Complicazioni monetarie

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 14/10/1923

Complicazioni monetarie

«Corriere della Sera», 14 ottobre 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 404-409

 

 

 

La discussione monetaria che ora è giunta ai giornali quotidiani ed alle assemblee politiche, in Inghilterra dura nei discorsi dei banchieri e negli articoli dei giornali economici da quasi quattro anni, da quando cioè il rapporto, che resterà storico, della commissione Cunliffe prescrisse alla tesoreria britannica il compito di una graduale deflazione, allo scopo di ritornare alla parità aurea e sovratutto al ristabilimento dell’assoluta libertà della coniazione e del commercio dell’oro. Qualunque siano le obiezioni ragionevoli contro la politica deflazionista, giova riconoscere che esse potevano farsi tra il 1919 ed il 1920: oggi sono anacronistiche e la loro reviviscenza dipende da cause esterne che con la politica monetaria hanno poco da fare. Poteva cioè concepirsi che si criticasse l’idea di riavvicinare la sterlina alla pari quando la sterlina perdeva il 20% sulla parità aurea e quando i prezzi erano saliti da 100 nell’agosto 1914 a 325,6 nel marzo 1920.

 

 

Allora, nel marzo 1920, potevasi ragionevolmente osservare che la riduzione voluta della massa monetaria circolante avrebbe provocato tracollo nei prezzi, crisi industriale e disoccupazione operaia. Allora, invece, vinsero i deflazionisti e fu decretato che il massimo fiduciario dei biglietti di stato emessi dovesse ridursi da 362 milioni di lire sterline a 320 nel 1920, a 317 nel 1921, a 309 nel 1922 e a 270 nel 1923. Così si fece; e la lira sterlina a poco a poco si rivalutò e i prezzi calarono. Ma ormai gli effetti della deflazione sui prezzi delle merci sono scontati da tempo: il livello dei prezzi, dopo essersi violentemente dimezzato, da 325,6 nel marzo 1920 a 169,6 nel dicembre 1921, è da quasi due anni stazionario; attraverso a brevi oscillazioni, siamo nel settembre 1923 ancora a 168,8, con una variazione minima sul 1922 e sulla fine del 1921. La crisi industriale, per quanto può toccare, oltre che ad altre cause, a ragioni monetarie, scoppiò violenta tra il 1920 e il 1921. Ma oggi è passata, liquidata; e liquidata con successo grande. Se oggi ci sono in Inghilterra 1 milione 300.000 disoccupati e vi sono industrie in crisi, ciò non si collega in misura apprezzabile a cause monetarie, ma a fatti ben noti, e come la Ruhr e la riduzione della capacità di acquisto delle regioni europee, le quali fornivano la clientela migliore dell’industria inglese.

 

 

Come sempre accade, quando la gente si lagna di qualche malanno, vi è chi offre empiastri e cerotti: oggi in Inghilterra sembra che i cerotti di moda siano il protezionismo preferenziale con le colonie e l’inflazione monetaria. Trattasi di cerotti, i quali possono momentaneamente dare un sollievo illusorio al paziente, ma lo lasciano, dopo, più infermo di prima.

 

 

Per dir solo del cerotto monetario, sarebbe molto comodo far scomparire la disoccupazione col semplice stampar biglietti. La cosa può riuscire, temporaneamente, perché gli industriali vendendo a cento lire oro, ottengono, ad esempio, 110 lire carta e guadagnano, perché pagano salari, imposte, interessi ancora sulla base delle cento lire. E, guadagnando, impiegano un maggior numero di operai e producono di più. Ma appena i salari, le imposte e le altre spese sian cresciuti del 10%, ecco scomparso il vantaggio. Bisogna ricominciare da capo, fino ad arrivare alle catastrofi tedesche. Il giuoco inflazionistico riesce sempre peggio: 1) perché operai, stato, fornitori diversi hanno imparato ad alzare i salari, le imposte e i prezzi appena il cambio sale, e non lasciano più agli industriali il tempo di ottenere neppure profitti provvisori; 2) perché gli stati forestieri i quali si accorgono dell’impulso che il deprezzamento della moneta nel paese dà alle esportazioni da quel paese, hanno imparato a correre immediatamente ai ripari con dazi di ritorsione e con deprezzamenti corrispondenti della propria moneta. Appena in Inghilterra pare si discorra sul serio di inflazione, ecco in Francia venir fuori voci a favore di un deprezzamento ulteriore del franco. Alla mina si oppone la contromina. Oggi la sterlina vale 75 franchi francesi; ed amendue le quantità (una sterlina e 75 franchi) valgono 4 dollari e mezzo oro circa.

