Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

Corriere della Sera

Competenza ministeriale

«Corriere della Sera», 16 febbraio 1922

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 41-46

 

 

 

 

Signor direttore,

 

 

Quando nell’officina governativa romana sopravviene una di quelle interruzioni che prendono il nome di crisi di gabinetto, nei caffè, nei circoli, nei privati conversari, molti lettori di giornali non sanno trattenersi dal ripetere ancora una volta la nota sentenza: perché anche i ministeri tecnici soffrono le vicende dei partiti? Perché ad ogni sei mesi od ogni anno mutano i ministri della guerra, della marina, delle poste e dei telegrafi, dell’agricoltura, dell’industria? Un guerriero, un marinaio, un esperto postale, un agricoltore, un industriale non sarebbero a lor posto in siffatti uffici? Che cosa importano il color rosso o nero o tricolore, le simpatie o le antipatie verso il fascismo col saper organizzare bene l’esercito, scegliere il miglior tipo di nave da guerra, por termine al disservizio postale ed alle sofferenze degli abbonati al telefono? Passi per gli interni e per gli esteri, materia squisitamente politica, passi per il tesoro e le finanze, ministeri che un tempo dicevansi di competenza particolare degli eletti dal popolo; chiudiamo gli occhi sui favori che i grandi elettori attendono dal ministro dei lavori pubblici; acquietiamoci a malincuore alla gara di dominio sulle cose dell’istruzione la quale dura da sessant’anni tra massoneria e cattolicesimo. Ma, per tutto il resto, a che pro la fantasmagoria di incompetenti, i quali giungono al potere senza nessuna preparazione, debbono essere a poco a poco ammaestrati e sono perciò dominati dai burocrati; ma sono spazzati via appena abbiano cominciato ad apprendere l’abicì del mestiere?

 

 

Fa d’uopo, signor direttore, ripetere le ragioni per le quali le querele dei benpensanti non soltanto non hanno la menoma probabilità di trovare ascolto presso i politici, bensì anche non sono fondate sulle necessità di un buon governo nei tempi democratici e particolarmente nei tempi difficili che corrono? Che quelle querele siano vane, tutti sono persuasi, bisognando, per sperare ad esse ascolto, immaginare l’assurdo che i politici del parlamento rinunciassero d’un tratto ad una metà dei posti solitamente ad essi offerti in tempo di crisi. Poiché ognuno dei 535 rappresentanti del popolo ha ricevuto, oltrepassando l’incantata soglia, il crisma della sapienza universale, sarebbe supremamente disdicevole supporre che essi vogliano far gitto di tale preziosissima facoltà, quando tutti concordano nell’affermare che di molta sapienza fa mestieri per condurre a salvamento la pericolante nave della patria.

 

 

V’è di più: ben può dirsi che quelle querele sono infondate anche in ragione. Coloro che invocano la competenza al governo dei ministeri tecnici, dimenticano che la virtù da essi invocata deriva intieramente dalla regola della divisione del lavoro e che questa regola, rettamente intesa, conduce a tutt’altre conseguenze di quelle da essi immaginate. Dicesi competente il generale o l’ammiraglio perché per tutta la vita si è dedicato allo studio ed al governo degli eserciti e delle flotte; competente l’agricoltore che ha studiato i misteri della terra nelle scuole e nei libri ed ha cimentato le sue conoscenze alla prova dei campi; competente l’ingegnere elettrotecnico, che sempre visse in mezzo a impianti elettrici; competente l’avvocato, che studiò sui codici ed arringò nei tribunali; competente il medico, che dall’intuito suo e dalla lunga pratica ha imparato a conoscere malattie e guarir malati. Ma tutti costoro, appunto perché singolarmente periti nelle loro arti specifiche, non perciò sono competenti in politica, che è un’arte tutta diversa e specializzata, in cui si acquista perizia come si fa in ogni altra arte, con lo studio e con l’applicazione diuturna. Governare un paese non è la stessa cosa che guidar eserciti con fortuna o coltivare campi con successo o salvar malati da malattie mortali. È un’altra cosa; difficilissima per fermo, ma diversa. Governare un paese vuol dire governar uomini, indirizzandone gli sforzi ad un fine comune e collettivo. Non basta un buon teologo per fare un buon papa; poiché il papa, se ha da essere pure un buon teologo, e potrebbe forse esserlo, senza danno della chiesa, mediocre, deve sovratutto essere un ottimo guidatore di uomini dal punto di vista religioso; e se la chiesa dura da tanti secoli, si è perché una finissima selezione porta ai fastigi della tiara uomini pii e nel tempo stesso peritissimi dei sentimenti e delle passioni da cui sono governati gli uomini.

