Come si giunse al Trattato di Versailles

Tratto da:

Gli ideali di un economista

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 15/02/1920

Come si giunse al Trattato di Versailles

«Corriere della Sera» 15 febbraio 1920

Gli ideali di un economista, Edizioni «La Voce», Firenze, 1921, pp. 239-250

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 643-650[1]

 

 

 

 (Dal libro di un economista)

 

Vi è un libro che sta mettendo a rumore l’Inghilterra contro la giustizia e la sapienza del trattato di Versailles. Quel libro non predica il millennio e non vuole si rompa il trattato, che è una garanzia di pace formale; ma vuole preparare la formazione di un’opinione pubblica mondiale la quale faccia apparire a tutti necessario e conveniente rivedere quelle condizioni di pace che oggi talune nazioni difendono con estrema energia.

 

 

Per comprendere lo spirito del trattato ed il perché della sua necessaria revisione, l’autore ci fa assistere alla sua genesi.

 

 

La pace di Versailles fu in realtà l’opera di un uomo solo.

 

 

«Il signor Clemenceau era di gran lunga il personaggio più eminente del Consiglio dei quattro. Egli solo aveva un’idea e l’aveva meditata fino alle sue ultime conseguenze. Non si poteva sentir disprezzo od antipatia per Clemenceau, ma solo avere un’opinione diversa sulla natura dell’uomo civile od almeno nutrire una speranza differente intorno ad essa… Egli sentiva per la Francia quel che Pericle sentiva per Atene; soltanto la Francia contava ai suoi occhi, e tutto il resto era men che nulla. Ma la sua politica era quella di Bismarck. Per lui il tedesco non capisce e non può comprendere null’altro fuorché l’intimidazione; è senza generosità e senza rimorso nel negoziare, senza onore, orgoglio o pietà. Perciò non bisogna mai negoziare con un tedesco o cercare di conciliarselo; voi dovete imporvi a lui. A nessun’altra condizione egli vi rispetterà o voi impedirete che egli vi inganni… Nei rapporti internazionali non vi è posto per “sentimentalismi”. Soltanto le nazioni sono cose reali, di cui voi amate una e sentite per il resto indifferenza od odio. La gloria della nazione che voi amate è uno scopo desiderabile; ma generalmente deve essere ottenuta a spese altrui. La politica della forza è fatale; e non vi è davvero nulla di molto nuovo da imparare intorno all’ultima guerra ed agli scopi per cui fu combattuta: l’Inghilterra ha distrutto, come in ogni secolo precedente, un rivale commerciale ed un grande capitolo si è chiuso nella lotta secolare fra le glorie della Germania e della Francia. La prudenza consiglia di rendere omaggio a fior di labbra agli ideali di americani ingenui e di inglesi ipocriti; ma sarebbe sciocco di credere che vi sia molto posto nel mondo, così come è fatto, per imbrogli simili alla lega delle nazioni o molta significazione nel principio dell’auto-decisione, salvoché lo si riguardi come un’ingegnosa formula per accomodare la bilancia della potenza nel proprio interesse».

 

 

Perciò era necessario che la forza della Germania fosse ridotta a quella che era nel 1870 affinché la Francia potesse dirsi di nuovo sua eguale. Essendo la guerra lo stato normale dell’Europa, era d’uopo che la Francia si garantisse, diminuendo il territorio e la potenza economica della Germania. Perciò la sola pace possibile era una pace cartaginese; ed il signor Clemenceau non si preoccupava minimamente dei quattordici punti, e lasciava ad altri di escogitare i trucchi necessari per salvare gli scrupoli o la faccia del Presidente.

 

 

Come accadde che Wilson, il “Presidente” si sia lasciato indurre a mettere la sua firma sotto un trattato di pace cartaginese invece che sotto ad un documento di giustizia? Ad osservarlo si vedeva subito che il Presidente non aveva il temperamento dello studioso e neppure quell’abito mondano che «segnalano il signor Clemenceau e il signor Balfour come campioni squisitamente fini della loro classe e della loro generazione». Quale probabilità di far trionfare le sue idee aveva il Presidente, insensibile al mondo esterno, contro la infallibile sensibilità, quasi medianica, di Lloyd George verso chiunque gli stesse attorno?

