Come vivono i nostri comuni

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 07/01/1902

Come vivono i nostri comuni

«La Stampa», 7 gennaio 1902

 

 

 

La Direzione generale della statistica ha pubblicato di questi giorni un volume interessante ove è descritta la vita finanziaria dei nostri 8262 Comuni, nel 1899, dai minimi (e sono 9 in tutto), che hanno meno di lire 1000 di entrata effettiva, ai massimi (e sono 5) che hanno più di 10 milioni di entrata effettiva: Torino 11.4, Genova 13, Milano 20, Napoli 21 e Roma 25.9 milioni.

 

 

Vita varia codesta dei Comuni italiani e difficilmente riducibile a poche cifre, come comporta l’indole di un articolo.

 

 

Introitano e spendono i Comuni la non piccola cifra di 642 milioni di lire. Ma nell’entrate questa cifra si scompone in 439.6 milioni di entrate effettive e 202.4 milioni di entrate non effettive (movimento di capitali, avanzi di amministrazione e partite di giro). I 439 milioni si dividono alla lor volta per sommi capi nel modo seguente: Rendite patrimoniali, milioni 50.3, dazio di consumo comunale 158.7, sovrimposta sui terreni e sui fabbricati 134.0, altre tasse e diritti 62.8, proventi diversi 14.9. È singolare la prevalenza del carico daziario. Esso supera il provento delle sovrimposte che sono la principale e si può dire la sola grande imposta diretta a disposizione dei Comuni. E, come nota l’on. Alessio in un profondo ed acuto «Disegno di una riforma razionale del sistema tributario italiano», finito or ora di pubblicarsi sul Giornale degli Economisti, le regioni meno ricche fanno più vivo appello al consumo e risparmiano la proprietà fondiaria.

 

 

Nelle entrate i Comuni seguono l’esempio dello Stato: aumentandole

continuamente. Le entrate effettive da 341 milioni nel 1882 vanno a 397 nel 1889, a 426 nel 1895 e salgono a 439 nel 1899. Buona parte del sovrappiù è dato dalle sovrimposte. Le quali da 78 milioni nel 1871 salgono a 114 nel 1881, a 122 nel 1891 ed a 134 nel 1899. Progressione veloce la quale fa si che mentre nel 1895 vi erano ancora 127 Comuni senza sovrimposta e 2717 con sovrimposta nel limite normale dei 50 centesimi, il numero ne era disceso nel 1899 rispettivamente a 111 ed a 2516.

 

 

Ma neanco il dazio consumo si trattiene dal muoversi all’insù. Anzi cresce con velocità ancor maggiore. Fruttava 71 milioni nel 1871, ma già nel 1898 erasi innalzato a 98, nel 1891 a 145 per giungere, a 158 nel 1899.

 

 

Come spendono i Comuni le loro entrate effettive? È presto detto: 336.6 milioni sono le spese effettive ordinarie, 76.2 sono le spese effettive straordinarie, e 54.9 vanno in spese facoltative. In tutto 467 milioni, ossia 28 di più delle entrate effettive, 28 che devono essere coperti da debiti nuovi o da alienazioni di patrimoni.

 

 

Di questi 467 milioni di spesa, 81.3 corrispondono ad oneri patrimoniali, in cui entrano 52.1 milioni di interessi di debiti. Anche i Comuni, come lo Stato, vanno innanzi carichi del peso dei debiti. Le spese generali salgono a 98.2; le spese di polizia locale ed igiene a 92.4; quelle di sicurezza pubblica e giustizia a 10.6; mentre le opere pubbliche costano 76 milioni, l’istruzione pubblica 80 milioni, il culto 3.3, la beneficenza 24.6.