 

 

Se la sterlina è fatta ribassare a quattro dollari – questo e non altro è l’effetto desiderato dalla politica inflazionista – anche i 75 franchi francesi sono fatti ribassare allo stesso punto; ed ecco, per la regola che due cose eguali ad una terza sono eguali tra di loro, che una lira sterlina continua a cambiarsi con 75 franchi francesi. L’effetto di impulso alle esportazioni che si voleva ottenere deprezzando la sterlina va in fumo, perché la Francia ha controminato, ribassando il franco.

 

 

Oggi, dunque, l’inflazione monetaria non può recare alcun permanente e serio sollievo alla crisi di disoccupazione di cui soffre l’Inghilterra. Si noti che, ora, dopo parecchi anni di lenta deflazione, l’Inghilterra è arrivata tanto vicina alla parità aurea, che appaiono sicuramente meno grandi i danni e più sensibili i vantaggi del conquistarla, dei danni e dei vantaggi eventuali dello scadere al punto di prima.

 

 

Se tra il 1919 e il 1920 la sterlina perdeva il 20% sull’oro, adesso perde solo il 6,50 per cento. Quelli tra gli inglesi i quali guardano all’avvenire riflettono che, a così poca distanza dalla meta, il riconquisto della parità ristabilirebbe il predominio monetario mondiale del mercato di Londra, in parte perduto a pro del dollaro. La sterlina alla pari, essi giudicano, è cosa di tal momento per il prestigio monetario britannico, porta tanti affari, diretti o indiretti, a Londra, che l’occupazione operaia e la stabilità industriale se ne giovano di gran lunga più di quanti mai vantaggi si possano sperare da manipolazioni monetarie.

 

 

Perciò non è improbabile che il classico metodo del ritorno alla moneta oro finisca per perdere a Londra, anche contro la teoria di coloro i quali sostengono che l’oro è una moneta grossolana, non regolabile, provocatrice di alti e bassi accidentali, dovuti a scoperte di miniere. Se il regime monetario di un paese potesse essere governato dai Keynes e dai Cassell, teorici illustri della moneta, forse si raggiungerebbe una perfezione maggiore; ma fors’anche si commetterebbero errori disastrosi. L’oro è grossolano, e soggetto ad errori; ma sono, grande merito suo, errori indipendenti dall’arbitrio dei governanti e da escogitazioni di economisti.

 

 

La polemica inglese, tuttavia, è assai utile a noi, per i suoi insegnamenti indiretti. È un’illusione credere di diventar prosperi facendo girare il torchio della carta. Se così fosse, i paesi più prosperi del mondo dovrebbero essere la Russia e la Germania, dove imperversa invece una disoccupazione sostanziale ben più grave che in Inghilterra, a non parlare della Francia e dell’Italia.

 

 

Ma in Italia e in Francia sarebbe, oggi, un errore altrettanto grave, credere di diventare prosperi con la politica opposta della deflazione. Quel canone che parve scandaloso quando il sen. Albertini lo espose alla tribuna del senato: Non bisogna spendere una lira, né un minuto per far tornare la lira alla pari, trova la sua conferma nell’esperienza inglese. È indubitato che la rivalutazione della sterlina dall’80% al 93,50% del suo valore di parità contribuì a produrre, quando si operava, tra il 1920 e il 1921, una grave crisi industriale e di disoccupazione in Inghilterra. La rivalutazione della lira o deflazione monetaria produce ribasso di prezzo e scoraggia gli industriali, i quali comperano oggi caro e vendono domani a buon mercato, fa perciò chiudere fabbriche e mette operai sul lastrico. Vogliamo tutto ciò? E allora rivalutiamo a gran forza la lira con metodi artificiosi – badisi che qui non si parla di quella rivalutazione che è la conseguenza sana e automatica di una buona finanza e di un aumento di produzione – ossia con prestiti pubblici, e abbruciamenti di biglietti. Non lo vogliamo? E in tal caso contentiamoci di quella che è oggi la politica più ragionevole: stabilizzazione di fatto della moneta circolante. Non andare né su né giù, e attendere che l’orizzonte si chiarisca.