 

 

«Il primo ministro britannico nel tempo stesso osservava i colleghi con sei o sette sensi non esistenti per la comune degli uomini, giudicava caratteri, motivi ed impulsi subcoscienti, percepiva ciò che ognuno pensava e persino ciò che ognuno intendeva in seguito dire e preparava con istinto telepatico l’argomento o l’appello più adatto alla vanità, alla debolezza, ed all’interesse del suo immediato interlocutore… Invece la mente del presidente era lenta e incapace di adattamento. Egli non poteva in un minuto entrare nel vivo di ciò che gli altri dicevano, afferrare in un lampo la situazione, formulare una replica e fronteggiare un assalto cambiando opportunamente di terreno; ed era perciò destinato ad essere battuto dalla semplice prontezza, intuizione ed agilità di un Lloyd George … Nessun uomo mai entrò in consiglio vittima più perfetta e predestinata dell’abilità sopraffina del Primo Ministro».

 

 

Ad essere vittima lo designavano le sue qualità: non era uno studioso, non un filosofo, non un uomo d’affari, non un politicante comune. Che cosa era dunque il Presidente? Pare che la caratteristica non fosse facile a scoprire. Ma trovatala, fu “illuminante”. Il Presidente rassomigliava ad un ministro nonconformista, forse ad un ministro presbiteriano. Il suo pensiero ed il suo temperamento erano essenzialmente teologali, non intellettuali, con tutta la forza e la debolezza di questa maniera di pensare, sentire ed esprimersi. La similitudine, che per un inglese è “illuminante”, dice poco agli italiani, che hanno in mente il tipo del teologo italiano fino, ragionatore, abile dialettico e politico scaltrito. Forse, al tempo del Savonarola e dei suoi Piagnoni, abbiamo avuto anche noi qualche tipo vivo dell’asceta che non fa l’eremita, ma il predicatore, che dall’alto del pulpito sulla piazza ordina ai fedeli in linguaggio apocalittico di attuare severamente, su se stessi, senza scuse ed eccezioni, a qualunque costo, il verbo della verità e della fede. Wilson è un Piagnone redivivo.

 

 

Il suo verbo è la Società delle Nazioni, la sua meta una pace di giustizia. Ma egli non andava al di là delle tavole della fede.

 

 

