Come si potrà, col tempo, ritornare alla lira-oro

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 28/03/1925

Come si potrà, col tempo, ritornare alla lira-oro

«Corriere della Sera», 28 marzo 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 191-197

 

 

 

Lo sviluppo prevalentemente monetario della discussione finanziaria al senato dimostra quanto sia sentita l’importanza dell’interrogativo: come sarà regolata la lira? Per la natura sua intricata, il problema della lira non può essere discusso a fondo in un articolo. Al più, si può tentare di chiarirne un aspetto, coll’avvertenza espressa che tutto quanto si dice ha valore di prima approssimazione, e dovrà essere integrato con nuove osservazioni e conclusioni, le quali tengano conto degli altri fattori del problema.

 

 

Oggi voglio chiarire quale sia l’ordine delle fasi, attraverso a cui dovrebbe eventualmente passare il ritorno all’oro. Lasciamo impregiudicato il problema del rapporto tra la lira-carta e la lira-oro: se l’attuale di 21 centesimi, od uno migliore: di 25, o 50 o 100. Le difficoltà crescono a mano a mano che andiamo su. Supponiamo, in via di semplice ipotesi, che il governo fissi il rapporto a 25 centesimi-oro, ossia ad un livello un po’ più favorevole, per i suoi creditori, del livello attuale. Le fasi del ritorno alla lira-oro, che si dovrebbero attraversare partendo dalla premessa di arrecare la minima scossa all’economia nazionale, sarebbero le seguenti:

 

 

I fase: stabilizzazione di fatto dei cambi a 25 centesimi-oro. Nessuna legge, nessun sbalordimento di nessuno con proclami di lire-oro, nessuna perturbazione nei rapporti di debito e credito, di salari e di prezzi. Tutto si ridurrebbe ad una ferma politica di restrizioni di crediti da parte degli istituti di emissione; e ad un intervento sempre più largo degli istituti medesimi sul mercato dei cambi. Quando di fatto, da parecchio tempo, gli istituti di emissione, siano abituati a vendere lire-carta contro consegna di assegni sull’estero di 25 centesimi-oro (o quantità corrispondente di dollari, sterline, franchi, ecc. ecc.) ed a consegnare assegni sull’estero di 25 centesimi-oro contro versamento di una lira-carta, si può passare alla seconda fase.

 

 

II fase: legge di introduzione del sistema del cambio aureo. La legge non fa altro che consacrare il fatto già avvenuto: obbliga cioè gli istituti di emissione a dare lira-carta a chiunque offra ai loro sportelli un assegno sull’estero di 25 centesimi-oro e, viceversa, a dare un assegno sull’estero di 25 centesimi-oro a chiunque offra 1 lira-carta. Non siamo ancora al cambio a vista dei biglietti in oro nell’interno del paese: il cambio in valute auree, e non in oro materiale, viene fatto solo per chi debba ricevere o fare pagamenti sull’estero. è il sistema detto del gold exchange o del cambio aureo, che fu applicato con successo prima della guerra ed a lungo, in Argentina, India, Austria-Ungheria, Egitto, ecc. ecc.

 

 

Praticamente e provvisoriamente, il sistema del cambio aureo rende il cambio sull’estero fisso come se il biglietto fosse permutabile in oro sonante. Il cambio della lira non può scendere sotto 25 centesimi-oro, perché nessuno vende una lira per meno di quel prezzo quando una cassa pubblica è pronta a dare al presentatore un assegno sull’estero che il presentatore può realizzare a Londra per 25 centesimi-oro. Tutt’al più il cambio può scendere a 25 centesimi meno quel quarto di centesimo che al massimo costa l’invio e l’assicurazione di 25 centesimi-oro da Londra in Italia. Neppure il cambio può salire sopra 25 centesimi-oro, perché nessuno dà più di quella somma per avere 1 lira-carta, quando una cassa pubblica è disposta a dare tante lire quante si vogliono a chiunque presenti assegni sull’estero di 25 centesimi-oro.

 

 

Quando il metodo del cambio aureo abbia funzionato per qualche tempo con successo, si può passare alla terza fase.

 

 

III fase: legge di cambio a vista della carta in oro. In questa terza fase muta solo un particolare. La cassa pubblica è obbligata a consegnare a chiunque presenti 1 lira-carta, non più soltanto un assegno di 25 centesimi-oro, ma 25 centesimi effettivi in oro sonante; e viceversa la stessa cassa pubblica è obbligata a dare 1 lira-carta a chiunque offra 25 centesimi effettivi oro. Al cambio in valute auree per l’estero si sostituisce il cambio in oro effettivo, che serve per l’interno e per l’estero.

 

 

Pregio della seconda e della terza fase è che lo stato non cambia nulla rispetto alla lira-carta. Rapporti di debito e di credito, imposte, prezzi, salari, interessi, ecc. ecc., continuano a regolarsi in lire-carta, come prima. Il pubblico quasi non si accorge della mutazione; o se ne accorge solo perché la lira-carta non balla più la tarantella, ma rimane fissa sui 25 centesimi-oro.

