Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Come si intende dai socialisti la libertà del lavoro

«La Stampa», 6 luglio 1901

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 382-385

 

 

La libertà del lavoro è principio sancito nei nostri codici, e che si accenna a voler far rispettare eziandio in pratica. Come molti fra i principii fecondi dimostrati da più di un secolo dalla scienza economica, il principio della libertà del lavoro è spesso frainteso ed è palesemente od apertamente combattuto dai partiti più opposti.

 

 

Lo combattono alcuni conservatori, i quali credono a torto che il governo debba intromettersi nei conflitti tra capitale e lavoro per favorire gli interessi della classe proprietaria. Noi abbiamo ripetutamente combattuto l’aiuto fornito dal governo ai proprietari di terre per mezzo dei soldati mietitori od alle compagnie di navigazione coll’imbarco dei marinai dei reali equipaggi, e non è quindi necessario dilungarci ancora una volta a dimostrare la verità della tesi secondo cui il governo male opera quando interviene a far traboccare la bilancia a favore della classe proprietaria. Sarebbe confutazione inutile di errori di cui nessuno più, almeno in apparenza, osa farsi campione.

 

 

Altri nemici, più pericolosi, spuntano ora contro la libertà del lavoro e sono i socialisti democratici. Ciò può parere strano per quelli che della dottrina socialista veggono soltanto le manifestazioni momentanee a favore della libertà e non le finalità ultime. Noi non abbiamo però nemmeno bisogno di ricordare l’antica massima, la quale insegna che i partiti, finché sono minoranza, invocano libertà; salvo a sopprimerla quando sono diventati maggioranza. Sono gli stessi socialisti i quali si incaricano di rammentarci che essi vogliono la libertà del lavoro soltanto in mancanza di meglio. È la «Critica sociale» la quale, dissertando intorno al doloroso episodio di Berra, si dichiara pronta ad accettare la formula del ministero (della libertà del lavoro) come un segnalato progresso, unicamente però per il momento presente.

 

 

Infatti, la «Critica sociale» non crede «che questa formula debba avere lunga vita, né che essa risponda alle esigenze di un regime democratico. Fra il proprietario armato del capitale ed il lavoratore povero ed affamato, l’assoluta libertà del lavoro, la libertà illimitata della concorrenza nella mano d’opera altera troppo le condizioni di parità della lotta per poter essere accettata. Quando poi, come avvenne nel ferrarese, la concorrenza dell’offerta di lavoro non si opera in condizioni normali, cogli elementi naturali di quel dato ambiente, ma un ricco imprenditore requisisce coll’inganno centinaia di lavoratori in lontane regioni, e trasportandoli di notte, isolandoli da ogni contatto colla gente del paese, li getta come mandrie nei campi – una tale libertà del lavoro, nata dall’inganno, alimentata col sequestro delle persone diventa per gli scioperanti schiacciamento e massacro. È perciò che, nella legislazione dei paesi civili, ogni giorno più va facendosi strada quel concetto dello sciopero obbligatorio, decretato a maggioranza di voti, che il disegno di legge Millerand sta per acclimatare in Francia».

 

 

Siamo dunque avvertiti a chiare note della sorte che aspetta il principio della libertà del lavoro quando trionferanno i socialisti: di essere soppresso a favore del principio della obbligatorietà dello sciopero. E già si annuncia che alla riapertura del parlamento parecchi deputati di estrema sinistra presenteranno un disegno di legge per sancire l’obbligatorietà dell’arbitrato e dello sciopero.

 

 

Ieri erano i proprietari che volevano servirsi del governo per reprimere i conati degli operai ad innalzare il livello della propria vita. Domani saranno gli operai che si gioveranno della virtù della legge per costringere i compagni riluttanti ad abbandonare il lavoro e per ridurre gli imprenditori più facilmente alla resa.

