direttori responsabili della loro azienda, poiché ciò è necessario se si vuole che gli affari procedano speditamente e bene.

 

 

Ma rispetto alle condizioni del lavoro essi devono rassegnarsi a trattare non più coll’operaio singolo, ma alle rappresentanze dei lavoratori.

 

 

Quando gli industriali si saranno persuasi che questo sistema non solo non toglie nulla alla loro indipendenza ed alla loro responsabilità, ma è più spiccio, più sicuro e più economico, la causa dei Collegi dei probiviri avrà fatto un passo grandissimo.

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