 

 

Se dalla terza fase si debba passare ad una quarta è cosa che solo l’esperienza di quel tempo futuro potrà decidere.

 

 

IV fase: Raggruppamento delle lire-carta da 25 centesimi-oro l’una in lire-oro da 100 centesimi, od in scudi da 500 centesimi od in un’altra moneta qualsiasi. Questa è speculazione sul futuro, che oggi non ha importanza. Basti qui affermare che il passaggio alla quarta fase potrà avvenire solo quando esso non avrà alcun contenuto sostanziale, ma quello puramente di una riduzione aritmetica di cifre contabili troppo grosse. A quel punto, si potrebbe anche risolvere il problema con un semplice trasporto della virgola a sinistra di una o due unità. Una somma di 1 milione di lire-carta può indifferentemente trasformarsi in 250.000 lire-oro, se ogni lira-carta equivale a 25 centesimi di lire-oro; in 100.000 scudi-oro se 10 lire-carta, uguali a 250 centesimi di lira-oro, prendono il nome di 1 scudo-oro; in 10.000 zecchini-oro se 100 lire-carta, uguali a 2.500 centesimi di lira-oro prendono il nome di 1 zecchino. Per ora, siamo lontanissimi dal verificarsi della condizione posta: che la trasformazione abbia un puro significato contabile di sgonfiamento di cifre scritte sui libri. Per ora, ogni mutazione di cifre significa dolori di sangue per gli uni e arricchimento per gli altri. Nessuno statista sennato può assumere a programma la seminagione del malcontento e dell’odio.

 

 

Dico anzi che per ora sarebbe pericolosissimo osare persino il passaggio alla seconda fase. Bisogna sforzarsi di giungere alla prima fase e trincerarsi ben bene in essa, prima di fare un passo avanti.

 

 

Supponiamo invero, procedendo per assurdo, che si voglia passare d’un colpo alla seconda fase. Pare una cosa modestissima dire che una cassa pubblica – istituti di emissione o cassa di conversione da essi amministrata – sia obbligata a dare 1 lira-carta a chiunque offra chèques sull’estero di 25 centesimi-oro, e viceversa a dare chèques sull’estero da 25 centesimi-oro a chiunque offra 1 lira. Intanto, la cassa di conversione dovrebbe possedere qualche miliardo di lire-oro di chèques sull’estero o di oro od accreditamenti capaci di fornirle gli chèques necessari. Quanti sarebbero i miliardi necessari per resistere allo sbaraglio e quale probabilità essa avrebbe di non essere svaligiata per la presentazione di lire al cambio?

 

 

Domande delicatissime, a cui è difficile rispondere. La dichiarazione fatta per legge che la lira-carta si cambia né più né meno in 25 centesimi-oro, urta in pieno contro una forza formidabile che, a riassumerla in una parola, si chiama speranza. Vi sono numerosissime persone le quali non sono persuase che la lira non debba mai più salire oltre i 25 centesimi-oro. Conservano consolidati pubblici 3,50 e 5%, buoni, depositi di casse di risparmio, cartelle fondiarie, perché sperano sempre che la potenza d’acquisto della lira riprenda e gradatamente risalga, se non a 100 centesimi, ad un livello meno vile dell’attuale. Sopportano costoro condizioni di vita miserabili, inferiori a quelle di qualunque lavoratore manuale, perché sperano che un giorno il loro reddito fisso in lire riacquisti un po’ della potenza di acquisto antica.

 

 

Ancora più delicata è la posizione dello stato rispetto agli stranieri ed agli italiani all’estero, anch’essi possessori di lire. Nessuno sa con precisione quante lire siano in tal modo possedute. Persone perite, per ragioni professionali, in siffatte valutazioni, calcolano ad otto miliardi di lire-carta l’ammontare del consolidato 5%, dei buoni del tesoro, di altri titoli pubblici a reddito fisso e dei depositi in conto corrente in lire presso banche italiane spettanti a persone residenti all’estero, principalmente ad italiani.