 

 

Era brutto il passato; ma sarebbe altrettanto brutto l’avvenire. Perché l’arbitrato e lo sciopero obbligatorio vogliono dire:

 

 

  • che la concorrenza non sarà più la regolatrice dei prezzi della mano d’opera;
  • che gli imprenditori non potranno più ricorrere ad altri operai per tenere aperte le loro fabbriche, ma dovranno chiuderle ogni qualvolta ciò piacerà alla metà più uno della loro maestranza;
  • che i salari non saranno più liberamente dibattuti tra operai e padroni o tra le leghe rispettive; ma saranno fissati da un tribunale le cui decisioni avranno virtù di sentenze giudiziarie.

 

 

Se ciò si ritiene progresso dai socialisti, buon pro loro faccia. Noi crediamo invece che una siffatta legislazione sia opera di decadenza e di regresso. La Francia democratica di Millerand emula, coi suoi novissimi disegni di legge, le ordinanze dell’antico regime che determinavano i salari degli operai, le modalità e la durata del lavoro, ecc. Quelle ordinanze caddero, al soffio della rivoluzione, come cadono i puntelli di un regime di povertà e di corruzione. Ora i figli di coloro che resero prospera e ricca la Francia, vogliono rovinarla restaurando una legislazione la quale non potrà non produrre quei dannosi risultati che ha sempre prodotto: rincaro della produzione, ostacoli alla iniziativa privata, regolamentazione vessatoria dell’industria, ed emigrazione del capitale verso paesi dove il predominio della democrazia non sia ancora diventata tirannia legislativa dei più sui meno.

 

 

Buon pro faccia alla Francia della decadenza il ritorno alle viete massime del colbertismo regolamentarista più puro. È da parecchi anni che le statistiche indicano in quel paese un arresto inquietante nello sviluppo della ricchezza, dovuto alle gesta del protezionismo trionfante. Malgrado ciò sembra che purtroppo la Francia, non ancora paga, voglia trasformare quell’arresto di progresso in decadenza, togliendo all’industria la libertà che le resta per chiuderla entro i ferrei legami dei regolamenti socialisti.

 

 

Noi non siamo in Francia. Noi siamo poveri ed abbiamo il dovere di progredire; e per progredire è necessario che la libertà del lavoro non venga turbata né dalle violenze dei conservatori, né dalle violenze dei socialisti. La ricchezza non si sviluppa che colla giustizia; e la giustizia economica non si ottiene se non garantendo la libertà del lavoro. Lo sciopero obbligatorio consacrerebbe la sopraffazione degli operai sui padroni; ed ogni sopraffazione è dannosa, anche se è compiuta dai più a danno dei meno. Si associno gli operai e trattino, forti della loro resistenza organizzata, cogli imprenditori; ed elevino di molto il loro tenor di vita. L’elevazione sarà dovuta alla libera organizzazione e sarà meritato premio concesso a chi seppe dimostrarsi forte ed abile nella lotta economica. Non impongano tuttavia con una legge il loro volere agli altri operai ed agli imprenditori. Soltanto i deboli che non sanno conquistare il benessere e la ricchezza coll’opera propria, si accordano per impadronirsi dell’altrui ricchezza mercé l’impiego della macchina legislativa.

 

 

Gli imprenditori inetti crescono i loro profitti ottenendo dallo stato i dazi protettivi. Gli operai inetti vorrebbero aumentare i salari coll’ausilio di arbitrati e di scioperi imposti obbligatoriamente dallo stato. Gli imprenditori e gli operai intelligenti ed abili cercano la ricchezza col lavoro perseverante. Gli ostacoli alla vittoria e le difficoltà della lotta e dell’associazione li stimolano a progredire, perché essi sanno che in un regime di libera concorrenza e di libertà del lavoro la vittoria spetta a chi sa ed a chi vuole.

 

 

L’Italia ha bisogno di uomini intelligenti ed abili, cresciuti in un ambiente di libertà e non di infingardi che tutto aspettano dal favore dello stato.

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