 

 

Perciò i sospiri dei benpensanti verso l’avvento dello “specialista” al governo dei ministeri tecnici sono destinati a rimanere per somma ventura inascoltati; nessuno essendo più incompetente a governar gli uomini di chi è perito in tutt’altra cosa. Della quale verità si ebbe una conferma segnalatissima nella Germania e nell’Austria, quando si videro i loro governi composti di tecnici espertissimi per lunga abitudine e per accurata selezione nella conoscenza dei dicasteri a cui erano preposti a battersi dinanzi i governi di Francia, d’Inghilterra, d’Italia e degli Stati Uniti, pullulanti di politici generici astuti nelle schermaglie parlamentari, ma assai poco famigliari con le faccende tecniche ministeriali; a cominciare dal più abile di tutti, il signor Lloyd George, segnalato per innata repugnanza ad ogni sorta di letture ed orgoglioso per l’incapacità sua allo studio di qualsiasi verità scritta. Gli uomini di governo germanici conoscevano perfettamente i tecnicismi; ma ignorando gli uomini e le passioni, i desideri, le debolezze loro, furono vinti dai politici avversari, i quali si erano specializzati nel condurre per mano quell’eterno fanciullo che è l’uomo. Venuti su in forza del teorema della divisione del lavoro l’avevano dimenticato proprio nel punto essenziale, per cui al politico è ordinato di essere perito precisamente nel mestier suo, che è la politica.

 

 