 

 

I metodi per stabilizzare la moneta sono diversi a seconda dei paesi. È probabile che in Inghilterra, trovandosi già a 93,50%, convenga fare uno sforzo e stabilizzarsi sul 100, ossia sulla parità, con una materia, oro, che non è certo invariabile, ma è, come dissi, almeno sottratta alle variazioni determinate da errori in buona fede di sapienti economisti o da fantasie di uomini politici. In Francia ed in Italia, essendo a 33 o al 25% siamo tanto lontani dalla parità aurea che pel momento conviene fermarci dove siamo. La controversia inglese è feconda di un altro insegnamento. Essa insegna, cioè, che la parità e la stabilizzazione non sono concetti assoluti, ma comparativi. I corsi dei cambi sono espressione di un rapporto tra due monete. Come dissi sopra, la sterlina può valere molto o poco, acquistare molta o poca roba, e tuttavia scambiarsi sempre nel rapporto di 1 a 75 col franco francese. Basta che amendue le monete si muovano nello stesso senso all’insù o all’ingiù, rispetto all’oro. Quindi, bisogna sapere qual è la moneta in rapporto alla quale vogliamo stabilizzare la nostra.

 

 

Per addurre un esempio clamoroso, se noi ci mettessimo in mente di stabilizzare la lira in rapporto al marco tedesco, noi dovremmo stampar biglietti a rotta di collo e correre al precipizio. Più o meno, tendenzialmente, da vicino e da lontanissimo, tutte le monete a corso forzoso, rassomigliano al marco tedesco. L’unica moneta oggettiva, rispetto a cui la stabilizzazione abbia un significato non equivoco, è il dollaro americano, perché il solo dollaro è oro. Sarebbe già una gran cosa stabilizzarci rispetto al dollaro. Per ora ce ne potremmo contentare, sebbene sia noto che il dollaro o l’oro sono oggetto di critiche vivaci da parte di molti economisti, i quali vorrebbero che le monete si specchiassero non nell’oro, ma nelle merci in genere, e vorrebbero che la moneta fosse stabile in rapporto alle merci, ossia acquistasse una costante quantità di merci. È la ricerca della perfezione assoluta; ricerca complicatissima, la quale, per ora, non sembra poter formare oggetto di discussioni concrete e di risoluzioni attuabili. È vero che l’oro è un tipo o specchio malsicuro; e ben lo seppe l’Inghilterra quando volle, ripeto, raggiungere la parità con l’oro con la sua politica deflazionista del 1920. Volle far marciare la sterlina da 80 a 100 e riuscì solo a portarla a 93,50; ma nel frattempo i prezzi medi delle merci precipitavano da 325,6 a 167,8, ossia la potenza di acquisto della lira sterlina, rispetto alla merce, supposta di 100 prima della guerra, crebbe da 30 a 60.

 

 

Il miglioramento della sterlina rispetto all’oro fu piccolo (da 80 a 93,50), rispetto alle merci fu enorme (da 30 a 60). Ossia, la sterlina stentava a rivalutarsi rispetto all’oro, perché, nel frattempo, l’oro correva anch’esso e si rivalutava rispetto alle merci. Quel che importa agli uomini, non è di sapere quanto oro si acquisti con una data moneta, ma quanta roba utile al cibo, al vestito, alla casa, ecc. ecc. Ora, capitò nel 1920 e nel 1921 che anche gli Stati uniti vollero rivalutare il loro dollaro; e poiché non potevano rivalutarlo rispetto all’oro, con cui esso già era alla pari, vollero rivalutare amendue, dollaro ed oro rispetto alle merci; ossia vollero, e ci riuscirono, far ribassare i prezzi delle merci. Così fu che l’Inghilterra, mossasi per far riguadagnare alla sterlina, da 80, il corso di 100, non ci riuscì se non in parte e, se volle ottenere quel parziale successo, dovette rassegnarsi a vedere i prezzi precipitare della metà. Gli avvenimenti si svolsero in maniera più complicata di quella che sono costretto ad esporre per ragion di brevità; né la volontà espressa dei dirigenti monetari fu il solo fattore e nemmeno forse il fattore dominante degli avvenimenti accaduti. Ma l’esposizione giova a mettere in chiaro su quale complicato ingranaggio si imperni ed agisca il meccanismo monetario e come certe frasi fatte, come la lira alla pari, non solo possono essere pericolose, ma ben anco siano prive di significato univoco.

 

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