 

 

Per valutare quale impressione possa fare su costoro una legge di stabilizzazione, bisogna porsi il quesito del motivo per cui gli italiani all’estero impiegarono somme tanto cospicue in valori lire. Pare che il motivo predominante sia la speranza di una rivalutazione della lira. L’italiano emigrato all’estero non si è mai persuaso che l’attuale svalutazione della lira fosse giustificata dalle condizioni economiche reali del suo paese. Quando egli può comprare una lira, versando 4 centesimi di dollaro (è il modo americano di dire che il dollaro vale 25 lire), egli pensa che la lira è a buon mercato; e la compra sperando di vederla salire più in su, a 5, a 6, ad 8 centesimi di dollaro, se non proprio alla parità che è di 19,30 centesimi. Compra consolidato 5% e deposita lire in conto corrente perché spera che la lira rialzi ed egli possa venderla a 5, a 6 o ad 8 centesimi di dollaro. Stabilizziamo con legge la lira-carta a 25 centesimi di lira-oro, il che vuol dire a 4,82 centesimi di dollaro, ed egli non ha più alcuna speranza di vederla salire oltre 4,82 centesimi. La terrà ancora? Ecco ciò di cui molti dubitano. Il capitale trova oggi all’estero impieghi così remunerativi, che non certo l’attrattiva del 5% offerto dal nostro consolidato o del 4% dato dalle nostre banche può trattenere in Italia il capitale forestiero. Esso era ed è trattenuto dalla speranza nella rivalutazione della lira.

 

 

Ecco un punto il quale va attentamente meditato prima di azzardare un passo falso. Se tutti gli 8 miliardi di lire-carta in mano di stranieri fossero realizzati e portati alle casse pubbliche per il cambio in lire-oro capaci di essere esportate all’estero, il tesoro dovrebbe, al cambio di 25 centesimi, fronteggiare una richiesta di 1.600 milioni di lire-oro. Li ha pronti? ed avendoli, può assistere indifferente alla loro emigrazione all’estero?

 

 

Agli 8 miliardi di lire posseduti da italiani all’estero, bisogna aggiungere un’altra somma cospicua, di dimensioni incerte, forse di 2 miliardi di lire, che industriali e commercianti italiani debbono a fornitori stranieri per prorogati pagamenti di merci. Gli industriali non pagarono, sempre sperando che la lira si rivalutasse ed essi potessero comprar dollari o sterline a più buon mercato. Il giorno in cui la lira fosse fermata per legge, la speranza cadrebbe ed essi dovrebbero decidersi a pagare. Altro depauperamento di lire-oro a danno delle casse pubbliche.

 

 

È vero che, per contro, non pochi italiani posseggono all’estero fondi in dollari o sterline o franchi oro, acquistati per paura che la lira peggiorasse ulteriormente. Si potrebbe sperare che costoro, scomparso il timore, facessero rimpatriare i loro fondi. Potrebbe darsi che tale movimento bilanciasse quello dei 2 miliardi di merci il cui pagamento è rimasto sospeso. Rimarrebbe pur sempre in pieno la grossa incognita degli otto miliardi di lire spettanti ad italiani all’estero. Ed a questa si aggiunge l’altra incognita delle rimesse annue degli emigranti, che contribuiscono al saldo della nostra bilancia dei pagamenti; rimesse le quali oggi in parte sono determinate dalla convinzione di fare un buon investimento in lire destinate a migliorare. Continueranno a giungere tali rimesse nella stessa cifra a lira stabilizzata per legge?

 

 

Per indurre gli 8 miliardi a rimanere e nuove somme a venire anno per anno in Italia, eventualità quest’ultima che a taluno pare indispensabile per ottenere la bilancia annua dei pagamenti fra l’Italia e l’estero, sarebbe necessario che la rimunerazione in Italia dei risparmi in lire stabilizzate fosse almeno uguale alla rimunerazione dei risparmi in dollari negli Stati uniti, in pesos in Argentina, ecc. ecc. Il che vuol dire che bisognerebbe emettere buoni del tesoro al 6% e rimanere indifferenti dinanzi ad una caduta del consolidato fino ad un punto tale da farlo fruttare almeno il 6 per cento. La cosa non mi spaventa affatto; ma bisogna persuadersi ben bene che, per un certo tempo, stabilizzazione della lira intorno ad un cambio determinato dal tesoro ed alti corsi dei titoli di stato (od, il che fa lo stesso, basso saggio di interesse sui buoni del tesoro) sono due fatti tra di loro incompatibili.

 

 

Ma una difficoltà preliminare deve essere risoluta durante la prima fase: quella della scoperta del più conveniente saggio di stabilizzazione. Ho parlato sopra di 25 centesimi-oro per ogni lira-carta; avvertendo però che si trattava di una pura ipotesi. Ripeto qui l’avvertimento in modo formale. I pericoli sovra descritti di presentazione al cambio di lire-carta detenute da stranieri od italiani residenti all’estero sono in sostanza collegati colla probabilità di errare fissando oggi ad un qualsiasi livello, da 21 a 100 centesimi-oro, il rapporto ufficiale di cambio. Se la realtà economica vuole invece che il rapporto sia diverso, l’errore non può non essere disastroso. La prima fase è dunque necessaria sia come preparazione lungimirante alla seconda, sia come sperimento per la scoperta del rapporto di cambio più conveniente. Ricordiamo sempre che questo rapporto è oggi un ignotum, che deve ancora essere scoperto; e la sua determinazione non è il meno difficile punto del problema monetario attuale.

 

 

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