Ma non trionfino di soverchio i politici italiani nell’ascoltar siffatta conclusione; ché purtroppo molte delle magagne della nostra vita pubblica derivano dal che essi, al peccato veniale di nulla sapere della te degli istituti a cui sono preposti, aggiungono per lo più il mortalissimo peccato di essere ignari eziandio della speciale loro materia, che è quella politica. La preparazione che i politici italiani hanno all’alto ufficio è vero spesso miseranda. Una proporzione smisurata uomini di legge, raramente pari al compito di conoscitori e di difensori del diritto, spesso miseri azzeccagarbugli di provincia, non pochi agitatori di professione, tra i quali meno peggio sono i cosiddetti “organizzatori”, esperti a guidar masse nelle competizioni di classe, alcuni uomini di affari e per uomo d’affari in Italia non s’intende spesso l’industriale o il commerciante capo di un’impresa indipendente ma l’intermediario di favori governativi ed il procacciatore di doti o di sussidi o di premi a pro di società anonime o di cooperative, che sono tutt’uno nello spillar denari ai contribuenti -: ecco di quali elementi sociali è tessuto per una discreta parte il nostro parlamento. Sebbene anche i parlamenti britannico e francese siano, dopo la introduzione del suffragio universale, grandemente decaduti, pure non sono decaduti quanto il nostro. Chi sfogli gli atti verbali delle sedute del parlamento subalpino e di quello italiano sino alla caduta della destra e li confronti con gli atti odierni, sente una fitta al cuore: che tanto dotti e solenni sono quei primi documenti, altrettanto sciatti e volgari e spropositati sono gli ultimi; tanto frequenti erano un tempo i ricordi di letture fatte e di esperienze vissute, sentito l’ossequio alla scienza, vogliosi gli oratori di contribuire “forse ingenuamente” al progresso della civiltà; altrettanto è ripetuto oggi lo scherno verso la dottrina, il disprezzo verso i teorici ed ostentato l’amore per la “pratica”, nuovissimo feticcio, la quale nel dizionario della Crusca dovrebbe essere nuovamente definita come l’arte di appropriarsi, con grandi proteste di onestà e di tutela dell’interesse pubblico, il denaro altrui con qualche astuta gherminella legislativa, mentre “teorico” è chi denuncia siffatte lestezze di mano. In Inghilterra ed in Francia vive ancora il nucleo di una classe politica, simile a quello che fece l’Italia dal 1848 al 1876; e per classe politica si intende un gruppo di uomini, educati ad Eton o ad Harrow, istruiti ad Oxford od a Cambridge o all’École libre des sciences politiques, non vergognosi di saper citare qualche frase di Demostene o di Cicerone, abituati fin dall’infanzia all’idea di reggere la cosa pubblica, conoscitori dei precedenti antichi e moderni dei rispettivi parlamenti, periti di paesi stranieri, attraverso i quali hanno viaggiato, capaci di scrivere, come lo è ad esempio il signor Asquith, e sarebbe azzardato dire lo sia il suo rivale italiano, on. Giolitti, una pagina di sapore classico: continuatori di una tradizione politica che essi non hanno in spregio ed a cui con diuturno studio si sforzano di riattaccarsi. Bastano venti o trenta uomini di tal fatta per tenere alto il decoro di un parlamento e per impedire alla marmaglia di avere il sopravvento. Ma il compito è facilitato dalla estrazione diversa di quella che in Inghilterra chiamano «rank and file» della camera dei comuni: dove abbondano e sono onorati gli industriali, i commercianti, gli organizzatori operai, questi ultimi impiegati distinti, con stipendi ragguardevoli, i quali hanno, per conquistare il posto, superato difficili prove di storia, di tecnica, di economia.

 

 

Avevamo, sino a qualche decennio fa, un argomento di consolazione nel bassissimo livello parlamentare del congresso degli Stati Uniti: affiliati alla Tammany Hall, ciurmadori politici di quart’ordine, saltimbanchi irlandesi, corruttori e corruttibili. Sfortunatamente per i paragoni, mentre noi ci abbassavamo, oltre Oceano il livello politico si elevava. Successive campagne “civiche” ebbero un benefico influsso sulla composizione sociale delle assemblee politiche e dello stato maggiore governante di quel grande paese; e non mai, salvo nei giorni di Washington, l’ambiente politico toccò un’altezza maggiore, qualunque essa sia, d’oggi. Il risultato del dislivello crescente fra la nostra classe politica e quelle straniere, non fu tardo a farsi sentire.

 

 

La politica estera è fatta dagli uomini politici, con le idee e la preparazione che essi l’anno. Le discussioni di politica estera, nel parlamento italiano hanno un andamento disperatamente provinciale e tradiscono una spaventevole incomprensione dei grandi problemi che si agitano nel mondo. Gli azzeccagarbugli di Montecitorio vedono l’intrigo e l’avidità inglesi e l’albagia francese in fondo ad ogni questione la quale debba essere risoluta anche dall’Italia. E ci proclamiamo vittime altrui, perché noi non sapemmo essere più furbi ed accorti di altri. Non è l’accortezza, purtroppo, una merce manchevole sul mercato politico italiano; ma la furbizia a poco giova nelle aspre tenzoni internazionali, dove vincono coloro i quali hanno dietro di sé la forza di tradizioni secolari e di una perizia politica aspramente guadagnata con diuturna preparazione di studi e di esperienza. L’università e in ispecie la facoltà giuridica italiana han mancato all’ufficio loro di addestrare una forte e sapiente classe politica. Ma se anche mancato non avessero, quanti dei politici avrebbero capito che bisognava cominciar di lì? Avevan veduto la furbizia portar certuni su su fino ai sommi gradi. Perché faticar più di costoro?

 

 

Junius

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