«Si credeva comunemente al principio dei lavori della Conferenza di Parigi che il Presidente avesse elaborato, coll’aiuto di un numeroso stuolo di consiglieri, un ampio progetto per l’attuazione della Lega delle Nazioni, e per la trasfusione dei quattordici punti in un effettivo trattato di pace. Di fatto il Presidente non aveva elaborato nulla; quando fu chiamato a formularle praticamente, si vide che le sue idee erano nebulose ed incomplete. Egli non aveva un piano, un progetto, un’idea costruttiva qualsiasi per vestire delle carni della vita i comandamenti che egli aveva fra i tuoni ed i lampi della Casa Bianca comunicato ai popoli. Egli avrebbe potuto predicare un sermone su uno qualunque dei punti o indirizzare una solenne preghiera all’Onnipotente per il loro adempimento; ma non era capace di formularne la concreta applicazione allo stato attuale dell’Europa… Non solo egli non aveva proposte da fare, ma era sotto molti rispetti male informato, forse inevitabilmente, intorno alle condizioni dell’Europa… Né egli rimediò a questi difetti ricorrendo all’aiuto della sapienza collettiva dei suoi luogotenenti. Egli aveva bensì riunito intorno a sé, per quanto riguarda i capitoli economici del trattato, un abilissimo gruppo di uomini d’affari. Ma essi erano privi di esperienza nelle pubbliche faccende, e fatta una o due eccezioni, sapevano dell’Europa altrettanto poco come il Presidente e venivano chiamati a dare il loro parere solo di quando in quando su punti particolari… Gli altri plenipotenziari americani erano mere teste di legno; ed il fidato colonnello House, di gran lunga miglior conoscitore degli uomini e dell’Europa che non il Presidente, cadde nell’ombra a mano a mano che il tempo passava… Giorno per giorno, settimana per settimana, il Presidente si chiuse sempre più in se stesso, senza aiuto e senza consiglio, solo, di fronte ad uomini molto più astuti di lui, in situazioni di difficoltà suprema, quando per ottenere il successo egli avrebbe avuto bisogno di ogni specie di risorse, fertilità di concezioni e conoscenze… Arriva un momento in cui la vittoria nelle camere di consiglio è vostra se con qualche leggera apparenza di concessioni voi potete salvare la faccia degli oppositori o conciliarli riformulando le vostre proposte in maniera gradita ad essi e non dannosa in nulla di essenziale al vostro interesse. Il Presidente non era dotato di questa semplice e comune abilità. La sua mente era troppo lenta e troppo poco agile per potere inventare una qualsiasi alternativa. Il Presidente era capace di puntare i piedi e di rifiutare di muoversi, come fece per Fiume. Ma non aveva nessun altro mezzo di difesa, e bastava di regola qualche piccola manovra dei suoi oppositori per impedire alle cose di giungere ad un punto da non poterlo più smuovere. Con qualche bella maniera ed una parvenza di conciliazione, era facile trarre il Presidente fuori del suo terreno, fargli perdere il momento di puntare i piedi, sicché prima che egli sapesse dove si trovava, era per lui troppo tardi per ribellarsi… Nel momento della crisi suprema, egli aveva gran bisogno della simpatia, dell’aiuto morale, dell’entusiasmo delle masse. Ma a lui non giunse nessun’eco dal mondo esteriore, nessun palpito di passione, di simpatia, di incoraggiamento dei suoi silenziosi elettori di tutti i paesi».

 

 

Intorno a lui la trama del trattato andò tessendosi sotto la ispirazione degli inglesi e dei francesi solo preoccupati di rivestire con le formole verbali dei quattordici punti i desideri egoistici dei vincitori. Nel consiglio dei quattro «Clemenceau era intento unicamente a schiacciare la vita economica del suo nemico, Lloyd George a fare un bel colpo e portare a casa qualcosa che per una settimana potesse sembrare un successo, il Presidente a non far nulla che non fosse giusto e diritto». Lloyd George aveva promesso ai suoi elettori di far pagare alla Germania le spese della guerra; e voleva ottenere quel tanto che gli bastasse a dire di avere attuato le sue promesse.

 

 

«I più sottili sofisti ed i redattori più ipocriti furono messi al lavoro ed inventarono molti ingegnosi spedienti che non avrebbero ingannato per più di un’ora uomini più accorti del Presidente. Così, invece di dire che all’Austria tedesca è vietato di unirsi con la Germania eccettoché col permesso della Francia, il che sarebbe stato in contraddizione col principio dell’autodecisione, il trattato, con delicatezza di tocco, stabilisce che “la Germania riconosce e rispetterà strettamente la indipendenza dell’Austria entro le frontiere da fissarsi nel trattato fra questo Stato e le principali potenze alleate ed associate; essa consente che questa indipendenza rimanga inalienabile, salvo il consenso (unanime, in virtù di un altro articolo) del consiglio della lega delle nazioni”. Nel porre il sistema fluviale della Germania sotto il controllo straniero, il trattato parla di dichiarare internazionali “quei sistemi fluviali i quali provvedono naturalmente a più di uno Stato un accesso al mare, con o senza trasbordo da una nave ad un’altra”. Esempi simili potrebbero essere moltiplicati. L’onesto e chiaro scopo della politica francese, di limitare la popolazione della Germania e di indebolire il suo sistema economico è rivestito, per buttar polvere negli occhi del Presidente, con l’augusto linguaggio della libertà e dell’uguaglianza internazionale».