 

 

Come queste spese siano disegualmente fatte nelle diverse parti d’Italia, sarebbe troppo lungo dire partitamente. Ci limitiamo ancora a citare un brano dell’Alessio, che riassume i risultati di suoi diligenti studi fatti in proposito: «Prescindendo dalle province, in cui il prevalere d’una grande città attribuisce alle cifre un peso relativo più alto, quale la Liguria, il Lazio, la Campania, l’indebitamento si presenta più grande nelle regioni più povere, quali la Basilicata e la Sardegna. Nelle province dell’Italia Centrale e Meridionale prevalgono i contributi per la polizia locale e per l’igiene. Il che accenna ad un sano indirizzo di governo locale inteso a supplire alle deficienze del passato. Non confortanti sono invece le quote delle spese per opere pubbliche. La Sicilia, che ha il più forte aggravio daziario, spende più di tutte: la segue la Sardegna, le cui condizioni miserabili sono un dolore per ognuno: la Calabria ha dispendi più alti del Veneto e della Liguria, la Basilicata più della Lombardia. Inverso è invece il procedimento nelle erogazioni per la cultura intellettuale. Il minor contributo di spesa locale è dato dal Lazio, ove si trova la capitale del regno. La Sicilia, la Sardegna, le Calabrie, la Campania, gli Abruzzi, che pur non hanno una minor proporzione d’illetterati, erogano all’istruzione pubblica una parte del loro bilancio assai inferiore a quella consacratavi dal Piemonte, dalla Lombardia, dal Veneto e dall’Emilia».

 

 

Dicemmo che le spese sono per i Comuni italiani superiori alle entrate. È questa una storia vecchia. Già nel 1884 i Comuni che si trovavano nell’ideale condizione finanziaria del pareggio perfetto, senza avanzo e senza disavanzo erano appena 921; mentre 2769 Comuni aveano un avanzo totale di 11.6 milioni ed altri 4567 avevano un disavanzo di 57.1 milioni.

 

 

Nel 1899 le cose non sono peggiorate, ma neanche si sono accomodate gran fatto: 179 sono i Comuni in pareggio, 3217 i Comuni con un avanzo di 13.4 milioni e 4866 i Comuni con un disavanzo di 41.6 milioni.

 

 

Naturalmente i disavanzi, accumulandosi, si riflettono sulla situazione patrimoniale dei Comuni, la cui parte passiva cresce.

 

 

All’1 gennaio del 1899 la situazione patrimoniale dei Comuni era la seguente: All’attivo vi erano 546 milioni di beni stabili con rendita reale, 174 con rendita figurativa e 172 milioni di beni infruttiferi; 169 milioni di censi, canoni e livelli, 49 milioni di mobili per uffici, scuole, ecc., 78 di rendita pubblica, 7 di buoni del tesoro, 14.9 di fondi presso Istituti di credito, 25.7 di crediti diversi, 41.6 di fondi di cassa, 91.2 di crediti di bilancio di riscossione certa, 51.4 di crediti incerti, litigiosi ed inesigibili, e 20.7 di cauzioni. In tutto 1.443 milioni.

 

 

Alla parte passiva si noveravano 1.213.9 milioni di debiti per mutui, 44 milioni di censi, canoni e livelli passivi, 26 debiti diversi, 2.8 disavanzi di cassa, 139.4 debiti di bilancio che si dovranno sicuramente pagare, 18.3 debiti di natura incerta e litigiosa, 18.7 di cauzioni di privati. In tutto 1463 milioni.

 

 

Il passivo supera l’attivo nel patrimonio comunale di soli 20 milioni; ma occorre notare che mentre molti beni stabili comunali danno solo una rendita figurativa o non danno rendita affatto, i 1213 milioni di debito sono tali per davvero ed importano un carico annuo di interessi pesantissimo. Ed ancora si noti che i Comuni i quali posseggono, o meglio sopportano il patrimonio passivo non sono sempre gli stessi che posseggono il patrimonio attivo; per cui l’uguaglianza tra attivo e passivo esiste solo sulla carta. I più indebitati sono i Comuni grossi e sono anche quelli che hanno meno ricco patrimonio. I 69 Comuni capoluoghi di provincia avevano un patrimonio attivo di 407 milioni, ma il patrimonio passivo era di 965 milioni di lire, con uno sbilancio di 558 milioni di lire.

 

 

Altre cose ancora potremmo dire sulla scorta della statistica ufficiale. Ma per oggi basta. Quanto abbiamo osservato è sufficiente a porre in luce l’intrico della vita nostra comunale e le difficoltà che si oppongono a chi voglia metter mano ad una riforma tributaria in questa selva selvaggia ed aspra e forte.

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