Cominciamo a «fare»!

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 19/05/1920

Cominciamo a «fare»!

«Corriere della Sera», 19 maggio 1920

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 726-728

 

 

 

In sostanza, dunque, l’amico professor Attilio Cabiati ed io siamo d’accordo nel ritenere che non ci sia bisogno, almeno nel campo tributario, di nessuna riforma radicale e profonda. Egli afferma che, ove si abbia tempo di applicarlo, il nuovo gruppo di leggi finanziarie già vigenti ci condurrebbe «ad un sistema organico di tributi, degno di esserci invidiato da tutto il mondo».

 

 

Sulla carta, dunque, noi non abbiamo da imparare niente da nessuno, nemmeno dall’Inghilterra e dagli Stati uniti. Questo è un punto fermo, che i nevrotici della politica, i fabbricanti di riforme «audaci» faranno bene a tenere a mente.

 

 

Su un altro punto siamo d’accordo, Cabiati ed io: che cioè la riforma urgente, la sola seria è quella di applicare le riforme già scritte sulla carta. Anche questo è acquisito.

 

 

Il dissenso si riduce a quest’altro punto: il Cabiati ritiene che non si farà in tempo ad applicare le riforme decretate ed a tradurre in atto le buone intenzioni; poiché a far ciò occorrono dieci anni di lavoro accanito delle agenzie delle imposte nel campo tributario e di energia di amministratori negli altri campi; e noi non abbiamo disponibili i dieci anni necessari, perché abbiamo aspettato troppo a deciderci ed ora tergiversiamo nell’attuazione. Ed egli mi chiede se io abbia fiducia di arrivare in tempo; e se non ritenga necessario di ricorrere a mezzi straordinari, all’infuori del parlamento e della burocrazia. Come, ad esempio, ridurre alla metà le università esistenti, senza passar sopra ai mezzi legali? Nel che, egli osserva, sta la rivoluzione, non quella di Bombacci e di Serrati; ma in ogni modo rivoluzione vera e propria.

 

 

Ecco. Io non so se occorrano i dieci anni per attuare le riforme già scritte sulla carta e se noi li avremo a disposizione. Non lo so, perché nessuno può saperlo. Ma sono convinto che il solo metodo per saperlo è di cominciare una buona volta. Sarà tardi; ma meglio tardi che mai. I problemi si risolvono col fare. Un concorso di agenti delle imposte è stato esaurito ed un altro è in corso. Bisogna assumere i vincitori e gli idonei del primo; metterli subito all’opera; interessare vecchi e nuovi impiegati ad un lavoro fecondo. Far lo stesso per gli altri rami dell’amministrazione finanziaria. Non si otterrà subito la perfezione. Si comincierà dai patrimoni di 10 milioni e dai redditi di 500.000, per scendere via via ai 5 e ai 250; e poi a quelli di 1 e di 50.000 rispettivamente; e così via fino alla fine. Il più è cominciare; poi gli effetti diventano cumulativi. Giungerà il momento in cui le forze riparatrici avranno acquistato maggior velocità delle forze dissolvitrici; e il problema allora sarà risoluto, perché tutti si saranno persuasi che il mondo non s’è fatto in un giorno e che ci vuole un po’ di pazienza per mettere a posto ogni cosa dopo tanto sconquasso.

 

 

L’essenziale è di fare; e per fare bisogna aver fiducia in noi stessi. Cominciare a non disprezzare niente di quel che s’è fatto, anche se fu fatto solo sulla carta. E dire invece: adesso bisogna tradurre la carta in realtà.

 

 

Quanto ai mezzi di tradurre, io sono per il parlamento, non per alcuna virtù taumaturgica del parlamento, della sovranità popolare e simili astrazioni, ma perché il parlamento è un organo di discussione, e la discussione è la sola salvaguardia contro la tirannia. Ma è evidente che se il parlamento non discute più, se esso è dominato da un gruppo, quello socialista, deciso a strozzare la discussione e ad instaurare la tirannia, bisogna seguitare a fare quel che sinora si è fatto, dal principio della guerra, ossia legiferare per decreti-legge. È una necessità spiacevole; ma può essere una necessità , di cui saranno responsabili i nuovi tiranni. Il problema non è di metodo, intorno a cui non c’è libertà di scelta; ma di uomini.

 

 

Ci sono gli uomini capaci di legiferare bene e di attuare meglio? Su questo punto sembra che Cabiati ed io siamo d’accordo nel ritener di sì; tanto persuasi siamo che la borghesia, la quale ha compiuto e sta quotidianamente compiendo così mirabili cose nel campo economico privato, la quale è così viva da far vivere i politicanti che la diffamano, è anche capace di amministrare bene la cosa pubblica e di trarre il paese a salvamento. Ma come mettere al posto degli energumeni, degli incapaci, dei presuntuosi la gente capace, laboriosa, modesta e seria? Questo è il punto; e nemmeno su questo punto non mi pare esista alcuno specifico. Non è il metodo, legale od extralegale, quello che può mettere al giusto posto gli uomini adatti. Solo l’educazione politica, il dibattito e la concorrenza fra uomini e partiti può , con effetti lenti e cumulativi, giungere ad ottenere il risultato. Nessun miracolo è in vista; nessun rimedio a colpo rapido e sicuro ci soccorre. Visione sicura dei mali e dei rimedi; fiducia in noi e ferma volontà di lavorare e risparmiare. Non c’è altro.

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