 

 

Tutti riuscirono a buttar polvere negli occhi dell’arbitro. Tutti, salvo il quarto membro del consiglio supremo, di cui nel libro dal quale ho tratto le citazioni fin qui fatte, pallido estratto di un vividissimo quadro, non ho trovato ricordo alcuno apprezzabile. L’autore parla sempre del “consiglio dei quattro“, ma dipinge le caratteristiche, la mentalità, gli scopi, le manovre di tre soli. Per lui esistono solo il signor Clemenceau, il Presidente ed il Primo Ministro. Conosciamo quale fosse la pace cartaginese, di distruzione della Germania, voluta dal primo; sappiamo che il Primo Ministro inglese voleva riportare in patria la notizia di una grossa indennità e del processo al Kaiser, a cui non credeva fino ad una settimana prima delle elezioni del dicembre 1918 e tornò a non credere subito dopo. Sappiamo quali fossero le vie per cui il Presidente a poco a poco capitolò dinnanzi ai colleghi, dopo essere convinto, da teologi sopraffini, di essere rimasto fedelissimo ai quattordici punti. Sappiamo che egli ritornò in America indignatissimo contro i tedeschi, che avevano osato rimproverargli la sua mancanza alla parola data al momento dell’armistizio. Ma dell’Italia e dei negoziatori italiani nulla sappiamo, salvoché il Presidente aveva «puntato i piedi» nella questione di Fiume, mentre a questo estremo di puntare i piedi nessun altro l’aveva lasciato venire, bastando di regola qualche «piccola manovra», qualche «bella maniera» qualche «parvenza di conciliazione» per smuoverlo dal suo terreno e costringerlo con perfetta logica e con sua stupefazione (bewildered) alla resa. Sappiamo che egli si trovò solo, senza aiuto, senza conforto nella lotta per far trionfare le idee della giustizia; ed intuiamo quale sarebbe stata la forza straordinaria di quel negoziatore, di quella nazione che gli si fosse messa a fianco ed avesse dato contenuto reale ai principii astratti wilsoniani, ed avesse fornito al Presidente quel sussidio di abilità duttile e di adattamento resistente, di cui egli totalmente mancava. Sappiamo solo che la nomea di «arbitro» assoluto e dispotico delle cose europee, di cui il Presidente fu circondato in Italia e che fu accreditata anche ufficialmente dai nostri negoziatori era una leggenda. Arbitro fu solo per coloro che non arrivarono in tempo ad impedirgli di puntare i piedi, «come egli fece per la questione di Fiume», unico esempio citato di questo terribile puntamento di piedi. Ma sappiamo che per tutti gli altri il «povero» Presidente era predestinato all’ufficio dell’uomo bendato nel giuoco a mosca cieca (the poor President would be playing blind man’s buff in that party).

 

 

Chi scrive queste cose non è un tedesco meditante sulle sorti della sua patria, non è un italiano il quale voglia attribuire alla imperizia dei suoi negoziatori od alla testardaggine di Wilson le difficoltà di Fiume; non è un socialista il quale condanni il trattato di Versailles come il frutto di egoismi imperialistici e capitalistici. È un inglese, il quale è persuaso che il trattato è di impossibile applicazione, il quale avrebbe voluto tradurre in formule concrete i principî di Wilson, e non esita perciò a parlare con vergogna ed a condannare implacabilmente i partiti e gli uomini inglesi piegatisi alla campagna popolaristica e giornalistica a favore delle indennità e del processo al Kaiser. È un inglese il quale vuole che il suo paese non solo rinunci alla indennità tedesca ma anche al rimborso dei debiti contratti dagli alleati verso il tesoro britannico.

