Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Commissioni superflue e commissioni utili

«Corriere della Sera», 4 febbraio 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 46-50

 

 

 

Nell’ultimo consiglio dei ministri, accanto a parecchie deliberazioni ottime, alcune furono prese le quali suscitano forti dubbi. Ottimi sono quattro provvedimenti che il ministro delle finanze ha fatto approvare:

 

 

  • la esenzione di dazio per gli olii minerali destinati all’industria della calciocianamide, per le acque ammoniacali e per il nitrato di sodio. Trattasi di materie utili alla concimazione agricola; e la loro introduzione in franchigia gioverà alla intensificazione delle culture più di qualunque aiuto diretto governativo. Perché non abolire anche tutti i dazi sui concimi fosfatici, vero attentato alla produzione agricola?

 

 

  • l’abolizione delle esenzioni dalla tassa di bollo concesse per alcuni tipi di cambiali. Deve trattarsi delle cosidette cambiali agricole, nove decimi delle quali non avevano nulla a che fare con l’agricoltura e davano luogo ad una estesa frode contro il fisco;

 

 

  • il blocco delle sovrimposte, ossia il divieto agli enti locali di crescere le sovrimposte oltre il livello del 1922. Avvertimento urgente contro la mania spendereccia dei comuni e preludio, speriamo, alla riduzione generale delle aliquote;

 

 

  • l’abolizione dei piccoli bilanci clandestini creati, con l’assegnazione speciale di imposte, entro il bilancio generale dello stato; e ritorno al principio sano ed economico del bilancio unico: tutte le entrate di stato al tesoro e tutte le spese di stato fatte dal tesoro.

 

 

In questo gruppo non possiamo tuttavia tacere una viva preoccupazione per la creazione del comitato interministeriale dei petroli. Con tante commissioni che si aboliscono, l’utilità di questo nuovo comitato per i petroli non si comprende. Certo, la questione dei petroli è diventata di interesse mondiale. Turchia ed Inghilterra si accapigliano per i petroli di Mossul. Ma in quella regione sembra che il petrolio ci sia davvero ed in quantità sterminate. Ma in Italia? Sono decenni che da noi si studia il problema e si estraggono dal sottosuolo quantità modestissime. Qualche governo passato creò i «trivellatori» di stato, profondendo nelle ricerche qualche milione; ma furono danari spesi male. In Inghilterra, proprio ora, il governo ha pubblicato i risultati delle trivellature eseguite in paese. Risultati sconfortanti: 532.000 lire sterline di spesa contro 20.000 lire sterline di petrolio estratto. Perdita netta: 512.000 lire sterline. Conclusione: abbandono completo, assoluto dell’impresa. Sarebbe bene che i ministri meditassero sulle cifre e sui risultati del passato; ed interrogassero tecnici imparziali, non facili ad entusiasmarsi. E dovrebbero essere interrogati, non sulla convenienza astratta di fare studi, certamente interessanti dal punto di vista scientifico, sulla geologia italiana; ma sulla convenienza di fare debiti, di caricare di imposte i posteri, allo scopo incerto di scoprire petroli commercialmente estraibili. In tempi di larghezza di mezzi e di danaro a buon mercato, anche tali rischi possono essere talvolta sopportabili. Ma oggi? Non è probabile che, in qualunque evenienza, costi sempre assai meno comprare il petrolio da chi ne ha da vendere?

 

 

Accanto ad un comitato nuovo che sorge per uno scopo così problematico, un’altra ecatombe di altre commissioni. Per parecchie di esse non vale la pena di inquietudini. Non costavano forse nulla, perché non si radunavano mai; ma erano col tempo divenute inutili. È probabile, ad esempio, per non citare tutti i casi di utili soppressioni, che la scomparsa della commissione reale per i crediti comunali e provinciali e per l’assunzione diretta dei pubblici servizi da parte dei comuni, non lasci un gran vuoto dietro di sé. Il titolo della commissione era più lungo dell’opera sua, la quale potrà essere sbrigata con maggiore sveltezza dagli ordinari organi di tutela delle amministrazioni locali.

 

 

Ma, per qualche altra commissione, non si debbono tacere le preoccupazioni. Se c’era una commissione la quale aveva reso dei reali servizi al paese era quella parlamentare di vigilanza sull’amministrazione delle ferrovie dello stato. Senza intralciare per nulla la gestione ferroviaria, senza avere in essa alcuna diretta ingerenza, essa esercitò in passato un controllo utilissimo e fecondo. L’opera sua si svolse, sotto la presidenza del senatore Riccardo Bianchi, competentissimo in materia fra tutti, sulla base discreta dei documenti stampati forniti dalla direzione generale delle ferrovie e dei chiarimenti chiesti ed ottenuti sui documenti stessi. È un errore credere che una commissione di controllo, per funzionare bene debba strafare, disturbare e costare molto. Le commissioni che lavorano sul serio, come silenziosamente lavorava questa presieduta dal Bianchi, non hanno bisogno di spendere molti danari. Nel pubblico corrono idee sbagliate al riguardo. Poche sedute, pagate a circa 8 lire l’una per i membri residenti a Roma, e col rimborso del biglietto di viaggio e 48 lire nette di diaria al giorno per i membri residenti fuori di Roma, ossia neppure il necessario per vivere fuori di casa – questa ferroviaria non costava nemmeno tanto, perché, essendo parlamentare, ai deputati e senatori non si paga alcuna diaria né si rimborsa alcun biglietto di viaggio – bastano per nominare il relatore e discutere le sue conclusioni. E, quando un relatore è competente, dalle cifre comunicategli dall’amministrazione egli può, avendo senso critico, trarre conclusioni illuminanti. Così fece la commissione di vigilanza sulle ferrovie che ora a torto si è voluta abolire. Essa risvegliò l’opinione pubblica, chiarì con pochi tratti, le origini del disavanzo, indicò i rimedi. Sono benemerenze recenti, che nessuno può dimenticare. Dalla sua abolizione il commissario straordinario, on. Torre, non vedrà menomamente facilitata l’opera sua; né la sua conservazione avrebbe in nulla diminuita la responsabilità dell’azione che è bene resti tutta sua. Sarà scemata la vigoria del controllo dell’opinione pubblica su i suoi atti: ecco tutto. Ora, il controllo sulle conseguenze degli atti compiuti non è un ostacolo a far bene. Nelle cose pubbliche, il controllo è sempre stato considerato necessario.

 

 

Bisogna che questo punto fondamentale sia chiarito. Il governo parlamentare, quale si era andato trasformando in Italia, dava luogo a risultati non buoni, perché una turba pretendeva di sostituirsi ai pochi, perché il parlamento voleva governare, attraverso fazioni riottose. Togliamo il male, ma rispettiamo il bene. Risaliamo alle origini del parlamento, il quale non fu creato per sostituirsi all’azione energica del governo. Azione utile non meno nell’interesse generale che in quello del governo medesimo. Difficilmente chi agisce è un autocritico. Il governo ha ragione nel non volere che il critico pretenda di impedirgli di agire; ma, sopratutto perché vuole agire bene, ha urgente necessità, più urgente e più profonda di quella dei governi paurosi, di assumersi una qualsiasi responsabilità, di conservare e rafforzare quegli organi di discussione, i quali giovano a segnalare virtù e difetti, a prevenire l’errore e ad incoraggiare chi cammina sulla via giusta.

 

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