 

 

John Maynard Keynes era noto da anni, fin da prima della guerra, agli studiosi di economia. Figlio di un altro noto economista John Neville Keynes, vinse giovanissimo il concorso più arduo dell’amministrazione britannica, quello dell’India Office, illustrato già dai due Mill, vi rimase per due anni e ne uscì nel 1909 quando fu nominato fellow del King’s College a Cambridge. Nel 1912, sebbene pochissimo avesse scritto, fu chiamato alla direzione dell’Economic Journal, organo della Royal Economic Society e senza dubbio la prima tra le riviste che nel mondo sono dedicate alla scienza economica. A lui gli economisti devono giorni di insuperato compiacimento intellettuale, quando nel 1913 poterono leggere il suo libro su la circolazione e la finanza nell’India (Indian Currency and Finance), libro classico, che sta a paro con quei saggi di Ricardo, di Tooke, di Fullarton, di Lord Overstone, che contrassegnarono l’età dell’oro della scienza economica. Nel 1914 e nel 1915 la firma del Keynes apparve sotto alcuni saggi descrittivi delle giornate d’agosto e sui primi mesi di scompiglio bancario a Londra, che sono quanto di più bello sia mai stato scritto sui problemi monetari durante la guerra.

 

 

Dopo d’allora il silenzio s’era fatto intorno a lui nella famiglia internazionale degli studiosi. Il governo inglese aveva veduto in lui una delle teste più fini del paese e l’aveva voluto suo consigliere presso la tesoreria britannica. Alla Conferenza di Parigi il Keynes rappresentò ufficialmente il tesoro inglese sino al 7 giugno 1919 e sedette come sostituto del cancelliere dello Scacchiere nel consiglio supremo economico. Era noto, inoltre, negli ambienti della Conferenza, che il Keynes era il vero inspiratore del governo nelle cose finanziarie e che dagli alleati nulla potevasi ottenere dal tesoro britannico contro il consiglio.

 

 

Dopo cinque anni, egli rompe il silenzio con il libro The economic consequences of the peace, (Macmillan, London), di uno dei cui capitoli ho dato sopra un pallido riassunto. Il Keynes si ritirò dagli uffici coperti a Parigi e presso il tesoro inglese quando si convinse di non potere più nutrire alcuna speranza di modificazioni sostanziali alle condizioni di pace. La sua critica al trattato è fondata esclusivamente su motivi di carattere pubblico e su fatti noti al mondo intiero. Così egli dichiara nella prefazione. Ma la sua conoscenza intima dell’ambiente in cui il trattato sorse e delle persone che lo compilarono, la maestria, con cui ne espone le linee essenziali e le conseguenze necessarie, la parsimonia nei particolari e nelle cifre, e l’abilità con cui le poche cifre citate sono fatte parlare fanno sì che si comincia a leggere il libro con interesse, lo si prosegue con ansia crescente e lo si chiude convinti che il lavoro per la pace e per la ricostruzione dell’Europa comincia appena oggi. Verranno dopo i politicanti dei partiti comunisti, a saccheggiare, senza entrare nello spirito del libro, cifre e ragionamenti del Keynes, così come fecero tutti i loro più famosi campioni, a cominciare dal Marx, modesto plagiario e rabido denigratore dei Ricardo, dei Senior e dei Malthus. Verranno essi a dire che la pace di Versailles è una cattiva pace perché voluta da un capitalismo per schiacciare altri capitalismi. Sta, contro le loro declamazioni, il fatto che il libro, da cui comincia la vera discussione, la discussione feconda e rinnovatrice della pace europea è stato scritto da un economista; e sta il fatto che egli condanna la pace di Parigi come un tentativo vano, assurdo e pericoloso di ricostruire un’economia morta cinquanta anni fa, un tentativo contro cui protestano tutte le forze vive, del capitale e del lavoro, tutte le idee creatrici del mondo moderno.

 

 



[1] Con l’aggiunta del sottotitolo Polvere negli occhi di Wilson [ndr]

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